L'inesistente apostolo Giacomo detto 'il Minore' o 'il Giusto'


Sintesi
 
La trasmissione dei testi cristiani patristici antichi - dal Nuovo Testamento alla Historia Ecclesiatica di Eusebio, dalle opere più importanti di Tertulliano e Origene a quelle di molti altri "Padri della Chiesa" - è stata oggetto di studio da parte di filologi classici, paleografi e biblisti.
Di tali opere disponiamo trascrizioni su pergamena e papiro, le più antiche risalenti non prima del Medioevo; esse sono costituite da un corpus di codici manoscritti i cui originali non sono stati conservati gelosamente, come sarebbe stato logico fosse avvenuto data l'estrema importanza storico documentale della dottrina in essi contenuta; al contrario vennero distrutti deliberatamente per cancellare le prove della evoluzione di una nuova religione, in origine totalmente diversa, ad iniziare dai protagonisti teologici esclusivamente giudaici il cui mito si rese necessario modificare nel corso di un progressivo cambiamento durato secoli. La distruzione metodica dei documenti cristiani originali ebbe inizio sin da quando il Cristianesimo giunse al potere e l'Impero Romano era ancora saldo. Era l'epoca dell'Imperatore Costantino il Grande, nel IV secolo, quando, sotto di lui, il potente Vescovo cortigiano, Eusebio di Cesarea, potè accedere agli Archivi Imperiali e visionare i rotoli manoscritti concernenti le cronache di Roma e la sottomessa Giudea nonché i rispettivi protagonisti del primo secolo.

Paleografi, papirologi, biblisti e filologi hanno svolto il proprio lavoro ma "l’enigma" inerente Gesù Cristo, Apostoli e Sacra Famiglia non sono riusciti a risolverlo ... o non vogliono. Oggi spetta agli storici analisti indagare, tramite la lettura comparata di fonti diverse e senza essere condizionati dalla fede, le vicende evangeliche calandosi nel contesto dell'epoca con una visione generale dei fatti. Studiosi, quindi, consapevoli di esaminare la Giudea del primo secolo, una terra, asservita all'Impero Romano, la cui Legge ebraica ancestrale non poteva entrare in contrasto con quella di Roma. Una esigenza imperiale che valeva per tutte le religioni, nei confronti delle quali le autorità romane avevano istituito un apposito collegio sacerdotale col compito di sorvegliare i culti stranieri per accertare la fondatezza di eventuali contenuti dogmatici nazionalisti insofferenti all'assoggettamento imposto dalla potenza dominante.    

In linea con questo principio, i Cesari, unici depositari dell'insieme dei poteri dello Stato (imperium), investiti del supremo grado religioso dell'Impero Romano (Pontifex Maximus) sovrintendevano su tutto ciò che si riferiva al culto - pertanto al di sopra di tutti i Sommi Sacerdoti "ἀρχιερεῖς" (Archiereis) di ogni credo - e conferivano il diritto di uccidere (ius gladii
) soltanto ai Governatori delle Province romane, le più alte autorità di quelle circoscrizioni, comandanti di adeguati contingenti militari con un potere egemonico territoriale assoluto. Erano Magistrati, spesso sacerdoti pagani, con la prerogativa di fungere da accusatori e, al contempo, giudici nei confronti degli abitanti denunciati di reato, fatta eccezione di quei sudditi che godevano della cittadinanaza romana attestata da un diploma rilasciato dall’Imperatore. Questi ultimi dovevano essere sottoposti a processo da un tribunale composto da più giudici e, se non esisteva nel territorio in cui era stato commesso il crimine, gli imputati erano inviati a Roma in catene con la prima trireme che vi si recava.
Il ius gladii veniva concesso anche ai Re clienti, Tetrarchi ed Etnarchi che governavano le regioni sotto protettorato romano, i quali potevano dotarsi di un esercito con armamento leggero sufficiente a garantire l'ordine pubblico e la riscossione dei tributi.
Un potere militare romano enorme, basato su un diritto funzionale a mantenere aggregato un Impero vastissimo.

Al contrario dei Governatori provinciali, a nessun sacerdote delle molteplici divinità, oggetto di culto nei territori sottomessi a Roma, era concesso l’arbitrio di ammazzare sudditi del Pontefice Massimo e Princeps dell'Impero. Conseguentemente un Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme non poteva sopprimere nessun abitante della Provincia romana di Giudea senza il preventivo consenso del Luogotenente imperiale, anche in caso di violazione della Legge mosaica la quale non vincolava il funzionario romano ... e il Sommo Pontefice ne era consapevole; come ne erano consapevoli gli scribi cristiani quando inventarono il "processo a Gesù" dei vangeli:

"Condussero Gesù dalla casa di Caifa al Pretorio ... allora Pilato disse ai Giudei: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno»" (Gv 18,28/31).

In questi documenti leggiamo che per poter rendere esecutiva la condanna a morte di Cristo, decretata dal Sommo Sacerdote Caifa, si rese obbligatorio sottoporre il caso al giudizio definitivo del Prefetto romano Ponzio Pilato il quale, direttamente, ordinò il supplizio del condannato.
Troviamo riscontro in "Antichità Giudaiche"
(XX 102), di Giuseppe Flavio, in cui si riferisce che il Procuratore Tiberio Giulio Alessandro, in carica dal 46 al 48 d.C., dopo aver personalmente sottoposto a processo Giacomo e Simone, due figli di Giuda il Galileo, il romano ordinò che i due zeloti venissero crocefissi.       

A verifica di quanto affermato, prendiamo in esame la "prova" di Eusebio
sull’esistenza di Giacomo fratello di Gesù - manipolata nella sua "Historia Ecclesiastica" sin dall'epoca costantiniana - seguendo la cronaca di Giuseppe Flavio. Infatti, se è esistito un fratello di Cristo, di conseguenza, secondo gli scribi cristiani, si dovrebbe ammettere che è esistito anche Gesù il Redentore, ma … verifichiamo il testo storico.

 

Da "Antichità Giudaiche" XX 196-203:

 

“Saputo questo, il Re diede il sommo sacerdozio a Giuseppe, soprannominato Kabi, figlio del Sommo Sacerdote Simone. Venuto a conoscenza della morte di Festo, Cesare (Nerone) inviò Albino come Procuratore della Giudea. Il Re Agrippa (II) poi allontanò dal sommo sacerdozio Giuseppe e gli diede come successore nell’ufficio il figlio di Anano, il quale si chiamava anch'egli Anano. Con il carattere che aveva*, Anano pensò di avere un’occasione favorevole alla morte di Festo mentre Albino era ancora in viaggio: così convocò i Giudici del Sinedrio e introdusse davanti a loro un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, detto Cristo, e certi altri, con l’accusa di avere trasgredito la Legge e li consegnò perché fossero lapidati. Ma le persone più equanimi della città, considerate le più strette osservanti della Legge (i Giudici del Sinedrio) si sentirono offese da questo fatto. Perciò inviarono segretamente (legati) dal Re Agrippa supplicandolo di scrivere una lettera ad Anano dicendogli che il suo primo passo non era corretto, e ordinandogli di desistere da ogni ulteriore azione. Alcuni di loro andarono incontro ad Albino che era in cammino da Alessandria informandolo che Anano non aveva alcuna autorità di convocare il Sinedrio senza il suo assenso. Convinto da queste parole, Albino, sdegnato, inviò una lettera ad Anano minacciandolo che ne avrebbe espiato la pena dovuta. E il Re Agrippa, per la sua azione, depose Anano dal sommo pontificato che aveva da tre mesi, sostituendolo con Gesù, figlio di Damneo”.


* Giuseppe Flavio era membro del Sinedrio e, data la sua profonda amicizia col Sommo Sacerdote "Anano, figlio di Anano", con ogni probabilità fu lui lo scriba di questa Assise. In apertura del I studio abbiamo riferito la ambiziosa carriera dello storico ebreo che, entrato a far parte di questo Sinodo nel 56 d.C., gli consentì di scalare i più alti gradi della aristocrazia giudaica. 

 

Innanzitutto rileviamo che Anano consegnò (stato di fermo momentaneo, affidamento sotto vigilanza armata delle Guardie del Tempio) degli uomini perché fossero lapidati e non li fece lapidare.
Su quegli uomini pendeva un capo d’imputazione gravissimo, contemplato dalla legge mosaica, che prevedeva la pena di morte ... ma Anano non poteva lapidare nessuno senza il benestare del Procuratore, e questo il Pontefice lo sapeva benissimo, pertanto si limitò a praticare di propria iniziativa una misura restrittiva della libertà agli accusati dopo aver emesso il decreto (e qui commise l'errore) prima dell'arrivo del funzionario imperiale; quindi scavalcando le modalità della prassi prevista dal potere di Roma. Infatti, la richiesta, inoltrata dai legati dei giudici del Sinedrio ("osservanti della Legge") al Re Agrippa II per ordinare ad Anano "di desistere da ogni ulteriore azione", vuole significare che la lapidazione non era ancora stata eseguita. 

Anano era consapevole che il “diritto di uccidere” era prerogativa assoluta del Procuratore romano "cum iure gladii" e il minimo che gli poteva accadere, se si fosse arrogato lui quel potere, era di finire in catene come avvenuto dieci anni prima al Sommo Sacerdote Ananìa* o, ancora peggio, poteva fare la fine del proprio fratello più anziano, Gionata, Sommo Sacerdote prima di lui, fatto uccidere dal Procuratore Antonio Felice (Ant. XX 162/164) soltanto per averlo contestato; ma soprattutto, sapeva che i Romani non si fidavano dei Sommi Sacerdoti giudei … sino al punto di volere essi stessi processare di persona ed interrogare gli accusati, sotto tortura, per accertarsi se erano ribelli integralisti partigiani e farsi rivelare i nomi dei complici prima di eliminarli.

* Per ordine del Legato di Siria Ummidio Durmio Quadrato (Ant. XX 131), di cui abbiamo riferito dettagliatamente nel precedente argomento su Paolo di Tarso.

 

Il massimo prelato ebraico era certo, “col carattere che aveva”, che la logica della grave motivazione prevalesse sull’iter formale della procedura la quale prevedeva la presenza del rappresentante di Roma per poter convocare il Sinedrio. Questa norma consentiva all’Imperatore, attraverso il suo funzionario di fiducia, di controllare politicamente cosa decideva il Sinedrio fantoccio di Gerusalemme.

Della lapidazione di Giacomo o chicchessia, per aver violato la Legge ebraica, a Lucio Albino non importava affatto. Quando il Sinedrio si riuniva, il Procuratore lo voleva sapere e, preso visione di persona degli argomenti che venivano trattati, poteva, a suo giudizio insindacabile, approvarli o meno prima di essere deliberati … Roma, semplicemente, non si fidava: tutto qui.

La fazione sacerdotale in quel momento contraria al Sommo Sacerdote Anano colse l’occasione per "fargli le scarpe" scalzandolo dal suo Uffizio e alcuni di loro andarono ad Alessandria ad intercettare Albino (lui era il vero detentore del potere),informandolo che Anano non aveva alcuna autorità di convocare il Sinedrio senza il suo assenso: questo era loggetto del contendere.

 

Al Procuratore non fu denunciato il reato, consistente nella lapidazione di alcune persone, perché non era stata eseguita la sentenza … impossibile senza la ratifica del funzionario di Roma; la delazione si riferiva soltanto alla convocazione del Sinedrio avvenuta senza la sua approvazione e il romano convinto da queste parole non volle sapere altro.

Giacomo non venne neanche nominato ad Albino, né avrebbe potuto conoscerlo; pertanto il Procuratore fece intervenire il Re “vassallo” Agrippa II e gli ordinò di deporre Anano che aveva osatoconvocare il Sinedrio senza il suo assenso e al suo posto fu nominato l’altro “papabile” Sommo Sacerdote: Gesù, figlio di Damneo … fratello di Giacomo.

A meno che non si voglia gettare al macero tutti i testi di storia e letteratura della Roma antica, nessuno studioso, dedito alla conoscenza dell'Impero Romano, potrà mai accettare che un Sommo Sacerdote giudeo si sia potuto arrogare il diritto di uccidere numerosi sudditi del Princeps
Pontifex Maximus cavandosela con la semplice rimozione dalla carica rivestita. La flagranza di reato sarebbe stata troppo manifesta avendo il Pontefice del Tempio ebreo di Yahweh approfittato dell'assenza del Procuratore per attribuirsi i suoi poteri sino al punto di sostituirlo nell'autorità e investirsi delle sue prerogative di Magistrato, anteponendo la legge giudaica al diritto romano: l'unico a contare nei territori sottomessi all'Impero e l'unico funzionale al mantenimento del potere di Roma, ad iniziare da quello conferito ai suoi Legati imperiali.
Il minimo che poteva accadere ad Anano, in un caso del genere, sarebbe stato quello di finire in catene ed inviato a Roma per essere sottoposto al tribunale di Nerone il quale non si sarebbe fatto alcuno scrupolo di decapitarlo se non addirittura crocifiggerlo come monito verso qualsiasi sacerdote intendesse emularne le gesta. Come già fece l'Imperatore Tiberio nel 19 d.C. con due sacerdoti del Tempio di Isis, fatti crocefiggere in quanto complici di un semplice reato a luci rosse, di gran lunga inferiore se paragonato a quello imputato dagli "storici contemplativi" al Sommo Sacerdote di Gerusalemme per essersi attribuito il diritto di uccidere: un potere riconosciuto per legge esclusivamente ai Governatori romani.

La "tradizione" cristiana che interpretò erroneamente questo Atto del Sinedrio giudaico, come stiamo per accertare, fu "assemblata" molti secoli dopo da monastici scribi incapaci di comprendere i rigidi meccanismi che governavano l'Impero Romano all'apice della sua potenza. Una volta preso visione della autentica vicenda storica nella quale compariva un ebreo di nome Giacomo, fratello di uno dei tanti "Gesù" (Giosuè) a spasso in Gerusalemme, gli amanuensi approfittarono della coincidenza fra il nome di un apostolo-fratello abbinato a quello del Redentore e decisero di aggiungere "detto Cristo" al fratello di un tizio col nome "Gesù" per creare una prova della esistenza di "Gesù Cristo".
Infatti, dopo aver riletto il passo su riportato, se proviamo a togliere “detto Cristo”, rimarrebbe solo “Giacomo, fratello di Gesù”, senza patronimico (d’obbligo in prima citazione ebraica), di conseguenza, lunico Gesùche ha il patronimico è Gesù, figlio di Damneo, pertanto lo storico Giuseppe non riporta il patronimico di Giacomo perché, essendo questi fratello di Gesù figlio di Damneo, anch'egli è figlio di Damneo. Viceversa, se fosse stato un altro giudeo di nomeGesù”, non figlio di Damneo, lo storico ne avrebbe dovuto citare laltro differente patronimico per distinguere i due Gesù omonimi.

Il fatto che dopo il nome Gesù non poteva esserci il titolo divino giudaico di Cristo”, viene testimoniato anche dal Padre apologista cristiano Orìgene il quale, nel III secolo (circa ottanta anni prima del Vescovo Eusebio), in due sue opere ("Commentarium in Matthaeum" X 17 e "Contra Celsum" I 47), riferendosi a questo episodio dichiara candidamente, sorpreso e nello stesso tempo dispiaciuto, che «Giuseppe (Flavio) non riconosceva Gesù comeCristo (Messia)».
Al fervente cristiano Orìgene bastò aver letto nel brano di "Antichità" i nomi di Gesù e il fratello Giacomo per balzare giù dallo scanno, convinto, motu proprio, che lo storico giudeo si riferisse a Cristo ma non lo scrisse perché, in quanto ebreo, non poteva riconoscerlo come suo Messia. I credenti non si rendono conto che l'apologista Orìgene, con questa frase, testimoniò esattamente che nella cronaca autentica di Giuseppe Flavio non vi era scritto "Cristo" dopo il nome "Gesù". Particolare importante a dimostrazione del fatto che, all'epoca di Origene, ancora non esisteva la futura falsificazione attribuita allo storico fariseo da Eusebio: il “Testimonium Flavianum”, tramite il quale si attesta "Gesù era il Cristo". Altra "eccellente prova" dell'Avvento del "Salvatore" fatto "testimoniare" da Giuseppe Flavio per mano del potente Vescovo nella sua "Historia Ecclesiastica".

Il "Testimonium" di Eusebio, da lui accreditato allo storico Giuseppe sull'esistenza di Gesù Cristo, verrà interpolato nei codici di "Antichità Giudaiche" dall'XI secolo in poi ma, giocoforza, ha vincolato gli amanuensi a citare questo "Gesù" con il titolo giudaico riduttivo "detto Cristo" nel Sinedrio di Anano per evitare al cronista ebreo Giuseppe Flavio di spiegare che il Sommo Sacerdote del Sinodo, al cospetto del "fratello del Messia", si sarebbe sentito in obbligo di chiedergli chi fosse quel "Messia" Salvatore che gli Ebrei stavano aspettando e, di conseguenza, aprire un altro "processo a Gesù". Inevitabilmente, "Gesù era il Cristo" del Testimonium F. diventa la genesi imprescindibile di "detto Cristo": solo la certezza della prima affermazione dà un senso alla titubante "testimonianza" della seconda, ma più avanti, nel VI studio, una volta dimostrato che il "Testimonium Flavianum" è un brano ideato da scribi cristiani, anche la introduzione della frase spuria "detto Cristo", apparentemente riferita al fratello di un inesistente Vescovo di Gerusalemme, a sua volta fratello di un inesistente Cristo, senza scampo, si dimostrerà un ulteriore falso creato ad hoc per rendere veritiero storicamente il mito del "Salvatore" universale. 
 

 

L’intromissione spuria di “Cristo”, nella frase riportata Giacomo, fratello di Gesù, detto Cristo, ha lo scopo di richiamarsi, intenzionalmente, a Gesù Cristo e la sua famiglia, così come ci é stata descritta dai “Sacri Testi” e dai pulpiti ecclesiastici, ma anche questo dimostra che Giuseppe Flavio, veramente, non conosceva “Gesù Cristo” e quindi non poteva riferirsi a Lui perché, altrimenti, l'ebreo avrebbe dovuto scrivere: “Giacomo, uno dei fratelli di Gesù, detto Cristo” … o, ancora meglio, secondo quanto sostiene la Chiesa: “Giacomo, uno dei cugini di Gesù, detto Cristo” cui, obbligatoriamente, avrebbe dovuto seguire ("bar" in aramaico) figlio di … ? … E qui iniziano i dolori, come vedremo fra poco.

 

Giacomo, fratello di Gesù figlio di (bar) Damneo, e certi altri, se la cavarono. Infatti, se (per assurdo) fossero già stati uccisi, che bisogno c’era per i deputati sinedristi di correre ad Alessandria da Lucio Albino? L’accusa contro Anano di aver convocato il Sinedrio senza la sua autorizzazione rimaneva sempre e avrebbero potuta usarla anche dopo, aggravata dalla violazione del “ius gladii” (diritto di uccidere: potere, rimarchiamo, conferito dai Cesari solo ai Governatori romani), giusto il tempo che questi giungesse da Alessandria … e soprattutto, non si sentirono offesi per un linciaggio non eseguito: sarebbe una frase ridicola se fosse collegata al reale eccidio di molti uomini. Un martirio collettivo di ipotetici cristiani che viene sistematicamente ignorato da tutti i Padri della Chiesa ad iniziare da Origene il quale non approfondisce la vicenda accusando il Sommo Sacerdote Anano dell'eccidio. 

La mania del “martirio” è tale che la manipolazione della sua invenzione ci viene testimoniata con una diversa versione dei fatti dal Venerabilissimo Vescovo Eusebio di Cesarea nella sua “Historia Ecclesiastica” in cui leggiamo:

 

“In realtà vi furono due Apostoli di nome Giacomo: uno il Giusto (o il Minore, stesso protagonista della vicenda che stiamo analizzando), fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e bastonato a morte da un follatore; laltro fu decapitato (HEc. II 1,5) e, per dare maggior peso alla “testimonianza”, accredita a Giuseppe Flavio la falsa affermazione che il martirio di Giacomo causò la distruzione di Gerusalemme come punizione divina (HEc. II 23, 19-20).

 

Abbiamo visto che le “gesta” di questo “Giacomo” - richiamate con due narrazioni divergeti delle rispettive morti (peraltro il Tempio di Gerusalemme, descritto dettagliatamente da Giuseppe Flavio, in Ant. XV 392-425, non aveva “pinnacoli”, diversamente dalle future Chiese cristiane) - non sono rapportabili a “Giacomo, fratello di Gesù”, riferito dallo storico fariseo come in procinto di essere lapidato. Le testimonianze, macchinate da scribi falsari scoordinati fra loro, finiscono col concretizzare un terzo "Giacomo apostolo", tenuto conto che il primo era "Giacomo il Maggiore" ucciso, stando agli "Atti degli Apostoli", tramite decapitazione, ancor prima da Re Erode Agrippa I (At 12,1).
Siamo di fronte a tre tentativi, falliti dagli amanuensi cristiani, finalizzati a costruire su un fatto reale, avvenuto nel primo secolo nel Sinedrio di Gerusalemme, la prova storica della loro divinità: il Cristo salvatore dell'umanità e di suo fratello, Giacomo apostolo. Nella cronaca sopra riportata, l'appiglio sfruttato dai clericali era costituito dalla citazione casuale del nome “Gesù”, molto popolare fra i Giudei dell’epoca, abbinato al nome "Giacomo".

Infatti, non può essere un caso se lo stesso "Gesù", nel vangelo di Giovanni, non chiama al Suo seguito nessun "Giacomo" apostolo, inoltre, tutti gli esegeti mistici fingono di ignorare la piccola contraddizione contenuta nel sacro testo: san Luca segue gli apostoli nei loro “Atti degli Apostoli” fino al 63 d.C. ma non riporta la morte di Giacomo il Minore”… senza provare per lui alcuna “pietà”.

L’evangelista Luca, che secondo la "tradizione" morì nel 93 d.C., dopo aver riferito la morte di Giacomo il Maggiore (il primo), descrive i viaggi di Saulo Paolo fino al suo arresto e trasferimento a Roma nel 63 d.C. (At. 28,30), ma non sa delle "bastonate a morte" della lapidazione" di Giacomo il Minore che sarebbe avvenuta nel 62 d.C. … eppure si trattava di uno dei “dodici Apostoli”, Capo della Chiesa di Cristo e Vescovo di Gerusalemme. E' evidente che ancora non era stato inventato lalter ego dellunico Giacomo” esistente nei manoscritti originali. Questa lacuna negli “Atti degli Apostoli” è talmente grave che il solito Eusebio di Cesarea decide di “correggerla” raccontandola così:

 

“Poiché Paolo si era appellato a Cesare Nerone e Festo l’aveva inviato a Roma, i Giudei si volsero contro Giacomo, fratello del Signore, al quale gli apostoli avevano assegnato il trono episcopale di Gerusalemme(HEc. II 23,1).

 

Ma non è semplice falsare la Storia e, per rendere verosimile la fede in Cristo, inventare un "vescovo assiso sul trono".

Gli eventi contemporanei, descritti in questo brano ecclesiastico, dimostrano che lo scriba eusebiano (come l'evangelista Giovanni morto nel 104 d.C.) non conosceva le conseguenze delle datazioni storiche dal momento che l'accostamento di Paolo a Giacomo, diventa una ulteriore inesorabile prova che smentisce l'identificazione dell'ebreo Giacomo (fratello di Gesù figlio di Damneo) con il Giacomo fratello del Signore. Infatti, non si spiegherebbe il silenzio sulla morte di Giacomo il Giusto (avvenuta nel 62 d.C.) da parte di san Paolo, appassionato grafomane di interminabili lettere, sapendo che quest'ultimo morì nel 67 d.C., come testimoniato da san Girolamo in "De viris illustribus":


"San Paolo presentiva il proprio martirio ... nell'anno quattordicesimo di Nerone fu decapitato in Roma per la sua fede in Cristo"  (op. cit., cap. V).


E' impossibile giustificare l'ignoranza di san Paolo riguardante il martirio di Giacomo il Minore, avvenuto sei anni prima del suo, considerato che lo rammenta nella Lettera ai Galati (I 19) ove lo chiama "il fratello del Signore" e nella Prima lettera ai Corinzi (15,7) quando lo esalta personalmente giacché, dopo risorto, "Gesù apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli".
Se Paolo avesse saputo della straziante morte del "collega" Giacomo, ovviamente, ne avrebbe glorificato il supplizio ed attestato la cronaca a futura memoria con una ardente epistola. E non soltanto Paolo ...
La totale assenza di riscontri nei Codici trascritti nelle Abbazie, durante i secoli, dagli amanuensi dell'intera cristianità, ci impone il dovere di affermare che in realtà il supplizio di Giacomo è ignorato da tutti i discepoli di Cristo, dai Suoi successori e tutti i Padri della Chiesa, san Girolamo compreso, fino a tutto il primo millennio ... con la sola eccezione di Eusebio il quale, tuttavia, come abbiamo visto, rilascia una versione totalmente diversa. Poiché quest'ultimo visse oltre mezzo secolo prima di Girolamo e ne costituì la fonte diretta, come è possibile trovare una spiegazione a questa assurdità?

 

Per capire è necessario consultare i manoscritti che narrano le rispettive opere e verificare le datazioni in cui gli scribi di Dio le hanno redatte; dopodiché notiamo che "Historia Ecclesiastica" di Eusebio è stata trascritta dagli amanuensi in due famiglie distinte di codici datati fra il X ed il XIII secolo*. Diversamente, il manoscritto contenente "De viris illustribus" di Girolamo fu stilato da altri scrivani un secolo prima ed è oggi custodito nel "Seminario Teologico di New York" contrassegnato come "Codex MS 2 Q Neoeboracensis" risalente al IX secolo (approfondiamo i dettagli nel V studio concernente Giovanni apostolo e nel VI studio sul Testimonium Flavianum).
Quindi è del tutto evidente che le sacre penne monastiche hanno chiamato il famoso vescovo e storico cristiano Eusebio a "testimoniare" sul martirio di Giacomo il Giusto attingendo al "Codex Ambrosianus F 128" dell'XI secolo per i richiami alle "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, nelle quali gli scribi introdussero il falso Testimonium Flavianum e l'espressione "detto Cristo" nel Sinedrio di Anano che stiamo trattando.


* I manoscritti di "Historia Ecclesiastica" di Eusebio sono divisi in due famiglie; la prima è composta dai Codici: B = Parisinus 1431 (sec. XII); D = Parisinus 1433 (sec. XII); M = Marcianus (sec. XII); la seconda è composta dai Codici: A = Parisinus 1430 (sec XI); Laurentianus 70,20 (sec X); Laurentianus 70,7 (sec XI); Mosquensis 50 (sec XII).
A questi manoscritti si aggiungono una versione Siriaca ed una Armena contrassegnate con "Σ" ed una versione latina "L" fatta risalire a Rufino di Aquileia; versioni che vengono datate "probabilmente" al V secolo: una datazione basata su un "probabilmente" destinato ai credenti, ma non alla Storia ...

Rufino di Aquileia (345-410 d.C.) era amico di, udite udite ... san Girolamo, sì, quello di "De viris illustribus"; ma questi non sapeva della morte di Giacomo il Giusto (op. cit. cap. II) causata dalle bastonate di un follatore, mentre il suo compagno di fede ne sarebbe stato al corrente ... stando a quel che vorrebbero farci credere gli odierni esegeti spirituali. Rufino ebbe con Girolamo alcuni contrasti riguardanti la dottrina ma nessuna discrepanza concernente la vita degli apostoli. A causa delle insanabili antìtesi presenti nei manoscritti elencati (ad iniziare dalle datazioni ricavate sempre con poco affidabili stime paleografiche), quando i traduttori provarono a congetturare un archètipo di "Historia Hecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, furono costretti ad effettuare censure, tagli, correzioni e aggiunte in base ad interpretazioni soggettive di comodo.
L'editio princeps greca, curata da da R. Estienne, fu pubblicata a Parigi nel 1544; ad essa fecero seguito una sequela di traduzioni discordanti, èdite fino ai nostri giorni.


Tuttavia - pur essendo gli interpreti dei codici scelti dall'alto clero fra i credenti contemplativi - non esiste alcun manoscritto in grado di dimostare la conoscenza, da parte di tutti i Padri e i Dottori della Chiesa, succeduti nei secoli, del supplizio di Giacomo il Minore perpetrato dal Sommo Sacerdote Anano prima della stesura del Codex Ambrosianus F 128, risalente all'XI secolo d.C., contenente Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio. Finalmente, dopo oltre un millennio, gli scribi di Dio stabilirono che il martirio di Giacomo il Giusto, fratello di Gesù, avvenne tramite lapidazione.  
Quando, nove secoli fa,
gli amanuensi trascrissero questo codice, aggiunsero il famoso "detto Cristo" nel XX Libro senza rendersi conto che nello stesso momento avrebbero dovuto correggere tutti i manoscritti giacenti nelle biblioteche ecclesiatiche dell'intero mondo cristiano per eliminare l'altra contraddittoria morte di Giacomo il Minore
...
il
Giusto, fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e bastonato a morte"
riferita
nei manoscritti di "Historia Ecclesiastica" di Eusebio. Una colossale svista che, inevitabilmente, stravolgerà il "Testimonium Flavianum", ovvero quella che avrebbe dovuto costituire la prova storica extra cristiana di eccellenza, introdotta nell'XI secolo dagli scrivani di Cristo nello stesso codice. Pubblichiamo l'indagine specifica nel VI studio.     

 

Rientriamo ora nel presente argomento e rileviamo che lo scriba ebreo del Sinedrio, lo storico Giuseppe Flavio, non riporta le motivazioni dell’accusa del Sommo Sacerdote rivolta a Giacomo ed agli altri, ma si limita ad un generico “per avere trasgredito la Legge” perché il procedimento contro gli accusati, in stato di fermo cautelativo - “consegnati” sotto vigilanza armata - fu annullato dalla rimozione di Anano.

Altro particolare importante da sottolineare è che, in “Atti degli Apostoli”, “Gesùnon viene mai nominato nel Sinedrio se non con la generica definizione di costui” perché "Yeshùa" (contrazione aramaica dell'ebraico "Yehoshùa") per l'evangelista era un titolo divino (Colui che salva), diversamente, come tale, non riconosciuto dagli Ebrei; pertanto, questo episodio, riferito ad un vero atto del Sinedrio, sconfessa gli “Atti degli Apostoli” dimostrando che i sacerdoti Ebrei non avevano problemi a nominare “Gesù” … tranne in “Atti” di Luca.

 

Ancor più significativamente, nella cronaca testé letta, lo storico giudeo non accenna all’esistenza in Gerusalemme, la sua città natale, di un Vescovocapo della Chiesa Cristiana e di una religione avversa all'ebraismo. La pretesa dei clericali di individuare, nel "Giacomo" del resoconto storico, addirittura il Capo territoriale dei Cristiani giudei del primo secolo, si ritorcerà contro la menzogna di Eusebio grazie alle scoperte archeologiche, come dimostriamo nel successivo IV studio. Attenendosi al profilo storico razionale, Giuseppe Flavio l'avrebbe sicuramente riferito, essendo suo dovere, poiché nel 62 era già un eminente sacerdote fariseo di 25 anni, già membro del Sinedrio dal 56 d.C. Inoltre, lo storico non usa mai il termine “Apostoli”: non li conosce … come non ha mai conosciuto o sentito parlare di “miracoli” spettacolari da loro esibiti davanti al Tempio, sotto il portico di Salomone (allora distrutto e precisato dall'ebreo), o nelle piazze della Città Santa al cospetto di folle venute dalle città vicine. Ricordiamo che Giuseppe nacque nel 37 d.C. e, appena quattro anni prima, i suoi genitori assistettero al film "La Passione di Cristo" senza pagare il biglietto: la cui trama non hanno mai raccontato al figlio.


Ma ciò che rende veramente importante questo Atto del Sinedrio, risalente al 62 d.C., è costituito dal fatto che, stranamente, è lunico registrato dallo storico dalla morte di Erode il Grande in poi; e il motivo per cui fu lasciato, ovviamente, è quello che stiamo dibattendo. La singolarità del Sinodo ebreo di Anano, riferito nella cronaca di Giuseppe, stride con l'operosità del Sinedrio chiamato continuamente a deliberare su Gesù ed i suoi successori nei documenti neotestamentari del cristianesimo paolino. Questo aspetto lo approfondiamo nel XV studio attraverso una meticolosa analisi a riprova che gli amanuensi di "Antichità", dall'XI secolo in poi, hanno censurato tutte le cronache e le delibere del Sinedrio di Gerusalemme al fine di giustificare la mancanza di riscontri storici concernenti il "processo a Gesù" e relativa condanna del Messia ebreo. Sono molte le censure che si susseguono per coprire i vuoti nella storia infatti, diversamente dai vangeli - oltre l'assenza della delibera del Sinedrio concernente la condanna a morte di "Gesù Cristo" tramite supplizio - la storia,
contrariamente a quanto narrato in "Atti degli Apostoli", non conosce lo scontro avvenuto tre anni prima, il 59 d.C. (quando l'ebreo Giuseppe aveva 22 anni ed era già un importante scriba e sacerdote fariseo), nello stesso Sinodo fra l'ex ebreo, apostata della Legge mosaica, Saulo Paolo ed il Sommo Sacerdote Ananìa: fanta diatriba apostolica, avvenuta in un Sinedrio riunito senza autorizzazione del Legato imperiale (vedi II studio), risolta a favore di Saulo grazie all'intervento del Tribuno romano di Gerusalemme, dipinto in "Atti" come un idiota. Ancora, la storia di "Antichità" non sa niente della condanna a morte di santo Stefano, voluta dal Sinedrio (convocato senza Legato romano) di "Atti degli Apostoli": il protomartire massacrato senza pietà ai piedi del giovane sinedrista "Saulo", non ancora "Paolo", smanioso di far strage di cristiani. 

Intanto, se abbiamo potuto leggere la cronaca di questo Sinedrio è per un solo scopo: il nome “Gesù”; ma non ilCristo” che tutti sappiamo, come ci si vorrebbe far credere con la piccola manomissione mirata, bensì un altro, uno dei tanti ebrei di nome “Gesù” (Giosuè) che vivevano nella Giudea del I secolo. “Cristo” non può averlo scritto Giuseppe Flavio: è stato aggiunto da un “pio” falsario, organizzato e diretto da mani forti.

Il primo cristiano che ebbe la possibilità di consultare gli archivi imperiali fu appunto Eusebio di Cesarea, data la posizione di privilegio presso la corte di Costantino, e questo aspetto era conosciuto dagli scribi che falsificarono "Antichità Giudaiche" nell'XI secolo, pertanto pensarono di chiamare in causa il remoto Vescovo. Ma chi altri, se non uno scriba cristiano con un preciso disegno, avrebbe potuto mettere nella penna di un eminente sacerdote fariseo la parola “Cristo” equivalente a “Messia”, il prescelto da Dio come guida del Suo popolo? … Senza minimamente riflettere che lo scrittore, come ebreo, si sarebbe sentito in obbligo di riempire svariati rotoli manoscritti per descrivere la divinità salvatrice dei Giudei che lui stesso attendeva

 

Sin dal lontano passato, la Chiesa, al fine di provare l’esistenza del suo “Salvatore” come uomo, ha inteso supportare le verità evangeliche con una documentazione storica inventandosi il “Testimonium Flavianum” e manipolando, inoltre, questo episodio autentico riferito ad un tale Giacomo, fratello di Gesù, il Sommo Sacerdote figlio di Damneo, come si evince dallo scritto dello storico Giuseppe.

La dimostrazione dell’alterazione del testo originale segue due percorsi:

 

1° La constatazione che la modifica introdotta varia da un manoscritto all’altro sempre sullo stesso punto della frase, vitale per la “prova teologica”: la parola “Cristo”. Infatti, mentre nel "Testimonium Flavianum", fatto risultare scritto dall'eminente fariseo Giuseppe Flavio, gli scribi cristiani attestarono "Questi era il Cristo", viceversa, nel brano dello storico ebreo, sopra riportato, proveniente dagli archivi ecclesiastici, leggiamo "detto Cristo...".

Pertanto riproduciamo la fotocopia di un testo antico accreditato allo stesso Giuseppe, tradotto dal greco, risalente a cinque secoli addietro, pervenuto, superfluo a dirsi, dagli archivi di un Vescovo, come riportato sul frontespizio:

 

      FLAVII  IOSEPHII  ANTIQVITATVM  IVDAICARVM    

Per Hier. Frobenium e Nic. Episcopium, Basileae, MDXLVIII   (Lib. XX, cap. 8)







 

In esso è riferito, in basso a destra, fratello di Gesù Cristo di nome Giacomo”.

 

Poiché queste traduzioni, provenienti da manoscritti “curati” da Episcopi motivati a far risultare vera la dottrina che postulava l’avvento del Messia Gesù, essendo adulterate con modalità diverse in quell’unico punto del brano, si dimostra che quella piccola frase non era originale ma aggiunta posteriormente, pertanto, se si eliminaCristo”, rimane un solo Gesù, figlio di Damneo, con un fratello di nome Giacomo.
Quattro secoli prima di questa versione, fu stilata la più vetusta copia manoscritta di "Antichità Giudaiche", contenente il XX Libro, nel Codex Ambrosianus GR F 128, risalente all'XI secolo. Tale datazione dimostra che tutti gli alti esegeti dell'intera Critianità hanno spacciato il textus receptus del manoscritto come veritiero tacendo il fatto che il Giacomo, descritto nel brano storico come fratello di Gesù Cristo, se veramente fosse stato ucciso tramite lapidazione, avrebbe contraddetto l'altra morte del fratello di Gesù "gettato giù dal pinnacolo del Tempio e bastonato
a morte". Questa diversa fine di Giacomo il Minore, narrata in "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, dimostra in modo lampante la finzione del suo evento. A riprova di tali contrasti insanabili evidenziamo che non esiste alcun manoscritto antecedente al Codex Ambrosianus GR F 128: il primo a riportare la morte per lapidazione di Giacomo fratello di Cristo. Un insieme di assurdi controsensi, ad iniziare dal silenzio tombale sul supplizio di Giacomo da parte degli apostoli morti dopo di lui, tutti i successori di Cristo, Padri apostolici e apologisti, compreso san Girolamo che ne descrive la vita. A ciò faranno eccezione le "testimonianze postume" rilasciate, oltre dieci secoli dopo, dagli amanuensi nei rispettivi codici a nome di Origene ed Eusebio ... anch'esse divergenti fra loro.


2° L’analisi critica svolta in conformità al diritto-potere in vigore nella Roma imperiale ha provato che non vi fu alcuna esecuzione a morte delle persone incriminate dal Sommo Sacerdote bensì il solo decreto da lui emesso, prontamente contestato ed annullato a causa della procedura errata seguita da Anano in contrasto con la normativa operante. Tale prescrizione era vigente ancora prima dell’epoca di “Gesù” (ad iniziare dal Prefetto Coponio, il 6 d.C.), tant'è vero negli stessi Vangeli leggiamo che Cristo fu prima arrestato e poi ucciso, ma solo grazie all'intervento del funzionario imperiale Pilato nelprocesso a Gesù”. Almeno sotto questo aspetto (l’unico), l’evangelista - prima di inventarsi la sceneggiatura generale della granguignolesca "Passione di Cristo" finalizzata alla Sua resurrezione escatologica - si informò sulle leggi di Roma allora in atto.
Peraltro, dalla lettura approfondita dei Vangeli, la presenza in questo Sinedrio di un Giacomo, fratello di Gesù Cristo, è aggravata dalla "dolorosa" impossibilità di individuarne il padre, come risulta dalla stessa indagine apologetica fatta dal Pontefice del Vaticano.
Gli esiti di questi due filoni di indagine si incrociano immancabilmente, sebbene, ad ulteriore conferma delle risultanze scoperte, si sta per aggiungere un terzo riscontro che tratteremo nel successivo argomento: l'archeologia.

 

Rimaniamo in tema e leggiamo cosa ha dichiarato Benedetto XVI (è in rete) nella Udienza Generale su Giacomo il Minore” tenuta il 28 Giugno 2006, a comprova di quanto da noi sopra riportato nell'apposito I argomento avvalendoci anche della Tabella "Nominativi degli Apostoli nei Vangeli Canonici":

      

“Cari fratelli e sorelle, accanto alla figura di Giacomo “il Maggiore, figlio di Zebedeo”, nei Vangeli compare un altro Giacomo, che viene detto “il Minore”. Anch’egli fa parte delle liste dei dodici Apostoli scelti personalmente da Gesù, e viene sempre specificato come figlio di Alfeo (Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 5). E’ stato spesso identificato con un altro Giacomo, detto il Piccolo” (Mc 15,40), figlio di una Maria (ibid) che potrebbe essere la Maria di Cleofa” presente, secondo il Quarto Vangelo, ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (Gv 19,25). Anche lui era originario di Nazaret e probabile parente di Gesù (Mt 13,55; Mc 6,3), del quale alla maniera semitica viene detto fratello” (Mc 6,3; Gal 1,19).

Tra gli studiosi si dibatte la questione dellidentificazione di questi due personaggi dallo stesso nome: Giacomo figlio di Alfeo e Giacomo “fratello del Signore”. Le tradizioni evangeliche non ci hanno conservato alcun racconto né sulluno né sullaltro. La più antica informazione sulla morte di questo Giacomo ci è offerta dallo storico Flavio Giuseppe. Nelle sue “Antichità Giudaiche” (20, 201 s), redatte a Roma verso la fine del I° secolo, egli ci racconta che la fine di Giacomo fu decisa con iniziativa illegittima dal Sommo Sacerdote Anano, figlio dell’Annas attestato nei Vangeli, il quale approfittò dell’intervallo tra la deposizione di un Procuratore romano (Festo) e l’arrivo del successore (Albino) per decretare la sua lapidazione nell’anno 62 d.C.”…

 

Come i lettori e gli stessi fedeli possono constatare, l’impossibilità di dare un certificato anagrafico a questo "Giacomo" è più che evidente allo stesso Papa dei cattolici. Tuttavia rileviamo che il grande teologo Benedetto XVI ha taciuto appositamente agli estasiati credenti la realtà fondamentale costituita dal fatto che a partire dagli evangelisti, apostoli, Padri successori, nonché tutti gli storici e i Dottori della Chiesa sino all'XI secolo*, nessuno di loro sapeva della lapidazione di Giacomo, fratello di Gesù, per di più Vescovo della Chiesa di Gerusalemme. Inoltre, ancora con opportuno calcolo, Benedetto XVI si è guardato bene dall'informare le fedeli pecorelle del suo gregge sulla enorme contraddizione derivante dalla rappresentazione dell'altro martirio, subito dallo stesso Giacomo, tramite le bastonate di un follatore: un evento descritto dettagliatamente, ma con particolari totalmente diversi nella "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, in codici stilati dal X secolo in poi. Tali risultanze significano solo un dato di fatto: coloro che inventarono la vita e lo strazio di Giacomo il Minore sapevano che questi era un personaggio di pura fantasia. Ne consegue che non era esistita né la tortura, né il Santo che avrebbe dovuta patirla.


* Stando alle affermazioni del Pontefice del Vaticano, e per l'intera cristianità odierna, san Giacomo subì il martirio nel 62 d.C. ma ... "i Cristiani del I millennio" non la pensavano così perché, in tal caso, sarebbero stati i primi a riferire l'evento. Ecco la lista dei seguaci di Cristo, appassionati scrittori di lettere e cronisti di màrtiri, morti dopo Giacomo ma senza riferire del suo supplizio: l'evangelista Luca morì il 93 d.C.; gli apostoli Pietro e Paolo morirono nel 67 d.C.; l'evangelista Marco morì dopo di loro; l'evangelista Giovanni morì il 104 d.C.; Ireneo di Lione in "Contro le eresie" riferì degli apostoli e morì nel 202; Tertulliano morì nel 230; Orìgene Adamanzio morì nel 254; Eusebio di Cesarea morì nel 340; san Girolamo scrisse la biografia di Giacomo il Minore poi morì nel 420 d.C. Risalendo i secoli, fino all'XI, nessun cristiano scrisse della lapidazione di Giacomo il Minore. Stabilite le primitive testimonianze ecclesiastiche, non ci si venga a dire che, oltre un millennio dopo la sua dipartita, lo spettro di Giuseppe Flavio informò l'umanità che Giacomo il Minore fu lapidato in un Sinedrio giudaico nel 62 d.C. 


Se quel Giacomo, protagonista passivo della vicenda esaminata in "Antichità Giudaiche", fosse stato identificato dallo storico ebreo con il nome del padre (patronimico, equivalente al nostro cognome) - prassi obbligatoria da lui rispettata per tutti i personaggi dell’episodio sopra esaminato (basta rileggerlo) - in riferimento a "Giacomo fratello di Gesù detto Cristo", Giuseppe Flavio avrebbe dovuto dichiarare che (essendo fratello di Cristo) Giacomo era figlio di (bar) Giuseppe (san) il quale, sappiamo tutti, era sposato con Maria Vergine.
Infatti, la “maniera semitica”, accampata dal Papa per disconoscere i fratelli di Gesù e salvaguardare la illibatezza di Maria extra vergine, non ha rappresentato alcun problema al cronista ebreo per distinguere tra numerosi fratelli, cugini o fratellastri, da lui citati a partire dall'Antico Testamento, poiché scrisse le sue opere prima in aramaico (la lingua di Gesù) e poi le tradusse in greco, come avvenuto per gli scritti evangelici.

Prassi essenziale confermata anche da Eusebio di Cesarea in "Storia Ecclesiastica" (II 1,2; VII,19), il quale, dopo aver letto i vangeli fra cui uno in aramaico, ben lungi dall'essere vincolato dalla “maniera semitica”, scrisse:

"In quel tempo Giacomo, detto fratello del Signore, poiché anch'egli era chiamato figlio di (bar) Giuseppe, e Giuseppe era padre di Cristo ...";
"Il trono di Giacomo, che fu il primo a ricevere dal Salvatore e dagli apostoli l'episcopato della Chiesa di Gerusalemme, e che i libri divini designano anche con il titolo di fratello di Cristo, è stato conservato fino ad oggi".

 

Il Papa dei credenti, Benedetto, (così come tutti gli esegeti contemplativi) finge di ignorare la precisa deposizione storica rilasciata dal Vescovo, suo predecessore ideologico, un secolo prima del Concilio di Efeso tenutosi nel 431 d.C. sotto l'Imperatore Teodosio II, durante il quale i Metropoliti cristiani stabilirono che Maria, madre di Cristo, era anche "Madre di Dio" (Theotòkos).


E' solo un aspetto, sebbene rilevante della questione oggetto della nostra indagine, che ci fa comprendere quale contraddizione si sarebbe palesata per la dottrina cristiana se, conformemente ai vangeli ed alla prassi semitica, in "Antichità Giudaiche" (XX 200) avessimo trovato scritto il patronimico: Giacomo figlio di (bar) Alfeo alias Cleofa (?) ... il quale era sposato con Maria sorella di Maria (la Madonna: Gv 19,25). Benedetto XVI, consapevole del rischio per la impossibile omonimia tra sorelle, ha opportunamente evitato di ricordare ai fedeli che Maria, madre di Cristo, a sua volta, era "imparentata" (secondo "la maniera semitica" che, a suo dire, non precisa il grado di parentela) con la "sorella di Maria" moglie di Alfeo o di Cleofa. Uomini i quali diverrebbero tutti potenziali padri di “Gesù”, essendo Giacomo loro figlio e allo stesso tempo fratello di Cristo e di Giovanni (Gv 19,26), quindi figlio di Maria ma ... anche figlio di san Giuseppe, notizia talmente grave per il dogma mariano che lo stesso Pontefice, pur fingendo interesse a ricercare un patronimico (al contrario: la Chiesa se ne guarda bene dal farlo) a questo Giacomo, trascura volutamente per non manifestare la mistica "ammucchiata" conseguente le contradditorie testimonianze evangeliche. Ricordiamo ancora che, attenendoci a quanto evidenziato dai Sacri Testi, dalla Storia Ecclesiastica e dalla "Tradizione patristica" cristiana, stiamo parlando di un fratello di Gesù Cristo, suo Apostolo successore, addirittura Vescovo di Gerusalemme.

E' appunto sulla base di questi dati che il maggiore biblista cattolico del mondo, John Paul Maier, nel I volume del suo lavoro "Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico" a pag. 324 attesta: «...l'opinione più probabile è che i fratelli e sorelle di Gesù fossero veri fratelli». Il famoso prete esegeta sa bene che tutte le risultanze storiche e bibliche riportano che Maria, oltre Gesù, fu madre di altri quattro figli maschi e due o più femmine. Da parte nostra rimandiamo i lettori al VI studio sul "Testimonium Flavianum" (II parte) per approfondire le motivazioni che indussero i Cristiani, nel IV secolo, a modificare i vangeli originali includendo la "Natività" e la "Madre di Dio".


Per concludere: le deposizioni di Eusebio di Cesarea (il quale, come da lui attestato, disponeva di un vangelo originale in aramaico) e degli evangelisti canonici sono contradditorie fra loro stesse oltre che con quelle degli altri “Padri”. Ne consegue che le diversità delle testimonianze sono incompatibili con quella di Giuseppe Flavio che si dimostra falsificata intenzionalmente per fare apparire vera una persona mai esistita. “Giacomo il Minore”, o "il Piccolo", o "il Giusto" fu niente altro che un protagonista teologico creato dai “Padri” del cristianesimo in modo scoordinato.
Di questo la Chiesa ne è consapevole, infatti, qualche anno fa, dopo che fu rinvenuto un autentico “ossario” del I secolo, ma con la iscrizione incisa in epoca moderna, "Giacomo figlio di Giuseppe fratello di Gesù", prima ancora che le autorità di Israele scoprissero l’inganno archeologico, senza scomporsi più di tanto Essa ne denunciò la menzogna pubblicamente: gli esegeti ecclesiastici sanno che Giacomo il Minore, o il Piccolo, o il Giusto, furono inventati dai loro antesignani fideisti per non far risultare che Giacomo, uno dei veri fratelli di “Yeshùa”, fu ucciso dal Procuratore Tiberio Giulio Alessandro nel 46/48 d.C. assieme a suo fratello Simone, entrambi figli di Giuda il Galileo, guarda caso, due anni dopo l'uccisione di Giacomo il Maggiore e la celestiale fuga di Simone Pietro propiziata dall'intervento di un angelo del Signore (At 12,1-9).

  

La correttezza del presente studio dedicato alla verifica critica dell'esistenza dell'apostolo "Giacomo il Minore" è confermata nella sua validità da un'altra testimonianza storica rilevante, riportata nella successiva analisi su "I falsi successori degli Apostoli", tramite la quale, grazie all'ausilio della archeologia, si dimostra che in Gerusalemme non è mai esistito alcun Vescovo cristiano almeno sino alla fine del II sec. d.C.

Si spiega così il motivo per cui lo storico ebreo non poté riconoscere nel Giacomo, citato nella cronaca, il Capo spirituale di una comunità di Cristiani gesuiti in Gerusalemme. Infatti, se fosse esistita una "Ecclesia" di Cristiani praticanti nella sua stessa città natale - credenti nell'avvento di un sofferente "Messia Salvatore del Mondo", quindi distinti dai Giudei in "Attesa" del potente "Messia Dominatore del Mondo" - il fariseo Giuseppe Flavio l'avrebbe riferito nel resoconto della vicenda. Un evento risalente al 62 d.C. quando l'ebreo risiedeva sempre in Gerusalemme ed era un importante membro del Sinedrio, parente o quanto meno amico del Sommo Sacerdote Anano.
Giuseppe mori agli inizi del II secolo d.C. senza riferire alcunchè dei numerosi màrtiri gesuiti, seguaci di un Messia (Meshiah) ebreo già venuto - creati con la fantasia, oltre due secoli dopo, dall'eminente Vescovo e storico cristiano Eusebio di Cesarea - tanto apprezzati dagli odierni esegeti spiritualisti.
  
“Gesù” e “Cristo” furono appellativi sacri scelti dalla setta ebraica (nazionalista come gli Zeloti) degli Esseni, aderenti alla comunità alessandrina che, in conformità ai rotoli rinvenuti a Qumran, ne avevano preannunziato la venuta come "Messia" e "Figlio di Dio".
In un periodo storico successivo (compreso fra la distruzione di Gerusalemme e del Tempio effettuata da Tito nel 70, e la guerra giudaica voluta da Adriano nel 132 d.C.), in coerenza alle loro antecedenti predizioni, gli Esseni, diversamente dalle altre sette giudaiche, riconobbero già compiuto l'Avvento del "Figlio di Dio" circa tre generazioni prima. Lo designarono con due titoli divini, “Salvatore” e “Messia”, ravvisandolo in un influente ebreo, capo dei Farisei Zeloti, seguaci della "quarta filosofia, una novità sinora sconosciuta", ideata il 6 d.C. da Giuda il Galileo e riferita da Giuseppe Flavio nelle sue opere.

Il figlio primogenito di Giuda, erede delle velleità messianiche del padre, riuscì effettivamente a divenire "Re dei Giudei" nel 35 d.C. mentre Roma era impegnata nella guerra contro l'impero dei Parti: un Re Messia che venne giustiziato dal Legato imperiale, nel 36 d.C., con le modalità che dimostreremo più avanti. Fu in conseguenza di quel martirio che, come eroe e martire, gli Esseni lo chiamarono nei vangeli primitivi - da loro redatti in aramaico, greco e copto - col suo vero nome: Giovanni, nativo di Gàmala. Erano "Vangeli di Giovanni" ... non scritti da "Giovanni", narranti le gesta portentose di Giovanni, il Messia ebraico, "Figlio di Dio", docile come un agnello (Agnus Dei), profetato da Isaia ... senza "nascita verginale" pagana e, tantomeno, transustanziazione eucaristica.
Il rituale eucaristico teofagico della "Hostia" pagana (la vittima sacrificata consacrata al Dio) verrà successivamente innestato nel Messia giudeo dal salvifico Cristianesimo paolino romano: una bestemmia contro la Legge ancestrale e la mitologia ebraica.
Ma come è possibile affermare ciò?

 

Dopo aver evidenziato che la storia cancella, uno ad uno, tutti gli "Apostoli" dalla realtà giudaica di quell'epoca, fatto che non avviene per i fratelli di "Cristo", andiamo avanti con le analisi e trasferiamoci a Nazaret per dimostrare che la patria di "Gesù", così come viene descritta nei vangeli, non corrisponde affatto alla città attuale ma a Gàmala, roccaforte degli Zeloti e luogo natìo di Giuda il Galileo e i suoi figli ... i quali avevano tutti lo stesso nome dei fratelli di "Gesù": Giacomo, Simone, Giuda, Giuseppe ... più Giovanni, indicato nei vangeli con "costui".


Emilio Salsi


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