I martiri cristiani si dimostrano una impostura millenaria. Questi i riscontri


Giustino martire

Il più importante Padre apologista cristiano del II secolo è considerato dalla Chiesa “san Giustino”. Delle opere accreditate a questo presunto martire le tre più famose ci sono pervenute tramite un unico manoscritto, il “Codex Parisinus Graecus 450”, dell’anno 1364, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi. In esso risultano redatte: “La prima apologia dei cristiani”, “La seconda apologia dei cristiani” e il fantasioso “Dialogo con Trifone”: un ebreo convertito da Giustino che, come lui, è solo frutto di immaginazione. Apprestiamoci dunque a verificare la concreta esistenza del Padre apologista “Giustino martire”, la cui reliquia è conservata nella “Chiesa Collegiata di San Silvestro Papa” della cittadina Fabrica di Roma.

Da quanto abbiamo appreso negli studi precedenti, lo scopo degli storici cristiani fu di provare l’esistenza di seguaci di Cristo e Suoi successori, sin dal Suo “Avvento”, quindi “Giustino” avrebbe dovuto fungere da “testimone” nel 2° secolo, pertanto, nel 4° secolo, il Vescovo Eusebio di Cesarea, nella sua “Historia Ecclesiastica”, lo cita diverse volte qualificandolo come “fonte storica sicura”. Giudizio totalmente falso perché nella “Prima Apologia” (Cap. 26,2) di san Giustino, apparentemente da lui scritta all’Imperatore Antonino Pio ed al Senato romano si attesta:

“Dopo l'ascensione al cielo del Signore, i Demòni istigarono alcuni uomini a proclamarsi Dei, e questi non solo voi non li avete perseguitati, ma li avete persino colmati di onori, a cominciare da Simone Mago, un samaritano del villaggio chiamato Gitthon. Sotto Claudio Cesare, con la complicità dei Demòni egli fece miracoli di magia nella vostra città imperiale di Roma, e fu considerato Dio e come tale da voi onorato con una statua sul fiume Tevere, tra i due ponti, e la seguente iscrizione in latino: Simoni Deo Sancto, che significa: «a Simone Dio santo»".

Una sciocchezza inaudita dal momento che il villaggio di “Gitthon” non è mai esistito, così come nessuna fonte romana storica (extra cristiana) e tanto meno archeologica, come le statue, riferisce di una divinità chiamataSimoni Deo Sancto”, la quale, fatto di rilevanza primaria, risulta del tutto sconosciuta alle cronache ed alla copiosa letteratura della Roma imperiale risalente a quell’epoca. Infatti, a dimostrazione di quanto testé dichiarato, nella 2^ parte dello studio su Paolo di Tarso, abbiamo provato l’inesistenza del fantasioso “Simone Mago”: ne consegue che gli scribi cristiani, quando inventarono questi personaggi, santi o demòni che fossero, incapparono in abbagli e contraddizioni, al punto di essere irrimediabilmente smentiti.

Secondo la Chiesa, l’apologeta cristiano “Giustino” sarebbe nato il 100 d.C. a “Flavia Neapolis”: città fondata nel 72 dai Romani, a Nord di Gerusalemme, sotto l’Imperatore Flavio Vespasiano, e successivamente chiamata “Nablus” dagli Arabi.
Gli scribi cristiani che idearonoGiustino” gli fecero indirizzare la “Prima apologia” all’Imperatore Antonino Pio ed al Senato Romano, allo scopo di magnificare i principi della religione cristiana e dei suoi adepti ma, talmente lunga che, solo per leggerla, i destinatari avrebbero dovuto relegarsi nella Curia due giorni di seguito: ridicolo.
Nella Prima apologia, il santo inventato accusa i Romani perché, diversamente dai credenti di altre religioni, condannavano a morte solo i cristiani; oltre a ciò, nel suo lungo trattato, Giustino (Apologia prima XXXI 6) si premurò di denunciare anche una “persecuzione di cristiani” attuata dal rivoluzionario Messia ebreo “Simone, bar Kosiba” detto “Bar Kokhba” (Figlio della Stella):

“Nella recente guerra giudaica (sotto Adriano), Bar Kokbah, il capo della rivolta dei Giudei, fece condannare a terribili supplizi solamente cristiani, se non bestemmiavano e non rinnegavano Gesù Cristo”.

Gli storici gesuiti, ben sapendo che se fossero veramente esistiti “cristiani” nella Giudea del II secolo, l’ebreo “Simone bar Kokhba”, sedicente “Principe dei Giudei”, una volta conquistato il potere in quella Provincia, avrebbe dovuto sopprimere i fedeli del nuovo Credo, in coerenza a quanto avvenuto per Gesù, come riferito dai vangeli ... ma non dalla Storia.
Infatti, basta scorrere la lunga epitome relativa all’Imperatore Adriano, in “Storia Romana di Cassio Dione; laddove si parla della guerra contro i Giudei, protrattasi dal 132 al 135 d.C., lo storico romano non fa alcun cenno alla esistenza dicristiani”. Al contrario, nella “Prima Apologia dei cristiani”, gli amanuensi, inventori di un mai esistito “Giustino” risultano indifferenti, a guerra conclusa, al vero massacro di 580.000 Ebrei, oltre a quelli schiavizzati e morti per stenti, oppure nei circhi contro gladiatori e belve feroci, come effettivamente scrisse Cassio Dione nella sua imponente opera.

E’ importante evidenziare che un altro storico cristiano, il monaco Giovanni Xifilino, rinomato letterato di Costantinopoli dell'XI secolo, fu incaricato dall’Imperatore bizantino, Michele VII Parapinace, di redigere l’epitome delle cronache relative alla “Storia Romana” di Cassio Dione: il famoso storico e Senatore sotto gli imperatori Commodo e Alessandro Severo.
Durante la stesura dell’opera dionea, il credente Xifilino, in diverse occasioni, come stiamo per verificare, si sentì in “dovere” di inserire arbitrariamente, “manu propria”, informazioni su presunti “cristiani”, a partire dal II secolo d.C., accusando Cassio Dione di non averlo fatto, ma, in questo caso, Xifilino non incolpa Bar Kokhba di alcun eccidio di cristiani … semplicemente perché non gli risultava questo evento, né sapeva dellapologia di un mai esistitoGiustino” che accusò il condottiero ebreo.

Peraltro, Giovanni Xifilino, nella biografia di Antonino Pio (il destinatario della Prima apologia di Giustino), riferita in “Storia Romana” di Cassio Dione (LXIX 3) - nel brano riportato nell’epitome relativa all’Imperatore Adriano - aggiunge una sua informazione personale sui cristiani non formulata dal famoso storico romano, ed in particolare dichiara:

Eusebio Panfilio, nella sua Storia Ecclesiastica cita alcune lettere di Adriano nelle quali questi si dimostra profondamente sdegnato con coloro che attaccano o denunciano i Cristiani, e giura in nome di Ercole che costoro verranno puniti.

Si tratta di una ingenua cantonata presa dal monaco Xifilino il quale, con questa interpolazione, non si rese conto che la vera fonte del Rescritto di Adriano non avrebbe potuto essere Eusebio di Cesarea, vissuto nel IV secolo, bensì sarebbe stato direttamente Cassio Dione, il vero autore della “Storia Romana”, scritta due secoli prima della “Storia Ecclesiastica” di Eusebio. Ma, è evidente che a Cassio Dione non risultò il decreto imperiale di Adriano in difesa dei cristiani, altrimenti sarebbe stato suo obbligo citarlo subito, molto tempo prima del Vescovo Eusebio.

Anche la “Seconda apologia sui cristiani” fu ideata dagli amanuensi in nome di “Giustino” ed indirizzata all’Imperatore Marco Aurelio, sotto il quale lo stesso martire sarebbe stato condannato a morte a Roma, quindi decapitato con altri sei compagni di fede, come attestato nei falsi Acta Martyrium Sancti Iustini et sociorum”. Infatti, tale tragico evento, ancora nell’XI secolo, non risultava a Xifilino, per cui il monaco non lo denunciò nell’epitome da lui scritta sulle gesta di Marco Aurelio, smentendo i suddetti “Atti” sino a dimostrarne l’infondatezza, compreso il “Dialogo con Trifone”, considerato da Eusebio “Il più illustre degli Ebrei del tempo”.
Troviamo riscontro del mancato martirio di san Giustino addirittura in Q. Settimio Fiorente Tertulliano, il famoso Padre della Chiesa dal momento che, nel suo “Apologeticum” (V 6), considerò Marco Aurelio, Imperatore particolarmente saggio, protettore dei cristiani. Questa affermazione smentisce categoricamente, non solo il martirio, ma l’esistenza di “Giustino martire” con l’intera sfilza di màrtiri che Giustino menziona nella sua opera: così dichiara Eusebio in “Historia Ecclesiastica” (HEc. IV 17).

A tal fine si fa notare che il "Codex Latinus Parisinus 1623", contenente il più antico "Apologeticum", risale al X secolo, per la precisione un secolo prima di Xifilino; sebbene, sempre secondo la Chiesa, Tertulliano sia nato nel 160 e morto nel 220 d.C., perciò, se questo Padre fosse esistito veramente, sarebbe stato un testimone diretto dell’operato di Marco Aurelio. Da questi dati ne consegue che il primo a dover riferire del martirio di Giustino e dei suoi compagni di fede avrebbe dovuto essere Tertulliano, se l’evento fosse realmente accaduto, sempreché … Tertulliano fosse veramente esistito: fatto che, come in precedenza accertato, non risulta. L’inesistenza di Tertulliano è dimostrata nel V e nell’XI studio riguardanti la vita di “Giovanni apostolo” e la “Natività” di Cristo.


Il fraudolento
"Rescritto di Adriano"

Abbiamo fin qui elencato una serie di “testimonianze”, sul “martire Giustino”, tutte incompatibili fra loro, al punto di denunciarlo come un falso protagonista della “tradizione cristiana”, in aggiunta, per dovere di cronaca, diversamente da quanto attestato dagli scribi di “Apologeticum”, è necessario rilevare che Marco Aurelio fu un seguace deiCulti dei Misteri” (cfr. Storia Augusta), tutt’altro che un “saggio protettore dei cristiani”.
Rileviamo anche il modus operandi del falso “testimone” Eusebio di Cesarea, il quale, nella sua “Historia Ecclesiastica”, riguardo alla “Prima apologia dei cristiani” scritta da Giustino, per rendere veritiero il martire, giunse a citarlo come fonte diretta, perciò inventò un falso “rescritto di Adriano” che l’Imperatore avrebbe inviato al Governatore Minucio Fundano (Minucius Fundanus), Proconsole della Provincia d’Asia nel 122-123 d.C., in cui si riferisce di una lettera, scritta in favore dei cristiani - inviatagli (così risulta) dal precedente Governatore, “Serenio Graniano” (Serenius Granianus), in carica nel 123-124 d.C. - alla quale, stando alla simulazione di Eusebio (HEc. IV 9,1-3), l’Imperatore avrebbe risposto così:

Rescritto di Adriano:
A Minucio Fundano. Ho ricevuto una lettera scrittami da Serenio Graniano, uomo chiarissimo, di cui tu sei successore (impossibile! Al contrario, fu Serenio Graniano il successore di Minucio Fundano). Non mi pare giusto lasciare la questione in sospeso, perché gli uomini non si agitino e non si fornisca ai calunniatori un pretesto per la loro malvagità. Perciò, se i provinciali possono sostenere apertamente questa petizione contro i cristiani, in modo che essi possano replicare anche in tribunale, ricorrano a questa sola procedura e non ad opinioni o ad acclamazioni di popolo. Se qualcuno vuole formulare un'accusa, è quindi molto più opportuno che tu istruisca un processo. E se qualcuno li accusa e dimostra che stanno facendo qualcosa di illegale, decidi secondo la gravità del reato. Ma, per Ercole, se uno sporge denuncia per calunnia, determinane la gravità ed abbi cura di punirlo. Così il rescritto di Adriano” ... riferito da Eusebio tre secoli dopo il principato di Adriano.

Ma il decreto dell
Imperatore su inesistenti cristiani risulta sconosciuto a tutti gli storici della Roma imperiale … essendo un falso conclamato. Prova ne è il fatto che il Proconsole d’Asia, in carica nel 122 -123 d.C., era stato “Minucio Fundano”; antecessore di “Serenio Graniano”, in carica dal 123 al 124; questultimo fu successore di Minucio Fundano, e non viceversa, come si attesta nel rescritto.
Con ciò si dimostra che l’evento riferito da Eusebio fu una sua invenzione, o degli amanuensi che, secoli dopo, ne trascrissero la sua opera in altri Codici, perché è impossibile che l’Imperatore Adriano non conoscesse perfettamente la sequenza degli incarichi dei Governatori della Provincia dAsia che lui stesso aveva scelto.
Nel merito, si sottolinea la necessità che obbligava tutti gli Imperatori a conoscere personalmente i Governatori delle Province romane (ovviamente Magistrati con diritto di uccidere) proprio per il potere militare che i Cesari delegavano agli stessi, i quali tutti, nessuno escluso, dovevano godere della loro massima fiducia al fine di prevenire eventuali colpi di stato, in verità numerosi, avvenuti nella storia dell’Impero Romano.

Tutti i dati storici sopra riferiti, indispensabili per accertare la vera esistenza di “san Giustino” ed i màrtiri da lui testimoniati, vengono ignorati nelle “Udienze Generali”, da sempre indette dai Papi in Piazza San Pietro, destinate ai fedeli in forma ufficiale, come nel caso di Benedetto XVI, quando, in data 21 Marzo 2007, trattò del martire Giustino (è in rete). Dati storici che addirittura vengono taciuti dai Docenti (pagati da noi tutti) di “Storia del Cristianesimo”: una disciplina didattica insegnata nei principali Atenei, avente il compito istituzionale di verificare se la “tradizione cristiana primitiva” è autentica.
Una nota curiosa: l’attuale “Papa Francesco”, eletto nel Marzo 2013, al contrario di tutti i suoi predecessori, è il primo ed unico a non aver mai tenuto una sola “Udienza Generale” per formalizzare solennemente la biografia e le gesta specifiche inerenti a Gesù Cristo, dalla Natività fino alla Sua sepoltura; lo stesso dicasi per la vita degli Apostoli ed i loro successori. E’ evidente che non ci crede neanche lui ma, soprattutto, sa che verrebbe prontamente smentito con precisi dati di fatto pubblicati nel presente sito web “Vangeli e Storia”.



I Martiri di Lione e di Vienne

Il feroce martirio collettivo di 10 cristiani ed il loro capo, il Vescovo Potino, avvenuto a Lugdunum (odierna Lione) - secondo il resoconto narrato da Eusebio di Cesarea - sarebbe stato eseguito nel 177 d.C.: “Volgeva il diciassettesimo anno del regno di Marco Aurelio Antonino Vero”.
Viceversa, stando ad altre documentazioni, anch’esse ingannevoli, attestate da scribi cristiani, come i vari “Martirologi” o “Acta Sanctorum”, i martiri di Lione furono addirittura 48: un numero abnormemente gonfiato nel corso dei secoli che contrasta con la testimonianza del Vescovo Eusebio di Cesarea. Ma, soprattutto, è significativa la ignoranza del cruento evento da parte del Vescovo, nato susseguentemente a Eusebio in Lugdunum, “Sidonio Apollinare”, quindi “collegadi Potino e come lui “beatificato”.
In Lugdunum, Sidonio fu allievo del monaco Claudiano Mamerto, scrittore, teologo e, soprattutto, specialista di patristica cristiana, ma, nessuno dei due, sia Mamerto che Sidonio, hanno mai sentito parlare del famoso padre apologistaGiustino martire”, tantomeno di “martiri di Lugdunum”, oggi chiamata Lione.

Eusebio, nella sua “Historia Ecclesiastica” (V 1 e seg.), riferisce ai posteri il contenuto di una lettera - spedita nel 177 d.C. dalle Chiese di Lione e Vienne, in Gallia, a quelle d’Asia e di Frigia - e ricevuta da lui in copia conformeun secolo e mezzo dopo.
Ma, come sopra evidenziato per il mancato martirio di san Giustino, il testimone oculare e Padre della Chiesa, Q. Settimio Florente Tertulliano, pur essendo vissuto allepoca di Marco Aurelio, non conosce la vicenda deiMartiri di Lione e di Viennee del fantasioso, addirittura novantenne, “Vescovo Potino”.
Al contrario, Tertulliano, nel suo “Apologeticum” (V 6) elogia questo Imperatore qualificandolo come protettore di Cristiani smentendo quanto scritto da Eusebio riguardo il decreto omicida di Marco Aurelio Cesare: Torturare a morte i cristiani, ma, se qualcuno di loro avesse abiurato, di liberarlo” (HEc V 1,47).
Alla pari di Tertulliano, anche il già citato storico cristiano, Giovanni Xifilino (XI secolo), non conosce “l’immensità di questa oppressione (così riferisce Eusebio) di fantasiosi màrtiri, altrimenti la avrebbe fatta denunciare
da Cassio Dione, tramite interpolazione, nella sua epitome della “Storia Romana”, concernente gli accadimenti reali che interessarono il regno di Marco Aurelio.

In base alle risultanze conseguite e grazie alla rassegna degli eventi narrati da Eusebio, è d’obbligo notare che Giovanni Xifilino, nello stilare l’epitome di “Storia Romana” scritta da Cassio Dione, contemporaneo di tali vidende e predecessore di Eusebio, come abbiamo sopra riferito era a conoscenza dellaStoria Ecclesiastica”, di Eusebio Panfilio di Cesarea, al punto di citarla come “fonte storica”, ma, per quanto appena constatato, il testo letto da Xifilino non documenta la vicenda dei Martiri di Lione e di Vienne”, ciò si spiega solo in un modo: quel martirio fu inventato dagli amanuensi che trascrissero la Storia Ecclesiasticadi Eusebio in un Codice redatto posteriormente a Xifilino (XI secolo), non più originale, nel quale hanno aggiunto il frutto delle loro fantasie psicopatiche. Non ci vuole molto a capire che la Storia Ecclesiastica” di Eusebio, giunta sino a noi, è un archètipo artefatto, ricavato dalla lettura di svariati Codici*, trascritti nei secoli ma in contrasto fra loro, quindi epurati da quelle contraddizioni che ne denunciavano palesemente le falsità. Questo è sempre stato il modo di operare dei “Ministri di Dio” … pur di indottrinare gli sprovveduti incantandoli con “prove” costruite solo ad esclusivo interesse del Clero privilegiato.

* Per capire questa conclusione è necessario consultare i manoscritti che narrano le rispettive opere e verificare le datazioni in cui gli scribi di Dio le hanno redatte; dopodiché notiamo che "Historia Ecclesiastica" di Eusebio è stata trascritta dagli amanuensi in due famiglie distinte di Codici, datati fra il X ed il XIII secolo.
La prima è composta dai Codici: B = Parisinus 1431 (sec. XII); D = Parisinus 1433 (sec. XII); M = Marcianus (sec. XII); la seconda è composta dai Codici: A = Parisinus 1430 (sec XI); Laurentianus 70,20 (sec X); Laurentianus 70,7 (sec XI); Mosquensis 50 (sec XII).
A questi manoscritti si aggiungono una versione Siriaca ed una Armena, entrambe contrassegnate con "Σ", ed una versione latina "L", fatta risalire artatamente a Rufino di Aquileia; versioni che vengono datate "probabilmente" al V secolo: una datazione basata su un "probabilmente" destinato ai credenti, ma non alla Storia. Infatti, non è un caso che - nonostante sarebbe stato doveroso procurare una informazione precisa - non furono mai autorizzate pubblicazioni delle singole versioni, al contrario, la Chiesa ha autorizzato la divulgazione di un archètipo, congetturato dopo avere censurato i contrasti contenuti nei vari Codici, ma senza riuscire ad eliminarli tutti.


Un’altra conferma della clemenza, adottata come regola di vita dallo stoico Marco Aurelio, la troviamo leggendo le cronache della “Storia Augustadi Giulio Capitolino, laddove, nella lunga biografia dedicata a questo Imperatore, non risulta il minimo accenno alla semplice presenza dicristiani” … col risultato che la Storia smentisce anche gli amanuensi del X secolo quando stilarono il "Codex Latinus Parisinus 1623" dell’Apologeticum a nome di un Tertulliano mai esistito, facendogli dichiarare questa falsità: Marco Aurelio, Imperatore particolarmente saggio, protettore dei cristiani.



Il “Miracolo della pioggia”

In Roma, a “Piazza Colonna”, possiamo ammirare l’imponente Colonna Aureliana, dedicata alla celebrazione delle vittorie riportate dall’Imperatore Marco Aurelio sulla frontiera danubiana contro le popolazioni germaniche dei Marcomanni, Quadi e Sarmati; scultura che verrà poi ultimata, dopo la sua morte, dal figlio Commodo.
Come ovvio, sulla sommità del monumento svettava la originale statua bronzea di Marco Aurelio, al posto della quale è stata collocata quella di san Paolo, come stabilì, nel 1589, Papa Sisto V.
La colonna di marmo è posizionata sopra un grande basamento al centro della Piazza, di fronte a Palazzo Chigi, e, in cima alla sua mole, ancora oggi, troneggia la presenza aliena della statua di san Paolo, impiantata allaltezza di 42 metri, che sovrasta la sede del Governo della Repubblica Italiana. Quindi, nonostante si tratti di una evidente forzatura ideologica della propria dottrina, voluta da un papa risalente quattro secoli fa, resta il fatto che il nostro Stato non è mai intervenuto per ristabilire la corretta destinazione del monumento, ubicato nella sede territoriale nazionale, nel rispetto della sua originalità. Inevitabilmente, diviene spontaneo considerare la statua religiosa di san Paolo come simbolo del condizionamento politico esercitato dallo Stato del Vaticano nei confronti della sovranità dello Stato Nazionale Italiano, e addirittura in contrasto alla Storia Universale.

Nel merito a simile controsenso, è doveroso chiarire che il compito istituzionale, devoluto al “Ministero per i beni culturali” ed alla “Soprintendenza per i beni archeologici”, impone ai funzionari di questi Enti abolire l’assurdo connubio fra storia e religione causato da una imposizione che falsifica lo scopo di un monumento, in verità consacrato allImperatore e non a san Paolo. Una volontà errata pregressa, subita con opportunismo omertoso, tanto più incoerente nella finalità per il fatto che, mentre Marco Aurelio è vissuto realmente - peraltro divenuto famoso per le sue gesta comprovate da Storia ed Archeologia - al contrario, la statua di san Paolo è solo il vuoto simulacro di un personaggio mai esistito e inventato di sana pianta per esigenze teologiche: un dato di fatto ormai definitivamente provato dalla “Storia del Cristianesimo” e addirittura dalla stessa archeologia (vedi II studio).
Analogo problema lo riscontriamo nella altrettanto imponente “Colonna Traiana”, alta quaranta metri compreso il basamento, eretta nel 113 d.C. dallImperatore Traiano (Marcus Ulpius Traianus) per celebrare la vittoriosa guerra da lui condotta contro la Dacia. Oggi il monumento è ubicato nei Fori Imperiali, ma, nel 1588, lo stesso Papa Sisto V,
al posto di quella bronzea di Traiano, posizionò sulla sua sommità la statua di san Pietro: altro simulacro di un personaggio mitologico cristiano, in realtà mai esistito (vedi I studio). Anche in questo caso le autorità preposte tacciono sul continuo perpetrarsi della mistificazione archeologica.

Il condizionamento della Storia da parte dell’alto Clero cristiano risale al lontano IV secolo d.C., quando il Cattolicesimo trionfò su tutte le altre religioni, sia quelle pagane che quelle cristiane dissidenti. Fu in quell’epoca che lo storico Vescovo, Eusebio di Cesarea, consapevole del contenuto delle rappresentazioni scolpite nella stupenda colonna aureliana, fra le quali risulta immortalato “Il miracolo della pioggia” unitamente a “Il miracolo del fulmine”. Si trattava di un fenomeno naturale, attribuito da tutti gli storici imperiali a Marco Aurelio, avvenuto nel corso delle guerre sarmatiche condotte dall’Imperatore fra il 171 ed il 174 d.C. Allora, il potente Eusebio, Vescovo delle corte di Costantino il Grande, decise di reinterpretare gli avvenimenti reali in funzione della ipocrita agiografia cristiana, praticata usualmente ed arricchita con dovizia di particolari fantasiosi, facendo i nomi di falsi testimoni, apparentemente vissuti e collocati nell’epoca di Marco Aurelio, quindi narrati nella sua “Historia Ecclesiastica” (HEc. V 5):

“Si racconta che Marco Aurelio Cesare, mentre si preparava alla battaglia contro Germani e Sarmati si trovò in difficoltà a causa della sete che attanagliava il suo esercito. Allora i soldati della cosiddetta legione Melitene, con la fede che li ha sostenuti da quel tempo sino ad oggi nelle battaglie contro il nemico, piegarono il ginocchio a terra, come noi siamo soliti fare nella preghiera, e rivolsero suppliche a Dio. E tale spettacolo parve sorprendente ai nemici, ma si narra che subito un altro fatto ancora più strabiliante li sorprese, perché un temporale scatenatosi all'improvviso mise in fuga e disperse i nemici, mentre sull'esercito di coloro che avevano invocato la divinità cadde un acquazzone che lo ristorò quando era quasi sul punto di morire di sete. L'episodio è riportato anche dagli autori lontani dalla nostra dottrina che descrissero l'epoca degli imperatori suddetti, ed è noto pure ai nostri. Ma presso gli storici pagani, giacché sono estranei alla fede, il prodigio è riferito senza riconoscere che si verificò per effetto delle nostre preghiere; presso i nostri, invece, giacché essi amano la verità (sic!),il fatto è stato tramandato in modo puro e semplice. Tra questi ultimi vi è anche Apollinare (dato come Vescovo di Gerapoli in Frigia, apologista del II secolo, mai esistito come il suo coevo “Ireneo di Lione” vedi studio V), che narra come la legione che compì il prodigio con la sua preghiera ricevette dall'imperatore un nome corrispondente all'avve
nimento, e venne chiamata in latinoFulminatrice. Testimone sicuro di tali fatti è anche Tertulliano (mai esistito, vedi studio V), che in una apologia della fede indirizzata in latino al Senato e da noi già citata, conferma il racconto con una prova più valida e convincente. Scrive infatti che esistevano ancora ai suoi giorni lettere (nientepopodimeno) di Marco, imperatore assennatissimo, in cui egli testimonia di persona che il suo esercito, sul punto di morir di sete in Germania, fu salvato dalle preghiere dei Cristiani; dice inoltre che l'imperatore comminò la morte a quanti tentavano di accusarci.

Tertulliano, “Apologeticum” (cap. V 6):

Se la lettera si ricerca di Marco Aurelio, imperatore particolarmente saggio, nella quale attesta come quella famosa sete di Germania fu dissipata in seguito a una pioggia impetrata dalle preghiere di soldati per avventura Cristiani.

Preso visione della somma di sciocchezze descritte dai falsi apologeti, considerati dai credenti gli “amanuensi di Dio”, verifichiamo adesso … Come la Storia riferisce il "Miracolo della Pioggia".


Iniziamo da “Storia Romana”, la grande opera scritta, nel III secolo d.C., da Cassio Dione, già Senatore sotto lImperatore Commodo (l’artefice della Colonna dedicata al padre, Marco Aurelio). Genitore di Dione è stato Cassio Aproniano, anche lui Senatore sotto lo stesso Marco Aurelio. Ne consegue che Dione Cassio è una fonte diretta, bene informata sugli eventi dell’Impero a lui contemporanei, con diritto di consultare gli “Atti del Senato”, un privilegio che vale anche per suo padre. Sappiamo pure che le cronache dionee sono a noi pervenute in epitomi (compendi) curati da Giovanni Xifilino, un monaco dell’XI secolo, nipote del Patriarca di Costantinopoli, dunque un cristiano convinto e, come abbiamo già constatato, anche un apologista della sua fede, talmente ostinato da cadere in errori plateali. Infatti, seguendo le gesta di Marco Aurelio - in “Storia Romana” Libro LXXI 8/10 - leggiamo:

Così Marco soggiogò i Marcomanni e gli Iazigi a prezzo di molti combattimenti e grandi pericoli; ma scoppiò una grande guerra anche contro quelli che venivano chiamati Quadi, e fu ottenuta una vittoria insperata, giunta quasi per divino favore. Infatti, fu una divinità a salvare in modo del tutto straordinario i Romani che versavano nel pericolo durante la battaglia. Dopo che i Quadi li avevano circondati in luoghi a loro favorevoli, e poiché i Romani, stretti i ranghi, combattevano coraggiosamente, i barbari interruppero la battaglia, aspettandosi di prenderli facilmente a causa del caldo e della sete; inoltre, dato che erano in numero nettamente superiore, chiusero, fortificandoli, tutti i luoghi lì intorno in modo che non potessero approvvigionarsi d’acqua. Mentre i Romani si trovavano in gran difficoltà a causa della fatica, delle ferite, del sole e della sete, senza potere, per queste ragioni, né combattere né ritirarsi altrove, disidratati com’erano, lì nei luoghi e nella posizione in cui si trovavano, improvvisamente si condensarono molte nuvole e, non senza intervento divino, cadde moltissima pioggia. Si narra, infatti, che un certo Arnufi, un mago egizio che era al seguito di Marco, avesse invocato con delle arti magiche diverse divinità, in particolare Mercurio etereo, e che grazie ad esse avesse attirato la pioggia”.

Dato i precedenti, sarebbe stato impossibile che il monaco Xifilino non intervenisse anche sul “miracolo della pioggia”, pertanto, da zelante apologeta, si sentì in dovere di correggere, tramite la sua epitome, la appena richiamata cronaca di Cassio Dione ... prendendo la solita cantonata:

Questo è quanto narra Dione intorno a quei fatti, ma ha evidentemente riferito il falso, volontariamente o meno, sebbene io sia più propenso a credere che l’abbia fatto intenzionalmente. Come potrebbe essere altrimenti? Egli, infatti, non ignorava l’esistenza della divisione di soldati che, con un nome particolare, veniva chiamata “Fulminata* (egli [Dione],infatti, nellelenco delle legioni menziona anche questa), nome che le venne dato per nessun’altra ragione - dato che non ne vengono riportate altre - se non per quello che accadde nel corso della guerra. Fu proprio questo evento che in quell’occasione costituì la salvezza per i Romani e la rovina per i barbari, e non, invece, il mago Arnufi*, anche perché non si fece mai menzione che Marco apprezzasse la compagnia dei maghi e si dilettasse di stregoneria. Ed ecco l’evento cui alludo: Marco aveva una legione di soldati proveniente da Melitene, i quali erano tutti seguaci di Cristo. Ebbene, si dice che in questa battaglia, quando Marco non seppe più quale decisione prendere ed ebbe timore per tutto l’esercito, gli si avvicinò il Prefetto e gli disse che quelli che venivano chiamati Cristiani con le loro preghiere potevano ottenere qualsiasi cosa. Appena sentì ciò, Marco chiese loro che levassero preghiere al loro Dio; e dopo che essi ebbero pregato, Dio li esaudì allistante colpendo i nemici con un fulmine e confortando i Romani con la pioggia. Marco, grandemente colpito da quel fatto, onorò i Cristiani con un pubblico editto e diede alla legione il nome diFulminata”.
Si dice che esista anche una lettera di Marco che parla di questo avvenimento. Tuttavia i Greci, sebbene sappiano che la legione si chiamasse “Fulminata” e ne diano essi stessi testimonianza, non riportano affatto la ragione di quellappellativo. Dione aggiunge che al cader della pioggia, dapprima tutti guardarono verso l’alto e bevvero l’acqua a bocca aperta, poi protendendo gli scudi, altri gli elmi, la tracannarono avidamente e la diedero da bere anche ai cavalli; inoltre, quando i barbari piombarono loro addosso, essi bevevano e contemporaneamente combattevano, mentre alcuni, che erano rimasti feriti, insieme all’acqua sorbivano anche il sangue che scorreva negli elmi”
.

* Xifilino si riferisce alla XII^ legione, ma non sa che fu costituita il I secolo a.C. da Giulio Cesare e da lui chiamata subito Fulminata”; come accertato da numerose iscrizioni riguardanti i titoli militari romani, fra cui “ILS, 8864”. Stabilito ciò si dimostra la falsità della cronaca riferita da Eusebio di Cesarea sul “Miracolo della pioggia”, così come la inesistenza delle sue “fontifasulle riguardo la errata testimonianza sul nome della “Legione Fulminata”, fatta citare da un “Vescovo Apollinare” mai esistito insieme alle sue presunte opere. Lo stesso dicasi dell’altro falso testimonecitato da Eusebio: Tertulliano, inesistente anche lui come abbiamo specificato sopra. In merito alla legione XII^ Fulminata, questa militò in Siria fino al 70 d.C., quando fu trasferita in Cappadocia dal generale Tito, figlio di Vespasiano, dopo la trionfale vittoria sui Giudei, e da allora rimase acquartierata a Melitene, nell’odierna Turchia orientale, quindi impiegata da Marco Aurelio nelle guerre sul confine danubiano.

* Del mago “Arnufi”, il cui vero nome era Harnouphis, risulta un’iscrizione di Aquileia in cui si qualifica come “sacro scriba d’Egitto”. Mentre, secondo la “Storia Augusta” (XIX) di Giulio Capitolino, Marco Aurelio faceva effettivamente ricorso ai maghi Caldei, quindi nulla di strano che Cassio Dione riferisca un intervento così come venne ufficializzato nelle cronache del suo tempo. Sebbene, la stessa opera (XXIV) si limiti ad affermareMarco, con le preghiere, ottenne che un fulmine distruggesse le macchine da guerra nemiche, mentre la pioggia cadeva a ristorare i soldati assetati. In ultima analisi possiamo essere certi che, da quanto risulta, per le armate romane si trattò di un fortunata casualità a salvarle da una sicura sconfitta.
 
Ma vale la pena riprendere la narrazione dell’evento che, è fin troppo evidente, non risulta scritto da Cassio Dione ma da uno Xifilino, talmente invasato (fino a cadere nel ridicolo) nel descrivere la battaglia condottadirettamente da Dio, “sceso in campo” contro i disgraziati barbari, in ottemperanza alle preghiere dei cristiani:

"Nello stesso luogo si potevano vedere acqua e fuoco riversarsi contemporaneamente dal cielo, tanto che mentre alcuni venivano bagnati e bevevano, altri (i barbari) erano bruciati e morivano; e il fuoco non toccava i Romani, ma se anche li lambiva da qualche parte, subito si spegneva, né lacqua portava giovamento ai barbari, ma, come se fosse olio, alimentava ancor più le fiamme, tanto che, sebbene fossero bagnati, continuavano a cercare acqua. Alcuni si inflissero delle ferite nel tentativo di spegnere il fuoco col proprio sangue.

Questa è la "testimonianza" cristiana del “Miracolo della Pioggia”, un evento che, pur essendo rappresentato in un documento storico ufficiale, quale “Storia Romana” di Cassio Dione, da uno scriba affetto da disturbi mentali come Xifilino, viene giudicato veritiero dagli esegeti “sgranarosari” ed i loro discepoli, indifferenti tutti alle ingenue contraddizioni evidenziate, grazie alla lettura comparata dei testi che riferiscono le antiche vicende.


“A Scapula” di Tertulliano


Nel V e XI studio abbiamo definitivamente accertato l’inesistenza del grande Padre apologista “Quinto Settimio Fiorente Tertulliano”, secondo i chiesastici un cartaginese (155-235 d.C.) pagano, convertito al cristianesimo ultra quarantenne, poi, una volta divenuto prete ed essersi sposato, avrebbe scritto più di 40 trattati agiografici sulla superiorità della fede cristiana, sotto il profilo morale, legale del diritto romano, filosofico, storico, nonché “testimone” diretto di accadimenti (inventati), come anche di gesta da lui accreditate a personalità della sua epoca. Ciononostante, Tertulliano, unitamente alle sue numerose opere, risulta sconosciuto da tutti i Padri, Papi e Vescovi, esistiti, secondo la Chiesa, dal II al IV secolo, cioè fin quando, per la prima volta, viene menzionato da Eusebio di Cesarea, ma ancora non identificato da questi come seguace delleresia di Montano, in contrasto a quanto risulta oggi dalla sua “biografia”, ovviamente architettata in epoca successiva.

Una volta accortasi della contraddizione derivata dal fatto che, pur trattandosi di un Padre apologista, “Tertulliano” non risultava noto ad alcun cristiano della sua epoca … la Chiesa corse ai ripari inventando un “testimone”, da collocarsi nella Provincia d’Africa, laddove, subito dopo la fine di Tertulliano (come d’obbligo), sarebbe nato il 250 d.C. e morto nel 320. Fu così che gli scribi falsari inventarono un altro apologeta chiamandolo “Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio” ma, per dimostrare che era vissuto realmente, gli "scribi di Dio" commisero la sciocchezza di farlo interagire con Diocleziano, e addirittura a Nicomedia, la nuova sede imperiale in sostituzione di Roma. Fu una cantonata presa dagli amanuensi, secoli dopo la presunta esistenza di Lattanzio, perché essi dimenticarono di farlo citare da Eusebio di Cesarea, suo contemporaneo e, solo qualche anno dopo, anche lui presente nella Reggia di Nicomedia.

Ma il fatto che Lattanzio risulti sconosciuto ad Eusebio di Cesarea nella sua “Historia Ecclesiastica*, pur essendo a lui contemporaneo, dimostra che la sua intera opera, “I martiri della Palestina” in primis, e Lattanzio, sono stati inventati da amanuensi cristiani in epoca successiva. Nel merito, sapendo che Eusebio di Cesarea è stato la fonte di san Girolamo, come si spiega la contraddizione che quest'ultimo riferisca la vita di Lattanzio, mentre Eusebio no? La risposta è una sola: poiché il "De viris illustribus" di Girolamo a noi pervenuto, dove si cita Lattanzio, è contenuto nel "Codex Neoeboracensis Ms 2Q", stilato alla fine del IX secolo, ciò dimostra che "Lattanzio" è stato inventato entro questa data, comunque dopo la morte di Girolamo

* E’ di fondamentale importanza evidenziare che la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio contiene l'impianto storiografico (ideato dal Vescovo, sotto l'Imperatore Costantino, a fondamento della 'tradizione cristiana') che attesta la struttura dei Padri della Chiesa, ad iniziare dai successori di Gesù, apostoli ed evangelizzatori, quindi corredata da una sfilza di màrtiri. Una lunga serie di Capi spirituali di molteplici Ecclèsiae, descritti con dovizia di particolari, regolarmente registrati con tanto di dati anagrafici e doverosamente votati al martirio. Procedendo dai primi tre Vescovi di Gerusalemme "legati al Signore da vincoli di carne" (vedi IV studio), tutte le Chiese successive dovevano conoscere la propria storia sin dall'inizio, i cui interpreti vennero spesso richiamati durante i Concili che si susseguirono nei secoli a venire. Un organico di Santi pressoché ininterrotto, a partire da Cristo sino al IV secolo, antico di oltre duemila anni, tale che nessuno Stato al mondo può vantare una ricostruzione del proprio passato così minuziosa ... con un particolare da evidenziare: la storia della “Santa Sede” dei primi tre secoli è basata sulla fantasia di Eusebio e degli evangelisti. 

Secondo quanto attestato dagli scribi cristiani, Tertulliano risulta nativo di Cartagine, capitale dellAfrica Proconsolare dallepoca di Cesare Augusto, quindi risulta logico che, in quanto “Padre apologista cristiano”, gli amanuensi assegnassero a lui il compito di “operare” in quella regione, facendolo relazionare con famose personalità, in località reali, al fine di provare l’esistenza di Cristiani in loco, e con essi la loro superiorità morale e religiosa, messa a confronto con quella dei Pagani e le rispettive divinità.
Per verificare se i cronisti gesuiti sono riusciti nel loro intento, seguiamo l’evento narrato, concernente i cristiani dell’intera Africa Proconsolare, in procinto di essere martirizzati in massa da un Governatore romano col generico nome “Scapula”*, in carica nel 212-213 d.C., senza che gli ideatori dell’episodio, evidentemente per non cadere in errore, specificassero quale dei due Proconsoli citati si sarebbe candidato a fare sterminio di tutti i cristiani residenti nell’intera Provincia.

* Gli ex Consoli, potenziali martirizzatori di cristiani, sarebbero stati:
"Publius Iulius Scapula Tertullus Priscus" oppure un suo parente "Gaius Iulius Scapula Lepidus Tertullus", ma l'identificazione del personaggio “Scapula” è tutt'oggi oggetto di discussione fra gli storici. In particolare non esiste prova documentata che accerti lincarico dei due in qualità di Proconsole d'Africa negli anni 212 e 213 d.C., fatto che, già a se stante, implica una svista dell'amanuense tertullianeo che, nel XV secolo, si avvalse di questo, non meglio definito, nome “Scapula”.
 
In ogni caso, per risolvere la questione, leggiamo la cronaca della vicenda narrata personalmente dallo stesso Tertulliano, autore di una lunga “lettera aperta”, pubblicata non si sa dove e come, comunque indirizzata al Proconsole, lettera di cui non si conosce la risposta, e non poteva essere diversamente perché gli scribi inventori sapevano che se fosse stata vera la missiva, visto il tono usato da Tertulliano, questi sarebbe stato martirizzato “ipso facto” da qualsiasi Proconsole romano esistente.
Infatti il documento inizia con un'apologia in favore dei cristiani e della loro fede ma, per contro, ostenta un linguaggio offensivo avverso le divinità pagane di Scapula, descritte come “demoniache”, così anche nei confronti dei loro blasfemi seguaci.
Ecco i passi più rilevanti della lettera che ci consentono di denunciarne la mistificazione ed il movente:

Ad Scapulam
"In cambio della nostra fede nel Dio vivente
(Gesù Cristo) noi siamo messi al rogo … Noi (cristiani) ci comportiamo in conformità alla legge di Dio, potete averne prova evidente dal fatto che, pur essendo una grande massa di gente e costituendo ormai la maggioranza di ogni città, noi viviamo in silenzio senza attentare all'ordine pubblico". Di seguito, Tertulliano avverte perentoriamente Scapula …"Non sfidare Dio, ecco il mio monito (sic) … quanti Governatori, anche più crudeli di te, hanno chiuso un occhio nei processi contro i Cristiani". "Severo (Imperatore Settimio Severo, morto l'anno prima nel 211 d.C.) era al corrente che uomini e donne dell'alta aristocrazia aderivano al Cristianesimo; non soltanto non ne colpì il prestigio, ma li fregiò dei segni della sua stima". "La vostra crudeltà è la nostra gloria … Che farai di migliaia di persone, uomini e donne, di ogni età e condizione sociale, che si presentassero al tuo tribunale? Di quanti roghi, e spade a non finire, avrai bisogno? Che cosa mai dovrà subire Cartagine, se vorrai decimarla, allorché ognun
o potrà vedere tra i cristiani anche uomini e matrone del tuo rango sociale, tutte le persone più importanti e parenti o amici dei tuoi amici? Se poi tale prospettiva non ti preoccupa, risparmia Cartagine e la Provincia d'Africa".

Questa "perla di testimonianza" è falsa come i suoi autori: gli amanuensi del Clero. Essi la misero nel calamo di un mai esistito apologeta gesuita, di nome "Tertulliano", allo scopo di comprovare, sin dall'inizio, la enorme diffusione del Cristianesimo nell'Impero Romano, Africa Proconsolare compresa. La macchinazione degli eventi narrati si evidenzia già dal fatto che i Codici, "garanti" della lettera tertullianea, sono 15 e tutti redatti nel XV secolo, vale a dire oltre 1200 anni dopo l'immaginario autore "Tertulliano".
Vediamo perché i contenuti di questo documento sono estemporanei ed aberranti insieme, sia storicamente che sotto il profilo archeologico.

La storia insegna che nel 212 d.C. l'Imperatore Antonino Caracalla, emanò la “Constitutio Antoniniana” che estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti liberi dellImpero, dopodiché "una grande massa di Cristiani, la maggioranza di ogni città… e tutte le persone altolocate", pur essendo divenuti tutti "cittadini romani" in virtù dell'editto imperiale, ciononostante un Proconsole romano impazzito decide di giustiziarli con la semplice accusa di essere "cristiani". Un atto di una gravità tale che, se per assurdo lo si ammettesse, non sarebbe bastato l'intervento dell'intera flotta imperiale romana per trasportare a Roma davanti all’unico Tribunale competente tutti i cittadini romani "rei cristiani”, "la maggioranza di ogni città" degli abitanti dell'Africa Proconsolare, per essere sottoposti a processo nella Capitale, come previsto dal Diritto Romano che il Governatore “Scapula” era tenuto ad applicare ai “cittadini romani” ... e fra questi presunti màrtiri "tutte le personalità altolocate di ogni città" dell'intera Provincia d'Africa. Siamo al culmine della demenza psicopatica apologetica … indotta da millenaria manipolazione della psiche umana.

Infatti, in contrasto alla testimonianza tramandata dagli scribi gesuiti in nome di un fittizio “Tertulliano”, dell'intera Africa Proconsolare tutt’oggi si possono ammirare le vestigia delle due più importanti e stupende città romane: Cartagine e Leptis Magna. Ma in nessuna delle due è rimasto il benché minimo reperto archeologico che confermi l'esistenza di una ingente e capillare diffusione di cristiani: la maggioranza assoluta dell'intera Provincia, comprese le massime autorità ed i patrizi, secondo quanto narrato dagli amanuensi falsari.
Leptis Magna, in particolare, era la città natale dell'Imperatore Settimio Severo, e da lui personalmente abbellita con monumenti spettacolari. Il Cesare è citato direttamente da Tertulliano: "Severo, era al corrente che uomini e donne dell'alta aristocrazia aderivano al cristianesimo". Ma, fra le stupende vestigia di Leptis Magna, nulla risulta che confermi l'esistenza di cristiani in quel territorio, come in tutta la Provincia, due secoli dopo la “resurrezione di Cristo”; al contrario, i resti di un antico cimitero, scoperti nella località di Gammarth, presso Cartagine, sono esclusivamente ebraici, mentre non risulta alcun ritrovamento di aree sepolcrali cristiane nellintera Africa Proconsolare.
Così come - all'infuori della "Storia Ecclesiastica", redatta nel IV secolo da Eusebio di Cesarea - nessun Padre apostolico, Padre apologista, o Vescovo, antecedente ad Eusebio, ha mai sentito parlare di "Tertulliano".

A questo punto non resta che chiederci quale sia stato il movente che indusse gli amanuensi ad inventare, nel XV secolo, la più breve e tardiva opera tertullianea: "Ad Scapulam".
La riposta la troviamo nella mancanza di prove extra cristiane, concernenti il martirio di cristiani dei primi tre secoli,
poiché non risultano nei rispettivi documenti dei cronisti della Roma imperiale di quell'epoca. Un vuoto che la Chiesa decise di colmare con finte "testimonianze cristiane", dopo aver valutato che sarebbe aumentata la conoscenza degli eventi reali della storia romana antica a seguito della diffusione dei libri, resa possibile dall'economia della stampa a caratteri mobili iniziata da Johannes Gutenberg.
In particolare, i 15 Codici (ne risparmiamo l'elenco ai lettori) concernenti “Ad Scapulam”, opportunamente voluti dall’alto Clero, vennero stilati dagli amanuensi nel XV secolo, in contemporanea del "Codex Vaticanus Gr 145" e delCodex Parisinus Coislinianus 320”, entrambi del XV secolo. In tali documenti erano contenuti i libri dal 78 all80, nei quali lo storico Cassio Dione descrisse le vicende imperiali avvenute dal 96 al 229 d.C.: l’epoca in cui, secondo i falsari scribi della fantasiosatradizione cristiana”, avrebbero operato iPadri apostolici”, ed i “Padri apologisti”, quasi tutti martirizzati o dichiarati testimoni di inesistenti màrtiri cristiani, eliminati, con modalità strazianti assurde, dai famosi Governatori delle Province, o addirittura dagli stessi Imperatori.

Dalla lettura di "Storia Romana" di Cassio Dione, la cui epitome, ricordiamo, fu redatta dal monaco Giovanni Xifilino, un religioso dell’XI secolo più che interessato ad attestare l'esistenza di màrtiri, al punto di interpolare personalmente gli eventi storici, come abbiamo visto sopra. Ciononostante, nell'epitome di Xifilino non risulta alcuna presenza di cristiani, tantomeno martirizzati dai Governatori provinciali dell'Impero Romano sino al 229 d.C.; pertanto, valutate le gravi conseguenze derivate dalla inconsistenza di cristiani fino a tale data, gli specialisti del Vaticano si prodigarono per far risultare veritieri i “testimoni” dei mitologici personaggi narrati nei vangeli, come Cristo, apostoli, e, dopo di loro, gli inevitabili “continuatori” Vescovi, così come l’intera “cristianità” ed i dovuti màrtiri “accessoriati” con tanto di reliquie prelevate da antiche Catacombe.
Fu la mancata conferma della Storia sullesistenza di cristiani nei primi tre secoli che spinse lalto Clero ad inventarli, come nel caso del fantasioso Tertulliano, ideato come “spettatore” presente nell’Africa Proconsolare romana.
Con la stessa motivazione vennero immaginati anche …


I martiri scillitani

Nella cosiddetta “tradizione cristiana” - in questo caso molto tardiva rispetto all’evento narrato in alcuni manoscritti (il più antico datato a fine IX secolo, “apparso” 700 anni dopo i fatti esposti) intitolati Atti dei Martiri Scillitani” (Passio Sanctorum Scilitanorum) - viene riferito il resoconto ufficiale di un processo pubblico, ambientato in Cartagine allepoca di Tertulliano, al termine del quale furono condannati e decapitati 12 disgraziati, originari di una ignota località chiamata “Scilli”, rei di essere “cristiani”.
Prima di entrare nel merito dei dati utili riferiti nel documento, è necessario annotare che i “testimoni” dei martiri scillitani sono rappresentati dai seguenti manoscritti:
Il "Codex Ms Lat. 11880", conservato nel British Museum, datato a fine IX secolo; il manoscritto "Ms Lat. Vienna 377" datato all'XI secolo, conservato nella Hof-Bibliothek di Vienna; il "Codex Évreux 37 Ms Lat. foglio 55" datato al XIII secolo, conservato nella Biblioteca di Stato di Évreux; il “Codex Latinus Parisinus 2179” del XIII secolo; il “Codex Latinus Parisinus 5306”; infine un testo greco, non meglio specificato, pubblicato a Bonn nel 1881.

Precisiamo subito che le “datazioni” suindicate sono basate su stime paleografiche di massima, troppo spesso fatte passare come certe per confondere i non specialisti, ma da noi sconfessate molte volte grazie ad analisi, storiche, archeologiche, epigrafiche, toponomastica antica, filologia, comparazioni di antichi Codici, e tutti i dati scientifici indispensabili per accertare le passate vicende. Ed è quanto stiamo per accertare.

Dalla lettura dei manoscritti citati - contrariamente al testo trasmesso in rete (basta cliccare) in cui risultano precisati, datazione, nomi dei Consoli e località - in realtà queste specifiche non risultano. Al contrario, si tratta soltanto di speculazioni astratte fatte da studiosi credenti col fine di “provare”, tramite futili ipotesi, l’evento narrato, ma incappando nell’errore di scartare aprioristicamente la ricerca critica. Ovvero l’atto fondamentale per accertare l’autenticità della vicenda, da ricercarsi sotto il profilo storico, tramite la comparazione dei “Codici scillitani” con altri Codici antecedenti, riguardanti l’opera omnia che, fin dall’inizio, ha costituito e tramandato la intera “tradizione cristiana”.
Per farsi un’idea della confusione in cui sono incappati gli studiosi fideisti pur di congetturare il martirio, e le forzature usate allo scopo di rabberciare le contraddizioni contenute nei Codici scillitani, basta cliccare e leggere:
The Manuscripts of the"Acts of the Scillitan Martyrs"
Evidenziamo, ad esempio, lo sciocco “candore” dimostrato dagli “esperti” citati nel documento (così come tutti i loro epigoni) quando dichiarano come fonte “Ad Scapulam” di Tertulliano al fine di “battezzare” il nome del Proconsole “Vigellio Saturnino”, senza capire che la “fonte ad Scapulam” la troviamo in Codici redatti nel XV secolo, vale a dire almeno due secoli dopo i Codici dei fantasiosi “Martiri Scillitani”; questi ultimi sono Codici di cui, procedendo nella ricerca, potremo dimostrare il "preconfezionamento” in attesa di essere completati da nomi e dati utili per rendere storicamente credibile, pur essendo inventata, una vicenda avvenuta nel passato remoto.
Una documentazione posteriore che non verrà mai completata ed inserita nei Codici scillitani per le dovute motivazioni logiche, chiaramente individuate dagli esegeti del Clero, il cui unico torto è stato quello di non eliminare definitivamente tutti i manoscritti dei “Martiri Scillitani”, impedendo così che tale assurdo evento sarebbe giunto a discreditare tutti gli “Atti dei Martiri”: un grave errore che consentirà ai futuri storici indottrinati di ipotizzare, nomi, località e date, arrampicandosi sullo specchio della Storia con le ventose della fede.

In merito al sopra citato “Publius Vigellius Saturninus”, come Proconsole romano d’Africa, richiamato in “Ad Scapulam”, questi viene attestato dalla epigrafia in “Supplementum Epigraphicum Graecum” nell’iscrizione “SEG 42-1232”, laddove risulta che la carica onoraria di “P.Vigellius Saturninus” avvenne negli anni che vanno dal 159 al 162 d.C., quindi sotto gli Imperatori Antonino Pio e Marco Aurelio, cioè circa venti anni prima del presunto evento dei martiri scillitani, datato dai chiesastici il 17 luglio del 180 d.C., sotto l’Imperatore Commodo.
Mentre gli altri due Consoli “Presente” e “Claudiano”, inseriti arbitrariamente in un testo latino dagli studiosi spiritualisti moderni, riguardano due nomi romani incompleti che, diversamente dal primo, sono frutto di ipotesi fantasiose non suffragate da alcuna prova.
Questi - pur se con ragioni ovviamente non manifestate - furono i moventi che impedirono all’alto Clero di perfezionare i Codici originali sopra elencati degli “Atti dei Martiri Scillitani”. Ciononostante, gli storici “amanti del Paradiso”, di là da venire, si prodigheranno per renderli veritieri, anche a costo di … finire all’Inferno.  
Accertiamo adesso gli aspetti sostanziali che dimostrano gli impossibili “Atti dei martiri Scillitani”.

Innanzitutto, se il processo fosse avvenuto veramente, il primo a riferire l’avvenuto martirio di cristiani sarebbe stato il Padre apologista Tertulliano, presente a Cartagine allepoca dellesecuzione. Un atto dovuto e immediato che avrebbe consentito agli altri Padri di conosceere, la sequela dei Vescovi e di tutti gli storici cristiani, a partire dalla fine del II secolo d.C. in poi.
Ma nessuno di questi “testimoni” ha mai denunciato la passione dei màrtiri scillitani: in particolare non la conosce lo storico Vescovo (cronista specializzato in falsi cristiani suppliziati) Eusebio di Cesarea del IV secolo, come non la conosce lo storico Dottore della Chiesa, san Girolamo, beato del V secolo e, alla pari di lui, non sapevano dei martiri scillitani gli scribi che, alla fine del IX secolo, trascrissero la sua opera “De viris illustribus” nel “Codex Ms 2Q Neoeboracensis”, anch’essa documentata con tanto di date dei cristiani giustiziati… ma senzamartiri scillitani”.
 
Peraltro, come avrebbero potuto essere documentati gli Atti di un procedimento penale a Cartagine, se Tertulliano, il primo potenziale testimone, da quanto annotato nel suo “Apologeticum  cap. I,1-3” (è in rete), dichiara che i Governatori romani dell’Africa Proconsolare non volevano celebrare processi pubblici contro i cristiani? Atti di un processo penale che, stando ai Codici relativi ai martiri scillitani, addirittura omettono l’identificazione dei Magistrati Consoli e la formulazione dei capi di accusa avverso gli imputati.
Da questa ultima notizia appena letta in “Apologeticum”, data la contraddizione evidente, per capire come sia potuta avvenire è sufficiente sapere che il "Codex Latinus Parisinus 1623" concernente "Apologeticum" risale al X secolo, una data che dimostra come, sino allora, agli amanuensi tertullianei (alla pari di tutti gli altri scribi) non risultavano martiri in Africa Proconsolare, ma, per colmare il gravevuotonel martirologio cristiano, scrissero, a nome di un Tertulliano mai esistito, che non potevano risultare per colpa dei Governatori romani d’Africa i quali (solo loro di tutte le Province: assurdo) secretavano gli Atti dei processi ai cristiani

Queste furono le prime constatazioni che impedirono all’alto Clero di completare i Codici scillitani “preconfezionati”, arricchendoli con dati storicamente credibili come: i nomi ufficiali dei Magistrati fautori del processo pubblico, la precisa datazione, la lista esatta dei màrtiri ed il loro numero. Infatti, poiché in alcune recensioni risultano attestati sei accusati, mentre in altre il numero sale a dodici, diventa ovvio che il martirio collettivo perde di credibilità sin dall’inizio. Tuttavia, per superare questa contraddizione, i chiesastici fanno apparire un processo celebrato in due tempi con una assurda sospensione di trenta giorni, creata artatamente per aggiungere altri sei màrtiri agli iniziali.

Abbiamo elencato riscontri talmente significativi al punto di impedire alla Chiesa odierna, consapevole delle assurdità elencate, di trattare questo argomento; infatti basta entrare nel sito ufficiale del Vaticano, come la “Enciclopedia Cattolica” e cliccare nel web “Cathopedia Santi Martiri Scillitani” per leggere “Cathopedia non ha ancora una voce con questo preciso nome”. Sì, proprio così!.
Ne consegue che, al giorno d’oggi, di fatto la Chiesa disconosce le ignote reliquie che dallAfrica sarebbero state traslate in Francia nel IX secolo: una bufala, perché, alla fine del IX secolo, il Codice di san Girolamo non conosce l’esistenza dei martiri scillitani; come il Codice di "Apologeticum" (di Tertulliano) del X secolo; lo stesso dicasi del monaco Giovanni Xifilino dellXI secolo: datazioni che sconfessano quelle accreditate ai “Codici Scillitani”.
Oscure reliquie che, dalla Francia, furono poi trasferite a Roma nellaBasilica dei Ss. Giovanni e Paolo”, laddove tuttora giacciono conservate le ossa di dodici fra uomini e donne: miseri resti anonimi spacciati come “I Martiri Scillitani”. Una pratica macabra, ideata da maniaci, che la Chiesa adottò sin dalla antichità, grazie all’indottrinamento del popolino sottomesso (lat. “missus”), illuso dai preti sui falsi poteri miracolosi di pietosi resti umani.
Ite, missa est …

 
Emilio Salsi


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