Yeshùa Giovanni e gli Zeloti di Gàmala redenti dal Cristianesimo dei Gentili



Tramite gli studi condotti sinora, abbiamo provato che gli “Apostoli”, uno dopo l’altro, vengono eliminati dalla verifica critica storiologica. Le stesse analisi ci hanno consentito di scoprire brani spuri e simulazioni apportate dagli scribi cristiani, durante la secolare evoluzione della dottrina, sia nei sacri testi che in quelli storici.
Manomissioni, ancora in atto, intese ad impedire il riconoscimento dei veri protagonisti, capi del movimento zelota di liberazione nazionale giudeo, celati dietro la straordinaria veste “apostolica” che li raffigurò miti come agnelli, predicatori di pace e giustizia in terra, e la promessa della vita eterna nell'aldilà.

Dovevano sparire i cruenti rivoluzionari della quarta filosofia zelota, una novità sinora sconosciuta” (così la definì Giuseppe Flavio), fondata da Giuda il Galileo il 6 d.C. Una dottrina che postulava il capovolgimento della società ebraica tramite l’eliminazione della schiavitù, della nobiltà sacerdotale corrotta e dei privilegiati filo romani. Un nuovo sistema economico che avrebbe redistribuito le ricchezze con maggior egualitarismo a beneficio delle classi più diseredate: "gli ebioniti", dall'aramaico "ebionim"
אביונים, i poveri.
La "quarta filosofia giudaica" annoverava capi farisei Zeloti, "Dottori della Legge di grande potere, fanatici nazionalisti” votati al martirio.
Lo storico ebreo Giuseppe, un nobile fariseo conservatore appartenente ad una ricca casta sacerdotale opportunista, li descrisse esprimendo odio nei loro confronti in "Antichità Giudaiche" e "La Guerra Giudaica":

"Lo zelo che Giuda
(il Galileo) e Saddoc (il Fariseo) ispirarono nella gioventù fu l'elemento della rovina della nostra causa. Il popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione e l'indifferenza con la quale accettano la lacerante sofferenza delle pene"
(Ant. XVIII 10-24). "Individui falsi e bugiardi, fingendo di essere ispirati da Dio (Profeti), macchinando disordini e rivoluzioni, spingevano il popolo al fanatismo religioso" ... "Ciarlatani (Predicatori) e briganti istigavano molti a ribellarsi e li incitavano alla libertà minacciando di morte chi si sottometteva al dominio dei Romani
(Bell II 259-264). Zeloti, tale, infatti, era il nome che quelli si erano dati, quasi fossero zelatori di opere buone" (Bell IV 161).
 
Intrapresero una lotta, ìmpari, per “salvare” la loro terra dal dominio pagano romano e ricostituire su di essa, grazie all’avvento di un Messia prescelto da Yahwè, un nuovo regno giudeo destinato a durare in eterno … che, dopo la riforma “universale” cattolica, verrà chiamato “Regno dei Cieli”.
Ma le motivazioni degli Ebrei erano molto diverse. La tradizione veterotestamentaria imponeva loro scelte radicali, senza compromessi, contrapposte all'aristocrazia sacerdotale moderata, ai ricchi commercianti ed ai proprietari latifondisti.
La certezza che Dio avrebbe aiutato gli Israeliti a scacciare i pagani invasori era scritta nella Legge: i "kittim", sarebbero stati sconfitti e umiliati dal Messia divino. Un Re nazionalista trionfante grazie all'intervento delle schiere celesti inviate da Yahweh in soccorso del "popolo eletto".

Giuda il Galileo, ideatore della "quarta filosofia", alla morte di Erode il Grande attaccò il palazzo reale di Sefforis, capitale della Galilea, costrinse alla fuga Erode Antipa, il figlio successore di Erode il Grande, e si insediò sul trono dei Giudei. 
L'intervento delle legioni romane del Legato di Siria, figlio di P. Quintilio Varo, ripristinò l'ordinamento augusteo nella Galilea dopo aver distrutto Sefforis e crocefisso, pubblicamente, duemila ebrei. 
Discendenti da una stirpe di sangue reale, gli Asmonei, sopravvissuta per via materna alla sistematica eliminazione dello spietato megalomane Erode il Grande, cinque fratelli lottarono contro i suoi eredi non riconoscendo ad essi il diritto, delegato da Roma, di regnare e governare sui Giudei. Era un
 diritto messianico che apparteneva a loro e lo rivendicarono con le armi ad iniziare da Ezechia, loro nonno e padre di Giuda il Galileo, che fu ucciso da Erode ancor prima di essere insignito come Re, nel 40 a.C., da Marco Antonio e Gaio Giulio Ottaviano, allora Triumviri.

La tensione sociale, ad alto rischio per lo spargimento di sangue che comportava l'integralismo nazionalista, fatalmente si compenetrava nei nuclei familiari provocando polemiche e discordie, spesso con gravi rotture fra i giovani irruenti e gli anziani. Lo stato di guerra civile, iniziato sin dall'epoca del censimento di Quirinio, il 6 d.C., si protrarrà in forma endemica, ininterrottamente, fino alla guerra aperta contro Roma nel 66 d.C., con una pausa durante il regno di Erode Agrippa il Grande, dal 41 al 44 d.C.
La denuncia della conflittualità zelota nell'ambito della società teocratica dei Giudei di quel torno di tempo, con inevitabile ricaduta all'interno delle famiglie, coinvolse anche il "Messia" prescelto da Dio alla guida del popolo d'Israele e "trasuda" dalle testimonianze evangeliche per bocca dello stesso "Gesù":

"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D'ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre: padre contro figlio e figlio contro padre" (Lc 12,49-52).
 
I nomi dei cinque fratelli, dettati dalla tradizione di rigida osservanza giudaica, sono tuttora presenti nei Vangeli e corrispondono ai fratelli di “Gesù”: Giovanni, Giuda, Simone, Giacomo e Giuseppe; gli stessi che vengono attribuiti anche ai figli delle varie “Marie”, mogli di Alfeo, Clopa, Zebedeo e Cleofa. Tutte queste "mogli" sono sorelle, parenti fra loro, ma portano lo stesso nome di Mariala madre di Gesù, e risultano tutte madri di figli con gli stessi nomi dei fratelli di Cristo.
La presenza di tante "Marie" nei documenti neotestamentari non è veritiera (ne risultano sei) al punto che, almeno una, risulta essere sorella della madre del "Redentore
Figlio di Dio":
 
"Stavano presso la croce di Gesù sua madre (Maria), la sorella di sua madre, Maria di Cleofa ..."
(Gv 19,25).
 
Come avrebbero potuto dei genitori chiamare i propri figli con nomi uguali?
  Nel merito, la Chiesa, sin dall'antichità, una volta inteso le contraddizioni contenute nelle "rivelazioni" evangeliche, decise di "comprimere" le sei Marie in "tre Marie" con analisi dimostratesi scorrette, come riferiamo nel successivo apposito studio su "Le sei Marie"
Una di esse, fatta passare come moglie di Alfeo, padre dell'apostolo Levi, cioé "Matteo il Pubblicano", si dimostra un falso conclamato una volta accertato (cfr studi I, VIII e quello su "La Natività") che questo "Matteo" non é mai esistito:

" ... Egli (Gesù), nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui (Matteo il pubblicano), molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù " (Mc 2,13-14).

Questo episodio si svolge a Cafàrnao, in Galilea, all'epoca sotto l'amministrazione del Tetrarca Erode Antipa; fatto che si dimostra impossibile perché i "Pubblicani" erano gli appaltatori delle imposte devolute direttamente al tesoro di Roma da parte delle Province sottomesse all'Impero. Nel caso dei territori, Galilea e Perea - già assegnati come "Protettorato" da Cesare Augusto al Tetrarca Antipa - questi era vincolato a versare
all'Imperatore Tiberio un tributo annuo fisso che ammontava a duecento talenti d'oro (Ant. Giu. XVII 318), mentre l'apparato amministrativo delle riscossioni risiedeva nella capitale della Galilea a Tiberiade, non nello spopolato "Cafàrnao" (vedi VIII studio).   

E' ovvio che, come provato nel primo e ottavo studio, come in quello su "La Natività", l'inesistenza di Levi Matteo sconfessa inequivocabilmente l'esistenza di suo padre, Alfeo, e quella di sua moglie, Maria, con la quale avrebbe dovuto concepire il futuro apostolo, "esattore delle tasse" per conto di Cesare. 
Di queste sei "Marie" solo una non aveva figli: Maria di Màgdala. Cosa abbia rappresentato per il "Gesù storico" del nostro studio, questa ulteriore, niente affatto credibile Maria, non riteniamo sia stato significativo nella realtà politica dell'epoca; molto pericolosa per il popolo d'Israele che non intendeva sottomettersi al dominio di Roma.
Altre quattro "Marie" furono clonate da una sola e "divise", maldestramente, per separare l'insieme dei fratelli, tutti con nomi uguali ai figli dell'unica vera Maria, madre di "Gesù" (Mt 13,55 e Mc 6,3). Lo scopo fu di impedire ad eventuali ricercatori di rintracciare nella storia i veri protagonisti delle vicende narrate nei vangeli identificandoli negli ultimi eredi dell'unica dinastia di sangue asmoneo che, nel corso di tre generazioni, si era distinta per aver guidato gli Ebrei nella lotta di liberazione contro i "kittim" romani.
 

La vera Maria, madre di cinque figli maschi e due o più femmine, era una nobile discendente degli Asmonei, moglie di Giuda il Galileo, "Dottore della Legge di grande potere", padre, a sua volta, di Giovanni, il primogenito. Dunque una stirpe di sangue reale cui spettava per diritto il trono dei Giudei, usurpato dagli erodiani, semigiudei di estrazione araba, insediati dagli imperatori di Roma.
I cinque fratelli appartenevano ad una società teocratica, propugnavano la lotta armata basata su principi religiosi e politici contenuti nella sacra Legge ancestrale, per cui l'unica regalità ammessa era quella voluta da Dio: una regalità messianica. Erano Zeloti e depositari dell'integralismo nazionalista più estremista fra le quattro correnti religiose ebraiche dell'epoca costituite da Zeloti, Farisei, Esseni e Sadducei. Nel 6 d.C...

"Giuda il Galileo si pose come guida di una quarta filosofia, una novità finora sconosciuta, che concorda con tutte le opinioni dei Farisei eccetto nel fatto che costoro hanno un ardentissimo amore per la libertà (gli Zeloti erano Farisei rivoluzionari irredentisti contro la schiavitù) convinti come sono che solo Dio è loro guida e Padrone; ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni ..." (Ant. XVIII 1,23).
   
La maggioranza del popolo giudaico, soprattutto i giovani, era spinto da un impellente bisogno di riscatto nazionalistico morale e di giustizia sociale, pertanto condivideva i principi degli Zeloti e del suo capo Giuda. Una generazione dopo, suo figlio, Giovanni, riuscirà a conquistare Gerusalemme, nel 35 d.C., dopo aver liberato la Città Santa dall'occupazione pagana, ottenendo il riconoscimento del popolo come "Salvatore" (Yeshùa) e Re dei Giudei ... fino a quando venne detronizzato e crocefisso dai Romani nel 36 d.C. Per gli Ebrei il vero Messia divino non poteva essere sconfitto dai kittim invasori, pertanto Giovanni fu rinnegato e dimenticato. 
Nel periodo storico successivo alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio - perpetrata da Tito nel 70 d.C. unitamente al massacro etnico di Ebrei nelle città orientali dell'Impero - si aprì una crisi di identità religiosa che coinvolse l'intera ecumene giudaica.
 
Sino al momento dell'olocausto, gli Esseni furono i più attivi tra i Profeti che avevano annunziato l'Avvento del Messia d'Israele il quale, riuniti tutti gli Ebrei in una rinnovata Alleanza santificata da Dio, avrebbe fatto strage di kittim pagani.
Dopo l'eccezionale catastrofe, una corrente riformista ebraica della diaspora, guidata da sacerdoti Esseni residenti in Egitto, ispirandosi all'astratto "Logos" del filosofo semita Filone d'Alessandria, concepì una nuova figura di "Salvatore Messia" in alternativa al "Dominatore del Mondo" riferito da Giuseppe Flavio (Bellum VI 310-315). Un Messia divino, non più il bellicoso condottiero del popolo d'Israele che avrebbe sconfitto gli invasori pagani, bensì docile come un agnello "Salvatore del Mondo", quindi accettabile dal potere imperiale romano, e meno pericoloso per le famiglie della diaspora. Pur sempre un Messia ancora osservante della Legge ancestrale profetata da Isaia:
 
 
"Egli (il Messia), dopo essere passato fra gli uomini in maniera così umile e modesta nelle parvenze da non esssere rimarcato da alcuno, seguirà i suoi carnefici silenzioso e docile come un agnello condotto al mattatoio" (Isaia 53,1);
"Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!" (Gv 1,29).  
 
Gli Esseni, anziché ammettere il fallimento del proprio vaticinio sull'intervento del "Salvatore" davidico, addebitarono la colpa delle sciagure e dei lutti subiti dai Giudei al mancato riconoscimento, da parte loro, dell'Avvento: il Messia, atteso con anelante fede dagli Ebrei durante il primo secolo; l'Unto, prescelto da Yahwè, che li avrebbe guidati contro i pagani invasori della Terra Promessa, era già venuto, ma non fu identificato come tale dal Suo popolo.
Nella storia giudaica dell'epoca, che vide come protagonista reale il nobile Giovanni e la straziante fine subita, questo era l'unico episodio adatto cui richiamarsi per essere mitizzato come "Agnus Dei" e "Salvatore del Mondo" anziché "Dominatore del Mondo".  
Un "Salvatore" che i monaci esseni, in virtù della loro "Gnosi" (conoscenza di Dio), iniziarono a rappresentare nelle proprie scritture, predicandolo come il Demiurgo Terapeuta, Figlio di Dio, dotato di poteri straordinari. 
Lo avevano già profetato nel "frammento 4Q246" di Qumran, che evidenzia il pathos nazionalista zelota, conforme all'ètica di una società teocratica come quella giudaica, in linea con la figura regale messianica:
 
"Egli sarà chiamato il Figlio di Dio: essi lo chiameranno il Figlio dell'Altissimo. Il Suo regno sarà un dominio eterno ... il popolo di Dio si leverà e fermerà tutti con la spada". 
 
Un Messia le cui tracce permangono tutt'oggi nei vangeli. Così Luca:
 
"Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di suo padre Davide ... perciò quello che nascerà sarà chiamato santo Figlio di Dio(Lc 1,32-35).

Così Matteo:
"Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma una spada" (Mt 10,34).
   
Fra i protagonisti dei vangeli "cristianizzati", Giovanni risulta il meno appariscente benché molto rimaneggiato nel personaggio (vedi il vangelo di Giovanni), a differenza dei primi vangeli originali esseni, poi eliminati. Nella tradizione "canonica", Giovanni venne fatto interpretare da un indefinibile senza nome il discepolo che Gesù amava e chiamato come testimone oculare della vita di Cristo narrata nel proprio vangelo; infine, scelto come depositario della Sua “Rivelazione” (Apocalisse) e del Suo ritorno (Parusia), non più come “Salvatore” ma nelle vesti di un terrificante “Giustiziere” che avrebbe provocato la fine del mondo tramite una catastrofe cosmica dando inizio al "Regno di Dio".

In realtà questo “discepolo” senza nome, come abbiamo visto con lo studio precedente, non è esistito, quindi non ha scritto alcun vangelo, né l'Apocalisse, tantomeno “lettere”. Pochi sanno che sono due i vangeli accreditati a “Giovanni”: uno di “Giovanni" e l'altro di “Giovanni detto anche Marco”.

Per distinguerli e giustificarne le differenze, incompatibili come testimonianza univoca per l'enorme differenza sui fatti narrati (basta ricontrollare la “Tabella degli Apostoli e le loro qualifiche” nel I argomento), a un “Giovanni” venne aggiunto “detto anche Marco” in “Atti degli Apostoli” (12,12) dove, “il discepolo prediletto” spunta fuori, all'improvviso, poco prima il decesso di Erode Agrippa I, avvenuto nel 44 d.C., e risulta “figlio di Maria” (sic: nome acquisito) residente "in casa della madre” a Gerusalemme (non in quella di Zebedeo, suo padre, secondo i vangeli sinottici).
Viceversa, in nessun vangelo si fa menzione di un apostolo col nome di “Giovanni detto anche Marco” pur essendo stato "ufficializzato" dalla "tradizione", ad iniziare da Eusebio di Cesarea che lo chiamò, elusivamente, col semplice nome di "Marco".

Nel vangelo di “Giovanni detto anche Marco” abbiamo conosciuto un “Giovanni” figlio di Zebedeo, integralista zelota come suo fratello Giacomo, qualificati entrambi come “boanerghés” *, figli dell'ira di Yahwé avverso la dominazione romana della Terra d'Israele. Quindi un ribelle adulto, fanatico nazionalista, schierato contro il potere costituito, che non avrebbe mai accettato, ideologicamente, di darsi un secondo appellativo “trasteverino”: Marco.
Dal vangelo di Luca (Lc 9,53) Giovanni risulta uno zelota pronto ad incendiare villaggi dei Samaritani, nemici dei Giudei, assieme all'altro suo fratello: Giacomo (il Maggiore).
* Vedi spiegazione del termine "boanerghés" nel I argomento.

Un divieto sull'uso del nome gentilizio, ancor più tassativo, era imposto dalla Legge romana, l'unica che veramente contava nell'Impero, trascurata con sciocca dabbenaggine dai redattori di “Atti degli Apostoli”; un errore simile a quello commesso sulla “cittadinanza” da san Paolo (vedi studio), a dimostrazione che questo documento, considerato sacro dai credenti, fu composto successivamente il 212 d.C.
Per quella data l'Imperatore Marcus Aurelius Caracalla decretò di estendere la cittadinanza romana a tutti i liberi abitanti dell'Impero al fine di equipararne i privilegi, ma con il risultato di abolirli con i rispettivi "Diplomi di Cittadinanza Romana", ormai inutili.

Prima di allora, già in epoca repubblicana, solo agli stranieri cui veniva conferita la cittadinanza romana, era concesso il diritto di attribuirsi nomi romani ed il divieto per chi non lo era. Fu uno dei princìpi cui, dopo Giulio Cesare, anche Cesare Augusto, come riferito da Svetonio (Cal. 38), conferì un valore particolare ordinando tre censimenti cognitivi al fine di accertare, fra gli abitanti dell'Impero, quelli che possedevano la cittadinanza romana. Un titolo registrato negli Atti del Senato comprovato dal rilascio di un Diploma, analogo a quello militare, contenente un attestato di benemerenza rilasciato dalle autorità, ad iniziare dai Cesari, da esibirsi su richiesta di qualsiasi funzionario imperiale.
Così Svetonio (Claudio 25):


Le persone di nazionalità straniera furono diffidate dal prendere nomi romani, tanto meno nomi gentilizi. Quanto a coloro che usurpavano il diritto di cittadinanza romana,(Claudio) li fece decapitare nel campo Esquilino”.

Tranne Giulio Cesare e Nerva (quest'ultimo, anziano, in carica per meno di due anni), tutti gli Imperatori e i condottieri romani perseguitarono i Giudei. A Gerusalemme, il Tribuno militare, di rango equestre con tanto di laticlavio, funzionario imperiale durante il principato di Claudio, essendo obbligato a far rispettare la Legge di Roma, avrebbe fatto passare guai seri ad un ebreo che si fosse dato un nome romano, gentilizio per eccellenza come "Marcus", senza possedere il diploma di cittadinanza.

Ne consegue che "Marco" è uno pseudonimo scelto dagli scribi cristiani, in epoca successiva all'editto di Caracalla, inconsapevoli di una vecchia legge imperiale ormai desueta, peraltro ignari della severità dei costumi giudaici che, fatta eccezione per i regnanti, proibivano l'adozione di nomi pagani.
Nella realtà dell'Impero Romano del I secolo, il nome gentilizio "Marco", affibbiato ad un suddito giudeo privo di cittadinanza romana, violava leggi ed usanze di entrambi i Paesi. 

Al contrario, il Giovanni”, descritto dallatradizione giovannea”, non è un adulto combattente ribelle integralista, tanto meno "detto anche Marco", ma viene fatto interpretare da un innominato sconosciuto ragazzo giovanissimo
“il discepolo che Gesù amava” materializzato all'improvviso nell'ultima cena durante la quale, secondo i vangeli, venne celebrato il primo rito del sacrificio teofagico eucaristico cristiano. Tranne per il riferimento al Battista, il nome “Giovanni” è sconosciuto dallo stesso evangelista e non appare mai nel “proprio” vangelo; neanche quando Gesù “chiama” i discepoli al Suo seguito nella missione affidatagli dal Padreterno. Sappiamo dell'esistenza de “i figli di Zebedeo” (Gv 21,2), dopo la morte e resurrezione di Cristo, nel 21° capitolo, l'ultimo. Dagli esami condotti da vari studiosi, risulta essere stato aggiunto in epoca posteriore allo scopo di ridurre i contrasti con gli altri vangeli sul numero e sul nome degli apostoli (cfr tabella nel I studio e relativa nota).

Il “Giovanni” del quarto vangelo è stato dipinto come un adolescente legato al Salvatore da un rapporto fisico affettivo molto forte, come di parentela, al punto che, nell'ultima cena, giunge a “reclinarsi sul petto di Gesù” (Gv 13,25).

Questo aspetto del discepolo prediletto, abbandonato languidamente sul corpo di Cristo, è ignorato dagli altri evangelisti. Altresì, perché un Dio avrebbe creato un giovanissimo discepolo-apostolo da prediligere rispetto agli altri?
La risposta la troviamo nel passaggio escatologico finale descritto nello stesso vangelo, all'atto della crocefissione, in cui si rappresenta una scena con “tre Marie” aggrappate ai piedi della croce assieme ad un ragazzo.
Impossibile nella realtà perché la Legge di Roma impediva a chiunque avvicinarsi ad un pubblico supplizio interponendo un cordone di miliziani armati: ad iniziare da parenti, amici, e discepoli ... nessuno, Apostoli compresi, poteva stanziare presso la croce.
 
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che Egli amava (Giovanni), disse alla madre: «donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo:«Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa(Gv 19,26/7).

Ma in casa di chi? Del padre Zebedeo secondo i vangeli sinottici? Certamente no, poiché il "discepolo che Gesù amava" risulta figlio di Maria, come affermato da Cristo, quindi il padre, secondo la "Natività" di Luca e Matteo, doveva essere san Giuseppe marito di Maria, non Zebedeo.  
Infatti, in “Atti degli Apostoli” abbiamo già visto che “Giovanni detto anche Marco”, viveva a Gerusalemme in casa di Maria, sua madre.
Però come si può credere che un ragazzo abbia potuto prendersi cura di una donna anziana?

Siamo di fronte ad una sceneggiatura giovannea, totalmente diversa da quella degli altri evangelisti, allestita per “rappresentare” il sacrificio umano della nuova “Entità” trascendentale che avrebbe “salvato” l'umanità dalle pene dell'inferno. Al momento della trascrizione da un manoscritto originale, lo scriba cristiano non dette eccessivo peso ai "dettagli" di questo vangelo, residui "stratificati" di una forma di messianismo primitivo, che avrebbero creato gravi problemi aperti tutt'oggi.

L'amanuense, inannzitutto, evitò scrupolosamente di trascrivere il nome "Giovanni" con cui veniva chiamato il Messia nel vangelo originale esseno, dal titolo "Vangelo di Giovanni", perché narrava le gesta del protagonista divino ebreo, quindi ne giustificò il titolo facendolo apparire scritto da "Giovanni". Ma il copista, cancellando questo nome, inevitabilmente, eliminò un protagonista col risultato che l'evangelista Giovanni" non conosce se stesso. Infine, per render impossibile l'identificazione di "Giovanni" nel Messia crocefisso, colloca sotto la croce un suo fratello minore con lo stesso nome: "Giovanni", dopodiché gli affida l'onere di provvedere all'anziana madre.
Tanto è vero che, nel versetto del vangelo appena letto é evidente che, essendo Maria
madre di Gesù e del "discepolo che Egli amava", ne deriva che questi era un fratello di "Gesù" o "Egli" stesso (nel I studio, dopo la tabella apostoli, abbiamo elencato i Codici antichi, poi "scartati", nei quali in Matteo 13,55 risulta anche Giovanni compreso nei figli di Maria). Ma, dal momento che "il discepolo prediletto" si chiamava Giovanni e sotto la croce non poteva esserci nessuno poiché lo vietava la legge romana, si dimostra che Egli, "Gesù", era Giovanni ... sulla croce. Senza alcun discepolo né sotto, né vicino alla croce ... confermato dai vangeli canonici:

"Allora tutti i discepoli, abbandonandolo (Gesù), fuggirono" (Mt 26,56).

In ultima analisi, l'innominato "discepolo che Egli amava" non é altri che l'avatar di Giovanni; nome che non appare nel "vangelo di Giovanni" fra gli apostoli chiamati al Suo seguito da Cristo perché Giovanni è Lui: "Gesù".

Il "Vangelo di Giovanni" così inizia:

 

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni…

Egli era nel mondo e il mondo fu fatto per mezzo di Lui,

eppure il mondo non lo riconobbe.

                                          Venne fra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accolto                                          

 (Gv 1, 6-11)


Giovanni”, é l'unico appellativo indicato nel pròlogo di questo vangelo, trascritto da un'altro originale, in cui, pur richiamandosi al Dio Creatore, non appariva il nome di "Gesù Cristo" che verrà aggiunto, successivamente, dopo aver citato "Giovanni Battista" per mascherare il vero "Giovanni" del proemio: un richiamo, questo del pròlogo, che non può riguardare il Battista, un dato di fatto che accerteremo fra poco. Intanto, a riprova di quanto affermato, subito leggiamo: "Chi sei tu? Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo
»" (Gv 1,20).
Un raggiro di parole visibilmente manomesse per smentire il vero Giovanni, il quale, nel vangelo primitivo, dichiarò "Io sono il Messia", ribadito nello stesso testo, che stiamo per declamare, nel quale lo si accusa di essersi proclamato Re ... ma sappiamo bene che un vero monarca giudeo si sottoponeva al rituale dell'unzione, da cui "Unto", in aramaico "Meshiah".
Sull'attesa messianica degli Ebrei, Luca si spinge oltremodo:
 
"Il popolo era in attesa e tutti si domandavano, riguardo Giovanni, se non fosse Lui il Cristo" (Lc 3,15).
 
Un concetto prettamente cristiano che, come in altri numerosi casi, fraintende la Legge ebraica: il popolo d'Israele era in attesa del Messia divino, ma la sua speranza non poteva spingersi oltre, facendo nomi inutili, perché era consapevole che solo Yahweh avrebbe scelto il vero Messia...

"Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero (Gesù) da Pilato e lo accusarono: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo (Messia) Re» (Lc 23,1).
"Se (Pilato) liberi costui (Gesù) non sei amico di Cesare! Chiunque si fa Re si mette contro Cesare" (Gv 19,12).

La comparazione fra le testimonianze dei due vangeli evidenzia la accusa rivolta a un "costui", senza precisarne il nome, colpevole di incitare la popolazione a non pagare i tributi all'imperatore di Roma e di essersi proclamato "Re dei Giudei" consacrandosi (tramite l'unzione) come loro Messia.
Da sottolineare la descrizione della vicenda, narrata da ignoranti, la quale non risulta conforme al diritto romano che imponeva ad un Prefetto imperiale l'obbligo di eliminare chiunque si autoproclamasse Re in un territorio di proprietà del Cesare - per di più con intenti apertamente sovversivi contro il pagamento dei tributi imposti da Roma - senza che nessuno osasse ricordargli quale fosse il suo dovere (ius gladii).

Nonostante le precise accuse rivolte dall'assemblea ad un "Re Messia", insediatosi sul trono di Gerusalemme senza il decreto imperiale di Tiberio, stando alla farsa di processo escogitato da scribi cristiani inetti ... il Magistrato romano Ponzio Pilato, Governatore della Giudea, anziché chiedere, innanzitutto, conferma della vicenda al Tribuno imperiale - suo vice diretto e comandante della guarnigione militare accasermata nella Fortezza Antonia di Gerusalemme - indirizza all'accusato la domanda idiota: "«Sei tu il Re dei Giudei?». E Gesù rispose «Tu lo dici: io sono Re»" (Gv 18,37).
Di seguito, non rilevando la conferma alla sua precisa accusa, il Prefetto romano viene reiteratamente descritto dagli evangelisti come un fantoccio, il quale, indifferente al fatto di essere stato esautorato, da un sedicente "Re dei Giudei", dei suoi poteri-doveri attinenti ad un "Governatore dei Giudei", sentenzia: "«Non trovo nessuna colpa in quest'uomo»" (Lc 23). A chiunque abbia acquisito le basi storiche minime, concernenti il diritto vigente nell'Impero Romano, retto dai potenti Governatori provinciali, non resta che bollare come "pagliacciata" il "processo a Gesù", ad iniziare dall'insignificante "costui", citato sopra, in mancanza di un vero appellativo con la specifica del casato, indispensabile ad individuare un sedicente "Re dei Giudei" e gli immancabili complici.
In realtà, il vero nome di "costui" era Giovanni, travestito maldestramente da “Giovanni detto il Battista”; come, sin dall'inizio, la Chiesa ebbe tutto l'interesse farci credere per nascondere i nomi degli autentici protagonisti Zeloti, richiamati fedelmente nei vangeli primitivi; nomi e relativi attributi, da celare nei vangeli riformati, ricorrendo spesso allo stratagemma di camuffarne anche le gesta estremiste:
 
"In quel tempo il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; perciò la potenza dei miracoli opera in lui»" (Mt 14,1-3).
 
Il vero Giovanni, in realtà, fu uno degli zeloti "boanerghès", "figli dell'ira di Dio", la cui dottrina nazionalista, la quarta filosofia ebraica, spingeva il popolo a non pagare le tasse a Roma. Un "Giovanni" che venne mascherato dietro l'omonimo Battista, il quale, a sua volta, fu fatto passare da Luca, addirittura ... per cugino di "Gesù Cristo". Parentela assurda ignorata nel vangelo di "Giovanni" che dimostra l'artificio degli scribi ecclesiastici quando scelsero di far interagire i due protagonisti.

Una ingenuità che si evidenzia ancor più quando Eusebio di Cesarea inventò il "Testimonium Flavianum" e lo accreditò a Giuseppe Flavio facendo apparire che Gesù Cristo era famoso, ma dimenticò di menzionare la parentela del Battista con il più importante "Cristo", un Dio risorto tre giorni dopo la Sua morte (cfr HEc. I 11,7 con Ant. XVIII 63 ). 
"Giovanni" non poteva essere stato il Battista per la ragione che la storia è chiara e insegna che quest'ultimo venne eliminato, molti anni dopo il mitico "Gesù", da un solo nemico: Erode Antipa il Tetrarca*. Fu lui ad ucciderlo proprio perché, contrariamente al brano (Gv 1,11) appena letto nel pròlogo Venne fra la sua gente, ma i suoi non lo hanno accoltola sua gente lo aveva accolto con troppo favore:

 

Quando la gente si affollava intorno a lui (Giovanni Battista), essendo i suoi sermoni giunti al più alto grado, Erode (Antipa) si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a forme di sedizione … a motivo dei sospetti di Erode, fu portato in catene nel Macheronte, una fortezza in Perea, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell'esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode” (Ant. XVIII 118/9).


* Erode Antipa sposò Erodiade pur avendo in moglie un'altra pricipessa: la figlia di Areta IV, Re degli arabi Nabatei. Antipa Tetrarca contava di essere nominato Re da Tiberio, ma solo una delle due mogli pricipesse avrebbe potuto divenire Regina. Erodiade pose questa condizione, che Erode accettò in segreto, ma la figlia di Areta lo venne a sapere ed informò il padre che dichiarò guerra al Tetrarca, rivendicando, al contempo, territori che confinavano con la Perea, amministrati dal semiebreo erodiano. Territori, comunque, di dominio romano sotto forma di "protettorato".

 
Nei Vangeli si equivoca volutamente fra Giovanni Battista e “Gesù”, usando il primo come "controfigura" del secondo, sovrapponendo le due figure ideologiche al punto che san Luca inizia la sua novella con la “Natività” di:

Giovanni Egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti” 
 (Lc 1,13/15).

Chi non poteva bere vino era un “Nazireo”, ma, secondo la storia, Giovanni Battista non era un Nazireo, tanto meno un Messia. Giuseppe Flavio era ebreo e sapeva benissimo cosa rappresentava il "Messia" per i Giudei, così come conosceva i Nazirei. Li descrive, decantandoli per l'importanza alla stregua di Samuele e Sansone, consacrati a Dio tramite il voto di nazireato; pertanto, se il Battista fosse stato un Nazireo come loro lo avrebbe specificato nel lungo brano a lui dedicato.
Parimenti, oltre che per dovere di cronaca ma, soprattutto, in quanto sacerdote fariseo, si sarebbe sentito in obbligo di informare l'intera ecumene giudaica che Giovanni Battista fu precursore e Profeta dell'imminente avvento di un Messia divino, per di più depositario di una dottrina totalmente diversa da quella ebraica. Questo secondo i vangeli. Inoltre avrebbe riferito anche della parentela con l'ancor più celebre Messia "Gesù", confermando la notizia evangelica che lo attesta come cugino di Giovanni Battista.

A maggior ragione, data l'eccezionalità dell'evento messianico atteso dai fedeli Giudei, lo storico avrebbe informato i lettori che il popolo scambiò il Battista addirittura per un Messia, come scritto superficialmente da Luca.
L'insieme dei dati evidenziati nelle scritture evangeliche sono di stretta pertinenza al credo giudaico, pertanto, se Giuseppe Flavio non li ha richiamati nella particolareggiata vicenda storica, ciò vuol dire che non sono veri, quindi gli scribi cristiani hanno mentito ... ma con un disegno preciso che stiamo per scoprire.

 
Innanzi tutto, "Nazireo" era l'appellativo del fedele ebreo che si consacrava a Dio vincolandosi per tutta la durata del voto a non bere bevande inebrianti e mantenere intonsa capigliatura e barba. Gli aderenti entravano a far parte della setta dei Nazirei collegata direttamente con "Yeshùa" Giovanni, diversamente dal Battista.

Dopo la profezia appena letta su Giovanni Nazireo, Luca continua la narrazione descrivendo prima la "natività" di "Giovanni", poi quella di "Gesù"… come se quella di Cristo sia stata aggiunta dopo; inoltre, nella sua esposizione dell'evento, giunge sino a "dipingere" una relazione intermaterna di un feto:


“Maria, entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo(Lc 1,41).


Lo scriba cristiano riferisce che “Giovanni”, ancora nel grembo della sua ipotetica madre “Elisabetta”, quando arriva Maria la “riconosce o percepisce” come sua vera madre, ma ... essendo fisicamente impossibile che, nel 6 a.C. (secondo la datazione moderna della Chiesa), Luca abbia potuto poggiare l’orecchio sul ventre di Elisabetta, ci siamo sforzati di immaginare il Padreterno, quando, “dall’Alto dei Cieli”, si chinò per suggerire nell’orecchio del santo evangelista (a lui solo) questo particolare del “sussulto” del feto all’interno di un grembo materno e farlo tramandare ai posteri credenti … beati poveri di spirito. Fedeli ai quali i preti, ed i loro pedissequi esegeti, "dimenticano" di evidenziare che l'evangelista Luca, secondo la "tradizione", nacque il 10 d.C., cioé 16 anni dopo la "Natività" di Gesù.
 

Nel "Protovangelo di Giacomo" leggiamo:

 

“Elisabetta, sentito che si cercava Giovanni, lo prese e salì sulla montagna (22,3). Erode cercava Giovanni…e disse loro: «è Giovanni colui che regnerà su Israele»” (op.cit. 23,1-2).

 

In questo vangelo, un manoscritto stimato più antico dei Codici Vaticano e Sinaitico, perché Erode il Grande ancora vivo (sarebbe morto il 4 a.C.) avrebbe dovuto sapere della nascita di un bambino ebreo di nome “Giovanni”, il quale, se fosse stato "Giovanni Battista", non era destinato a divenire “Re dei Giudei”? … Diritto che spettava alla stirpe degli Asmonei? E di quale “montagna” poteva trattarsi se non quella di Gàmala? … la patria di Giuda il Galileo e dei suoi figli: Giovanni, Simone, Giacomo, Giuda e Giuseppe.

Procedendo con la ricerca, potremo stabilire che i primitivi "vangeli di Giovanni”, degli Esseni, non erano manoscritti fatti da “Giovanni”, ma narravano di “Giovanni Messia Salvatore”.


Nello studio precedente abbiamo verificato l'inesistenza di san Giovanni apostolo, "il prediletto del Signore". Per tale dimostrazione, data la lunga vita e la veneranda età accreditata al "discepolo che Gesù amava", inevitabilmente, ci siamo avvalsi delle testimonianze dei "successori degli apostoli", dei quali il primo é stato Simone "parente di Gesù", fatto passare come secondo Vescovo di Gerusalemme, dopo Giacomo il Minore.
"Successori" riferiti dalla "tradizione ecclesiastica", pervenutaci da antichi manoscritti che continueremo a confrontare fra loro per verificare cosa riuscirono ad inventarsi i "Padri" cristiani al fine di "testimoniare" l'esistenza di san Giovanni. Furono obbligati a farlo perché avevavo capito che "il discepolo che Gesù amava" era "Giovanni Gesù", ma, in base al loro intento, se Giovanni invecchiò nessuno avrebbe mai potuto sospettare che era lui Gesù "Crocefisso".

Individuati tutti e quattro i fratelli, compreso il più giovane, Giuseppe (vedi XV studio) ... nella storia non si deve ricercare un inesistente "Gesù Cristo risorto", ma “Giovanni”: un comune mortale. Personaggio di primo piano, famoso tra i Giudei ancor più dei suoi “fratelli”. Intenzionalmente, il suo appellativo venne scartato in quelle versioni dei vangeli di Matteo che lo rappresentavano insieme a tutti i figli di Maria; viceversa, lo abbiamo visto nel I argomento, gli ecclesiastici scelsero i manoscritti nei quali non fu mai nominato contemporaneamente agli altri quattro fratelli perché lui era il vero soggetto”, indicato con “costui” per riempire il "vuoto" lasciato da quel nome.

Giovanni e i suoi fratelli furono promotori di imprese rischiose sino al martirio, imprese di capi guerriglieri integralisti, di “Apostoli Profeti sobillatori”, di “fanatici nazionalisti”, di ... Zeloti.

E questo Giovanni, uguale a "Gesù" sino alle "impronte digitali", lasciate dai "cibi proibiti ed Egli aveva abbandonato le tradizionali regole di purità" (Bellum VII 264) mangiati senza aver fatto le rituali abluzioni prima del pranzo, alla stregua di Cristo, la storia ce lo restituisce attraverso un ricordo, lontano nel tempo, rievocato dallo storico ebreo Giuseppe Flavio a guerra finita, dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio da parte di Tito: un intero capitolo di ben 22 paragrafi. Per la Legge, i Giudei che mangiavano cibi proibiti erano peccatori. Così i vangeli:

"Come mai Egli (Gesù) mangia e beve in compagnia dei peccatori?" (Mc 2,16);
"Ecco (Gesù) un mangione e beone, amico dei pubblicani e peccatori" (Lc 7,34);
"Egli (Gesù) si mise a tavola. Il fariseo si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo" (Lc 11,38).

Oltre il falso "Testimonium Flavianum" e il finto "Giacomo, fratello di Gesù Cristo", ricercare autentiche tracce di "Gesù Cristo" nelle opere di Giuseppe Flavio é un'impresa vana a priori poiché lo storico era ebreo e tale rimase sino alla morte. Nel XIII argomento, infatti, dimostriamo che "Gesù", "Cristo" e "Nazareno" non erano nomi propri ma titoli divini.
Lo storico ebreo, nobile fariseo conservatore, rampollo della più elevata aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme, discendente dagli Asmonei per parte di madre, nacque nel 37 d.C., qualche anno dopo, secondo i vangeli, che un "Re dei Giudei" fu crocefisso dai Romani in ottemperanza ad una delibera del Sinedrio, incredibilmente avallata dal popolo stesso che lo aveva osannato ... Una farsa di "processo" montato in funzione di una dottrina ma in contrasto alla legge di Roma, essenziale a conservare il proprio dominio esercitato da capaci condottieri di eserciti. Nella realtà non sarebbe mai avvenuto che un distaccamento militare romano, di stanza nella Fortezza Antonia, anziché al Tribuno imperiale di Gerusalemme, si sottoponesse agli ordini di Giuda "il traditore" per arrestare Gesù
(Gv. 18,3), il proclamato "Re dei Giudei", mentre la Giudea era governata dal Prefetto Ponzio Pilato per volontà dell'Imperatore Tiberio.   
Il vero Diritto Romano, coerente al potere imperiale, l'unico ad aver autorità, imponeva direttamente al "Legatus Augusti pro praetore", Governatore provinciale, di eliminare chiunque si fosse insediato autonomamente sul trono in un territorio sotto dominio di Roma.
 
I genitori dello storico fariseo, residenti in Gerusalemme, presenziarono all'esecuzione di "Giovanni", dopo che questi aveva capeggiato una rivolta durante la quale vennero uccisi Sommi Sacerdoti del Tempio e
"sfasciarono tutto ciò che restava degli ordinamenti civili".
 Il solo "ordinamento civile" nella Giudea era costituito dal governo prefettizio di Ponzio Pilato, stanziato a Cesarea Marittima, la capitale imperiale di quella Provincia, mentre in Gerusalemme la massima autorità romana era rappresentata dal Tribuno militare di rango eguestre, che, a capo di una coorte di 500 uomini ed una o più ali di cavalleria, dimorava nella Fortezza Antonia. 
E' una lunga analisi, esclusivamente storica, tramite la quale si evidenziano "vuoti" ingiustificabili, creati da tagli, nella sequenza storica del XVIII libro di "Antichità Giudaiche": l'epoca di "Gesù". Censure praticate allo scopo di impedire il riconoscimento delle gesta dei "boanerghés" zeloti, ma evidenziate da altre fonti storiche le quali ci hanno consentito di colmare le lacune e ricostruire gli eventi reali. 
La fine di Giovanni e dei capi zeloti citati, riferita nel memoriale dell'ebreo, é così descritta in "Bellum VII 272":

"Fecero tutti la fine che meritavano, perché Dio diede a ciascuno la giusta punizione; infattti tutti i castighi che mai possono colpire un uomo si abbatterono su di loro anche sino all'ultimo istante di vita, facendoli morire fra i più atroci tormenti d'ogni sorta".
    
Lo scrittore de "La Guerra Giudaica", a conflitto ormai concluso con l'olocausto etnico ebraico e la distruzione del Tempio di Gerusalemme, descrive un famoso quanto spietato "Giovanni", stranamente senza patronimico (prassi obbligatoria per i Giudei e sempre rispetta da Giuseppe Flavio) rievocato in un lungo ricordo incentrato sull'azione degli Zeloti avviata da Giuda il Galileo, richiamato per primo assieme al censimento di Quirinio del 6 d.C. Poiché le gesta e la morte di questo "Giovanni" corrispondono al "Giovanni" zelota dei vangeli, il quale, come sopra evidenziato, fu il Messia crocefisso, gli scribi falsari intervenirono per impedire la identificazione del personaggio, celebrato dallo storico, con quello evangelico.
A tal fine, i copisti dei Codici "Sangallen Gr 627" e "Parisinus Gr 1425" risalenti al IX e X secolo, sapendo le implicazioni storiche avverso il mito di Cristo, fecero "slittare" ad una generazione posteriore il "Giovanni" protagonista del memoriale "coprendolo", tramite una nota "chiarificatrice" a pié di pagina del testo, con un'altro personaggio reale: "Giovanni di Giscala". Ma, come in altre circostanze analoghe, i "curatori spirituali" delle traduzioni non erano (e non sono) portati ad elaborare letture comparate fra i manoscritti consultati e la storia. Se l'avessero fatto avrebbero riscontrato che Giovanni di Giscala - un capo ribelle della guerra giudaica avvenuta sotto Nerone - fu catturato nel 70 d.C. da Tito e imprigionato a vita anzichè essere eliminato tramite supplizio.
 
Poichè "La Guerra Giudaica" fu redatta da Giuseppe Flavio sotto Vespasiano, fra il 75 e il 79 d.C., mentre lo storico riferiva la testimonianza appena lettaGiovanni di Giscala, suo acerrimo nemico, era sempre vivo
L'ebreo Giuseppe conosceva personalmente Giovanni di Giscala ed a lui dedicò buona parte del rotolo manoscritto "Autobiografia" (redatto negli anni 90 del I secolo) descrivendolo come un arrivista che tentò, senza riuscirvi, di screditarlo nei confronti del Sinedrio per sostituirlo nell'incarico di Governatore della Galilea.
Lo studio particolareggiato, troppo lungo per essere riprodotto in sintesi negli argomenti in "bacheca", é riportato nel libro "Giovanni il Nazireo detto 'Gesù Cristo' e i suoi fratelli".  
               

Verificato, tramite l'analisi precedente, che la città di “Gesù”, descritta nei Vangeli, non corrisponde alla “Nazaret” odierna bensì a Gàmala, la città di Giuda il Galileo e dei suoi figli, i quali avevano gli stessi nomi dei fratelli del “Signore”… se ne deduce che “Nazaret” servì a giustificare il titolo di “Nazareno”, modifica letteraria di “Nazireo”, ossia il consacrato a Dio tramite il voto “Nazir”: una promessa 
che obbligava gli adepti a non bere vino e non tagliarsi i capelli.
Nei vangeli il voto è stato falsamente accreditato a Giovanni "Battista" perché 
il nazireato era incompatibile con la nuova dottrina cristiano gesuita: contrastava con il rito eucaristico della trasformazione del vino nel sangue.
Un “Nazireo”, vincolato dal voto “Nazir”, non avrebbe mai potuto bere il vino nellultima cena per poi trasformarlo in sangue da far bere ad altri Ebrei “Apostoli”, per giunta suoi fratelli.
Fu questa esigenza della nuova teologia a costringere i Padri fondatori della dottrina cristiana della salvezza, come riferito nel vangelo di Giovanni, a sovrapporre (avendo entrambi lo stesso nome) il falso nazireo Giovanni Battista a quello vero, Giovanni, il maggiore dei fratelli, figli di Giuda il Galileo

 

In base alla Legge degli antichi Padri, i Giudei non attendevano “l’Unto di Yahwè” per crocifiggerlo, mangiarlo come "Hostia" e berne il sangue; il loro Messia doveva essere un Re condottiero: un Salvatore (Yeshùa) della terra d’Israele dalla dominazione pagana.

Il rituale del sacrificio teofagico eucaristico, che contemplava bere il sangue della "vittima sacrificata agli Dei" (lat. "Hostia"), fu ripreso dalle dottrine pagane e innestato nella religione ebraica tramite il Messia; venne adottato dai primi cristiani gesuiti nel III secolo, molto tempo dopo la seconda distruzione di Gerusalemme del 135 d.C. da parte dei Romani, mantenendo ancora la liturgia della "frazione del panepraticata dagli ebrei Esseni e descritta nel loro "Rotolo della Regola" ritrovato a Qumran.


Monaci e alto Clero, sin dall’inizio, sapevano di discendere ideologicamente dagli Esseni Terapeuti d’Alessandria come riferito, nel IV secolo, dai Vescovi Epifanio ed Eusebio di Cesarea (HEc. II 16,1-2).

Poiché i Vangeli non riportano la descrizione dell’aspetto del “Salvatore”, nei secoli futuri, “Gesù” fu da loro specificato, agli artisti che lo raffigurarono, vestito con il semplice camice bianco usato dagli adepti alla setta (Bellum II 123) e con capelli e barba lunghi, obbligatori per un Nazireo”, oppure con il manto color porpora degno di un Re ... perchè, effettivamente, Giovanni riuscì a divenire Re dei Giudei riconosciuto come loro "Yeshùa" nel 35 d.C.

 

Pur di non farlo apparire “Nazireo”, particolare che avrebbe messo in crisi “la dottrina della salvezza”, i Padri fondatori vollero dimostrare che non lo era, ma esagerarono nel senso opposto…e a un “Dio”, disceso sulla terra per “salvare” l’umanità, prima gli fecero trasformare l’acqua in vino, poi, senza scrupolo alcuno, lo fecero passare per “beone” e “mangione” insieme a “peccatori” (per gli Ebrei peccava chi mangiava cibi proibiti) e a pubblicani, cioè gli esattori dei tributi dovuti dai Giudei a “Cesare”.

Al fine di impedirne la identificazione con gli Zeloti che lottarono contro i tributi, i falsari ideologi, con volgarità, preferirono far passare “Gesù” per un ebreo “crumiro mezzano” che, con i suoi “discepoli”, prima di essere osannato dal popolo di Gerusalemme come "Cristo Re", era dalla parte dei Romani anziché dei suoi connazionali, sino al punto di nominare un pubblicano, Matteo, suo “Apostolo”:

 

“Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e d’altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» (Lc 5,29-30);

"Interrogato poi: «E’ lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?»… egli disse: «date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Lc 20,22/25) …

 

Risposta precisa che vuol dire: pagate le tasse all’Imperatore e poi pregate. In barba al Credo nazionalista che pervadeva la società giudaica e mobilitava una gioventù, astiosa e turbolenta, insofferente al dominio romano pagano sulla Terra Promessa da Yahweh al "popolo eletto". 


I Padri fondatori del Cristianesimo - in un futuro ormai evoluto e diverso politicamente in conseguenza delle sanguinose guerre contro Roma - si resero conto che le vicende narrate traevano origine da fatti reali che videro protagonisti i màrtiri irredentisti della patria Giudea. Eroi che, pur se mitizzati, col tempo erano entrati in contrasto con la nuova dottrina perché di ideali rivoluzionari, tutt'altro che docili come "agnelli di Dio".

Andavano apportati cambiamenti per rendere più credibile il sacrificio di unSalvatore”, in quanto incarnato in un vero uomo, diverso da quello delle religioni pagane basato solo su miti; sacrificio teofagico avente per fine la vita eterna che, unito alla speranza di guarigioni miracolose, era diventato il cavallo vincente del cristianesimo gesuita.

 

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne (Gv 6,51).

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò (Gv 6,54).

 

Questa era la nuova dottrina che faceva presa su masse di nuovi proseliti: linnesto del sacrificio del "Soter" Σωτήρ

(Salvatore) pagano nella religione ebraica tramite il Messia”, Yeshùa dei Giudei
Messia non disceso dal cielo, come postulato inizialmente dai mistici creatori dei vangeli primitivi, profetato dagli Esseni nel frammento manoscritto di Qumran (4Q286/7)
“…lo Spirito Santo che si posa sul suo Messia…” e ripreso letteralmente nel vangelo di Luca (Lc 3,22), ma un Salvatore partorito da una “vergine”, in una grotta.

"Grotta" è il vocabolo riportato nei testi medievali accreditati a Giustino e Orìgene; simile alla "Natività" di altri credi, con un sincretismo mirato, soprattutto con il Dio Mitra.

Sconfitto il concorrente Dio Mitra, la grotta” (mitreo) sparirà dai Vangeli proprio per recidere una delle matrici ideologiche pagane … ma essa rimarrà impressa ugualmente nella memoria popolare, superando i secoli, fino ad oggi, smentendo gli stessi Vangeli canonici ... con la "benedizione", a denti stretti, della Santa Sede.

 

Non era più necessario uccidere animali e berne il sangue, rituale sacro riservato a neofiti pagani benestanti, seguaci dei Culti Misterici, troppo costoso per la plebe. Bastava seguire una liturgia con semplice frazione del pane vivo consacrato per avere diritto alla vita eterna. La stessa liturgia, senza rito teofagico, descritta dagli Esseni nella “Regola della Comunità” di Qumran.
Il Vangelo di Giuda, un manoscritto originale, sopravvissuto alle devastanti censure ecclesiastiche, venuto alla luce di recente e datato al 275 d.C., tramite verifica con la spettrometria di massa, ci descrive un “Gesù” e un Dio Creatore diversi da quelli raffigurati dalla Chiesa: non parla di Pilato, né di rito eucaristico teofagico avvenuto nella “ultima cena”, tanto meno di “Resurrezione”.

Siamo di fronte ad un “Salvatore” ancora in parte giudaico, ma non condottiero di un popolo che lotta per liberare la sua terra invasa dai pagani. Lo stesso vale per altri Vangeli scoperti a Nag Hammadi, in Egitto, nel 1945; diversità riscontrate anche nei papiri di Ossirinco d'Egitto.

Questo per rimarcare le differenze teologiche esistenti, fra dottrine in embrione elaborate dopo l'olocausto giudaico del 135 d.C. sotto Adriano, seguite dai primi “Cristiani”; e quanto si rese inevitabile per la “Chiesa”, a partire dagli autenticiPadri” del IV secolo d.C., selezionare e unificare i diversi “Credi” cristiano-gesuiti con la distruzione dei rispettivi vangeli.

 

Ancora prima della vittoria di Costantino sul pagano Massenzio nel 312 d.C., svariate correnti teologiche cristiane

iniziarono una guerra fra loro, che si protrarrà per oltre un secolo, nella convinzione che ognuna di esse fosse depositaria della vera “Rivelazione sulla Verità della Salvezza”, o della vera “Sostanza del Salvatore”, o della “gnosi del Figlio a forma del Padre” o di quante “Potenze o Sostanze” dovesse essere composto “Il Verbo” o il “Logos”: se da un “Padre Ignoto, Infinito e Informe”; o se dovesse essere Dio, tramite un “Battesimo Illuminante” a creare "Suo Figlio come Umanizzazione dello Spirito”; o se dovesse essere "lo Spirito Santo, in una perfetta ipostasi col Padre e col Figlio, a far generare da una Vergine, secondo la carne, il Verbo fatto carnein una consustanziale e coeterna Trinità”… Finché non venne coniato il “Verbo” definitivo, che sarà descritto dettagliatamente nelle enciclopedie ed i vocabolari di tutto il mondo: Transustanziazione. Ovvero:

 

“Il rituale attraverso il quale si attua la presenza reale del Corpo e del Sangue di Gesù nell’Eucaristia, con la conversione della sostanza: del vino nel Sangue e del pane nel Corpo di Gesù Cristorimanendo immutate solo le apparenze del pane e del vino.

E tutto ciò, grazie ad un universale lavaggio del cervello, fu introdotto in una “ostia”. “Hostia”: Vittima sacrificale che i pagani offrivano agli Dei” sopra un “Altare”: lastra di pietra, elevata dal suolo, su cui venivano consumati i sacrifici”.

 

Erano gli Episcopi, Patriarchi e Imperatori “Pontefici Massimi”, tutti auto nominatisi  Venerabilissimi e Santi, i quali, fabulando, creavano le divinità da fare adorare agli uomini. Divinità così contrastanti fra loro, ideologicamente, da ingenerare tensioni e guerre; conflitti talmente cruenti che si rese necessario indire Concili su Concili per tentare di “conciliare” dottrine scismatiche che preferirono massacrarsi, accusandosi reciprocamente, come eretiche, apostate o folli. Dottrina contro dottrina … Santi contro Santi … uomini contro uomini, persecuzioni e martirii di Cristiani contro Cristiani, seguaci di Cristi diversi … potere contro potere … morte contro morte … per la vita eterna.

 

Noi abbiamo sopportato da parte degli eretici le persecuzioni, le tribolazioni, le minacce per la fede … Si deve anatemizzare ogni eresia, specialmente quella degli Eunomiani o Amonei, degli Ariani o Eudossiani, dei Serniariani e Pneumatomachi, dei Sebelliani, dei Marcelliani, dei Fotiniani e degli Apollinaristi” Basilidiani, Docetisti, Carpocraziani, Cleobiani, Cerintiani, Modalisti, Adozionisti, Dositei, Marcioniani, Masbotei, Montaniani, Maniani, Novaziani, Simoniaci, Donatisti, Priscilliani, Menandrianisti, Pelagiani, Monofisiti (Copti), Nestoriani, Abelliani, Valentiniani, Saturnilliani ecc…

 

E il massacro fra i Cristiani continuò, nel IV e V secolo, sino a che tutte le dottrine cristiane dichiarate “eretiche” furono eliminate, con i rispettivi vangeli, da quella vincente sopravvissuta…come una sorta di “naturale evoluzione adattativa delle spècie religiose”: il Cristianesimo odierno.

L'odio profuso dagli aspiranti Capi all'ecumene cattolica viene così descritto da Ammiano Marcellino, il maggiore degli storici imperiali del IV secolo d.C., nelle sue "Res Gestae" ultimate entro il 378 d.C.:


"Nessuna belva é così ostile con gli uomini come la maggior parte dei cristiani fra loro" (ib XXII 5,3-4).


Concepire una nuova figura teologica di “Messia Salvatore”, sin dall’inizio, non fu semplice per le sette degli Esseni sparse a oriente dell’Impero … tenuto conto che, tutt’oggi, ognuno (non gli atei) immagina il suo “Dio” secondo le proprie “esigenze” o fantasie …

 

I nuovi Padri “evangelisti” studiano i manoscritti disponibili; eliminano la paccottiglia ridicola; dichiarano eretica quella astratta fondata su una “gnosi”, più adatta ad asceti portati all’esaltazione mistica, ma poco richiesta e poco praticata, perché incompresa, da un popolo bisognoso “di eternità” e di miracoli “terapeutici”.

Distruggono molti vangeli con i relativi “Gesù”, diversi e in contrasto teologico fra loro, che dimostrano, troppo apertamente, i molteplici tentativi di “costruzione” della nuova religione. Li chiamano “apocrifi”, che vuol dire “celati”… locuzione ipocrita come chi la usò impropriamente.

Scrivono gli “Atti degli Apostoli” per "testimoniare" e "dimostrare storicamente" la diffusione della nuova dottrina evolutasi dai vangeli primitivi esseno-giudaici accordandola alle esigenze “universali” del nuovo “Credo”, ma devono manipolare la compromettente identità dei "fratelli di Gesù",  trasformandoli inApostoli”, replicati, incaricati di predicare e diffondere la "Vera Fede voluta da Dio".

A conclusione di questa evoluzione "adattativa" dei manoscritti nel corso dei secoli, nella nuova teologia sono rimasti, sino ad oggi, nei vangeli in greco e latino, termini e vocaboli autentici (in passato non compresi) che denunciano l'origine zelota antiromana di una dottrina filo giudaica ... prima di essere "redenta" dal cristianesimo paolino.
Nelle fonti storiche, come nei vangeli e nei testi patristici, sono state apportate correzioni per impedire il riconoscimento dei veri protagonisti ed il contesto politico che impose a Giovanni, capo degli Zeloti, figlio maggiore di Giuda il Galileo, di attaccare la guarnigione romana di stanza in Gerusalemme e liberare la Città Santa dal dominio imperiale mentre Roma era impegnata in guerra contro l'Impero dei Parti. Nel contempo, in Giudea, una gravissiva carestia mieteva numerose vittime tra la popolazione indigente al punto " ... venne poi la carestia che rese gli Zeloti sfrenati in modo travolgente ...". Una penuria di viveri talmente grave da indurre la popolazione giudaica, sotto la guida degli Zeloti, a ribellarsi contro le autorità costituite e distruggere l'ordinamento politico vigente. 

L'analisi minuziosa delle cronache dell'epoca, comparata ai resoconti degli storici cristiani, evidenzia contraffazioni talmente grossolane, a partire dal camuffamento della carestia, che ci consentiranno di accertare come si svolsero gli eventi reali.

Seguitiamo lo studio nel successivo argomento e verifichiamolo insieme.

 

 

Emilio Salsi

 

[ torna indietro ]