La descrizione di Nazaret nei vangeli non corrisponde alla città attuale, ma a Gàmala, roccaforte dei discendenti Asmonei



Nazareth – Gàmala (Γάμαλα)

    Dalla comparazione dei personaggi evidenziati da san Luca, attraverso il discorso di Gamalièle, con quelli riferiti da Giuseppe Flavio in Antichità XX 97/102, si è dimostrato nel I studio che “Theudas” non era un nome di persona ma un attributo religioso nazionalista, “Luce di Dio” (Uriel in ebraico), che si conferì un sedicente Profeta, famoso tra i Giudei subito dopo la morte di Cristo. Ne consegue che la notizia, passata ai posteri dallo storico, è stata censurata nel nome, nel patronimico e nel movente allo scopo di impedire l’identificazione con l’Apostolo “Thaddaeus o Taddaios”, chiamato da Luca “Giuda”, e lui stesso dichiaratosi "fratello di Giacomo" nella propria "Lettera di Giuda" (1,1).
Il nome dell’Apostolo “Thaddaeus” o “Taddaios” (Taddeo in italiano), inesistente sia in latino che in greco del I secolo, è una parola senza senso a comprova che gli scribi cristiani eseguirono una traduzione volutamente fuorviante dai vangeli gnostici primitivi in quelli di Marco e Matteo, mentre in Luca viene sostituito con “Giuda”. 
Rileviamo che fra i tanti nomi possibili di padri, in quanto citati obbligatoriamente nella tradizione giudaica, l’unico patronimico che avrebbe avuto motivo per essere censurato dalla dottrina cristiana sarebbe stato quello di “Giuda il Galileo”, come realmente avvenne ... e la ragione stiamo per scoprirla.
Il nome "Giuda" fu tolto dall’episodio del Profeta perché sarebbe stato troppo evidente e logico, da parte degli storici, sovrapporre i nomi di Giacomo, Simone e Giuda detto Theudas (non il contraffatto "Thaddaeus"), con i nomi di tre fratelli di Gesù, per poi indirizzare la ricerca su "Giuseppe", il quarto ed ultimo suo fratello (vedi XV analisi).
Non doveva risultare che, nei paragrafi dal 97 al 102 del XX Libro di Antichità Giudaiche, lo storico ebreo riferì dell’uccisione di tre famosi giudei rivoluzionari i cui nomi corrispondevano a tre fratelli di Cristo.

   
    Dopo aver dimostrato, con analisi specifiche, che gli “Apostoli” non furono arrestati da alcun Sinedrio in quanto mai esistiti, ad iniziare dai santi Pietro e Paolo di Tarso, per finire con Giacomo il Minore;

    - individuato e provato le falsificazioni introdotte dai fondatori della nuova dottrina per dare credibilità a personaggi "apostoli" con il mandato di testimoniare l’esistenza di Gesù Cristo e il Suo Credo; 
    - che lo stesso “Salvatore Messia” è attestato da una documentazione contraddittoria e puerile, a partire da due “Natività” evangeliche, totalmente diverse tra loro, a comprova che furono inventati il “papà” di “Gesù”, san Giuseppe, e la madre, Maria SS. Vergine (vedi argomento specifico);

    - rilevato, nell'apposito XIII studio, che “Yeshùa” (Gesù-Salvatore) e “Messia” (Cristo) per gli scribi "evangelisti" non erano nomi ma attributi divini;
    - assodato (nel X argomento) che "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, “Atti degli Apostoli” e "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, riportano tutti la falsificazione della datazione di una grave carestia che afflisse i Giudei nel 35 e 36 d.C. Carestia che scatenò la rivolta ebraica a Gerusalemme mentre Roma era alle prese con Artabano III, Re dei Parti, per il dominio sull’Armenia: una falsificazione vitale per la nuova dottrina cristiana che riformò il messianismo giudaico, primo testimone delle gesta dei veri protagonisti;
    - constatato, attraverso le analisi riferite, che i vangeli originali vennero modificati in quelli "canonici" e, come gli “Atti degli Apostoli”, furono poi trascritti da persone che non risiedevano in Giudea (vedi VIII studio) ma si basarono, principalmente, sulle opere di Giuseppe Flavio per "comprovare storicamente” la dottrina come la conosciamo oggi, dopo aver distrutto i vangeli primitivi gnostici in quanto diversi nella raffigurazione della nuova divinità.

    Prima di scoprire, con l’ausilio della storia, chi era il quarto fratello Giuseppe e quale fosse il vero nome di “Gesù”, è d’obbligo evidenziare l’attinenza fra Giuda il Galileo e i suoi figli, con i fratelli di “Gesù”.
La correlazione è costituita dalla città di Gàmala, conosciuta dagli storici dell'epoca come roccaforte giudaica del patriottismo integralista antiromano e ... patria di Giuda il Galileo, i cui figli, lo abbiamo dimostrato con gli studi già pubblicati, avevano lo stesso nome dei fratelli di "Cristo". Ovvero: Gàmala sta ai figli di Giuda il Galileo, come “Nazaret” sta a “Gesù” e ai suoi fratelli ... tutti capi degli Zeloti, alla stregua del loro padre.

    Durante il processo di adattamento dottrinale, i “Padri” fondatori decisero di custodire la “verità storica” della loro fede,
ormai divenuta leggendaria per una parte di Ebrei, ma effettivamente credibile in quanto scaturita da una vicissitudine che coinvolse famosi patrioti Zeloti. Successivamente, con l’evoluzione politica dei tempi, gli scribi cristiani decisero di modificarne l'autenticità per nascondere il reale scopo nazionalista dei protagonisti iniziali, assieme al nome della città da cui provenivano. Questo fu il “peccato originale” della nascente religione cristiano gesuita che, oggi, si è trasformato in un “peccato mortale”, perché la storia, con l’aiuto dell’archeologia, a volte anche per caso, è in grado di riappropriarsi della verità scoprendo le falsificazioni sino a mettere in crisi la stessa dottrina.
Allora soffermiamoci sulla città di Giuda, un fariseo rivoluzionario, Dottore della Legge e capo Zelota come i suoi figli, prosecutori della irriducibile lotta patriottica e veri màrtiri israeliti ... prima di essere mitizzati nei vangeli:

“Ma un certo Giuda, un Gaulanita della città chiamata Gàmala, che aveva avuto l’aiuto di Saddoc, un fariseo, si gettò nel partito della ribellione ...” (Ant. XVIII 4).


 Gàmala

     Premessa. Essendo posizionata al di sopra di un monte con il profilo di una "gobba", come un cammello, i residenti chiamarono la loro città "Gàmala", non "Gamla". Lo storico Giuseppe F. spiega che il nome era pronunciato in un gergo aramaico errato (era una enclave ebraica confinante con la Siria), tuttavia lo scriba giudeo ha sempre mantenuto la dizione originale, voluta da quel popolo, quindi ha continuato a chiamarla "Γάμαλα" "Gàmala". Ed è quello che facciamo anche noi, nel rispetto della memoria di coloro che lottarono, fino all'estremo sacrificio, pur di non sottomettersi al dominio di una potenza straniera.

La città di Gàmala, per le sue difese naturali, era imprendibile, cinta di mura e rafforzata … si affacciava a mezzogiorno, e la sua sommità meridionale, elevandosi a smisurata altezza, formava la rocca della città, sotto cui un dirupo privo di mura piombava in un profondissimo burrone ... allora i Giudei, stretti da ogni parte e disperando di salvarsi, si gettarono con le mogli e i figli nel precipizio che era stato scavato a grandissima profondità sotto la rocca.” (Bellum IV 8;79).  

      Gàmala era una antica città ebraica, già fortezza macedone (Ant. XIII 394) conquistata nell'81 a.C. dal Re asmoneo Alessandro Ianneo, le cui rovine furono scoperte in modo fortuito ed inaspettato nel 1967, riconosciuta ufficialmente dagli archeologi nel 1976, unica città di tutta la Palestina ad essere stata costruita sopra un monte, nel Golan inferiore (Gaulanitide), a nord est del lago di Tiberiade (o Genezareth), importante per la storia giudaica fin dal secolo precedente a “Cristo”. Venne attaccata nell’autunno del 66 d.C., invano per sette mesi, dalle truppe di Re Agrippa II, e verrà finalmente distrutta dopo altri sei mesi di assedio, grazie all’intervento di tre legioni romane agli ordini di Vespasiano e Tito. Teatro di una battaglia sanguinosa che causò migliaia di morti fra la popolazione, di cui, secondo quanto riferito da Giuseppe Flavio, più della metà suicidi, gettatisi in un precipizio con donne e bambini, pur di sottrarsi a stupri e schiavitù. Questa città, chiamata "Gàmala", posizionata su di un monte, vicina a Bethsaida (la città dove nacquero e vissero gli apostoli Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo il Minore e Filippo era sottostante a Gàmala), nei pressi del lago, resa famosa dalla storia e comprovata dalla archeologia è ignorata dai vangeli.

     “Gesù Cristo” percorse in lungo e in largo la Palestina; ha navigato e passeggiato sulle acque del lago di Tiberiade, ha fatto miracoli e discorsi in città e villaggi molto meno importanti, eppure, nella vicina Gàmala ... non si recò mai: la ignorava!
Gàmala era limitrofa alla Galilea e la più celebrata fra le città giudaiche del territorio in cui Cristo, negli anni del suo ministero, visse e frequentò assieme agli apostoli ebrei. Peraltro Gàmala era dotata di una sinagoga, la casa di preghiera dove si riunivano gli abitanti della regione per praticare le liturgie del loro culto ma ... il Messia Gesù, diversamente dalle altre sinagohe, la evitava scrupolosamente. Così come la evitava il geniale Apostolo, da Lui nominato “post mortem”, Saulo Paolo, il quale, ligio alle "consegne" ricevute dal Maestro al momento della “folgorazione”, doveva visitare tutte le sinagoghe tranne quella di Gàmala.
In questa città a Paolo era vietato fare proselitismo per la salvezza delle anime, né miracoli da lasciare in ricordo ai cronisti evangelici. Lo stesso dicasi per gli apostoli, Simone Pietro, Giacomo e Giovanni "il discepolo prediletto", nonché i membri al completo della “prima comunità cristiana”, i quali, in timorato adempimento agli ordini ricevuti dal “Maestro”, nessuno di loro poteva recarsi a Gàmala ... ad iniziare dai cinque apostoli nati nella prossima Bethsaida.

    Eppure la città di Gàmala era (ed è) vicina al lago di Tiberiade, sul ciglio del monte, con un precipizio, Sinagoga, attività produttive, sembra ... anzi è la descrizione dellaNazaretdei vangeli.
  
                        
Le rovine di Gàmala


http://www.biblewalks.com/Sites/Gamla.html


Cliccando su "Ancient Gamla" della prima mappa image, in alto a destra della foto si può vedere il "mare di Galilea" (lago di Tiberiade), altrove sono visibili i resti della Sinagoga, vasche per le abluzioni rituali e parte delle mura. Pur essendo i lavori di scavo eseguiti solo parzialmente, fra i reperti rinvenuti sono presenti macine di pietra per frantoi e, fatto che ne evidenzia una relativa autonomia dall'Impero, risultano monete esclusive ebraiche di conio asmoneo, ancora in uso entro il 64 d.C. (non da reggenti erodiani o governatori romani), prima della distruzione totale avvenuta nel 67. Su alcune risulta impresso "Per la salvezza della Santa Gerusalemme";  Storia e archeologia la identificano come imprendibile città zelota. Per una visione più completa basta cliccare sul link appena riferito. 


Carta della Palestina nel I secolo

 


Vangelo di Luca.
L'evangelista ci informa che Gesù abitava nella città di Nazaret in Galilea nei seguenti brani: Lc 1,26; 2,4; 2,39.

Così in Matteo: " ... andò ad abitare in una città chiamata Nazaret" (Mt 2,23; 21,11); anche in "Atti degli Apostoli" (10,38).

Vangelo di Marco:

"Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni (Battista)." (Mc 1,9).

Vangelo di Giovanni:

" ... Questo (il battesimo di Gesù) avvenne a Betania, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando" (Codex Sinaiticus: Gv 1,28-33) ... Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando Gesù che passava disse: «Ecco l'agnello di Dio». E i suoi discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù, vedendo che lo seguivano disse: «Che cercate?». Gli risposero: «Rabbì (che significa maestro), dove abiti?» Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava (Marco, 1-9, ha indicato Nazaret) e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio" (Gv 1,35-39) ... Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea ..." (Gv 1,43).

Sappiamo che Cristo faceva miracoli, quindi niente di strano che da Betania, dove fu battezzato, si sia recato a Nazaret come un fulmine, coprendo una distanza di oltre 150 km. Ma che un Dio, svegliatosi al mattino nella sua casa a Nazaret, decida di trasferirsi in Galilea, ignorando di trovarsi già in Galilea ... bè, il grave equivoco non è giustificabile, quindi proseguiamo nella lettura dei "testi sacri" per approfondire e verificare. Leggiamo cosa dice Matteo:

"Avendo saputo che Giovanni (Battista) era stato arrestato, Gesù si ritirò nella Galilea (fino allora Gesù non era in Galilea) e, lasciata Nazaret (pertanto Nazaret non era in Galilea), venne ad abitare a Cafàrnao (finalmente in Galilea)" (Mt 4,13).

La presenza di Cristo a Nazaret, quando fu arrestato il Battista, è confermata più avanti nello stesso vangelo:

"Terminate queste parabole, Gesù partì di là e venuto nella sua patria (Nazaret - Mt 13,54) insegnava nella loro sinagoga ... Erode aveva arrestato Giovanni (Battista) ..." (Mt 14,3).

«Venuta intanto la sera, i suoi discepoli sono scesi al mare (lago di Tiberiade) e, saliti in una barca, avanzavano verso l'altra riva in direzione di Cafàrnao» (Gv 6,16-17).

Notiamo sulla mappa che "l'altra riva", dirimpetto a Cafàrnao dove si stanno dirigendo i discepoli, era sottostante la montagna di Gàmala, quindi procediamo:

“Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, come solito, di sabato nella Sinagoga e si alzò a leggere…all’udire queste cose, tutti nella Sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. Poi discese a Cafàrnao (Lc 4,16-28/31).
 
“Discese a Cafàrnao” (a nord ovest del lago). Questa frase conserva un senso logico soltanto se la discesa parte da Gàmala, unica città di tutta la Palestina
situata su di un monteed esattamente sovrastante Cafàrnao, da cui dista 12 Km. La descrizione letta non può riferirsi alla Nazaret pianeggiante odierna (vedi foto sotto), la quale dista da Cafàrnao 32 Km in linea retta (ma oltre 45 reali) e non sovrastante ad essa, non posizionata sopra alcun monte, senza un precipizio a ridosso, né vicina al lago. Infatti, anche in Matteo leggiamo:

“Quando Gesù fu sceso dal monte, molta folla lo seguiva…Entrato in Cafàrnao…” (Mt 8,1-5);
lasciata Nazaret, venne ad abitare a Cafàrnao, presso il mare (lago), nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, al di là del Giordano (Mt 4,13/15).

Per recarsi da Nazaret a Cafàrnao non bisogna attraversare il Giordano ma, se si parte da Gàmala, si è costretti ad attraversare il Giordano; basta guardare la carta geografica. Accade anche in Matteo 19,1:

“Terminati questi discorsi, Gesù partì dalla Galilea e andò nel territorio della Giudea, al di là del Giordano.

Per recarsi dalla Galilea alla Giudea, entrambe al di qua (ad ovest del Giordano), non si deve attraversare il fiume; ma, se si parte da Gàmala, il territorio della Giudea è "al di là del Giordano". Verificare sulla carta geografica.

Secondo l’evangelista "Giovanni detto anche Marco":

“Gesù intanto si ritirò presso il mare (lago di Tiberiade) con i suoi discepoli…salì poi sulla montagna, chiamò a sé quelli che egli volle…entrò in una casa e si radunò attorno a lui molta folla (l'elevato numero di abitanti denota una città su di un monte) … allora i suoi, sentito questo, uscirono (dalla casa in cui abitavano sulla montagna) per andare a prenderlo…giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare...Di nuovo si mise a insegnare lungo il mare.” (Mc 3,7/31).

La repentinità e la frequenza con cui si sposta Cristo, fra monte e "mare", dimostra l'esitenza di una città di montagna, ove abitava Gesù, vicina al lago di Tiberiade. L'esposizione dei vangeli indica che la “Sacra Famiglia” abitava in una città situata sul monte (Lc 4,29) quindi non poteva essere l’attuale Nazaret, sita in una valle lievemente ondulata al di qua del Giordano”, ma Gàmala, al di là del Giordano” rispetto alla Galilea.
Al contrario di Gàmala, la città di "Nazaret" è totalmente sconosciuta dalla storia sino al IV secolo dopo Cristo, esattamente come ne era all'oscuro l'apostolo Paolo, al punto che questi ignorava addirittura l'esistenza della Madre di Gesù: Maria di Nazaret.
La Nazaret che conosciamo, méta di pellegrini e culto dei cristiani di tutto il mondo da oltre 1500 anni, non ha nulla a che vedere con la "città" dei Vangeli. In base alle descrizioni degli evangelisti, Nazaret risulterebbe una città, ubicata sopra un monte, con la sinagoga, molte case, vicina al lago, (l'attuale dista 34 Km di cammino sino al lago) ed un precipizio, dove gli abitanti avrebbero voluto gettarvi Gesù … niente: non esiste nulla che si riferisca ai Vangeli.

Storia, geografia, archeologia: mancano i tre requisiti fondamentali e tutti insieme indispensabili, per dimostrare l’esistenza di Nazaret al tempo di Cristo. E’ stata sondata nel sottosuolo e studiata con le apparecchiature più moderne, ma tutto ciò che è venuto fuori, di veramente databile al I secolo, è solo qualche “cripta tombale” scavata nella roccia (qualche buco), per il resto solo ipotesi fideistiche irrazionali, da “scoop” mediatico, ma niente archeologia comprovata. 
Ripetiamo: nel I secolo della nostra era dove oggi esiste Nazaret, secondo i Vangeli, lì avrebbe dovuto esistere una CITTA’ con numero di abitanti adeguato e attività economiche tali che giustificassero anche la presenza di una laboriosa e dispendiosa SINAGOGA, la quale, come la città, era situata al di sopra di un monte vicina ad un precipizio e, diversamente da Nazaret, non lontana dal lago. Negli stessi Vangeli i “villaggi” sono indicati con vocaboli distinti da “città”.
L’esistenza di una Sinagoga comportava la presenza di sacerdoti che dovevano essere mantenuti con i loro privilegi - insieme alla struttura e ad una organizzazione ad essa funzionale - da una popolazione con un numero di abitanti compatibile a quello di una città o un grande agglomerato urbano.


LaNazaretcreata dopo Gesù 

 

    Diversamente da Gàmala, Nazaret non è posizionata su di un monte, bensì adagiata in un territorio leggermente ondulato, non ha precipizio, non è vicina al lago, non esistono resti in pietra di alcuna sinagoga. Gli edifici più antichi riferiti alla vita diCristo”, ammirati dai pellegrini in devota contemplazione, come la "Casa-Chiesa di Maria", risalgono al peridodo bizantino. E’ facile capirne il motivo: li fecero apposta, gradualmente nel tempo, anche durante le crociate cristiane ... ovviamente in Galilea, come dettato dal vangelo di Marco (Mc 1,9).

     La Chiesa, da quando giunse al potere nel IV secolo, ha sempre saputo che, sin dall'epoca di Cristo, l'unica città della Palestina costruita al di sopra di un monte era Gàmala, così come era consapevole del vuoto storico del nome e della “città di Nazaret”; pertanto ha cercato una giustificazione addirittura contraddicendo i vangeli e, nel V secolo, san Girolamo la ha declassata da "città" a villaggio” perché, come tale, essendo piccolo e insignificante, sarebbe passato inosservato agli storici e ai geografi del I secolo, spiegando così il loro silenzio.
Poiché il sotterfugio è servito solo a confermare che la città di “Nazaret” non è mai esistita, allora, archeologi, papirologi e paleografi moderni, tutti filo clericali, si sono messi a spulciare fra decine di migliaia di frammenti di papiro (compresi quelli di Qumran), cocci di vasi o ceramiche, sparsi in tutta la Palestina e, “finalmente”, nel 1961, a Cesarea Marittima, tra le vestigia di una antica Sinagoga ebraica, venne ritrovato un rottame di pietra, grande quanto una mano, riportante una epigrafe sulla quale, fra le altre parole, ne risulta una incompleta con la scritta in ebraico “nzrt”. Ma, dopo una iniziale grancassa mediatica, rendendosi conto che quattro lettere, in ebraico (era la lingua adottata dagli Ebrei esclusivamente per il culto liturgico nelle Sinagoghe e nel Tempio) anziché in aramaico (lingua in uso corrente), scritte su di un reperto trovato in una città diversa e lontana oltre 60 km da Nazaret - al di là degli ipotetici significati che un paleògrafo possa loro attribuire (“virgulto”, “verità” o altri) - non rappresenta una dimostrazione riferibile alla città di Nazaret; ne consegue che, tranne qualche ipocrita spiritualista, nessun'altro considera “prova” questo ritrovamento.
Al contrario, le macchinazioni evidenziano l’inconsistenza di riscontri su una città chiamataNazarethantecedente e durante il I secolo della nostra era, sino al punto da rendere superflua la datazione di questo piccolo reperto insignificante, datazione che, comunque, i clericali, pur forzandone la stima, non sono riusciti ad abbassare a prima del terzo secolo d.C.

    Il primo cristiano a citare "Nazaret" fu Eusebio di Cesarea (HEc I 7,14) ma, per rendere credibile la sua narrazione, si richiamò a "Giulio Africano" (170-240 d.C.), un presunto storico allievo di Orìgene Adamanzio e nativo di Gerusalemme. Nella sua opera "Cronografia" (dalla creazione dell'uomo alla nascita di Gesù), mai vista né letta da nessuno prima di Eusebio, G. Africano avrebbe nominato "Nazaret" e spiegato anche l'errore del nome del nonno di Cristo, poiché i vangeli di Luca e Matteo ne riportano due diversi. Accenni alla "Cronografia" di G. Africano pervengono solo dai "frammenti" riportati da Eusebio, che verranno ripresi, secoli dopo di questi, dal monaco Giorgio Sincello (inizi IX secolo) e dal bizantino Georgios Kedrenos nell'XI secolo.
Non ci vuole un grande intelletto per capire come la deposizione di Eusebio, risalente agli inizi del IV secolo, dimostri che a tutto il III secolo d.C. la città di Nazaret era inesistente ... e l'archeologia lo comprova. Gli scavi eseguiti in epoca moderna hanno scoperto che la zona era abitata sin dal paleolitico, e molto fertile come tutta la Galilea; quindi, durante il periodo ellenistico e romano, gli indigeni ebrei vi costruirono alcune abitazioni rurali, ma senza giungere a creare neanche un piccolo villaggio, tanto meno chiamato "Nazaret". Fatto questo che poté verificarsi soltanto nel V secolo in età bizantina e, come acclarato, con evidenti motivazioni ideologiche.   

    Il nome di “Nazaret” e la rispettiva città era talmente “inesistente” che, dopo la morte di “Gesù”, gli stessi Apostoli, discepoli e Padri Apostolici, inspiegabilmente, nessuno di loro (come per Gàmala) sentì il bisogno di recarsi alla sua Sinagoga ... almeno per lasciare ai Nazaretani qualche miracolo in ricordo e magari convertirli al Credo della salvezza: niente. La "tradizione" ecclesiastica ha inventato tre parenti di Cristo "legati al Signore da vincoli di carne" come Suoi successori in qualità di Vescovi di Gerusalemme: il fratello Giacomo, il fratellastro Simone e infine Giuda Giusto, nipote di Gesù; ma nessuno di loro ha mai pensato di fare qualche breve pellegrinaggio a Nazaret, la città del Salvatore, in Sua adorata memoria assieme a quella della Beatissima Super Vergine Maria.
Subito dopo la resurrezione del Salvatore, san Pietro, san Giacomo, san Matteo, san Giovanni e l'intera squadra apostolica al completo, si recarono sotto il portico di Salomone (a fianco del Tempio) ove strabiliarono le folle di Gerusalemme, come quelle accorse dalle città vicine. Guarirono tutti da ogni malattia (At 5,12-16) ... senza mai preoccuparsi di organizzare gite "fuori porta" di fedeli in quel di Nazaret.
San Paolo, l'apostolo dei Gentili, non solo ignora sia esistita Nazaret, ma non gli risulta che la madre di Gesù si chiamasse "Maria di Nazaret", né che fosse la "Madre di Dio", tantomeno sia mai stata ad Efeso assieme al "discepolo prediletto del Signore", l'apostolo Giovanni.

    Nessuna città di nome "Nazaret" viene citata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, mai nell'Antico Testamento, mai nel Talmud. I pellegrini iniziarono a visitare Nazaret dopo che il Cristianesimo si dimostrò vincente sugli altri Credi, ma nessun "pellegrinaggio" venne eseguito nella città della "Sacra Famiglia" da parte dei "cristiani arcaici".
Durante i primi tre secoli di “cristianizzazione” delle Province dell’Impero, a partire dagli apostoli, Nazaret fu ignorata da tutti i Santi eroi, Profeti, discepoli e credenti. In nessuna delle tredici lettere Paolo accenna a Nazaret e lo stesso vale per le sette lettere canoniche degli apostoli.
I Padri Apostolici e, ancor prima di loro, san Pietro, san Paolo, san Giacomo e san Barnaba, benché questi ultimi guidati nei loro "Atti degli Apostoli" dallo “Spirito di Gesù” e dallo “Spirito Santo”, non furono mai diretti da Dio verso Nazaret … come se quella città non fosse mai esistita, o meglio: Nazaretè esistita solo perGesù e la Sacra Famiglia”.


                             Alla ricerca delle sinagoghe e del "precipizio perduto" di Cristo

     Per quanto concerne l'inesistenza della sinagoga di Nazaret, gli studiosi chiesastici affermano che nel Medio Evo i Crociati realizzarono una chiesa al di sopra della sinagoga abitualmente frequentata da Gesù e … chi non crede a questo "dogma" andrà all'inferno. Stessa fine sarà riservata a coloro che non riconoscono la datazione canonica, fissata dal Clero al primo secolo d.C., dei simboli lasciati dai cristiani nei "luoghi sacri di Nazaret" ... eseguiti ad iniziare dal IV secolo in poi. Ma non basta.
I massimi archeologi dei "luoghi santi di Cristo", i frati Francescani della
"Custodia Terrae Sanctae", si sono specializzati a "seppellire" le sinagoghe frequentate da Gesù, pertanto, una volta scoperto che anche la sinagoga di Cafàrnao (Mc 1,21; Lc 4,31) non esiteva all'epoca del Salvatore, ma fu realizzata da Ebrei praticanti due secoli dopo la "Natività" di Gesù bambino, i bravi fraticelli, ispirati dallo Spirito Santo, hanno "decretato" che l'edificio sinagogale è stato ri-costruito dai Giudei al di sopra di quello praticato da Gesù ... nel quinto secolo d.C. (la dimostrazione dell'inesistenza della "sinagoga di Cristo" è riferita nell'VIII studio).    
Un altro grave "problema evangelico" è costituito dalla mancanza del monte e del relativo burrone nel quale i Nazaretani intendevano precipitare il Cristo. Le indicazioni di Luca sono talmente precise da non poter essere "dribblate" con ipotesi ridicole come nel caso delle "sinagoghe sepolte".
Da circa due secoli, molti ricercatori ecclesiastici, esperti della Terra Santa, si sono recati in missione a Nazaret per tentare di risolvere la complicanza evangelica … inutilmente. Ma evitiamo di tediare i lettori mostrando la numerosa lista con i nominativi degli specialisti che si sono cimentati a svelare l'impossibile enigma, dal momento che ognuno di loro ha individuavato "burroni" profondi pochi metri ed ubicati in posti diversi, nessuno dei quali compatibile con la descrizione di Luca,
da cui risulta che monte e precipizio sono inseparabili dalla città di Nazaret. Quindi, per tutti, citiamo la "punta di diamante" dell'archeologia biblica rappresentata dalla "Custodia Terrae Sanctae" dei fraticelli di san Francesco. 
Nel 2009, Benedetto XVI si è recato a Nazaret e sul "Monte del Precipizio" ha celebrato la messa. Il nome arabo della collina è "Jebel el-Qaftze" e la prova "inconfutabile" che si tratti proprio del "Monte di Cristo" è fondata sulla … "tradizione medievale" (sic!). Cliccare e leggere cosa dicono i frati archeologi:

http://www.nazaret-it.custodia.org/default.asp?id=5712

     Il monte consiste in una altura distante oltre due km a sud di Nazaret ed i frati ne indicano l'altezza di 397 m dal livello del mare, ma evitano di specificare che la quota non indica lo "spread" (differenza) rapportato al terreno naturale circostante. Ad esempio, la basilica dell'Annunciazione è a 350 mt sul livello del mare.
Soprattutto, non vengono esibite le foto dettagliate del "Precipizio" e, l'aspetto "buffo" è costituito dal filmato (è in rete) di papa Benedetto che tiene messa davanti a migliaia di fedeli ed alle telecamere di tutto il mondo … senza che nessuno, ad iniziare dai giornalisti e dagli operatori dei mass media, si chieda dove sia finito "il monte sul quale la città di Nazaret era situata", così come descritto dall'evangelista Luca, né che fine abbia fatto il "Precipizio".
Inoltre, tutti gli esegeti credenti fingono di ignorare che in base alla legge di Roma, in Galilea, all'epoca di Gesù, l'unico ad avere il diritto di uccidere, concesso dall'Imperatore Tiberio, era Erode il Tetrarca. Quindi è da sciocchi immaginare, stando allo scriba lucano, che una struttura ufficialmente legittimata, come la sinagoga, e diretta da Dottori della Legge responsabili dell'operato dei suoi membri, questi ultimi abbiano potuto impunemente trascinare un uomo per oltre due chilometri (il fatto è grottesco di per se stesso) allo scopo di scaraventarlo in un burrone. Un potere di uccidere che Roma non delegava nemmeno al Sinedrio.
Il movente che ha spinto l'amanuense evangelista ad inventarsi la scena del precipizio è stato dettato dalla pura dottrina, ma in contrasto al diritto romano. Come abbiamo verificato alla fine del VI studio, i vangeli canonici furono scritti nel quarto secolo e "autenticati" con le cronache riferite dagli scrittori imperiali del I secolo, facendo apparire che i veri protagonisti, uomini famosi, interagirono con i màrtiri cristiani primitivi. "Luca" aveva letto i rotoli della "Guerra Giudaica" di Giuseppe Flavio ed appreso del suicidio di massa degli abitanti di Gàmala, ne rimase colpito, e volle dimostrare che, a differenza dei Giudei, il Salvatore universale non poteva fare la loro fine stramazzato in un burrone, pertanto "
... ma Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò".
Sì, la ricerca del "precipizio perduto" di Cristo, è enormemente più complicata di quella dell'Arca dell'Alleanza.


                        E' Gàmala la "Nazaret" dei vangeli: la patria di Giuda il Galileo e dei suoi figli

   E’ l'unica città di tutta la Palestina edificata sulla cima di un monte, ha un precipizio, la sinagoga, è a 9 Km dal lago, con case ed attività produttive agripastorali, frantoi, tutto testimoniato da resti archeologici risalenti al tempo di Cristo, conosciuta anche da Svetonio come una città dei Giudei importantissima (Tito 4). Geografia, storia, archeologia: tutto concorda con le descrizioni evangeliche. Giuseppe Flavio, nel suo impegno letterario incentrato sulla Palestina del I secolo, con scrupolosità estrema, cita e descrive alcune centinaia di villaggi e tutte le città della sua terra; eppure gli si avvicina quando nomina Giaffa, un piccolo villaggio limitrofo alla odierna Nazaret, ma circa “Nazaret”, che secondo i Vangeli era una città con tanto di sinagoga, l'edificio destinato al culto ebraico, lo storico giudeo ne ignora l'esistenza ... così come è sconosciuta all'Antico Testamento. Nessuno storico e geografo dellepoca di Cristo, o antecedente, nomina Nazaret.

   Giuseppe Flavio chiarisce le specifiche di una polis: la città corrispondeva ad un grado che, oltre ad indicare un maggior numero di abitanti rispetto a un villaggio, richiedeva essere fortificata (Ant. XVIII 28).

Il Vangelo di san Tommaso, manoscritto ritrovato nel 1945 (non manomesso) risalente al IV secolo dice: una città costruita su un’alto monte e fortificata non può essere presa né nascosta(Tm 32). In questo documento è denunciato il tentativo di “nascondere” una città, la quale, se fosse stata la Nazaret attuale, essa avrebbe dovuto avere fortificazioni, infatti:

“La città di Gàmala, per le sue difese naturali, era imprendibile, cinta di mura e rafforzata …” (Bellum IV 9). Giuseppe Flavio, come sacerdote Comandante Generale dell’esercito rivoluzionario della Galilea, su mandato del Sinedrio provvide a far ristrutturare le fortificazioni, ad iniziare dalle mura, di tutte le città della regione, nominandole una ad una, ma riguardo Nazaret ... silenzio assoluto!

“Dopo i successi ottenuti su Cestio Gallo (66 d.C.) racconterò come i Giudei fortificarono le città, e con fedeltà descriverò per ogni città i patimenti dei vinti” (Bellum I 20/22).

"L'intera Galilea si trasformò in un mare di fuoco e sangue, subendo ogni tipo di sofferenza e rovina. Unica via di fuga, rimanevano le sole città fortificate da Giuseppe" (Bellum III 4,1).

Di Gàmala e di tutte le altre città lo storico ne tramanda le atroci sofferenze, mentre “Nazaret”, non essendo nominata, fu l’unica città della Galilea che non soffrì … dal momento che non esisteva ancora.

“La tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesù a Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazireo, in origine unito al nome di Gesù … Nazireo è certamente un nome di una setta senza rapporto con la città di Nazareth ("La naissance du Christianisme" – Alfred Loisy, 1857-1940, sacerdote teologo e professore universitario dell’Istituto Cattolico di Parigi).

“Nei vangeli non troviamo mai l’espressione “Gesù di Nazareth” ma soltanto Gesù il Nazoreo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno. … Nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne l’etimologia, può farsi risalire ad un nome comeNazareth”. E’ da questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth e non viceversa. Il termine deriva invece dall'aramaico Nazir, che denota un uomo dalle lunghe chiome consacrato con voto solenne alla pratica della purezza; in ebraico, questi devoti erano chiamati Nozrim, cioè Nazorei
("Breve storia delle religioni",1991: pag. 250 - Ambrogio Donini, specializzato in greco ed aramaico, professore di Storia del Cristianesimo all'Università di Roma).

Michail Bulgakov, nella sua opera “Il Maestro e Margherita”, considerata da molti il miglior romanzo russo del XX secolo, così descrive l’interrogatorio di Pilato a Gesù:

“«Nome?» - «Yeshua» - rispose rapido l’accusato - «Hai un soprannome?» - «Ha Nozri» - «Di dove sei?» - «…della città di Gamala» - rispose l’arrestato indicando con un movimento della testa che laggiù, lontano, alla sua destra, verso nord, esisteva una città chiamata Gamala…
«Di che sangue sei?» «Non ricordo i miei genitori. Mi dicevano che mio padre era siriano»”.

Lo scrittore ucraino (1891–1940) ha potuto “immaginare” questo colloquio soltanto grazie agli studi condotti da suo padre, Afanasij Ivanovic Bulgakov - docente di Storia delle Religioni presso l'Accademia Teologica di Kiev, in Ucraina, durante l’epoca zarista condizionata dal potere religioso cristiano ortodosso. Afanasij Ivanovic informò i familiari sulle conclusioni delle sue ricerche ma morì nel 1906 dopo aver capito che la “Nazaret” attuale non poteva essere la città di Gesù in quanto non costruita sopra di un monte, senza precipizio né sinagoga; sapeva altresì che i Vangeli contenevano un’altra menzogna comprovata da quel Ha Nozri (il Nazireo): un titolo legato ad un voto ebraico, incompatibile con la dottrina della salvezza eterna (come vedremo fra poco nel capitolo "Gàmala, tabù evangelico"), pertanto gli evangelisti lo modificarono in "Nazoreo", "Nazoreno" e "Nazareno", giustificandolo con la nascita a "Nazaret" (approfondiamo questo aspetto nel XIII studio). Anche il richiamo al padre "siriano", pur essendo un riferimento apparentemente indiretto, in realtà è molto preciso poiché collegato a Gàmala, una città che sappiamo era, ed è ancora, ubicata in Gaulanitide, nell'estremo sud della Siria.

    E’ importante rilevare che questi ed altri studiosi giunsero a tali conclusioni molto prima che venissero scoperti i resti della città di Gàmala. Ad essi va riconosciuto il merito di avere compreso la verità storica senza l’ausilio dei nuovi dati archeologici, essenziali alla ricerca critica.

Gesù “Nazaretano”, non Nazareno (Nazoraios) avrebbe dovuto essere la forma corretta, o meglio “Betlemmita”, in quanto, per i Vangeli, nativo di Betlemme.

“Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che gli scribi ecclesiastici conoscevano l’origine della parola ed erano ben consapevoli che non era derivata da Nazareth, ma da Nazir. Il nome storico e la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala. Questa è la patria del Nazireo. La montagna di Gamala è la “montagna” dell’evangelista Luca. La “montagna” di tutti i Vangeli che ne parlano senza nominarla ... Al contrario, gli abitanti di una città chiamata Nazareth avrebbero dovuto chiamarsi "Nazaretani" ("The Essene Origins of Christianity", 1980. Edmond B. Szekely, ungherese, biblista e professore di greco e aramaico).

“In quei giorni (dopo l'annuncio del concepimento a "Nazaret") Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda (Lc 1,26/39).

Una “città di Giuda” sopra la montagna, da raggiungere “in fretta” partendo dalla Nazaret odierna, non ha alcun senso, né riscontro geografico, né storico. Nel I secolo non risulta essere esistita in Galilea nessuna città “di Giuda” al di sopra di una montagna, tanto meno vicina a Nazaret.
Proviamo a cambiare l’articolo indeterminativo e vediamo se la frase acquista un significato:

“In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giudail Galileo: Gàmala! Ora si che ha un senso!

Una ragazza rimasta incinta fa un viaggio breve per recarsi dal suo uomo e il villaggio più vicino era Bethsaida (nel 30 d.C. fu elevata al rango di "città" dal Tetrarca Erode Filippo), sul lago, proprio sotto Gàmala, raggiungibile (in fretta), con un paio d’ore di cammino al massimo, ovviamente … senza attraversare il Giordano (controllare la carta).

Ma allora, se Nazaret è esistita solo per “Gesù” e Gàmala era la vera “Nazaret”, perché i Vangeli canonici hanno mentito? Via! … non diteci che non lo avete capito: era la città di Giuda il Galileo e dei suoi figli, i quali avevano lo stesso nome dei fratelli di “Gesù”: Giacomo, Simone, Giuda e Giuseppead essi, come verificheremo nel IX studio, si aggiungerà Giovanni, indicato nel Vangelo con “costui” senza il patronimico del padre, Capo degli Zeloti:

“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, Giuseppe, di Giuda e di Simone?” (Mc 6,3).


                              Gàmala: un grave problema per la Chiesa e i suoi servili ebrei

Confutazione


Consapevoli della conformità di Gàmala con la Nazaret dei vangeli, pur di scongiurare la inevitabile sovrapposizione delle due città che, inevitabilmente, coinvolge i mitici eroi cristiani primitivi, gli esegeti chiesastici diffondono documenti e mappe della Palestina del I secolo, contenenti dati storici e geografici errati, col subdolo intento di "rattoppare" gli errori evangelici, quindi sviando gli studiosi di questa tematica.
Nella nostra epoca, per palese interesse personale, alcuni sedicenti ricercatori ebrei hanno scelto di rafforzare le false tesi fideiste degli interpreti cristiani adottando ogni sorta di espediente pur di renderle veritiere.

Come abbiamo visto nella sesta analisi inerente il "Testimonium Flavianum" (un brano dedicato a Gesù Cristo, incluso dagli amanuensi dall'XI secolo in poi in "Antichità Giudaiche" di Giuseppe F.), sino agli anni '60 del secolo scorso era unanimemente considerato un falso dalla critica, con inevitabile riflesso negativo sulla credibilità del mito di Cristo.
Nel 1971, il prof. Shlomo Pinés, dell'Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicò una nuova versione del TF - ripresa da un manoscritto in lingua araba redatto nel X secolo dal Vescovo cristiano "Agapio di Hierapolis" - accompagnata da una analisi secondo la quale, pur avvalendosi del condizionale, lo studioso dette per scontato che Giuseppe Flavio scrisse effettivamente il TF, seppur in modo diverso da quello a noi pervenuto, quindi ammissibile da un ebreo. Pinés riuscì, in tal modo (grazie alla grancassa mediatica), a risollevare le sorti della divinità cristiana. Al contrario, attraverso la comparazione dei codici manoscritti nel Medio Evo, riguardanti le testimonianze dei Padri della Chiesa, abbiamo dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che il TF dello storico ebreo è un falso creato nel IV secolo dal Vescovo Eusebio di Cesarea, e da lui accreditato a Giuseppe F.

Nell'ultimo decennio, l'archeologo Shimon Gibson, già Capo Dipartimento della "Israel Antiquities Authority", scopre la "grotta di Giovanni Battista": un buco, scavato nella pietra da monaci bizantini del VII secolo, con la raffigurazione del Battista evangelico. In seguito Gibson riporta le sue fantasie nel libro destinato ai mistici spirituali e lo intitola nientemeno che "The Cave of John the Baptist: The Stunning Archaeological Discovery that has Redefined Christian History" (La grotta di Giovanni il Battista: La straordinaria scoperta archeologica che ha ridefinito la Storia Cristiana). Proprio così! Ma il fatto che la Storia, come la testimonianza di Eusebio, accertino che il vero Giovanni Battista fu eliminato da Erode Antipa tra la fine del 35 e gli inizi del 36 d.C., vale a dire più di tre anni dopo la presunta crocefissione di Gesù, a Gibson non interessa … tanto meno le valutazioni conseguenti. Così come non arriva a capire che le molteplici dislocazioni dei fonti battesimali di Giovanni, create dai monaci bizantini dopo la fine dell'Impero Romano, già da sole dimostrano che sono frutto di fantasia.    
Ancora Gibson, da frammenti di stoffa usati nel I secolo per avvolgere un cadavere in una tomba - senza considerare che in quell'epoca violenta i cimiteri erano numerosi - ne ricava la certezza che si tratta della "Sindone di Akeldamà", il "campo di sangue" dove il vangelo dice che si suicidò "Giuda Iscariota".
Dopodichè Gibson, come tocco finale, ha scritto un libro sull'archeologia gerosolimitana del primo secolo “The Final Days of Jesus: The Archaeological Evidence” "Gli ultimi giorni di Gesù: le testimonianze archeologiche". Lo "scienziato" pone la ciliegina sulla torta dei suoi studi quando, per dimostrare la storicità di Gesù, dichiara che questi venne ucciso perché era un "guaritore"; quindi, secondo Gibson, un Governatore imperiale romano avrebbe sottoposto a supplizio un uomo in quanto "pranoterapeuta". Purtroppo, pseudo-cultura storica e opportunismo religioso rappresentano un connubio letale per la conoscenza.

Sappiamo tutti che gli studiosi ipocriti sono sempre esistiti. Pur di conseguire plauso e tangibili guadagni si prestano a sottoscrivere sciocche ipotesi condizionando la formazione dei giovani, i quali, inconsapevolmente, finiscono col convincersi che quanto viene loro propinato sia la verità. I soliti noti "analisti spirituali", zelanti pennivendoli del sacro, mentono sapendo di mentire; di conseguenza, in mancanza di una legge che contempli il "reato di falsificazione della Storia", non resta che chiederci con quale coscienza queste persone possano guardarsi allo specchio.

Il Dr. Danny Syon, membro dell'Israel Antiquities Authority (IAA), è reputato fra i migliori archeologi israeliani per aver diretto gli scavi della antica città di Gàmala, distrutta, quasi due millenni fa, dalle legioni romane nel corso della guerra di liberazione intrapresa dai Giudei contro l'Impero Romano dominante e, come noto, descritta dallo storico Giuseppe Flavio.
Il ricercatore dell'IAA ha pubblicato numerosi studi concernenti i risultati dei lavori eseguiti e tenuto conferenze in molte Università e Musei famosi nel mondo, tuttavia, con l'accrescere dei riconoscimenti pubblici è aumentata di pari passo la propria autostima e da qui la smania di mostrarsi, anche, quale storico capace di incantare il prossimo con giudizi che esulano dai doveri strettamente professionali di ogni archeologo.
Senza attenersi a precisi riscontri e dati di fatto, D. Sion ha avuto la presunzione di reinterpretare alcune risultanze storiche e geografiche delle vestigia, venute alla luce nella città di Gàmala, contrastanti sia con il credo ebraico che con quello cristiano. D'altronde, ormai è chiaro a tutti: fama e conoscenza diventano proficue solo se asservite ai poteri forti.
 
Le motivazioni sono evidenti e le riassumiamo in breve. Danny Sion è consapevole che il precipizio di Gàmala costituisce un problema per la fede giudaica, la quale non ammette il suicidio (in questo caso addirittura collettivo); inoltre sa che gli esegeti cristiani sono estremamente imbarazzati per la esatta corrisponenza di questa città (zelota per eccellenza) con la descrizione riportata nei vangeli della Nazaret odierna, la quale, effettivamente, risulta del tutto diversa da quella rappresentata dagli evangelisti. Le affermazioni di Sion, intese a risolvere tali questioni, sono state "canonizzate" dal Gotha dell'esegesi biblica cattolica, molto vigile nel salvaguardare la "Verità" del credo cristiano, a qualunque costo e senza porsi alcuna remora nel demolire storia, archeologia ed elementare logica.
Ecco come, richiamandosi a Danny Syon, tenta di screditare la corrispondenza fra Nazaret e Gàmala l'esegeta chiesastico, Gianluigi Bastia, nel suo studio aggiornato al 2009 (per verificare copiare il link in Internet):

http://digilander.libero.it/Hard_Rain/Nazaret-Archeo.htm

"D. Syon ha fornito personalmente alcuni preziosi suggerimenti sulla geografia di Gamla, tramite una corrispondenza e-mail intercorsa nel Giugno del 2007".

Leggiamo, dunque, uno dei "preziosi suggerimenti" rilasciati direttamente a G. Bastia dallo "storico" Danny Syon, già riferiti nelle sue analisi-lezioni-conferenze.

"Al tempo di Gesù, Gamla non aveva un muro; gli scavi hanno dimostrato molto chiaramente che il muro è stato costruito solo nei mesi che precedono l'assedio di Vespasiano" (Danny Sion).

Commento compiaciuto esternato dal genuflesso G. Bastia:

"Pertanto Gamla non era una città fortificata ai tempi di Gesù, del resto solo le città molto grandi potevano avere una cinta muraria appositamente progettata a scopo di difesa perenne, questo non è il caso né di Nazaret, che non ha alcuna cinta muraria antica, né di Gamla, fortificata soltanto per ragioni di contingenza nel 66 d.C. Il fatto che Gamla non fosse fortificata fino al 66 toglie autorità al passo del vangelo di Tommaso, loghion 32, che legge: "una città costruita su un alto monte e fortificata non può cadere né essere nascosta", questo loghion non può essere utilizzato per rivelare una speciale connessione tra la patria di Gesù e la città di Gamla".

Ben sapendo che le antiche città erano dotate di mura difensive, G. Bastia "giustifica" (con una considerazione subdola destinata agli sprovveduti) la mancanza di mura della allora inesistente Nazaret citando Gàmala quale "testimone" implicita. Richiamandosi a quanto affermato da Syon, Bastia fa risaltare che la famosa città giudea non aveva mura, fino a quando vennero realizzate da Giuseppe Flavio in occasione della guerra. Dopodiché Bastia riporta la descrizione di Gàmala fatta da Giuseppe Flavio (Bellum IV 5-8) e ne ricava un dato storico "spirituale" perfettamente in linea con le conclusioni di Danny Sion:

"Questa descrizione è da ritenersi molto accurata dal momento che Giuseppe Flavio era stato comandante della guarnigione militare di Gamla e aveva una conoscenza diretta della regione".

La vera "lezione" che i due studiosi fideisti devono imparare, sia l'ebreo D. Syon che il cristiano G. Bastia, proviene dalla storia, unitamente all'archeologia ed alla semplice logica … quanto meno per il rispetto dovuto a quei cittadini che si immolarono, nel corso di una impari lotta, in coerenza ad un ideale di indipendenza nazionale. 
Giuseppe Flavio fu nominato dal Sinedrio di Gerusalemme come Comandante Generale delle forze giudaiche delle due Galilee e del distretto di Gàmala quando questa città era già da due mesi sotto assedio delle forze di Re Agrippa II; di conseguenza le massicce mura di Gàmala esistevano prima dell'inizio della guerra giudaica del 66 d.C.
Dovendo obliterare i condizionamenti deformanti, causati da mendaci informazioni rilasciate dai due credenti, con valenza di referto storico si rende necessario far risaltare la successione degli eventi, all'origine della guerra dei Giudei, avvenuti sotto il principato di Nerone (Nero Claudius Caesar):

- nell'agosto del 66 d.C., a Gerusalemme iniziò la rivolta istigata da Eleazar, Capitano delle Guardie del Tempio e figlio del Sommo Sacerdote Anania (Bellum II 409):
"… i rivoluzionari, paghi della vittoria e degli incendi, si fermarono. Ma il giorno dopo, il quindici del mese di loos i ribelli andarono all'assalto dell'Antonia e, dopo due giorni di assedio, presero e uccisero i soldati della guarnigione, quindi incendiarono la fortezza" (cit. II 430);
- "loos" era il nome di un mese del calendario macedone-seleucida, in uso fra gli Ebrei dell'epoca, equivalente al nostro luglio-agosto. Dunque, nel luglio-agosto del 66 gli insorti prevalsero sulle forze governative, attaccarono la fortezza Antonia, la incendiarono e uccisero tutti i soldati della guarnigione romana, in tal modo liberarono Gerusalemme dal dominio romano ma provocarono la guerra dei Giudei, che si estese dalla Siria sino all'Egitto;
- riscontrati gli sviluppi bellici, il Legatus Augusti Gaio Cestio Gallio (Governatore di Siria dal 63), da Antiochia, con un esercito di trentamila uomini, marciò in direzione di Tolemaide (cinquecento km a sud), procedendo all'invasione della nazione giudaica, a partire dalla Galilea, dove, come prima città distrusse Chabulon.
- in questo iniziale frangente bellico (Bellum II 503), a fianco di Cestio Gallo registriamo la presenza di Marco Giulio Agrippa II: il re cliente al quale l'Imperatore Claudio, nel 52, aveva concesso un territorio che comprendeva la città di Gàmala (Ant. II 247). Fu allora che, come stiamo per accertare, il Legato imperiale impartì ad Agrippa l'ordine di dislocare a Gàmala il suo esercito, forte di tremila fanti e duemila cavalieri, per risottomettere la città.

Abbattuta Chabulon, Cestio proseguì con le sue legioni … "per via di mare e per via di terra, con una azione combinata, s'impadronì facilmente delle città" … distruggendo quelle che opponevano resistenza fino a che giunse a Cesarea Marittima, poi seguitò verso Antipatride e … "Da Antipatride Cestio avanzò su Lidda, che trovò spopolata. Infatti per la Festa dei Tabernacoli tutta la gente si era recata a Gerusalemme" (cit. II 515). La "Festa dei Tabernacoli" cadeva alla metà di ottobre. Di seguito, allo scopo di riprendere la capitale della Giudea, Cestio raggiunse Gerusalemme per la fine di ottobre del 66 d.C.

Dopo alcuni successi riportati nei quartieri bassi di Gerusalemme, sottostanti il Tempio, il Legatus Augusti rinunciò alla conquista definitiva della città e commise il grave errore di ritirarsi a Bethhoron. La località, impraticabile dalla cavalleria ed inagibile per lo schieramento delle divisioni romane, consentì alle forze giudaiche di massacrare cinquemila legionari e circa cinquecento cavalieri: "Questi i fatti del giorno 8 del mese di dios, nel dodicesimo anno del regno di Nerone" (Bellum II 555). Il mese "dios" del calendario macedone-seleucida corrisponde al nostro novembre (del 66 d.C. = 12° anno di Nerone). Di seguito.
La disfatta delle armate romane convinse a voltare gabbana anche i maggiorenti ebrei filoromani, per lo più Sommi Sacerdoti del Sinedrio, i quali, nel novembre-dicembre del 66, tennero assemblee nel Tempio laddove …
"vennero nominati con poteri assoluti al governo della città (di Gerusalemme), il Sommo Sacerdote Anano figlio di Anano e Giuseppe figlio di Gorion" (cit. II 563). Inoltre, furono designati tutti i capi per la condotta della guerra, fra i quali: "Giuseppe figlio di Mattia (G. Flavio) venne insignito come Comandante Generale delle due Galilee e alla sua giurisdizione venne aggiunto il territorio di Gàmala, la città più forte in quella regione" (cit. II 568). Dopo aver assunto il comando … "Giuseppe (lui) fortificò tutte le città della Galilea … e nella Gaulanitide egli fortificò Seleucia, Soganea e Gàmala" (cit. II 574).

Come abbiamo visto, il nuovo Governo giudaico si insediò a Gerusalemme dopo la sconfitta di Cestio Gallo a Bethhoron, avvenuta nel novembre del 66 e, ovviamente, non riconosceva più l'autorità di Roma. Ma, prima del novembre-dicembre del 66 d.C., Giuseppe Flavio non poteva costruire niente (né si sarebbe sognato di farlo), tantomeno le mura della città di Gàmala, già sotto assedio da mesi, dunque dotata di poderose mura ancora intatte. Pertanto le asserzioni di Danny Sion e Gianluigi Bastia, finalizzate ad un tornaconto dottrinale e personale, servono per depistare gli inetti dalle precise risultanze storiche.
Ma continuiamo a leggere e verificare.

Dopo la disfatta romana di Bethhoron, il doppiogiochista Giuseppe Flavio, discendente dalla più elevata aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, salì sul carro dei vincitori; quindi decise di fortificare tutte le città delle due Galilee e Gàmala "la città più forte in quella regione". In più occasioni si vanta di avere eseguito personalmente le fortificazioni delle città, mentre nella realtà non è avvenuto; perciò si contraddice spesso, come nel caso di Sepphori, quando scrive "Ai soli abitanti di Sepphori Giuseppe (lui) permise di costruire da sé un muro vedendo che erano ben provvisti di ricchezze" (Bellum II 574). Al contrario, dopo la imbelle sottomissione alla controffensiva romana da parte degli abitanti di Sepphori, quando Giuseppe tentò di riconquistarla afferma:
"Giuseppe (lui) intraprese un'azione contro la città sperando di riprenderla, ma lui stesso l'aveva fortificata, prima che essa abbandonasse i Galilei, sì da renderla inespugnabile anche per i romani; perciò la sua speranza fallì, risultando egli troppo debole sia per persuadere i Sepphoriti ad arrendersi (a lui), sia per costringerveli con la forza" (cit. III 61). Come abbiamo visto, Giuseppe si accredita la costruzione del muro di Sepphori mentre in realtà furono i cittadini ad erigerlo.

Più avanti, nel corso della guerra, lo storico scrive:
"Per la sua forte posizione, la città di Gàmala si era riempita di rifugiati e così per sette mesi aveva resistito alle truppe precedentemente inviate da Agrippa ad assediarla" (cit. IV 10); e ad ulteriore conferma:
"Re Agrippa allora inviò delle truppe, sotto il comando di Equo Modio, a distruggere la fortezza di Gàmala" (Bios 114). I "rifugiati" di Gàmala erano Galilei sfuggiti al primo attacco delle armate di Cestio Gallo, appena questi invase la loro terra e distrusse Chabulon, poi il duce proseguì lungo la costa ... "per via di mare e per via di terra, e con una azione combinata, s'impadronì facilmente delle città".  
Dunque, come sopra evidenziato, Re Agrippa - a guerra appena iniziata e molto tempo prima della disfatta subita da Cestio Gallo a Bethhoron - inviò il suo esercito a sottomettere Gàmala, in esecuzione dell'ordine impartito dallo stesso Legato imperiale. Ma proseguiamo la lettura per trovare possibili riscontri incrociati.
Altro importante dettaglio su chi comandava a Gàmala:
"Carete e Giuseppe - erano questi due a comandare nella città" (Bellum IV 18). Contrariamente a quanto affermato da G. Bastia e D. Syon, questo "Giuseppe" non può essere il Comandante Generale "Giuseppe Flavio". Infatti, più avanti, visto l'insuccesso dei miliziani di Re Agrippa, questi vennero rafforzati con tre legioni romane agli ordini del Generale Vespasiano che, dopo ulteriori mesi di assedio, riuscì a sfondare le mura. Perciò leggiamo:
"Molti furono uccisi dai Romani, è fra gli altri Giuseppe, che fu colpito a morte mentre cercava di uscire da una delle brecce del muro" (cit. IV 66).
Puntualizziamo che, in quello stesso momento, Giuseppe Flavio era vivo e incatenato in prigione, pertanto non può aver assistito alla scena del suicidio di massa, la cui descrizione gli è stata fatta a guerra finita, con ogni probabilità da un prigioniero catturato a Gàmala da Vespasiano. Peraltro, la mancata presenza di Giuseppe F. è comprovata successivamente anche alla fortezza di Masada, a causa dalla sua imprecisa descrizione degli edifici costruiti da Erode, come per la esagerata relazione della rampa d'assedio, costruita da genieri e legionari, in realtà molto più ridotta.

La ferma resistenza dei gamaliti all'assedio infruttuoso, durato sette mesi, delle truppe di Re Agrippa II, inevitabilmente, provocò l'intervennero di tre legioni romane, agli ordini di Vespasiano, avvenuto dopo che il condottiero romano aveva conquistato Iotapata ove catturò Giuseppe Flavio:
"Così fu presa Iotapata nel tredicesimo anno del regno di Nerone, al novilunio del mese di panemo" (Bellum III 339). Il mese di "panemo" del calendario macedone-seleucida corrisponde al nostro maggio (del 67 d.C.).
Seguì la conquista di Tarichea da parte di Tito, quindi Vespasiano fece dono ad Agrippa di numerosi schiavi fatti tra i prigionieri, per cui  …
"Agrippa, che lo aveva invitato, desideroso di accogliere il duce e l'esercito con la munificenza della casa reale e, insieme (a Vespasiano), riportare l'ordine col loro aiuto in alcuni territori (del regno di Agrippa, Gàmala anzitutto) che erano in rivolta" (cit. III 443).
Infatti Vespasiano traferì subito l'esercito a Gàmala e là, dopo altri mesi di assedio delle forze congiunte dei Romani e di Agrippa …
"Gàmala fu presa il giorno ventitreesimo del mese di iperbereteo, mentre la sua ribellione era cominciata il giorno ventiquattresimo del mese di gorpieo" (cit. IV 83). Nel calendario macedone seleucida "iperbereteo" equivale ad ottobre (del 67) mentre "gorpieo" corrisponde a settembre (del 66 d.C.).

Quindi, sin dall'inizio, Gàmala rifiutò di sottomettersi al Re Agrippa II, dal quale fu posta sotto assedio nel settembre del 66, per essere poi rasa al suolo nell'ottobre del 67 d.C.; vale a dire che la resistenza della città si protrasse per ben tredici mesi. Ma, come abbiamo sopra visto, Giuseppe F. venne insignito a Comandante delle due Galilee nel dicembre del 66 d.C. (cit. II 568): tre mesi dopo che Gàmala, con tanto di muro fortificato e più torri difensive, vanificava l'attacco delle forze di Re Agrippa.
 
La città aveva novemila abitanti (fra cui donne, vecchi e bambini) ma solo tre/quattromila uomini, compresi i rifugiati, erano validi a combattere; dunque Gàmala era già fortificata con mura poderose, spesse fino a sei metri, e torri atte a neutralizzare qualsiasi attacco, al punto di resistere, con pochi uomini e per molti mesi, alla più potente macchina da guerra dell'epoca, che dispiegò oltre ventimila combattenti scelti, equipaggiati con armamento pesante e il meglio della logistica e della tecnologia a loro disposizione. 
Stante così i fatti documentati, peraltro scadenzati nel rispetto di una sequenza logica che considera i tempi necessari agli spostamenti delle truppe, il Dr. Danny Syon escluda la sua teoria mistica e dimostri, con citazioni precise, in quale periodo tali mura e relative torri sarebbero state costruite. Inoltre, quanto tempo sarebbe stato impiegato per realizzare simili opere massicce? Considerato che l'inizio dei lavori (qualora impartito da Giuseppe F.) non sarebbe potuto avvenire prima della fine del 66. E, se non fu Giuseppe F., chi altri eseguì tali opere? Poiché è ormai accertato che non fu lo storico ebreo a realizzarle … né avrebbe avuto il tempo per farlo. Syon ci spieghi, inoltre, perché i gamaliti non hanno costruito il muro dalla parte degli strapiombi? Laddove, incalzati dai legionari che, accecati dall'odio, facevano strage dei vinti, gli Ebrei, con un estremo gesto dettato dalla disperazione, si sono precipitati con le loro famiglie, pur consapevoli che sarebbe stato estremamente difficile uscire illesi dalla scarpata … ma non del tutto impossibile.
Di conseguenza possiamo fare questa semplice constatazione: se fosse stato relavivamente facile discendere illesi nel precipizio, anche i legionari avrebbero potuto risalire la scarpata in massa ed invadere la città in breve tempo, anziché impiegare mesi. Le mura possenti furono realizzate appositamente su tre lati, mentre il quarto lato era protetto da una profonda scarpata naturale, resa ulteriormente impraticabile per impedire ai nemici ogni attacco da quel versante.  
Danny Syon e con lui Gianluigi Bastia, dopo duemila anni di intemperie trascorsi dagli eventi bellici che sconvolsero quel territorio, la smettano di corrompere vicende e specifiche orografiche per salvaguardare il proprio credo; evitino di eleborare teorie futili per negare la possibilità del suicidio di massa allo scopo di sminuire la pericolosità di quel precipizio con l'intento di scongiurare la precisa similitudine fra Gàmala e Nazaret … così come, a loro discapito, risulta dalle descrizioni degli evangelisti sopra evidenziate.
Piuttosto, entrambi tengano conto dei seguenti, precisi, dati di fatto.


                                                                   Gàmala, tabù evangelico

Accertato che la lettura neotestamentaria più antica - completa dei particolari su citati dei vangeli - è contenuta nel Codex Sinaiticus, datato al IV secolo d.C., cioè quando il Cattolicesimo era al potere, un amanuense con lo pseudonimo "Luca", sapendo da un vangelo originale che la patria di Gesù era Gàmala, soltanto allora poté consultare gli archivi imperiali e, dalla lettura dei rotoli del I secolo, contenenti "La Guerra Giudaica" di Giuseppe Flavio, conobbe la descrizione della città fatta dallo storico. Lo pseudo evangelista, colpito dalla narrazione del suicidio dei gamaliti caduti nel precipizio, volle dimostrare che il "Salvatore Universale" non poteva fare la loro stessa fine piombando in quel burrone, quindi immaginò che i "deicidi Ebrei" tentarono di eliminare un Messia, diverso da quello che attendevano i Giudei, gettandolo al di sotto ... invano; infatti, con indifferenza "Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò" (Lc 4,28) a compiere il suo ministero divino.

Il vero scopo, fondamentale per la "dottrina della salvezza eterna" - che obbligò i teologi cristiani ad inventare una città chiamandola "Nazaret" - derivò dalla assoluta necessità di sviare la risultanza del vangelo originale esseno che indicava il Salvatore come "Nazireo".
Il mito del Messia "Figlio di Dio", il cui avvento fu profetato dagli Esseni nei Rotoli di Qumran, venne concretitazzato dai seguaci della setta in conseguenza dell'olocausto gudaico perpetrato dai Romani durante tre guerre giudaiche, l'ultima delle quali, sotto l'Imperatore Adriano, si concluse il 135 d.C.
Con l'evoluzione del credo cristiano esseno, iniziato subito dopo tale data, il voto di nazireato divenne incompatibile con la introduzione, avvenuta nel terzo secolo, del "sacrificio eucaristico teofagico", un rituale che, come risulta dalla "Regola della Comunità" degli Esseni, non era, e non poteva (in quanto ebrei), essere osservato da loro quando crearono il Salvatore ebreo "Yeshùa"; ma, al contrario, questo sacrificio costituì il culmine della liturgia cattolica.
Il contrasto scaturiva da due concezioni religiose diverse. La prima, nel rispetto della Legge giudaica, contemplava il vincolo che vietava ad ogni ebreo, consacrato a Dio con il voto di nazireato, di bere vino; mentre la seconda, ripresa dai Culti pagani, imponeva al Sacerdote di immolare la "Hostia" (lat: "vittima sacrificata agli Dei") sull'altare e mangiarla dopo averne bevuto il sangue: una cerimonia cultuale analoga a quella adottata dai successivi riformatori cristiani del primitivo messianismo giudaico esseno.
Per rendere credibile ai Gentili l'illusione della "salvezza eterna", i nuovi teologi li appagarono tramite un sincretismo liturgico voluto da Dio; a tal fine fecero istituire l'eucaristia, il sacrificio teofagico pagano, direttamente da Gesù al momento in cui trasforma il vino del suo calice nel proprio sangue da far bere ai seguaci:

"Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò" (Gv 6,54). 

La transustanziazione! Questa era la dottrina che faceva presa su masse crescenti di nuovi proseliti! L'innesto del sacrificio eucaristico teofagico del "Σωτήρ" (gr. leggi "Sotér") "Salvatore" pagano nella religione ebraica tramite il Messia dei Giudei.
Ma un vero "Nazireo" e al contempo "Dottore della Legge", come viene connotato "Gesù", non avrebbe mai potuto cenare con un calice colmo di vino, né lo avrebbe mai trasformato in un "Santo Graal" ripieno del suo sangue … pertanto gli ideologi cristiani modificarono la forma originaria ebraica da "Nazireo" in "Nazareno" e questa mutazione la giustificarono nei vangeli con l'appartenenza di Gesù alla sua nuova patria, appositamente inventata: la città di "Nazaret", volutamente situata in Galilea per giustificare anche il termine "Galileo" con cui veniva qualificato Gesù nel vangelo (Mt 26,69).

"Andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perchè si adempisse ciò che era stato detto dai Profeti: «Sarà chiamato Nazareno»" (Mt 2,23).

Il vocabolo greco del vangelo è "Ναζωραῖος" (leggi "Nazoraios") che, diversamente dalla fraudolenta trasposizione ecclesiastica, non può essere interpretato come "Nazareno" perché la traduzione corretta è "Nazoreo"; ma questo lemma, così vocalizzato, è del tutto sconosciuto a Giuseppe Flavio. Lo storico, di lingua aramaica, era esperto in greco ed in grado di trascrivere in questa lingua le vocalizzazioni semite rispettandone la fonetica corretta. Nel merito, l'ebreo descrive i "Nazirei" richiesti da Mosè:

"Tutti coloro che consacrano se stessi in adempimento di un voto si chiamano Nazirei. Sono persone che si lasciano crescere i capelli e si astengono dal vino" (Ant. IV 72).
"Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla agli Israeliti dicendo loro: «Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti ... Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo. Finché non siano compiuti i giorni per i quali si è votato al Signore, lascerà crescere liberamente la capigliatura del suo capo. Per tutto il tempo del suo nazireato egli è sacro al Signore" (Numeri 6).

Perciò apprendiamo da Giuseppe F. che la voce "Nazirei" (il lemma scritto in greco dallo storico ebreo è Ναζιραῖοι, da pronunciare "Naziraioi", plurale di "Naziraios") indica un ordine religioso di persone consacrate a Dio, non una qualifica geografica. Infatti, la iconografia cristiana ha sempre raffigurato "Gesù" con capelli e barba lunghi perché i "Venerabilissimi Padri" hanno sempre saputo che Cristo era un "Nazireo", anche quando venne crocefisso.    
Tanto è vero che, smentendo il vangelo di Matteo, l'Antico Testamento non riporta alcun accenno dei Profeti a "Nazareno", viceversa, a comprova di quanto appena accertato, il Profeta "Amos (2,11)", grazie ad una rivelazione, manifestò la benevolenza di Yahweh nei confronti dei Profeti e i Nazirei equiparandone il valore nel patto di alleanza verso di Lui:
"Ho fatto sorgere Profeti tra i vostri figli e Nazirei fra i vostri giovani"
(op. cit.).

La traslitterazione, volutamente impropria, da "Nazireo" in "Nazareno", intesa come "abitante di Nazaret", era comunque sbagliata perché Gesù avrebbe dovuto essere indicato come "nazaretano". In ogni modo, ne conseguì che alle molte contraddizioni, raccolte nei manoscritti neotestamentari, si aggiunse anche quella di "una città chiamata Nazaret" la quale era inesistente in Galilea per i primi tre secoli d.C., pertanto sconosciuta da tutti … fino a quando i Cristiani decisero di costruirla appositamente. Malgrado ciò, lo fecero da estranei disinformati della regione, quindi incapaci di capire il valore delle coordinate geografiche, sempre richiamate nei vangeli ed ivi lasciate inalterate, con la conseguenza di leggere nei testi sacri una "Nazaret" posizionata esattamente sul monte di Gàmala. Come abbiamo dimostrato poco sopra nel presente studio, comparando, con la mappa geografica reale, le descrizioni degli itinerari di Cristo, da e verso la sua patria, narrate nei vangeli.

Peraltro, la stessa ignoranza di Luca concernente i "luoghi santi" la riscontriamo anche negli altri evangelisti quando descrivono il miracoloso Messia ed i suoi discepoli (spacciati per israeliti vissuti in quei territori), perché, inevitabilmente, gli amanuensi del quarto secolo fecero operare i loro eroi nella Palestina del primo secolo incappando in grossolani errori, toponimi compresi, tali che nessun autentico abitante di quella zona avrebbe mai commesso.
Ecco alcuni esempi:
- Gesù esorcizza i demòni delle città di Gadara (Mc 5,1-13) e Gerasa (Lc 8,26-33) facendo precipitare da una rupe migliaia di maiali (scena ridicola) nel lago di Tiberade, al contrario le due città distano decine di km dal lago. Quando la Chiesa si accorse del grave errore, commesso dagli "evangelisti", nel XIII secolo tentò di scambiare la vera "Gerasa" con una inesistente (anche questa: sic!) città di "Gergesa";
- gli evangelisti narrano che Gesù fu battezzato nel Giordano (Mc 1,9 e Mt 3,13) e, secondo Giovanni (Codex Sinaiticus Gv 1,31), Gesù venne battezzato nel Giordano a Bethania, località vicina a Gerusalemme, ma distante 40 km da quel fiume. Nel XIII secolo, gli amanuensi divini si avvidero dell'errore e nel "Codex Monacensis Gr 314" fecero risultare "Bethabara" anziché "Bethania";
- cinque apostoli di Gesù vengono fatti nascere a Bethsaida (Gv 1,43-44), ma l'apostolo evangelista Giovanni colloca questa città, in cui lui stesso era nato, in Galilea anziché nella Gaulanitide inferiore;
- l'apostolo Matteo, spacciato per ebreo purosangue, viene indicato come "Pubblicano", appaltatore delle imposte destinate all'Imperatore Tiberio, con sede a Cafàrnao in Galilea ove, secondo Luca, risiedeva una centuria romana. Al contrario, i tributi dei Galilei venivano raccolti da Erode Antipa a Tiberiade, mentre le centurie romane costituivano le "cohortes quingenariae", subordinate ad un Prefetto, e stanziate solo in Giudea e Samaria;
- Gesù fa un miracolo nella sinagoga di Cafàrnao, secondo Luca costruita nel primo secolo da un Centurione (capo della centuria), in realtà realizzata da ebrei praticanti due secoli dopo la resurrezione Cristo;
- oltre ad inventare la città di Nazaret, sempre per motivi ideologici specifici evidenziati con apposita analisi, gli scribi di Dio architettarono anche una finta città di Arimatea;
- la "moltiplicazione dei pani e dei pesci", secondo Luca, è indivuata in una località prossima a Cafàrnao, ad ovest del lago di Tiberiade; mentre, secondo Giovanni, il miracolo avvenne ad est del lago. E così via.

Le prove concernenti l'ignoranza della rispettiva terra d'origine, da parte di un mai esistito Messia ebreo e dei suoi immaginari apostoli, si leggono nel seguente VIII studio del presente sito web.
Stabilito ciò, anziché farfugliare sconnessamente sulle mura di Gàmala, G. Bastia e D. Syon si leggano la storia, i testi sacri, e la "Historia Ecclesiastica" dei Padri del Cristianesimo, trascritta, nel corso dei secoli, dagli "scribi di Dio", poi ne comparino tutte le risultanze fra loro e la toponomastica della terra santa.
Ottemperato a questo dovere, il Dr. Danny Sion, credente in "Gesù", si attenga all'etica deontologica e ci faccia leggere, nel merito, le sue considerazioni sui santi ebrei, Cristo, apostoli ed evangelisti inabili dei luoghi dove risultano nati e vissuti.
   
Dopo aver assodato l'incapacità degli amanuensi cristiani nel comprovare i loro mitici eroi, avvalendosi di richiami errati dei luoghi dove vissero, possiamo ricercare nella storia la risposta precisa, logica e indiscutibile, della primordiale esistenza delle mura di Gàmala.


                                              Gàmala, patria dei discendenti Asmonei

Una volta conquistata, nell'81 a.C., dal Re Alessandro Ianneo la roccaforte dei sovrani seleucidi - i resti della quale esistono tutt'oggi nella parte più elevata della montagna - i subentrati monarchi asmonei favorirono il popolamento del monte di Gàmala per consolidare, con una fattiva presenza ebraica, l'estremo nord della terra d'Israele, costituito dalle alture del Golan inferiore, avverso i confinanti nemici pagani: i Siri, adoratori del Dio supremo Assur (Ashshùr) e futuri alleati di Roma.
L'operosità dei gamaliti nel rendere fertile quel territorio - in virtù di una intelligente economia agro pastorale - permise loro di crescere numericamente espandendo il centro abitato con l'esigenza di aumentare le proprie capacità di difesa. Da qui la necessità di adeguare, gradualmente nel tempo, le mura della primitiva fortezza macedone per comprendere la città in continuo ampliamento e difenderla meglio contro possibili attacchi dei Siri; mura comunque non necessarie a ridosso dei ripidi strapiombi, essendo questi impraticabili da qualsiasi nemico durante una eventuale aggressione. Ne conseguì che l'efficienza difensiva degli abitanti di Gàmala, città roccaforte, giunse a capovolgere la strategia iniziale, al punto di essere loro ad aggredire e depredare gli atavici nemici in territorio siriano, adottando la tattica del "mordi e fuggi", ben sapendo che potevano rientrare in un rifugio inattaccabile.
Dopo l'occupazione della Palestina, gli Asmonei vennero estromessi dal potere politico dai conquistatori Romani che li giudicarono eccessivamente sciovinisti; ma i loro discendenti continuarono a risiedere in edifici di lusso nella città di Gàmala, autentica enclave integralista ebraica, giungendo a coniare autonomamente monete, ancora in uso al momento della distruzione terminale di Vespasiano.

Della città di Gàmala, enclave ebraica nel sud della Siria, erano nativi "Ezechia di Gàmala" e suo figlio "Giuda detto il Galileo", ovviamente entrambi discendenti degli Asmonei e strenui avversari degli erodiani.
Il primo, un giovane aitante e figura di spicco nella sua patria, a capo di una schiera di nazionalisti fu promotore di ripetuti attacchi contro i nemici Siri. Al di fuori di Gàmala, Ezechia venne intercettato da un reparto militare comandato dal neo Governatore della Galilea, il quindicenne (sic!) Erode (Ant. XIV 158/9) il quale, così leggiamo, "nonostante la sua tenera età", lo uccise assieme a numerosi suoi seguaci. Stando agli scritti di Giuseppe F., così come ci sono pervenuti, l'episodio avvenne nel 47 a.C. La datazione è ricavata dalla cronaca che vede Sesto Giulio Cesare, Governatore della Siria dal 47 al 46 a.C., intervenire direttamente per impedire che "Erode il Piccolo" venisse ucciso dal Sinedrio per aver eliminato Ezechia.

Gli storici odierni concordano unanimemente sulla impossibilità che Erode sia stato Governatore della Galilea all'età di quindici anni: una giovinezza incompatibile col comando di un rilevante contingente militare costituito da uomini che avrebbero rischiato la vita in scontri armati diretti, se agli ordini di un ragazzo. Oltretutto, aggiungiamo noi, non sta in piedi nemmeno il fatto che il Legatus pro Praetore, Governatore di Siria, uno degli uomini più potenti di Roma e cugino di Giulio Cesare (cit. XIV 170), si sia preoccupato di interferire nella delibera di un Sinedrio per salvare un adolescente, quasi che il Legato sapesse già si trattasse di un "Grande Predestinato". Questo episodio è descritto nel "Codex Ambrosianus Gr F 128" dell'XI secolo, nel quale gli amanuensi ricopiarono "Antichità Giudaiche" di Giuseppe F., ma, trattandosi di un fatto insensato, proviamo a fare chiarezza.

Un primo dato certo è il fatto che il Sinedrio di Gerusalemme - consapevole del ruolo strategico svolto dai maggiorenti Asmonei della roccaforte di Gàmala, loro alleati - abbia effettivamente incriminato Erode per l'uccisione di Ezechia (Ant. XIV 169). Ciononostante l'ambizioso Erode il Piccolo, "vestito di porpora" (cit. XIV 173) alla pari di un Re, sfida il più elevato Sinodo giudaico, interprete unico della Legge, e salva la pelle: fatto oltremodo assurdo se riferito ad un ragazzetto. Questo episodio non può essere credibile perché nessuno avrebbe osato vestirsi come un Re senza il placet del Dittatore Giulio Cesare e del Senato romano. A maggior ragione, essendo Antipatro (padre di Erode), il Procuratore della Giudea (Ant. XIV 139), in quanto tale era a conoscenza della politica di Roma, la quale, nei territori sottomessi, si attribuiva il diritto di assegnare le cariche pubbliche di potere a uomini prescelti dai condottieri romani, secondo il loro insindacabile giudizio (nella realtà, per simile comportamento Antipatro avrebbe preso a calci nel sedere il figlio). Infatti, da parte di un Sinedrio umiliato - presieduto da Ircano II nella veste di Sommo Sacerdote ed Etnarca di Giudea per volere di Giulio Cesare - sarebbe bastata una accusa formulata in tal senso contro "Erode il Tenero", che Sesto G. Cesare lo avrebbe giustiziato personalmente.
A questo punto non resta che verificare un eventuale rimaneggiamento degli avvenimenti che vedono coinvolto il potente protagonista: il Legato di Siria, Sesto Giulio Cesare. Infatti, se fosse vera questa storia, "la tenera età", avuta dal quindicenne Erode nel 47 a.C., significa che sarebbe nato il 62 a.C. e successivamente morto il 4 a.C. all'età di 58 anni. Una anzianità, questa, discordante con la dichiarazione rilasciata dallo storico ebreo riguardante l'età della morte di Erode:

"Regnò per trentaquattro anni dal tempo in cui mise a morte Antigono (37 a.C.), e trentasette anni da quando fu dichiarato Re dai Romani … e visse fino a un'età molto avanzata" (Ant. XVII 191/2).

"Età molto avanzata" non è compatibile con 58 anni, pertanto gli storici tutti (senza sospettare una eventuale manomissione dello scriba copista, con il movente che scopriremo più avanti) danno per scontato un errore di Giuseppe F., quindi alzano la morte di Erode a 69 anni tenuto conto della notizia, trasmessa da Giuseppe F. in "La Guerra Giudaica" (I 647), che riferisce l'inizio della malattia finale del Re quando Erode era quasi settantenne.
Resta assodato il fatto che, adottando questi dati anagrafici, la vicenda che vede coinvolto Sesto Giulio Cesare non è più credibile perché sposta da 15 a 25 anni l'età di Erode quando uccise Ezechia. Infatti la correzione convenzionale degli storici, portando la fine di Ezechia a dieci anni dopo, dal 47 al 37 a.C., rende l'intervento del Sinedrio veritiero, innanzitutto per l'età matura di Erode, ma anche perché, il 37 a.C. Sesto G. Cesare era già morto da nove anni. Una volta accertato che la vicenda di "Ezechia", collegata alla età di un Erode quindicenne, falsa la data di nascita e la longevità del primo, resta comunque il fatto che si esclude il plenipotenziario romano dal suo coinvolgimento in una vicenda assurda che vede un arrogante quindicenne, vestito come un Re, umiliare impunemente il Sinedrio israelita. Per capire meglio i fatti avvenuti, verifichiamone i dati certi, scadenzati nel rispetto della storia dei Romani.

Sette anni dopo il presunto episodio sinedrista, relativo al dissennato "Erode il Piccolo", nel 40 a.C., previo intervento di Marco Antonio, condiviso da Gaio Cesare Ottaviano, entrambi Triumviri, Erode ottenne dal Senato romano il titolo di "Re di Giudea" con pieni poteri su chiunque e, solo da questa data, anche avverso il Sinedrio di Gerusalemme. Tuttavia Erode, in quel momento, era un monarca solo di nome, non di fatto, in quanto non poté sedersi sul soglio reale essendo già occupato dal suo nemico e concorrente diretto, di sangue asmoneo: Antigono. Né Erode avrebbe osato recarsi a Gerusalemme perché l'asmoneo lo avrebbe fatto a pezzi.
Precisamente, nello stesso 40 a.C., Antigono, figlio di Aristobulo, si alleò con il satrapo Barzafrane, Re dei Parti, il quale, dopo aver invaso la Siria e la Giudea con il figlio Pacoro, lo riconobbe come "Re dei Giudei" e "Sommo Sacerdote" del Tempio; dunque, in quanto tale, allora Antigono presiedeva il Sinedrio.

Trascorsero due anni di guerra finché i Romani, nel 38 a.C., prevalsero definitivamente sui Parti grazie al generale Publio Ventidio Basso. Subito le legioni si trasferirono in Giudea e, dopo cinque mesi di assedio condotto dal nuovo Governatore di Siria, Gaio Sosio, Gerusalemme fu nuovamente sottomessa a Roma nel 37 a.C.; soltanto allora Erode, finalmente, poté insediarsi come "Re dei Giudei" (Ant. XIV 469). Infatti:

"Ricevuto Antigono prigioniero (da Sosio), Antonio decise di mantenerlo fino al suo trionfo (a Roma); ma quando sentì che la nazione tramava ribellioni e restava fedele ad Antigono e portava odio a Erode, decise di tagliargli la testa in Antiochia" (Ant. XV 8).

Ma ancora prima che Erode si insediasse nel trono dei Giudei, mentre Gerusalemme era sotto assedio delle armate di Gaio Sosio, alle proposte di resa della città da parte di un alto ufficiale romano, così dichiarò Re Antigono:

" Antigono rispose a Silone e all'esercito romano che era contrario alla loro nozione del Diritto qualora conferissero la regalità a Erode, che era un cittadino comune e un idumeo, cioè un mezzo Giudeo, mentre dovevano offrirla a coloro che sono della famiglia reale (gli Asmonei) come è loro consuetudine. E qualora essi (i Romani) non fossero ben disposti verso di lui, ma determinati a privarlo della regalità perché lui l'aveva ricevuta dai Parti, c'erano molti della sua famiglia (reale) che, legittimamente, potevano ricevere la regalità, in quanto non avevano offeso i Romani ed erano sacerdoti" (cit XIV 403/4).

Il "Diritto" degli Ebrei (la Legge mosaica) prevedeva un autentico israelita, di sangue reale, come "Re dei Giudei", non un mezzo sangue idumeo senza dignità sacerdotale; quindi, dal momento che, come abbiamo appena letto (cit. XV 8), tutto il popolo la pensava così e "portava odio a Erode", ecco spiegato perché, appena investito come Re, il nuovo monarca uccise Ezechia: l'avente diritto al trono dei Giudei essendo questi di stirpe regale e bene accetto dalla nazione.

Ricordiamo che il padre di Antigono, Aristobulo, fu liberato da Giulio Cesare che lo insignì del comando di due legioni per risottomettere la Siria in rivolta, tuttavia Pompeo Magno lo fece avvelenare prima che partisse (Ant. XIV 123). Questa vicenda dimostra che la politica di Roma non nutriva alcuna preclusione nei confronti degli Asmonei, ma preferiva scegliere i reggenti della Giudea valutandoli personalmente: una scelta che poteva essere valida anche per Ezechia. Ecco spiegato come il Sinedrio, sapendo dell'odio del popolo avverso il neoeletto monarca idumeo "un mezzo giudeo", sentì il dovere di accusare Erode "per aver violato la Legge" quando il vendicativo Re dei Giudei fu investito del potere militare (e relativi armamenti) che gli consentì di uccidere Ezechia nel 37 a.C. Di seguito leggiamo le future, luttuose, conseguenze per i sinedristi troppo zelanti della Legge:
"Quando Erode assunse il potere regio uccise Ircano e tutti i membri del Sinedrio, eccetto Samaia" (Ant. XIV 175).
Il particolare riguardante la scampata fine del sinedrista "Samaia" dipese dal fatto che, unico fra tutti i membri del Sinodo, e assieme al fariseo Pollione, durante l'assedio di Gerusalemme da parte di Sosio, consigliò di riconoscere Erode come Re al posto di Antigono (cit. XV 3). Fu per questo atteggiamento che Samaia venne risparmiato dal nuovo monarca dei Giudei quando, consolidato il suo potere, Erode eliminò l'intero Sinedrio perché aveva osato sottoporlo a processo con l'accusa di aver ucciso l'asmoneo Ezechia di Gàmala.

Siamo di fronte ad una vicenda per la quale, causa (processo ad Erode in tenera età) ed effetto (vendetta del Re avverso il Sinedrio) perderebbero senso se procrastinate di molti anni. L'episodio diventa coerente soltanto dopo che Marco Antonio decapitò il deposto Re asmoneo Antigono, fu allora che Erode si insediò come "Re dei Giudei" e, come primo atto, eliminò il giovane Ezechia, anch'egli potenziale successore monarca asmoneo il quale, diversamente dal bastardo Re idumeo, non era odiato dal popolo: un aspetto politico molto significativo per Roma di cui era consapevole Erode. E questi - per garantirsi l'appoggio determinante di Marco Antonio, a sua volta bisognoso di forti somme di denaro per pagare i legionari - esborsò a più riprese cifre esorbitanti in talenti d'oro. La prova definitiva che Ezechia venne eliminato dopo che Erode era divenuto Re, nel 37 a.C., la ricaviamo dalla lettura comparata della vicenda narrata in "La Guerra Giudaica" dello storico Giuseppe Flavio: "Ezechia, che un tempo aveva infestato quel paese ed era stato catturato dal Re Erode..." (Bellum II 56). In quest'opera lo storico ebreo non riferisce la specifica della "tenera età" del quindicenne Erode perché il copista cristiano del "Codex Sangallen Gr 627" redatto nel IX secolo, concernente "La Guerra Giudaica" di Giuseppe Flavio, non poteva prevedere che, due secoli dopo, un altro amanuense avrebbe trascritto "Antichità Giudaiche" dello storico ebreo nel "Codex Ambrosianus Gr F 128" commettendo la grave falsificazione dell'età di Erode. Una volta ucciso Ezechia, definitivamente coperto dalla potenza di Roma, Re Erode si permise di svilire la Legge mosaica e la sua tradizione umiliando il Sinedrio, come abbiamo letto sopra. Tutto ciò stabilito, possiamo accertare che la "profezia divina":

"Quando Erode, in Tribunale (il Sinedrio), si trovava in pericolo di morte, Pollione rimproverò Ircano e i giudici, e preannunciò che qualora Erode avesse salva la vita, egli li avrebbe perseguitati tutti. E venne il tempo nel quale così accadde, perché Dio adempie le sue parole" (Ant. XV 4) ...

è in contrasto con gli eventi concernenti la storia di Roma, pertanto si tratta di un falso brano interpolato, in nome di Dio, nell'XI secolo, dai copisti del "Codex Ambrosianus Gr F128" riguardante "Antichità Giudaiche", per anticipare di dieci anni, come già dimostrato, la datazione della morte di Ezechia di Gàmala, con il movente che vedremo fra poco. 
Abbiamo provato che, in qualsiasi modo la si esamini, questa vicenda finisce col distorcere l'età di Erode, ma è impossibile addossare a Giuseppe Flavio simili errori perché la sua storia è perfettamente interconnessa con quella romana, tranne la cronologia erodiana rapportata alla vicenda di Ezechia. E' evidente che i riferimenti storici originali hanno subito alterazioni perché i loro riscontri, comparati ai dati anagrafici del monarca protagonista, non replicano lo stesso risultato. Ma, una volta stabilito che il movente del processo ad Erode era costituito dall'uccisione di Ezechia di Gàmala, è nostro compito ricercare quale fu l'interesse di coloro che manipolarono la datazione della vicenda facendo in modo di far apparire l'asmoneo più anziano di quanto fosse in realtà.

Quando decisero di alterare la storia concernente Ezechia, al momento in cui fu ucciso da Erode, gli scribi del manoscritto "Codex Ambrosianus Gr F 128" avrebbero dovuto prestare molta attenzione e controllare, prima, le conseguenze, onde evitare che, in seguito, si scoprisse la causa che li spinse ad agire così scelleratamente. Nondimeno, le sottili menti vaticane commisero la contraffazione di "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio perché sapevano, e tutt'oggi sanno, che "Gesù" e i suoi fratelli erano discendenti degli Asmonei ... e, in particolare, Ezechia di Gàmala era il nonno di "Cristo, Re dei Giudei".
Vediamo insieme come le "eminenze grigie di Dio" lo capirono.

                                                Una stirpe reale di sacerdoti zeloti: gli Asmonei

Con la fine di Antigono, i diretti discendenti degli Asmonei persero definitivamente il potere, tuttavia la loro dinastia non si estinse riuscendo comunque a conservare la dignità sacerdotale, ma non il Sommo Sacerdozio del Tempio:

"Dopo la morte di Aristobulo (asmoneo da parte della madre Mariamne e ucciso il 7 a.C. dal padre Erode), Erode non affidò più il pontificato a discendenti dei figli degli Asmonei. Anche Archelao, figlio di Erode (la madre era Maltace, samaritana, non ebrea), nella designazione dei Sommi Sacerdoti seguì la stessa politica e, dopo di lui, fecero così anche i Romani, quando presero il governo (il 6 d.C.) dei Giudei" (Ant. XX 249). 

In particolare, una generazione prima, l'eliminazione di Ezechia non impedì alla vedova di dare alla luce il suo legittimo erede: "V'era Giuda, figlio del capo bandito Ezechia, un uomo di grande potere che fu catturato da Erode con molta difficoltà" (Ant. XVII 271). A sua volta Giuda era: "Giuda, un gaulanita della città chiamata Gàmala ..." (Ant. XVIII 4). 
Divenuto adulto, Giuda bar Ezechia, dopo la morte di Erode, in quanto discendente degli Asmonei rivendicò il diritto a divenire "Re dei Giudei" (Ant. XVII 272). A tal fine capeggiò la rivolta contro Erode Antipa (figlio di Erode il Grande), assalì il palazzo reale del Tetrarca e, dopo averne sconfitto le guardie, si impadronì di tutti gli armamenti e guidò la ribellione dei Galilei. Ma anche l'intera Giudea era in tumulto e
Gerusalemme finalmente venne liberata dai "patrioti" zelanti (Ant. XVII 265/270), al punto che alcuni nazionalisti, rinnegarono l'Etnarca Archelao e si dichiararono "Re dei Giudei". Fu allora che, a sua volta, Giuda bar Ezechia, spodestò Erode Antipa, si proclamò "Re dei Giudei" e si insediò a Sepphoris, capitale della Galilea (da qui "Giuda il Galileo").
Ma l'impresa provocò l'intervento del figlio di Publio Quintilio Varo, il quale, dopo avere cinto d'assedio Sepphoris, fece incendiare e radere al suolo la città dalle armate romane (cit. XVII 289), indi ridusse in schiavitù i sepphoriti e, dopo aver crocefisso duemila ribelli, riportò l'ordine in tutta la Palestina. Scampato ai legionari di Varo, alcuni anni dopo, il 6 d.C., Giuda di Gàmala si rifece vivo e più determinato che mai. L'asmoneo fondò la setta degli Zeloti e li condusse nella guerriglia contro le legioni del "Legatus Augusti pro Praetore", Publio Sulpicio Quirinio, incaricato da Gaio Cesare Ottaviano di effettuare il censimento di Giudea, Samaria e Idumea, appena annesse alla Provincia di Siria dall'Augusto Imperatore. 

Al fine di ostacolare l'identificazione della progenie asmonea, cui appartenevano Gesù ed i suoi fratelli, dagli scritti di Giuseppe Flavio, a noi pervenuti, non risulta la fine di "Giuda il Galileo" (il nemico giurato dei rinnegati Ebrei filoromani) perché fu censurata dagli amanuensi nei codici di "Antichità Giudaiche", èditi dall'XI secolo in poi.
Gli scribi praticarono volutamente questa censura per salvaguardare l'anacronistico evento, richiamato in "Atti degli Apostoli" (At 5,36-37), che cita il Profeta "Theudas" morto prima di Giuda il Galileo: un fatto impossibile nella realtà. Lo scopo di "Atti" fu quello di impedire l'identificazione del capo degli Zeloti come padre dell'apostolo "Giuda Thaddaeus" (la dimostrazione è nel I studio). L'episodio vede "Theudas" decapitato, nel 45 d.C., dal Procuratore Cuspio Fado, mentre, riguardo suo padre, Giuda di Gàmala, le vicende seguenti determinano che fu eliminato dal Prefetto Valerio Grato nel 17 d.C.
La guerriglia, fomentata il 6 d.C. dalla “quarta filosofia” nazionalista di Giuda il Galileo, residente a Gàmala, si protrasse per anni, al punto che le stesse autorità romane ed ebraiche (Sinedrio) richiesero a Roma di alleggerire la tassazione nel 17 d.C., sotto Tiberio, perché, riferisce Cornelio Tacito, "la popolazione era oppressa dai carichi fiscali” (Ann. II 42). L'istanza venne respinta dal Senato romano, provocando, in tal modo, la reazione veemente degli Zeloti, capeggiati da Giuda, ma repressa da Valerio Grato che lo crocefisse.
Nel corso di quelle sommosse, in meno di quattro anni, fra il 15 ed il 18 d.C., Valerio Grato fu costretto a sostituire cinque Sommi Sacerdoti del Tempio (Ant. XVIII 34-35), a significare la difficoltà incontrata dai sacerdoti del Sinedrio nel tentare di placare l'ostilità popolare avverso i tributi imposti da Roma.

Abbiamo fin qui riportato la relazione tra gli eventi connessi alla storia della città di Gàmala, e con essa la sorte della stirpe degli Asmonei, allo scopo di capire il movente che costrinse gli scribi copisti a manomettere le opere di Giuseppe Flavio nei brani che interessavano, direttamente, gli immaginari eroi del mito di Cristo.
Gli amanuensi sapevano che la realtà storica cruenta entrava in contrasto con la successiva dottrina cristiana per le gesta estremiste di cui si resero responsabili i protagonisti originali dei vangeli, autentici Giudei, i quali, a partire da "Gesù" ed i suoi fratelli, appartenevano tutti al movimento nazionalista degli Zeloti.  
In particolare, nel IV secolo, dalla lettura dei rotoli redatti da Giuseppe Flavio nel I secolo e conservati nelle biblioteche imperiali, la Chiesa seppe che i nomi dei fratelli di "Gesù" (Mt 13,55; Mc 6,3), riportati nei vangeli primitivi (appositamente eliminati), corrispondevano ai capi zeloti, figli di Giuda il Galileo e nipoti di Ezechia di Gàmala. Si chiamavano Giacomo, Simone, Giuda e Giuseppe, mentre "Gesù" venne indicato con "costui". Ma, come abbiamo sopra detto, nel I e IX studio possiamo accertare che il suo nome era "Giovanni".

Durante il conflitto intercorso, dal 34 al 37 d.C., fra l'Impero Romano e il Regno dei Parti, allorquando in Giudea imperversava una grave carestia, Giovanni figlio di Giuda, un Nazireo a capo degli Zeloti - previo accordi con il Re parto Artabano III - per la Festa delle Capanne del 35, spinse la nazione a ribellarsi e si impadronì del potere a Gerusalemme, laddove fu osannato dal popolo come "Re dei Giudei" e "Salvatore" (Yeshùa). La costituzione della Giudea, di fatto, si modificò da aristocratica a monarchica, di conseguenza il Sinedrio riconobbe il discendente asmoneo come "Sommo Sacerdote" del Tempio.
A quella data, il Prefetto Ponzio Pilato era stanziato nel palazzo pretorio di Cesarea Marittima, ma, disponendo di forze insufficienti, non poté recarsi a Gerusalemme per domare la rivolta, allora decadde come Governatore di Giudea. Stante i medesimi rapporti di forza fra i due Imperi, il Romano e il Partico, Giovanni adottò l'identica strategia del suo predecessore, Antigono II asmoneo, contando, come lui, sulla vittoria dei Parti.

L'evento costrinse nuovamente Roma ad intervenire con le sue legioni, affidate da Tiberio, con pieni poteri su tutte le armate d'oriente, al Legatus Augusti pro Praetore, Lucio Vitellio, il quale, dopo aver sconfitto Artabano oltre Eufrate, si recò in Giudea e mise sotto assedio la Città Santa, costringendola alla resa pena la distruzione. Vista l'impossibilità di resistere a causa della carestia, il Sinedrio fu costretto a cedere alla richiesta del condottiero romano e consegnò il monarca abusivo a Vitellio che lo crocefisse, fuori le mura di Gerusalemme, per la Pasqua del 36 d.C. (prendere visione delle verifiche storiche nel X studio). Assoggettata di nuovo la città all'Impero, Vitellio entrò in Gerusalemme e, dopo aver vincolato il popolo a giurare fedeltà a Tiberio, consapevole che la coincidenza della carestia con l'imposizione dei tributi aveva esasperato i Giudei, esentò in perpetuo gli abitanti dal pagare le tasse sui prodotti agricoli (Ant. XVIII 90).

Un secolo dopo questo episodio, lo spettacolare martirio dell'ultimo "Re dei Giudei", di sangue asmoneo, verrà ripreso dagli ebrei Esseni dando così inizio al mito del "Messia Figlio di Dio": un Nazireo di nome "Giovanni" col titolo divino "Yeshùa" (aram. "Salvatore"), capace di far risorgere gli "eletti" … Successivamente, una volta giunta al potere, la Chiesa, si rese conto della vicenda reale e decise di modificare il vangelo originale esseno eliminando il compromettente "Giovanni", quindi interpretò "Salvatore" alla stregua di un nome comune: "Gesù".

Ecco spiegata, così, la necessità, da parte dei copisti, di alterare le informazioni relative alla dinastia degli Asmonei, facendo in modo di scollegare, alterando le date, la successione dei loro discendenti per renderli opinabili ma, involontariamente, hanno sfalsato la data di nascita di Erode il Grande. Allo scopo di far risultare più vecchio Ezechia di Gàmala (e di conseguenza i suoi discendenti, da Giuda a Menhaem), gli amanuensi hanno anticipato di dieci anni la sua esecuzione, avvenuta per mano di Erode "in tenera età". Ma il quindicenne "Erode il Piccolo", all'epoca, non era in grado di comandare alcuna forza militare, né sottomettere il Sinedrio di Gerusalemme, autorevole organo religioso che lo avrebbe eliminato senza problemi tramite le Guardie del Tempio. Per rendere credibile la vicenda di un Erode troppo "rimpicciolito", nell'XI secolo, con le modalità evidenziate sopra, i copisti di "Antichità Giudaiche" hanno coinvolto in suo soccorso il vero dominatore romano, Sesto Giulio Cesare, Governatore di Siria nel 47 a.C.

Dopo Giovanni di Gàmala e Giuda Theudas, altri due capi zeloti con i nomi dei fratelli di "Gesù", Giacomo e Simone, anch'essi figli di Giuda il Galileo, vennero catturati e crocefissi, nel 47 d.C., dal Procuratore Tiberio Giulio Alessandro … finché l'epopea degli Asmonei di Gàmala fu segnata, definitivamente, nel corso della guerra giudaica.
Nel 66 d.C., durante la lotta tra fazioni per conseguire il potere a Gerusalemme, fu ucciso "Menahem", l'ultimo figlio di Giuda il Galileo ed effimero "Re dei Giudei" (la corrispondenza di Menahem con "Giuseppe", fratello minore di "Gesù", si dimostra nel XV studio). Sette anni dopo, nel 73, morì "Eleazar bar Jair", l'ultimo discendente di Giuda (Bellum VII 253): un nipote avuto da sua figlia, sposa di Jair, e questi, ovviamente, fu padre di Eleazar (cit. II 447). Eleazar bar Jair, a sua volta, è stato promotore di un altro spettacolare suicidio di massa attuato assieme ad un migliaio di Zeloti nella fortezza di Masada, poco prima che venisse espugnata dalle armate romane nel 73 d.C.

Lo storico Giuseppe F., quando si richiama a questi personaggi li considera "Dottori (della Legge) assai pericolosi" e ne stigmatizza il loro operato ritenendoli responsabili della distruzione della Città Santa e del Tempio. In un lungo ricordo, lontano nel tempo, che si diparte dall'epoca del censimento di Quirinio il 6 d.C., dopo il primo richiamo fatto a Giuda il Galileo, accusa due di loro, Giovanni e Sinone, di essersi dimostrati "spietati verso i parenti prossimi" fino a concludere "A esprimere degnamente il dovuto compianto per le vittime della loro ferocia non mi sembra questo il momento più adatto" (Bellum VII 252/274).
Il riferimento ai suoi parenti eliminati dagli Zeloti è palese, di conseguenza divenne inevitabile lo scontro mortale intervenuto fra i Giudei nazionalisti, zelanti verso la Legge, e quelli da loro giudicati come "rinnegati": gli opportunisti filoromani, dei quali la privilegiata casta sacerdotale di Giuseppe Flavio faceva parte. Da ciò la soddisfazione, da lui espressa attraverso un memoriale di famiglia:
"Fecero tutti la fine che meritavano perché Dio diede a ciascuno la giusta punizione; infatti tutti i castighi che mai possono colpire un uomo si abbatterono su di loro anche fino all'ultimo istante di vita, facendoli morire fra i più atroci tormenti d'ogni sorta"
. Dato il movente politico personale, da questo scritto si evidenzia che il giudizio di Giuseppe F., carico di odio nei loro confronti è di parte, quindi scontato, e non può costituire una giusta condanna storica. Questo episidio, infatti, fra tutti quelli descritti nel corso della guerra contro i Romani, è l'unico in cui lo storico ebreo descrive l'agonia degli Zeloti esternando la propria soddisfazione.

Per chiarezza, i nomi che vengono richiamati nel ricordo su citato sono, in sequenza, "Giuda il Galieo", "Giovanni" e "Simone figlio di Ghiora". Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una ennesima manomissione dei copisti, i quali fecero apparire tali personaggi come i protagonisti della guerra giudaica del 66 d.C.: Giovanni di Giscala, figlio di Levi, e Simone bar Ghiora.
La dimostrazione della falsificazione è semplice perché Giuseppe Flavio non avrebbe mai potuto riferirsi a loro dal momento che nessuno dei due morì "fra i più atroci tormenti d'ogni sorta, fino all'ultimo istante di vita".
Infatti, mentre scriveva "La Guerra Giudaica", ultimata nel 79 d.C., lo storico ebreo riferì che Giovanni di Giscala era vivo, incarcerato a vita da Tito; viceversa, Simone figlio di Ghiora fu condotto in catene a Roma e, nel 71 d.C., in occasione del Trionfo del condottiero, dopo la sfilata, venne decapitato nel carcere Tullianum del Foro. Decapitato: Zac! Nulla a che vedere con una tortura, atroce, prolungata sino all'agonia finale, praticata pubblicamente dai Romani, come monito rivolto ai popoli ribelli, contro chi non intendeva sottomettersi al loro dominio. La rievocazione dello storico si riferiva ai supplizi patiti da due odiati nemici zeloti, il Nazireo Giovanni e Simone Kefaz, quest'ultimo connotato nel vangelo (Mt 16,17) come "barionà" (aram: "latitante zelota"), direttamente responsabili di aver eliminato suoi parenti filoromani.
Riguardo a "Giovanni" del memoriale, lo storico, oltre ad evidenziarne le azioni sanguinarie contro i suoi connazionali, lo accusa di empietà anche perché "La sua mensa era imbandita con cibi proibiti ed aveva abbandonato le tradizionali regole di purità" (Bellum VII Cap. 8, 263/264); questo comportamento, unico avverso la ancestrale tradizione giudaica, è identico a quello adottato da "Gesù" (aram: "Yeshùa", inteso come "Salvatore) ed i vangeli riferiscono le Sue parole:

"Mangiare senza essersi lavate le mani non contamina l'uomo" (Mt 15,20);
"Un fariseo lo invitò a pranzo. Egli (Gesù) entrò e si mise a tavola. Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo" (Lc 11,37/38);
"Mentre Gesù stava a mensa, in casa sua molti pubblicani e peccatori si misero a mensa con Gesù ... allora gli scribi della setta dei Farisei, vedendolo mangiare con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia di peccatori (Mc 2,15-16).
 
Ovviamente i conviviali erano "peccatori" perché mangiavano cibi proibiti per gli Ebrei e gli amanuensi, sapendo che i due protagonisti della remota testimonianza di Giuseppe F., susseguenti a Guida il Galileo, erano "Gesù" (Giovanni) e Simone Pietro (Kefaz), corsero ai ripari togliendo il patronimico a Giovanni, mentre lo hanno falsificato a Simone, definendolo "figlio di Ghiora", al fine di farli apparire come i due famosi protagonisti della guerra giudaica del 70 d.C. Per lo stesso motivo, nell'XI secolo, i copisti del "Codex Ambrosianus Gr F128" eliminarono dal XVIII libro di "Antichità Giudaiche", che riferiva l'epoca di "Gesù", l'importante richiamo storico riguardante "Giovanni", rimasto nel "Codex Sangallen Gr 627" del IX secolo (trascritto due secoli prima dell'Ambrosianus), quando, tutti gli aderenti al movimento zelota antiromano ...

"Sfasciarono tutto ciò che restava degli ordinamenti civili introducendo dappertutto la più completa anarchia. In tale clima prosperarono al massimo gli Zeloti, un'associazione che confermò con i fatti il loro nome; essi invero imitarono con i fatti ogni cattiva azione e non tralasciarono di emulare alcun misfatto registrato nella storia" (Bellum VII 267/9).

Nel XVIII libro di "Antichità Giudaiche", a causa della censura, non troviamo "registrato alcun misfatto nella storia" concernente un così grave avvenimento rivoluzionario durante il quale gli Zeloti "sfasciarono tutti gli ordinamenti civili" (la costituzione del governatorato romano e del Sinedrio aristocratico fu mutata in monarchia assoluta). Due famosi zeloti, Giovanni e Giacomo, nei vangeli (Mc 3,17) in aramaico grecizzato sono chiamati "Boanerghés", vale a dire "figli dell'ira", erano portati ideologicamente ad incendiare i villaggi dei nemici Samaritani (cfr Lc 9,53). I copisti di "Antichità" - l'opera dell'ebreo più ricca di particolari e riferimenti storici risalenti a quel periodo - hanno tagliato nel XVIII libro tutte le azioni sanguinose del movimento nazionalista di liberazione, denunciate da Giuseppe, per non evidenziare i nomi dei Capi guerriglieri sottoposti a supplizio quando venivano catturati dai Romani: nomi corrispondenti ai santi eroi evangelici. Ma, come abbiamo provato, la menzogna degli amanuensi non è stata in grado di evitare le contraddizioni finendo con l'essere scoperta.

Al contrario. Da Ezechia a Eleazar, tutti i membri di quella potente dinastia, discendente dagli Asmonei, hanno lottato e pagato per un fine patriottico nobile: risiedevano nella loro terra quando i Romani l'avevano soggiogata … quindi i pagani dovevano essere cacciati. Per quattro generazioni hanno condotto una guerriglia senza tregua, pericolosa, consapevoli di rischiare la vita, al punto di accettare la morte con disprezzo del dolore ed un coraggio forgiato nella lotta contro i dominatori. Sapevano che la morte, se affrontata a viso aperto, non facendo una piega anche nel momento in cui si è sottoposti ai peggiori supplizi, diventa essa stessa un'arma ideologica esemplare che avrebbe portato altri giovani ad emularli, perseguendo un disegno che alla fine si rivelerà utopico. La loro irriducibile coerenza si è scontrata con un Impero all'apice di un potere, tale, da incutere timore a tutti i regni confinanti che, in quell'epoca, si guardavano bene dal provocarlo. Gli Zeloti hanno lottato contro quel potere e hanno perso … e con loro tutti i Giudei.
All'infuori del giudizio soggettivo a commento di quelle tristi vicende, comunque resta il fatto che, grazie alla storia, così verrà ricordato il grande eroismo dei patrioti israeliti, gli Zeloti:

Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni ... La maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione, in tali circostanze che posso procedere oltre la narrazione. Perché non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare l’indifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene (Ant. XVIII 24).
“…non vi fu alcuno che non restasse ammirato per la loro fermezza e per la loro forza d’animo, o cieco fanatismo che dir si voglia … accogliendo i tormenti e il fuoco, con il corpo che pareva insensibile e lanima quasi esultante(Bellum VII 416-419).
"Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i Romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il Legislatore, o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. Ma sorridendo tra i dolori e, prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l'anima, certi di tornare a riceverla" (cit. II 152).  

Fra le quattro correnti di pensiero degli Ebrei di quel tempo, la essena e la zelota farisaica erano le due "filosofie" che si attenevano ai principi nazionalisti della Legge, inoltre si consideravano antischiaviste e aperte a tutte le classi sociali. Si allearono ideologicamente e, incuranti della spietata reazione dei dominatori, mobilitarono i Giudei alla lotta per ricostituire il grande regno di Davide.
Dalla guerra del censimento del 6.d.C., Esseni e Zeloti rimasero solidali fino alla definitiva sconfitta del 70 d.C., sfociata nella distruzione della Città Santa e del Tempio. Fu un periodo di massacri caratterizzato da molte centinaia di migliaia di morti, dei quali nei Vangeli, Atti degli Apostoli e negli scritti dei "Padri Apostolici" non vi è traccia.
E' un aspetto fondamentale di cui non tiene conto il Dr. Danny Syon quando, in modo lezioso, esterna la convinzione, nel richiamo su riferito, della effettiva esistenza di "Gesù". Abbiamo già deplorato l'archeologo per la sua presunzione di voler apparire uno "storico" senza avere le basi minime indispensabili … prima di emettere "verdetti" superficiali.
Infatti la vera storia, concernente la costante ribellione di un popolo che non voleva sottomettersi al dominio pagano, non doveva e non poteva risultare nei “Sacri Testi”, pena il crollo della dottrina cristiana della "salvezza per la vita eterna". Inevitabilmente, un autentico "Messia" d'Israele, prescelto da Yahweh, in esecuzione della Legge e con il Suo aiuto, avrebbe fatto strage dei pagani, adoratori di false divinità, e occupanti della terra promessa.

Da questa cognizione derivò il movente che obbligò gli immaginari "Cristiani gesuiti primitivi" ad ignorare gli eventi bellici che videro gli Zeloti alla testa del Movimento di Liberazione Nazionale Giudaico: gli scribi del IV secolo, dopo aver consultato i rotoli dei cronisti imperiali del I secolo, seppero che gli eroi cristiani, nella realtà, ne furono i capi.
Di conseguenza, in quel contesto storico, teatro di una Guerra Santa nazionalista, che vide rivolte sanguinosamente represse, carestie e crocefissioni, secondo i vangeli, apprendiamo che intorno all'anno 30 del I secolo ... un manipolo di dodici ebrei "apostoli", al seguito del rabbino "Gesù", indifferenti al sangue che scorreva sulla loro patria, vagavano per la Palestina stupendo folle di Giudei con miracoli e "parabole". Un impossibile Messia "figlio di Dio", inconsapevole del massacro perpetrato verso i suoi connazionali dai pagani: gli invasori (kittim) della Terra d'Israele, destinata dal Padre di Gesù, "Abba", al popolo eletto.

"Spinti dall'odio e dal furore, i soldati romani si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancava lo spazio per le croci e le croci per le vittime" (Bellum V 451).

L'olocausto giudaico perpetrato dai Romani fu la drammatica conclusione della lotta di un popolo, zelota verso la propria Legge ancestrale, convinto dell'avvento del Messia, un "Dominatore" capace di fare strage dell'esercito più potente del mondo. L'incessante conflitto della nazione ebraica contro l'Impero dominante, vide i discendenti degli Asmonei affrontare senza sosta, alla testa degli Zeloti, i legionari e gli ausiliari delle coorti di Roma.
Una cruenta epopea del tutto compatibile con le reali vicende di quegli anni, riferite soprattutto da Giuseppe Flavio e Cornelio Tacito, ma confermate, pur con descrizioni ridotte, da Filone Alessandrino, Gaio Svetonio e Cassio Dione, le cui analisi sono già pubblicate in questo sito web.


Emilio Salsi


[ torna indietro ]