Contro Alberto e Piero Angela, opportunisti divulgatori di inesistenti Cristiani primitivi.
Pietro e Paolo
:
le false biografie di due apostoli


Grazie all’ausilio di Storia, Archeologia, Filologia e Toponomastica giudaica, con gli studi iniziali abbiamo accertato l’inesistenza dei “Santi Apostoli Pietro e Paolo”, ciò nondimeno, ad ulteriore verifica di tali ricerche, abbiamo il dovere di indagare anche sulla presunta vita e relative gloriose imprese compiute da tali personaggi, che la Chiesa, dopo averli spacciati per veritieri, è stata costretta ad inventare ...


I Cristiani nella Roma imperiale

Gli “Annales” di Cornelio Tacito riportati nel "Codex Laurentianus MS 68 II", secondo le stime paleografiche, furono trascritti dagli amanuensi di Montecassino nell'XI secolo, ma trascorsero ben quattro secoli di esitazioni prima che la Chiesa ne autorizzasse, in forma ufficiale, la “editio princeps”, stampata a Venezia nel 1470. 
Fu da quella data che il mondo venne a conoscenza dl un gravissimo episodio - mai attestato negli innumerevoli Codici della storiografia ecclesiastica antecedenti il "Laurentianus"- avvenuto il 64 d.C. nell'antica Roma (una metropoli di oltre un milione di abitanti) riguardante una “ingens multitudo” di Cristiani che vennero fatti crocifiggere come torce ardenti dall’Imperatore Nerone, descritto nel testo storico alla stregua di un potente genocida e carnefice compulsivo.

A mano a mano che si diffondeva la conoscenza degli eventi del I secolo, da parte dei lettori interessati alla storia dell’Impero Romano venne evidenziato l’aspetto singolare, per cui - all'infuori della improvvisa e spettacolare “vampata” di Cristiani - non esistevano altri resoconti storici che attestassero la benché minima presenza di seguaci di Cristo, sia nell’Urbe che in alcuna delle Province imperiali. Peraltro, pur essendo numerose, non risultano opere di letterati, filosofi, o qualsiasi altra fonte letteraria dell'epoca che riferisca di Gesù Cristo o dei suoi seguaci, i quali, sin dal primo secolo, secondo quanto attribuito a Tacito, avrebbero dovuto essere una ingente moltitudine.  
Partendo da queste considerazioni, in concreto, la manifesta critica alle testimonianze extra cristiane - basata sulla effettiva conoscenza di avvenimenti accertati e sul razionalismo storico - ebbe inizio con l’Illuminismo a partire dal XVIII secolo per crescere ulteriormente con la Rivoluzione Francese del 1789 ed è continuata incessantemente, essendo tutt'oggi oggetto di precise contestazioni da parte di specialisti in storia romana antica di varie nazionalità.

Per ovviare al “vuotodi cronache, risultante dall'unica testimonianza del 64 d.C., concernente lesistenza dei seguaci di Gesù - un fatto a sé stante talmente significativo al punto di invalidare l'estemporaneo brano tacitiano, in quanto scritto da monaci - dal Rinascimento in poi, titolati ed opportunisti studiosi, grazie al garantito plauso del Clero, hanno elaborato ipotesi campate in aria al fine di trasformare in “cristiani gesuiti” alcuni romani, pagani famosi, richiamati dagli storici latini prima e dopo il grande eccidio neroniano del 64.
Ipotesi che, pur non essendo basate su alcun riscontro oggettivo, in assenza di una vera indagine sulla attendibilità della strage neroniana, mai eseguita presso i docenti di storia romana antica, col passare del tempo ha finito col prevalere la seguente affermazione mediatica, sottoscritta non si sa da chi: “è stata generalmente riconosciuta ed accettata dalla critica moderna”. E’ un riferimento generico condizionato da ipotesi forzate ed astruse, avvalorate da critici di parte, per essere poi “ufficializzate” grazie alla propaganda di filmati diffusi nei cinema e nelle televisioni di tutto il mondo, al punto che hanno finito per essere percepite come “realtà storica” dalla stragrande maggioranza delle persone, facendo attenzione, da parte dei media, a non divulgare le voci critiche tramite contraddittori aperti fra specialisti, autori di analisi discordanti.
Identica strategia mediatica adottata per le numerose, anch’esse fantomatiche, “persecuzioni di cristiani”, ordinate dagli Imperatori e dai Governatori provinciali romani nel corso dei primi tre secoli, le cui uniche fonti sono costituite da narrazioni fatte da scribi del Clero cristiano ad iniziare dal IV secolo d.C., persecuzioni che, va specificato, risultano narrate in Codici manoscritti da monaci a partire dal medio evo avanzato.

Purtuttavia, nessun docente di Storia del Cristianesimo osa sottoscrivere l'evidenza che, al di fuori di Tacito, non vi fu alcun cronista imperiale, dei seguenti secoli dopo di lui, che abbia riferito dell’eccidio neroniano di cristiani, né delle molteplici successive persecuzioni di aderenti al credo del Salvatore; queste ultime richiamate soltanto dalla Patrologia del Clero cristiano. Eppure, se lo fece Tacito, perché nessun altro storico a lui posteriore ha descritto le torture dei cristiani? Dal momento che, stando alla “Storia Ecclesiastica” dello storico Vescovo del IV secolo, Eusebio di Cesarea, da Nerone in poi, nell’Impero ne sono seguite una sequela pressoché ininterrotta?
Peraltro, lo stesso Eusebio, nonostante si sia prodigato a descrivere, sin dalla risurrezione di Cristo, una caterva di màrtiri e Vescovi uccisi con le più atroci e raffinate torture, non ha riferito nulla sul più spettacolare massacro di Cristiani che la storia abbia mai registrato, ordinato dal "carnefice Nerone"; così come viene catalogato dai più, in base al classico stereòtipo di personaggio ideato dagli indottrinatori rinascimentali.

Oltre a Eusebio, anche lo storico Senatore romano, Cassio Dione Cocceiano, nella sua imponente “Storia Romana” redatta nel III secolo, pur descrivendo, nella particolareggiata epitome, le gesta di Nerone Claudio Enobarbo, conferma le informazioni di Tacito riguardo l’incendio di Roma, ma non gli risulta alcuna presenza di Cristiani, tantomeno il loro sterminio. E' criticamente significativo il fatto che la lunga epitome relativa all'Imperatore Nerone di "Storia Romana", nella forma che ci è pervenuta, fu trascritta nell'XI secolo dall'erudito monaco bizantino Giovanni Xifilino, senza che a questi risultasse il martirio di una ingente moltitudine di Cristiani perpetrato dal Princeps dell'Impero.
Come appena rilevato, nessun cronista imperiale ed i successivi storici cristiani, fra i numerosi che si sono avvicendati nei secoli, riferì la strage di cristiani attuato da Nerone. Tali mancate denunce si assommano a quella, ancor più significativa, dello storico ebreo, Giudeppe Flavio, il quale, come da lui riferito nella sua "Autobiografia", redatta alla fine del I secolo, afferma con precisione che tra la fine del 63 e la prima metà del 65 era presente a Roma, ospite di Poppea per un anno e mezzo, senza che nel 64 abbia evidenziato lo spettacolare massacro di "Cristiani", il cui nome, per lui che parlava in aramaico e conosceva il greco, significava "messianisti".
Ad uno scriba Fariseo membro del Sinedrio che, come Giuseppe, conosceva perfettamente la Bibbia, il significato di "Messia" era ben chiaro per la sua importanza vetero testamentaria ebraica; quindi il silenzio dello storico giudeo sull'ecatombe di "messianisti" che, secondo gli amanuensi cristiani dell'XI secolo, sarebbe stato perpetrato da Nerone in sua presenza, dimostra che non avvenne.
Ci siamo limitati ad accennare alcuni resoconti storici per provare che a Roma non avvenne mai alcuna strage di aderenti al Credo di Gesù, altre dimostrazioni, nel merito, le esibiremo fra poco seguendo le gesta di Pietro e Paolo apostoli, sebbene, per l'analisi definitiva rimandiamo i lettori ad approfondire la materia nel XII studio.

 
  
Fonti extra cristiane

Tra le “fonti extra cristiane” l’unica documentazione autentica è rappresentata dall’episodio riferito da Plinio il Giovane (amico di Tacito), il quale, nella veste di Governatore di Bitinia, dopo aver già torturato e condannato a morte un numero elevato di Cristiani, indirizzò a Traiano un epistolario ("Epistolarium X 96": cliccare in rete) per regolarsi sul comportamento da seguire verso di loro, causa la preponderante presenza della setta in quella Provincia imperiale nel 112 d.C. Ma da una minuziosa analisi, condotta sull'indagine svolta da Plinio e sulle stesse fonti ecclesiastiche neotestamentarie, i “Cristianiin oggetto non sono mai stati riconosciuti come propri màrtiri dalla Chiesa perché, lei per prima, era consapevole che non si trattava dicristiani gesuiti”, ovvero seguaci di Gesù (nome a loro sconosciuto e mai pronunciato a Plinio nella sua inchiesta), quindi niente affatto convinti di risorgere e vivere eternamente: un Gesù Messia, il cui “Avvento” (secondo il condizionamento subito da tutti noi sin da bambini) si sarebbe concretizzato sotto Cesare Augusto. Al punto che, gli scribi cristiani, nel rispetto della loro dottrina, fecero risultare che fu lo stesso Gesù a vietare agli apostoli di fare prosèliti in Bitinia:

“Attraversarono la Frigia e la Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato di predicare nella Provincia d'Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise ...” (Atti degli Apostoli 16,6/7).

Il giudizio ecclesiastico negativo sui "màrtiri cristiani di Bitinia" fu dovuto, sin dall'inizio, al mancato richiamo della "salvezza eterna" nel loro Credo e relative liturgie, praticate da quei Cristiani indagati da Plinio il Giovane. Valutazione ecclesiastica convalidata dalla ingiustificabile mancanza del Vescovo di Bitinia,
capo della numerosa setta di fedeli, per cui, in quanto tale, sarebbe stato il primo a dover essere eliminato dal Governatore.
Peraltro, la descrizione delle rigide regole di vita, cui sottostavano quei fedeli, era uguale a quella narrata da Giuseppe Flavio riguardo gli Esseni, una delle quattro sette religiose ebraiche allora presenti. Ne consegue un insieme di fatti a dimostrazione che si trattava di una comunità di Ebrei in Attesa” del Messia (Cristo), già profetato, non a caso, proprio dagli Esseni nei rotoli del Mar Morto ... Un Messia che in virtù della loro "Gnosi" (conoscenza di Dio), iniziarono a rappresentare nelle proprie scritture
invocandolo con fini escatologici completamente diversi da quelli della "resurrezione" oltre la morte. Ecco spiegato il vero motivo che indusse Plinio il Giovane ad eliminare molti di loro, i quali, pur non avendolo ovviamente dichiarato, il Governatore aveva capito che si trattava di religiosi contro il dominio romano. In realtà, questi era il Messia (Cristo) che gli Esseni avevano descritto con la loro profezia nel "frammento 4Q246" di Qumran:
 
"Egli sarà chiamato il Figlio di Dio: essi lo chiameranno il Figlio dell'Altissimo. Il Suo regno sarà un dominio eterno ... il popolo di Dio si leverà e fermerà tutti con la spada".  

Un Cristo (Messia), Figlio di Dio, che evidenzia il pathos nazionalista zelota, conforme all'ètica di una società teocratica come quella giudaica, in linea con la figura regale messianica.
A conferma di ciò, dopo pochi anni dalle epistole di Plinio il Giovane, nel 135 d.C., gli Ebrei ravvisarono in SimoneBar Kokhba” (in aramaico “Figlio della Stella”), il Messia su cui fondare le ultime speranze di riscatto contro il dominio idolatra della “Terra Promessa” da Yahweh al popolo d’Israele. La guerra giudaica, avvenuta sotto l'Imperatore Adriano e condotta da Simone, il nuovo Messia “Principe dei Giudei”, si concluderà in un bagno di sangue giudaico in conseguenza dell’intervento delle legioni romane comandate dal generale Giulio Severo; massacro non meno distruttivo di quello attuato, 65 anni prima, dal generale Tito, figlio dell'Imperatore Vespasiano e successivo erede Imperatore.
La dimostrazione dei cristiani Esseni di Bitinia si trova nel V e nel XII studio di questo sito web ed è correlata alla presenza di Cornelio Tacito ad Efeso, sotto Traiano, inviato da Roma come Governatore della Provincia d’Asia in qualità di Proconsole, negli stessi anni (112 e 113 d.C.) in cui, nella vicina Bitinia, governava il suo amico, Plinio il Giovane, insignito da Traiano come Legatus Augusti pro Praetore.

Da rilevare che i Rotoli del Mar Morto, al fine di salvarli dalla furia distruttrice dei Romani, furono nascosti nelle grotte di Qumran nel 67 d.C., appena iniziato il contrattacco romano condotto da Vespasiano, il futuro Imperatore. In tali documenti - redatti dagli Esseni e tutt'oggi considerati come patrimonio dell'UNESCO - non si fa menzione dell'Avvento di un Messia, chiamato "Gesù", il quale, dagli anni 30 al 33 del I secolo, divenne autore di miracoli portentosi e di risurrezioni di morti, talmente famoso al punto che:

"Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità del popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E grandi folle lo seguirono dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano" (Mt 4,23).

Per inciso, la mancata testimonianza di "Gesù Cristo"
da parte degli ebrei Esseni a Lui coevi - un "Figlio di Dio", talmente famoso in quanto depositario di simile potenza divina - diventa oggi un atto di accusa contro la Sua esistenza, il cui mito verrà creato, proprio dagli Esseni, dopo l'ultimo olocausto giudaico perpetrato dai Romani nel 135 d.C. sotto Adriano. Fu solo dopo quell'ultimo sterminio giudaico che gli Esseni, dopo averLo profetato nei Rotoli di Qumran, scrissero del Suo Avvento risalente oltre un secolo prima, non più come "Dominatore del Mondo" che avrebbe fatto strage degli invasori "Kittim", bensì come "Salvatore del Mondo" ... docile come un agnello "Ecce agnus Dei".  


Il condizionamento scientifico religioso dei media
 
Per la loro “preziosa opera di apostolato”, in Italia si distinguono i documentaristi scientifici della Televisione di Stato, Piero e Alberto Angela, padre e figlio, i quali, approfittando del fatto che non esiste il “reato di contraffazione della storia”, in virtù della loro autorevolezza, acquisita in molti programmi seri e decisamente scientifici, sotto il profilo religioso, viceversa, consapevoli di essere più credibili in quanto considerati dalle masse razionalisti atei, carpiscono la buona fede degli ascoltatori; quindi, sottacendo le fonti, spacciano per autentica la testimonianza, accreditata a Tacito dagli amanuensi di Montecassino, riguardo la carneficina di Cristiani perpetrata da Nerone nel 64. Peraltro, evitando di proposito ogni valutazione critica, non si fanno scrupoli nel garantire l’esistenza di “san Pietro” avvalorata con riproduzioni di filmati realizzati da registi cinematografici in piena estasi mistica. Dulcis in fundo, questi divulgatori confermano l’autenticità delle “prove” costituite da alcuni disegni sepolcrali generici, erroneamente interpretati come simboli eseguiti nelle antiche Catacombe romane da chimerici cristiani, al fine di suffragare l’esistenza di questi ultimi.
Da qui la convinzione, inculcata nei cittadini inconsapevoli, che nel primo secolo d.C., il favoloso san Pietro, capo degli apostoli, si sia realmente insediato nella cattedra episcopale di Roma. In realtà, all’infuori di attestazioni ecclesiastiche fideiste, non solo riguardo Pietro, nessuna fonte storica e tantomeno archeologica, registra la presenza, nei primi tre secoli, di Vescovi in Roma, come in alcuna altra città dellImpero Romano.
 
Il campione in assoluto di tali falsità è stato il polacco Henryk Sienkiewicz, famoso autore del romanzo “Quo vadis?”, al quale, nel 1905, venne addirittura conferito il Premio Nobel. Sienkiewicz è il “proto maestro” di Alberto Angela, il quale, da appassionato fan, ci propina ripetutamente il suo “capolavoro” trasmettendo sequele di filmati celebrativi del, secondo lui, meraviglioso “Quo vadis?”.
Il titolo si riferisce alla famosa frase, citata nel vangelo apocrifo "Atti di Pietro" dal Capo degli apostoli, quando, prima della persecuzione di Cristiani sotto Nerone, fuggendo da Roma, Pietro incontrò Gesù risorto e, senza neanche salutarlo (come se la ri-risurrezione di Cristo fosse un fatto usuale), gli chiese dove andasse: "Domine, quo vadis?".
Sia Sienkiewicz che Alberto Angela evitano di informare gli appassionati della vicenda sui prodigiosi "Atti", antecedenti la celebre frase "Domine, quo vadis?", esibiti da san Pietro. Mirabilia iniziate da quando il Santo riuscì ad evadere dalla prigione di Gerusalemme grazie all'aiuto di un angelo del Signore, quindi, una volta giunto a Roma,
davanti al numeroso e stupefatto pubblico capitolino ...

"Inizia col miracolare un cane facendolo parlare in latino ciceroniano e, dopo aver fatto risorgere un'aringa affumicata facendola sguazzare in una piscina natatoria ... finalmente sconfigge Simone Mago, detto l'Angelo di Satana, facendolo schiantare al suolo durante un pubblico torneo di levitazione all'ultimo sangue"
(Atti di Pietro 9,2 e 13,1). Lettura evangelica che raccomandiamo ai credenti per rafforzare la propria Fede nel "Magnificare la Gloria del Signore". Al contrario, noi comuni mortali che non crediamo in simili sciocchezze, abbiamo già dimostrato, nella 2^ parte del II studio su Paolo di Tarso, che "Simone Mago" non è mai esistito.
    
L'ordito del narratore polacco si svolge lungo un corposo racconto di seicento pagine, indigesto come un mattone sullo stomaco, stilate da uno scrittore in piena crisi mistica e affetto da gravi turbe psicosessuali, manifestate nel descrivere il visionario “amore spirituale” fra la cristiana “Licia”*, la più bella vergine dell’Impero, e l’immaginario “Marco Vinicio”: un romano ideato e convertito al cristianesimo da Sienkiewicz, che lo descrive poco aitante come maschio, e molto trascendentale come Tribuno imperiale.
La “tresca amorosa ascetico contemplativa” è osteggiata da Poppea, moglie di Nerone, la quale, come la “perfida Regina” della favola, invidiosa della bellezza di “Licia Biancaneve”, brama di far uccidere la incantevole cristiana per divenire lei sola “la più bella del reame”.

* La cristiana “Licia” viene connotata da Sienkiewicz come una principessa, figlia di un innominato “Re Svevo”, trattenuta in “ostaggio” secondo gli usi dell’Impero. Consuetudine, praticata dai Romani con precise finalità politiche legate alla successione dei Re clienti deceduti, nel qual caso sarebbe stato l'ostaggio, di sangue reale, a subentrare al monarca defunto: ostaggio che, per ovvie ragioni, era quasi sempre maschio, educato a corte ai costumi romani e riverito come un nobile.
 
In sostanza “Quo vadis?” è un romanzo basato su una fandonia senza senso perché la “Svevia” ancora non esisteva nel I secolo, tantomeno sottomessa all’Impero Romano. Viceversa la Storia di Tacito insegna che esisteva la Tribù dei “Suebi”, altrimenti detti “Svevi” (Annales II 26), stanziata ad est del Reno, una regione a levante della “Selva Nera”; quindi un territorio che, a seguito della disfatta subita nella foresta di Teutoburgo, il 9 d.C., dalle legioni romane di Publio Quintilio Varo, venne estromesso dallImpero Romano, le cui armate, pertanto, non avrebbero più oltrepassato quel limes, eccezion fatta dal generale romano, Germanico Giulio Cesare.
Il 15 d.C., il condottiero oltrepassò nuovamente il Reno al solo fine di recuperare, come fece nel 17, le insegne di due aquile imperiali perse a Teutoburgo, mentre la terza fu trovata nel 41 da Publio Gabinio, sotto Claudio. Per ovvia conseguenza, nessun Capo tribù o “Re” barbaro che fosse, insediato ad est del Reno, si sarebbe mai sentito in obbligo di inviare a Roma in “ostaggio” i propri figli, tantomeno le figlie.

Tuttavia, fingendo noi di ignorare che le fandonie religiose del "Quo Vadis?", sopra evidenziate, appartengono agli insulsi "Atti di Pietro" apocrifi; così come le risultanze "storico critiche" da noi puntualizzate, il tutto avrebbe dovuto essere chiarito da Alberto Angela, in coerenza con il suo decantato motto "il piacere della scoperta" ... continuiamo a seguire la fiaba di Licia.
Le trame di Poppea indussero Nerone ad offrire uno spettacolo eccezionale nel suo Circo allo scopo di stupire il popolo romano appositamente invitato. La leggiadra cristiana Licia venne legata sul dorso di un enorme super toro “uro” che sùbito si precipitò nel Circo e rappresentò le sue intenzioni “riecheggiando un sordo ruggito”. La tormentosa fine di Licia sembrava segnata, ma, ci spiega Sienkiewicz “per volontà del Signore”, interverrà “Ursus”, un gigantesco “svevo” cristianizzato (manco a dirlo), il quale, dopo aver rotto il collo dell’uro a mani nude, “risveglia” l’ormai esanime Licia Biancaneve, senza tuttavia ricorrere al peccaminoso “bacio del Principe”.
Finita la “Nobel favola”, valutiamo ora, sotto il profilo storico-religioso, quali altre sciocchezze ci ha propinato questo lacrimevole melodramma a tiratura mondiale.


Le prove scientifiche dell'esistenza di san Pietro e i suoi fedeli Cristiani
  
Al fine di “documentare” la presenza di “Papa san Pietro” a Roma, Sienkiewicz descrive la spettacolare sceneggiatura del Santo che “dice messa” con tanto di benedizione “Urbi et orbi” (“a Roma e al mondo”) nelle Catacombe del Cimitero Ostriano: una cantonata clamorosa sconfessata dalla Archeologia (ma non da Alberto Angela), scienza fondamentale della Storia che dimostra la realizzazione di tali strutture risalenti a oltre due secoli dopo gli allucinati fatti narrati. Il riscontro lo troviamo nell'epigrafia sepolcrale pagana, ricca di precisi riferimenti utili alla datazione dell'epoca del defunto, quali, Editti Imperiali, Atti del Senato, offerte alle divinità pagane, cursus honorum, atti pubblici e privati, iscrizioni funerarie su oggetti comuni, aspetti di vita intima, ecc.
 
Quelli cristiani, viceversa, iniziano ad avere una precisa connotazione propria solo a partire dal IV secolo d.C., e ciò è comprovato dal fatto che lo storico cristiano, Eusebio di Cesarea, scrive la "Storia Ecclesiatica" agli inizi del IV secolo ma non fa alcun riferimento alle catacombe cristiane, al contrario, riferisce la vita dei Vescovi Zefirino e Callisto ma non gli risulta che "Callisto fu preposto da Zefirino all'amministrazione del cimitero stesso, ed ubicato lungo la Via Appia Antica, dopo la Chiesa del "Quo Vadis?" ... come riferiscono le "fonti" Vaticane dal Rinascimento in poi (vedi in Cathopedia "san Callisto").
Ma questa sì che è bella! Un altro banale controsenso è la "scoperta" che i funzionari Romani, anziché perseguitare i Cristiani (come riferisce Eusebio ed accettato da tutti i credenti), abbiano loro concesso il potere di "amministrare le Catacombe di san Callisto"; mentre il "Cimitero Ostriano", identificato come "Catacomba Maggiore", la sua datazione archeologica risale alla fine del III secolo. Ma, poiché quanto sin qui riferito è niente altro che fantasia ipocrita, per una ulteriore verifica basta controllare la lista de "Gli Uomini Illustri" (Vescovi e màrtiri) di san Girolamo, al quale, pur essendo uno storico cristiano vissuto fra il IV e il V secolo, non risultano i Vescovi Zefirino e Callisto, che, per la Chiesa, divennero addirittura "Papi" di Roma.    
Superfluo ricordare che Sienkiewicz viene richiamato pedissequamente da Alberto Angela (tomba compresa ubicata nella Cattedrale di Varsavia), il quale, tuttavia, si guarda bene dal mettere in pratica “il piacere della scoperta” tramite una autentica e doverosa ricerca critica della biografia dei suoi decantati eroi cristiani primitivi … iniziando con lo sconfessare subito le "Messe", officiate da “Papa san Pietro” nella inesistente Catacomba "Ostriano" nel I secolo, e poi lo stesso Sienkiewicz, nonché la credenza popolare attuale, in quanto frutto di un condizionamento confessionale indotto, basato su ipotesi che ci apprestiamo a dimostrare errate oltre ogni ragionevole dubbio.
 
Altra sciocchezza "catacombale" madornale è costituita dalla “prova”, descritta dallo scrittore insignito del Nobel, e “convalidata” da Alberto Angela (sic che non potran gli umani, celestiali ingegni?), secondo la quale, in base ad una “rivelazione”, confezionata ad hoc in epoca rinascimentale, inesistenti cristiani del I secolo, per evitare di essere scoperti come tali e di conseguenza torturati, si riconoscevano tra loro segnando il simbolo del loro Dio con un “pesce”, chiamato “PISCIS” in latino e “ICTUS” in greco ellenistico. Queste singole lettere del lemma greco “ΙΧΘΥΣ”, che significa “pesce”, furono trasformate in iniziali di un moderno acronimo così fantasiosamente definito “Iesoûs Christós Theoû Uiós Sotér”, cioè "Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore". In virtù di tale acronimo bizzarro della NEG (Nuova Enigmistica Gesuita), gli analisti sgranarosari giurano che il “Pesce Divino” disegnato nelle catacombe raffigurava Gesù Cristo. In realtà, il vero pesce, fu, e come tale è rimasto, un semplice ornamento, eseguito nel sepolcro dai parenti del defunto, in suo ricordo, poiché, come molti romani, in vita ne era ghiotto.

In mancanza di resti archeologici concreti in grado di confermare l’esistenza di Cristiani - grazie ad autentici ritrovamenti di numerose e spontanee raffigurazioni religiose del loro Dio in croce, dovutamente accompagnate dalle scritte dei Suoi insegnamenti (mai rinvenuto niente di simile nelle vestigia delle numerose città dell’Impero Romano dei primi secoli) - la Chiesa ha dovuto escogitare “in pectore” l’espediente truffaldino della interpretazione simbolica dei di-segni cimiteriali”. Una lambiccata "lezione" decantata da Alberto Angela nel programma “Le Meraviglie della Roma Cristiana” (trasmesso più volte a partire dal 2012 ad oggi): una sorta di alchimia, semiotico esoterica, ideata al fine di far apparire che esistevano fedeli in Gesù Cristo nella antica Roma del I secolo, e fatta propria dal documentarista in qualità di ultimo “catechizzatore scientifico”, salito sul pulpito della Televisione di Stato per indottrinare il popolo, ma ignorando il fatto che non esistono testimonianze, redatte nel corso dei secoli dagli stessi cronisti del Clero, utili a provare l'uso delle Catacombe da parte di cristiani primitivi.

In realtà, sin dall'epoca delle guerre iconoclaste fra cristiani iniziate nell'VIII secolo, le "scoperte" dei simboli erano indispensabili per giustificare l'individuazione delle reliquie dei "Santi", ma
l'incremento esponenziale del fenomeno avvenne in piena epoca rinascimentale grazie all'attivismo di "Antonio Bisio", un archeologo indottrinato, appassionato di antiche catacombe romane, che iniziò a catalogare sarcofagi ed oggetti vari rinvenuti nei loculi. Per la sua opera il Bisio si avvalse della collaborazione di disegnatori che riprodussero, oltre gli oggetti, anche i disegni ornamentali.
Agli inizi del XVII secolo, tali immagini, riprese da quelle disegnate o scolpite sulle pietre di copertura dei loculi, furono utilizzate per "comprovare" l'esistenza dei corpi dei "Santi" adottando "criteri identificativi", forzati fino all'assurdo, tipo i "cristogrammi", combinazioni casuali di lettere interpretate come abbreviazioni di Gesù, Cristo, Salvatore ecc.; oppure, ad esempio, i semplici ornamenti dei loculi costituiti dalle palme, chiamati "palmulae" che da allora in poi vennero considerate "simboli della immortalità", la "salvezza eterna" che, manco a dirlo, era ambita da presunti antichi cristiani. Questi "segni di riconoscimento" vennero ratificati il 10 Aprile 1668, con apposito decreto, dalla "Sacra Congregatio indulgentiis sacrisque reliquis praeposita", mentre l'estrazione di anonimi corpi, opportunamente "ribattezzati" e spacciati come antichi "Santi" venne affidata al "Custode della Lipsanoteca del Vicariato" e collateralmente al "Sagrista Pontificio".       
Dunque i disegni dei “pesci”, in virtù dello strampalato acronimo greco, in mancanza di reperti archeologici validi, ancora oggi sono considerati dagli storici spiritualisti e dai persuasivi documentaristi  “la prova di eccellenza” dell’esistenza del Salvatore e dei suoi primitivi seguaci.

Il condizionamento religioso, pur essendo basato su una enormità di ipocrisie, si è evoluto fino ad oggi grazie alla servile compiacenza dei media, ormai tutti affetti da “iconodulia acuta catacombale”, e delle stesse autorità scolastiche, al punto di impedire agli ignari cittadini e studenti la conoscenza degli eventi reali che sconfessano lesistenza dei santi e dei màrtiri cristiani nella antica Roma ed in tutto lImpero dei primi tre secoli, nonostante tali risultanze siano ormai comprovate definitivamente dalla storia e dalla archeologia, alla luce delle ultime ricerche sulla Storia del Cristianesimo.
Anche in questo caso, la autentica ricerca storico critica dimostra che l’acronimo “ICTUS” è una colossale idiozia, basata sul nulla, architettata dai più importanti esegeti chiesastici i quali fingono di non sapere i Decreti (evitando di richiamarli per impedirne la conoscenza) emanati nei numerosi “Concili” convocati dal Clero nel corso dei secoli. Concili chiamati “iconòduli”, quelli favorevoli alla raffigurazione di Cristo, santi e reliquie; e “iconoclasti”, quelli contrari. Sinodi che, da ambo le parti in conflitto, concordavano solo su un punto dovutamente verbalizzato e codificato: "Dal Suo avvento, Gesù veniva raffigurato esclusivamente col simbolo dellagnello" (“Ecce Agnus Dei”: Gv 1,29).

Nel II Concilio ecumenico di Nicea, convocato nel 787, venne messo agli Atti il Canone 82 del VI Concilio (Concilio Quinsesto del 692 d.C.) convocato a Costantinopoli dall'Imperatore bizantino Giustiniano II Rinotmeto. Il Canone 82 di quel Concilio, letto a Nicea II ad alta voce dal Protopresbitero Elia, decretava la possibilità di rappresentare in forma umana il Cristo:

"Comandiamo che d’ora innanzi, invece dell’antico agnello (Agnus Dei), il carattere di colui che toglie i peccati del mondo, cioè di Cristo nostro Dio, sia dipinto e raffigurato sotto forma umana"
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Mai, prima e dopo tutti i Concili della Chiesa, non solo quelli iconoclasti o iconòduli, nessun Padre sinodale accennò a simboli quali "pesce" "pane" "vino" "àncora" "fico" "olivo" e quant'altro la fantasia dei saccenti credenti odierni riesce ad inventarsi, scrivendo trattati pseudo scientifici, in materia, allo scopo di creare prove sull'esistenza dei fantomatici cristiani gesuiti nei primi due secoli. Oggi le raffigurazioni, rinvenute nelle catacombe pagane di molti alimenti o oggetti, vengono "abbinate" a Gesù dagli studiosi baciapile ... anche a costo di espropriare la fede pietosa che imponeva ai Gentili di "accompagnare" il caro defunto nella discesa agli "Inferi" (il regno dell'Ade) con ordinarie pitture di cibo e oggetti a lui graditi in vita.
La rappresentazione di un semplice banchetto pagano, molto in voga nella opulenta Roma imperiale, viene fatto passare come "l'ultima cena con la celebrazione dell'eucaristia". Una mamma che allatta un neonato diventa "la Madonna" e l'uomo anziano che le ammira il seno è un "Profeta"; uno squalo che azzanna un naufrago diventa "Giona risputato dalla balena"; una vite con l'uva è "la Chiesa di Cristo"; un comune pastore di ovini non può che essere "il Buon Pastore Gesù che dona la Sua vita per le Sue pecore" ... e così via.

I musei di tutta Europa conservano moltissime epigrafi su lastre tombali di pietra, pitture e graffiti, ove gli antichi Romani trascrivevano vicende di vita quotidiana, anche fuori delle catacombe ... ma nulla risulta attinente al cristianesimo dei primi tre secoli. Ne deduciamo che le migliaia di màrtiri, pronti ad affrontare i più atroci supplizi anziché rinnegare la propria fede (secondo la artefatta "tradizione"), nella realtà, pur potendo conservare l'anonimato, avevano grossi problemi ad incidere su lastre di marmo i "detti del Signore" (logia), indicando, naturalmente, che l'Autore della dottrina era Cristo.
 
Mai nessuno, prima del Rinascimento, ha osato raffigurare “Cristo” come un “pesce”, al punto che gli stessi cristiani “iconòfili” (favorevoli alle icone) avrebbero “esorcizzato” da vivo, arrostendolo su una pira infuocata, qualsiasi “eretico” si fosse azzardato a farlo. La dimostrazione storica dei Concili iconoclasti, e conseguenti tre secoli di massacri reciproci fra cristiani iconòduli (o iconòfili) contro gli iconoclasti, è riferita dettagliatamente nel XIV studio dedicato alla “Sacra Sindone” di Torino, anch’essa coinvolta nelle analisi sui secolari Sinodi, convocati dalla Chiesa nel corso del primo millennio, durante i quali vennero anche rifiutate le reliquie, in quanto, con piena ragione, dichiarate false dai cristiani iconoclasti, ad iniziare dai “Pauliciani”, fanatici seguaci della dottrina di Paolo apostolo. Cristiani pauliciani che furono sterminati a migliaia dai cristiani iconòduli e spediti direttamente all’inferno … in barba al dettato di Cristo “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”... “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7).
 

Il Credo a confronto con la Storia

Attraverso le precedenti analisi comparative fra la Storia e la documentazione ecclesiastica neotestamentaria - creata dagli amanuensi del IV secolo allo scopo di provare l'esistenza di grandi comunità di seguaci di Gesù fin dal I secolo - abbiamo potuto dimostrare l'invenzione di Apostoli, Padri, Vescovi, Papi, màrtiri e reliquie.
Questi fantasiosi personaggi, ancora oggi “di moda” e spacciati quali “successori di Cristo”, furono investiti, dal potente Clero in auge nel IV secolo, come Capi di immaginarie congregazioni territoriali, fondate da primitivi cristiani tutti votati al martirio, dunque costituite da numerosi fedeli convertiti al nuovo Credo grazie ad una “divina provvidenza” pianificata quando il Cristianesimo giunse al potere.
Fu solo allora che i suoi teologi poterono consultare nelle biblioteche imperiali i rotoli, redatti dagli storici romani dei primi due secoli, in cui prelevarono i nomi di autentici protagonisti di vicende reali, famosi come le località dove operarono, per farli interagire con il mitologico “Gesù Cristo” ed i suoi finti successori allo scopo di far sembrare veri anche questi ultimi … unitamente alla illusione della “vita eterna oltre la morte”.
 
Anche i vangeli canonici che leggiamo oggi, in realtà, furono redatti (o meglio, furono "contraffatti" quelli primitivi) alla fine del IV secolo, in esecuzione delle conclusioni teologali decretate nel “Concilio di Costantinopoli” del 381 d.C., fra cui la “Santissima Trinità” e la "Vergine Maria, Madre di Cristo unigenito per opera dello Spirito Santo”. Infatti, tra i più antichi e molteplici vangeli, compilati in greco dopo questo Concilio, ci sono pervenuti solo quelli trascritti nel “Codex Sinaiticus” e nel “Codex Vaticanus”, cui seguirà subito dopo, per volontà di Papa Damaso I, la loro traduzione in “vulgata latina”, effettuata dal suo segretario, san Girolamo, per essere quindi diffusi dai Clerici, a spese dello Stato, in tutte le Province dell’Impero.
 
La dimostrazione che accerta la precisa datazione dei vigenti vangeli canonici è riferita nella seconda parte del VI studio, laddove si prova che alcuni Codici biblici neotestamentari o loro frammenti, ipocritamente classificati in lingua “vetus latina”, tipo il "Vercellensis", il "Veronensis" ed il "Corbeiensis" -
per esigenze dottrinali relative alla “Madre di Cristo”, non riconosciuta come tale nel "Concilio di Nicea" del 325 d.C. - vengono fatti risalire al 2°/3° secolo, tramite stime paleografiche forzatamente errate.
La finta datazione viene collocata, di proposito, ad un'epoca antecedente a tutti i Concili del IV secolo d.C., nessuno dei quali (tranne quello di Costantinopoli del 381) riconosceva la "Vergine Maria, Madre di Cristo unigenito".
Lo scopo dei paleografi divinamente ispirati è quello di fuorviare il movente imposto dalla modifica della dottrina del 381 d.C., in modo da far apparire che la "Vergine Maria" esisteva sin dall'Avvento del mito di Cristo: fatto che smentiremo fra poco grazie alle testimonianze di san Paolo e san Damaso.
Oltre a quanto appena dichiarato, i suddetti vangeli, falsamente considerati trascritti in "vetus latina", vengono smascherati facilmente nel VI studio perché non tengono conto dei protagonisti cristiani primitivi i quali, come nel caso degli apostoli, nei vangeli canonici precedenti erano diversi sia nel numero che nelle imprese, queste ultime manifestamente contrastanti fra loro.

In realtà, le trascrizioni bibliche in lingua "vetus latina" furono eseguite, da successivi amanuensi medievali, molto tempo dopo l’incarico, conferito a san Girolamo dal Pontefice Massimo "Damaso I", di tradurre dal greco al latino ("vulgata di san Girolamo") i nuovi vangeli, coerenti con gli ultimi dogmi dettati dal Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., a partire dalla introduzione della "Natività verginale" di Cristo "figlio unigenito", aggiunta appositamente nei testi sacri dopo quella data. Tuttavia gli scribi di Dio, nonostante l'invenzione della "Natività verginale unigenita di Gesù" riferita nei vangeli di Matteo e di Luca, dimenticarono di "aggiornare" anche i contenuti degli stessi documenti nei quali tutt'oggi risulta che Maria, oltre a Gesù, aveva altri quattro figli maschi e due o più figlie.

Agli inizi del IV secolo, su istruzioni del Vescovo Eusebio di Cesarea (residente a Nicomedia nella reggia di Costantino il Grande) potendo l'alto prelato consultare gli archivi imperiali, creò, tramite “pie” mani, la falsa struttura ecclesiastica primitiva - impersonata da mitici “eroi màrtiri” dotati di facoltà divine mirabolanti - quindi venne attestata in manoscritti dai “Padri” della Chiesa con totale disprezzo della veridicità storica. Per accertare quanto testé affermato, addentriamoci nella ricerca degli antichi Codici e verifichiamo la sincerità degli eventi narrati, fatti passare come autentici dagli scribi cristiani medievali, al fine di scoprirne il metodo adottato quando inventarono i “Santi”, il culto dei quali è praticato tutt’oggi, grazie alla servile propaganda acritica attuata dai conduttori televisivi “scientifici” al fine di indottrinare le inconsapevoli masse.


Le false biografie dei santi Pietro e Paolo

Lo storico e beatificato “Dottore della Chiesa”, san Girolamo (n. 347 - m. 420 d.C.), si avvalse, come fonte parziale, della “Storia Ecclesiastica” che Eusebio di Cesarea scrisse prima del Concilio di Nicea del 325. Nella fase terminale della sua esistenza, Girolamo redasse l'opera “De viris illustribus” che si conclude con la sua autobiografia. Il lavoro, concernente la vita de “Gli uomini illustri” (Vescovi e màrtiri), tuttavia, non ci è pervenuto in forma originale ma trascritto nelCodex MS 2Q Neoeboracensis”, compilato da altri amanuensi alla fine del IX secolo ed oggi custodito nel "General Theological Seminary" di New York. Il Padre della Chiesa così descrisse la biografia di san Pietro, capo degli Apostoli, nonché primo Papa di Roma, e come tale riconosciuto, ancora oggi, dai cattolici di tutto il mondo:

Simone Pietro, figlio di Giovanni, nato a Betsaida in Galileadopo essere stato Vescovo di Antiochia, nel secondo anno dellImperatore Claudio (42 d.C.), si portò a Roma per debellare Simone Mago. Ivi occupò la cattedra episcopale per venticinque anni, fino all’ultimo anno di Nerone (Nerone morì il 9 giugno del 68), vale a dire fino al quattordicesimo anno del suo regno, sotto di lui ricevette la corona del martirio” (Op. cit. Cap. I).

Verifichiamo insieme perché questa circoscritta pseudo “biografia” è stata inventata di sana pianta.
Innanzitutto “Betsaida” era una città costruita nella “Traconitide” anziché in “Galilea”, le cui vestigia sono visibili tutt’oggi; sebbene l’errore iniziale, non rilevato da alcun “Padre” o storico cristiano fino al tredicesimo secolo (vedi VIII studio), vada addebitato agli evangelisti. L'esempio riportato sotto è riferito da “Giovanni apostolo”, anche lui dato per nativo di Betsaida in Galilea anziché in Traconitide, dunque un preliminare sproposito che proietta un’ombra cupa sulle molteplici successive testimonianze:

"Questi si avvicinarono a Filippo che era di Betsaida di Galilea …" (Gv 12,21);
"Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e Pietro" (Gv 1,44).

La convinzione dei credenti - in base alla quale, nel primo secolo della nostra Era, il “levitante san Pietro” (una specie di sovrumano “Peter Pan” ante litteram, stando agli apocrifi “Atti di Pietro”) si sia insediato nel Trono* Episcopale di Roma - è stata indotta, con il placet della Chiesa, da titolati quanto opportunisti studiosi, pur essendo essi stessi consapevoli di negare le certificazioni ecclesiastiche primitive pervenute negli arcaici Codici stilati dagli amanuensi, e, addirittura, le risultanze della documentazione neotestamentaria canonica ancora oggi in vigore.

*
Puntualizzazione: i preti non vogliono che si diffonda nel popolino la consapevolezza dell’equivalenza cattolica fra “Vescovo” e “Re”, quindi i media si adeguano usando sempre il termine “soglio” (lat. "solium", "alto seggio") anziché “Trono”; sebbene dal IV secolo ad oggi, ormai giunti al potere, i Vescovi erano effettivamente equiparati ai Re e descritti, dallo storico cristiano Eusebio di Cesarea, “Reverendissimi Vescovi assisi sul Trono Episcopale”, in quanto autentici capi ed amministratori indiscussi, esentasse come tuttora, di Distretti territoriali a loro assegnati dagli Augusti Domini dell’Impero.
   
Vediamo adesso quali contraddizioni, riguardanti la chimerica vita di san Pietro, nascondono ai credenti le sottili menti vaticane ed i loro proclivi divulgatori televisivi.
Scorrendo la “Lettera ai Romani", scritta nei primi anni ’50 d.C., leggiamo che Paolo di Tarso saluta le trenta personalità più note della Chiesa di Roma, tuttavia non cita il nome del "collega" Pietro (san), il quale, secondo la attuale dottrina, avrebbe dovuto esserne il capo assoluto. Il grave controsenso si spiega con il fatto che gli scribi di Dio redassero le "Lettere", a nome del mai esistito “Paolo di Tarso” (vedi II studio), prima di sapere che la successiva evoluzione della religione cattolica decretasse che fu "trasmessa da Dio a Pietro apostolo", e subito imposta nell'Impero con l'Editto di Tessalonica del 380 d.C. (basta cliccare in Internet e leggere) con il quale si costituì il neonato “Impero Cattolico Romano”: appellativo più che appropriato, ma evitato dagli storici per non esplicitare l’enorme potere acquisito dalla Chiesa alla fine del IV secolo. Nel caso specifico rappresentato dal cesaropapista Damaso I, insignito come Pontifex Maximus (il primo fu Giulio Cesare: da qui il termine “Pontefice” in auge fino ad oggi), per dimostrare che la sua appartenenza alla più elevata carica sacerdotale imperiale, in quanto Vescovo di Roma, fu voluta da Gesù Cristo; in realtà col preciso fine di Damaso ad imporre il suo potere vincolante di “Pontefice Massimo” al di sopra di qualsiasi legge umana, pertanto, in quanto “Primato dettato dal Dio Gesù”, fece modificare il vangelo così:
 
"E io (Gesù) ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che vincolerai sulla Terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla Terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,18).

Infatti a Roma, all’interno della basilica di “San Sebastiano fuori le mura”, risalente al IV secolo e da allora venerata come “Domus Petri”, un’iscrizione appositamente voluta dal Pontifex Maximus, Damasus I, attesta ancora oggi che lì abitò san Pietro.
Questo fondamentale ed ineludibile Sacramento, che per volontà divina impose il “Primato di Pietro”, era sconosciuto allo storico Vescovo Eusebio di Cesarea
appena sessanta anni prima dell'Editto di Tessalonica del 380 d.C.
Eusebio infatti, sebbene nella sua lunga e particolareggiata “Storia Ecclesiastica”, scritta prima del "Concilio di Nicea" del 325, tratti a fondo i protagonisti dei vangeli, tuttavia non conosce il citato Dogma del "Primato di Pietro", essendo morto nel 339 d.C. Tale Dogma è ancora oggi un imperativo per i Cattolici che vedono nel Papa il "Vicario di Cristo" (Vicarius Christi): cioè colui che ne fa le veci.
     
Ma il potente cesaropapista Damaso, quando ingiunse questo dettato di Cristo Dio, non conosceva le testimonianze delle "Lettere", redatte decenni prima di lui dagli scribi cristiani che le accreditarono all’apostolo Paolo. Damaso commise un gravissimo errore perché nella "Lettera ai Romani" a Paolo di Tarso non risulta questo ordinamento evangelico, del primato di Pietro, che avrebbe obbligato l'apostolo a salutare i trenta romani, da lui tutti chiamati personalmente per nome, iniziando da Pietro apostolo, loro capo, Vescovo di Roma e detentore delle chiavi del Regno dei Cieli. Al punto che, ignorando la presenza di Pietro, l’apostolo dei Gentili, Paolo, dopo la propria presentazione ai Romani, si dispone, addirittura personalmente, come iniziatore della loro evangelizzazione:
“…sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il vangelo anche a voi di Roma (Rm 1,15).
Ma, stando all’indottrinamento praticato da Alberto Angela e dai preti agli inconsapevoli ascoltatori, non avrebbe dovuto essere san Pietro, nelle Catacombe dell'Ostriano di "Quo vadis?", ad insegnare il vangelo ai Romani, anziché Paolo di Tarso?
A conferma di questa grave contraddizione concorre la mancanza di riferimenti al Primato di Pietro negli “Atti degli Apostoli”, laddove si descrive la permanenza di Paolo a Roma senza che questi sappia che ne era Vescovo Pietro, Capo degli apostoli e dei Cristiani. Anche nelle lettere “Ai Colossesi” e “A Filemone”, Paolo di Tarso “ringrazia i compagni che lo sostengono a Roma” senza citare il loro Capo: san Pietro.

Sempre in “Atti degli Apostoli” (At 11,23-27), durante il principato di Claudio, si riferisce la venuta di san Paolo ad Antiochia di Siria con la sua permanenza in questa città nella comunità cristiana per un anno. Una cronaca particolareggiata riguardante Paolo, che ignora la presenza di san Pietro, il quale, dalla sua biografia richiamata nel brano sopra da Girolamo, alla pari di quella di Eusebio di Cesarea, Pietro era il primo ed esclusivo Capo della comunità di cristiani antiocheni.
E questo è solo l’inizio di una serie di contraddizioni che dimostrano l’invenzione clericale, evoluta nei secoli, delle false vite degli illustri santi Pietro e Paolo, sotto le cui statue, niente altro che vuoti simulacri, i “beati e poveri di spirito” si inginocchiano convinti di andare in paradiso e vivere eternamente … grazie alla opportunista complicità dei servili conduttori “scientifici” televisivi ed all’omertoso silenzio dei docenti universitari di Storia del Cristianesimo.

Continuiamo la ricerca critica scorrendo gli “Atti degli Apostoli” (At 18, 1-22) da cui risulta che Paolo convertì i coniugi ebrei, Aquila e Priscilla, conosciuti a Corinto e là giunti “in seguito all’ordine di Claudio che espulse da Roma tutti i Giudei; dopodiché, assieme a loro, Paolo perseguì una pluriennale opera di apostolato in diverse Province dell’Impero per poi definitivamente separarsi una volta giunti ad Efeso, capitale della Provincia romana d’Asia (oggi Turchia).
In questo lasso di tempo, secondo gli storici credenti, Paolo avrebbe scritto la Lettera “Ai Romani”, lunga quanto un vangelo, in cui risulta che fra i cristiani romani erano ancora presenti entrambi gli sposi, Aquila e Priscilla, e da lui ri-salutati nuovamente. Stando alle “cronache” neotestamentarie, inabili a distinguere la realtà dall’assurdo, i due coniugi, pur appartenendo ai Giudei che nel 49 d.C. furono cacciati da Roma dallImperatore Claudio, vi ritornano dopo quattro anni come se niente fosse accaduto e, senza problemi, aderiscono ad una comunità segreta (ci viene fatto credere dagli storici baciapile) talmente sovversiva al punto che i suoi adepti, per riconoscersi, erano costretti asegnareun Pesceper indicare il loro Dio. Solo un secolare lavaggio del cervello può rendere plausibili simili controsensi.


Gli antichi Codici dimostrano la montatura dei màrtiri di Nerone

Procediamo con la verifica comparata delle vite dei “Santi Pietro e Paolo apostoli” riferite nei secolari Codici medievali redatti dai calami degli scribi di Dio quando ne inventarono le rispettive gesta, finendo inesorabilmente col cadere in gravi contraddizioni per la presunzione di fornire prove “storicamente documentate”.
Nel brano sopra citato narrato da san Girolamo, in riferimento a san Pietro residente a Roma in qualità di Vescovo, rileggiamo:
 
Ivi occupò la cattedra episcopale per venticinque anni, fino allultimo anno di Nerone (l'Imperatore morì il 9 giugno del 68), vale a dire fino al quattordicesimo anno del suo regno”.

Questo dato biografico di san Pietro è confermato anche da quello concernente san Paolo riferito da Girolamo in “De viris illustribus”:
 
Paolo dunque, nell’anno quattordicesimo di Nerone (68 d.C.), nel medesimo giorno del martirio di Pietro, fu decapitato in Roma per la sua fede in Cristo” (Op. cit. Cap V). Questa notizia è stata già riferita da Eusebio di Cesarea prima del Concilio di Nicea del 325.

Prendiamo atto di una datazione precisa, dunque senza equivoci, rilasciata oltre 1500 anni fa dai più importanti storici della Chiesa, dei quali, Girolamo (Hieronymus Sofronius), fu addirittura segretario del potente Papa Damaso I, entrambi beatificati, ai quali, unitamente agli apostoli protagonisti da loro citati, chiediamo, tutti insieme nell’Alto dei Cieli, cosa ne pensano del fatto che le eminenze grigie vaticane moderne hanno modificato la loro testimonianza del martirio di Pietro e Paolo risalente al 68; al punto di divaricare la forbice cronologica fra il 64 ed il 67 d.C., come riportato in “Cathopedia”: l’Enciclopedia del Vaticano.
Questo particolare, a prima vista senza importanza, si aggiunge ad un rilevante e risolutivo numero di prove che, attraverso la lettura comparata dei Codici stilati da altri amanuensi nel corso dei secoli, dimostrano la falsificazione degli “Annales” di Tacito laddove gli scribi di Montecassino riferiscono il martirio dei Cristiani perpetrato da Nerone nel 64 d.C.
Infatti, la prima considerazione da farsi è, perché il sanguinario Imperatore non ha crocifisso subito, nel 64, assieme alla ingens multitudo di cristiani di Roma, il loro Capo, Pietro apostolo? Peraltro facilmente individuabile per la delazione, sotto tortura, di altri cristiani catturati, come riferito dagli "Annales" nella cronaca artefatta del martirio tacitiano. Inoltre, sappiamo che Girolamo Sofronio, in qualità di Segretario di Damaso I, aveva consultato i rotoli originali delle opere di Cornelio Tacito, conservati nella biblioteca imperiale di Teodosio il Grande, e lo dichiarò nella sua opera "Commentarium in Zachariam":

"Cornelio Tacito stilò trenta rotoli manoscritti sulla vita dei Cesari, dalla morte di Augusto alla morte di Domiziano"  (Op. cit. 3,14).

Una informazione di importanza tale che, al fine di acclarare l'epurazione delle opere di Tacito, ci impone di proseguire nell'indagine perché, dalla lettura di tutti i lavori di Girolamo, non risulta alcun riferimento ai màrtiri gesuiti crocefissi a Roma da Nerone a seguito dell'incendio del 64. A conferma di questa significativa, quanto ingiustificabile mancanza, basta scorrere la lunga lista dei primi eroi, fondatori del cristianesimo primitivo, le cui vite furono riportate dallo stesso Girolamo in "De viris illustribus", per accertarsi che, tranne "Giacomo il Maggiore" per mano di Erode Agrippa nel 44 d.C., nessuno degli immaginari Apostoli ed evangelisti risulta essere stato "martirizzato" entro il 64 d.C.: sono tutti morti molti anni dopo tale data.
 
Poiché il "Codex MS 2Q Neoeboracensis", che ci ha tramandato "De viris illustribus", è stato scritto dagli amanuensi alla fine del IX secolo, cioè antecedente di due secoli al "Codex Laurentianus MS 68.2" contenente gli “Annales” di Cornelio Tacito, in cui troviamo la cronaca, scritta da monaci nellXI secolo, del grande eccidio neroniano di massa, ecco spiegata l'enorme contraddizione conseguente la adulterazione del lavoro del famoso storico latino, il cui titolo originario era "Annalium ab excessu divi Augusti libri triginta". Una incoerenza che dimostra la introduzione spuria del brano relativo al martirio neroniano di Cristiani così come lo leggiamo oggi.
E possiamo scommettere che san Girolamo non si limitò a contare i trenta rotoli, al contrario li lesse con molta attenzione appunto per verificare l'esistenza dei primitivi Cristiani ... gesuiti. Ma non vi trovò cronache che potessero accertare l'esistenza di seguaci del "Redentore Ebreo", Figlio di Dio, né a Roma come in nessuna delle Province dell’Impero. In caso contrario, oggi saremmo in grado di conoscere citazioni geronimiane ricche di precisi richiami attinti direttamente dalle cronache di Cornelio Tacito, lo storico più famoso dell’Impero Romano: fatto che non risulta.

Dunque, dal momento che Girolamo non ha riferito la notizia del plateale eccidio neroniano relativo ad una ingens multitudo di cristiani, episodio sanguinoso gravissimo sconosciuto anche dagli amanuensi del IX secolo che trascrissero il Codice di “De viris illustribus”, ecco spiegato il movente che ha indotto i grigi esegeti vaticani odierni a modificare la precisa cronologia relativa alla fine di Pietro e Paolo, cronologia che l’antico Clero ha sempre riconosciuto valida fino a quando, nell’XI secolo, gli amanuensi di Montecassino ebbero la presunzione di falsificare il capolavoro di Tacito nel “Codex Laurentianus MS 68 II”, creando una enormità di contraddizioni fra questo Codice ed i precedenti, da noi consultati, nei quali pur richiamandosi a Nerone, tali documenti non riferiscono le sue gesta come sterminatore di una “ingente moltitudine di cristiani” torturati in una metropoli con un milione di abitanti. Ma l'aspetto fondamentale, riguardo la critica dei martiri di Nerone, è costituito dal fatto che nessuno dei 135 famosi cristiani descritti da Girolamo ha mai riferito dell'eccidio di massa perpetrato a Roma da Nerone. Un dato di fatto che include l'ignoranza di tale massacro anche da parte di tutti i successivi storici ecclesiastici, Bizantini compresi, succedutisi nei secoli dopo Girolamo ... fino all'XI.   

Nel merito del mai avvenuto martirio neroniano di cristiani gesuiti rimandiamo i lettori ad approfondire compiutamente le prove nel XII studio, grazie alla lettura dei Codici, redatti da amanuensi cristiani, antecedenti il “Laurentianus”; nei quali documenti, pur trattando di Nerone e di Tacito, non risulta il grande eccidio di massa.


I Vangeli modificati in funzione della evoluzione teologale della dottrina cristiana
 
Procediamo nell’indagine, concernente le vite di Pietro e Paolo apostoli, per dimostrare che gli attuali vangeli, inevitabilmente, furono scritti nuovamente per adeguarne i precetti alla dottrina cattolica decretata nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., dottrina in precedenza diversa, come inevitabilmente diverse erano le informazioni riferite nei vangeli stilati all’
inizio del IV secolo (questo aspetto è dimostrato alla fine del VI studio).
A tal fine, evidenziamo il fatto che nella Storia Ecclesiastica” di Eusebio di Cesarea, pur riferendo dettagliatamente le gesta di san Pietro, fino alla sua morte ordinata da Nerone nello stesso giorno di Paolo, ad Eusebio non risulta il richiamo, fondamentale ed ineludibile allattuale credo cattolico, letto dai preti nelle loro parabole durante la messa:

"E io (Gesù) ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che vincolerai sulla Terra sarà legato nei cieli (Mt 16,18).

Con ciò si accerta che, in conformità alle Lettere di Paolo ed agli stessi “Atti degli Apostoli”, anche Eusebio di Cesarea, deceduto nel 339 d.C., non poteva essere a conoscenza della successiva variante nella teologia cattolica cristiana decretata, quarantuno anni dopo la sua morte, con l’Editto di Tessalonica del 380 d.C., per essere “santificata”, un anno dopo, dai Vescovi dell’Impero nel "Concilio di Costantinopoli" del 381, su istruzione di Damaso I. Questi, pur essendo il Pontefice Massimo dell’Impero Cattolico Romano, volutamente non partecipò al Concilio, le cui conclusioni erano già state “dettate” con l’Editto emanato dai tre Augusti imperiali l’anno prima. L’assenza di Damaso al Concilio fu un atto puramente formale per non manifestare, con la sua presenza, un interesse personale finalizzato a conseguire un potere politico equivalente a quello dei Cesari.
 
Un’altra variante dogmatica della dottrina cristiana fu presa nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. dai Vescovi dell'Impero Cattolico Romano i quali stabilirono il nuovo Credo, ancora oggi riconosciuto dai cattolici, (diverso dal Credo niceno del 325) in cui, per la prima volta, risulta Maria Vergine, Madre del Salvatore universale, e Ponzio Pilato, sotto il quale Cristo compì il suo ministero:
 
"Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli … Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto".

Un preciso dettato che impose agli scribi cristiani di rivedere i vangeli - ufficializzati precedentemente sotto Costantino il Grande - ai quali vennero aggiunte le "natività" di Luca e Matteo con la "Teothòkos", Madre di Gesù "unigenito": Maria Vergine non poteva aver generato altri figli all'infuori di Cristo. E Lui … soltanto "per opera dello Spirito Santo". Così sentenziarono i Vescovi dell'Impero Cattolico Romano.

Tuttavia, la nuova super Dea cristiana, Maria Vergine di Nazareth, è rimasta sconosciuta a Paolo di Tarso: l'apostolo dei Gentili non conosce l'esistenza della "Madre di Dio" e della città di Nazareth, come non sa, nella sua "Lettera agli Efesini", che la "Mater Dei" abitò ad Efeso assieme a Giovanni, apostolo "prediletto del Signore". Quindi, dal momento che a Saulo Paolo - nonostante la "folgorazione", ricevuta dallo stesso Gesù sulla via di Damasco - Cristo non "rivelò" che Sua madre era "Madre di Dio", non vediamo il motivo di crederci noi.
Ma approfondiamo meglio la questione del dogmatico culto mariano.
Scorrendo la lunga Lettera "Agli Efesini", non risulta il minimo accenno della residenza, in quella città, né del “discepolo che Gesù amava”, né della “Madre di Gesù unigenito”, pur essendosi, Paolo di Tarso, recato personalmente ad Efeso nel 53 d.C. assieme ai giudei convertiti, Aquila e Priscilla.
In Efeso, una città di 250.000 abitanti, capitale romana della Provincia d’Asia, il super apostolo Paolo si trattenne due anni e vi fondò la Chiesa di Cristo convertendo tutti gli abitanti della Provincia, nessuno escluso:

"Questo durò due anni, col risultato che tutti gli abitanti della Provincia d'Asia (sic), Giudei e Greci, poterono ascoltare la Parola del Signore. Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano" (At 19,11-12).
 
Peraltro, anche gli evangelisti che scrissero il Nuovo Testamento (basta consultare i vangeli e gli Atti degli Apostoli), subito dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., non potevano sapere della dimora ad Efeso di Maria Vergine perché la "Madre di Gesù" verrà dichiarata "Madre di Dio" nel "Concilio di Efeso" del 431, ivi convocato appositamente. Fu allora che i Vescovi decretarono la "Mater Dei" modificando la precedente "Madre di Gesù Cristo", ed in quella città ne fissarono la dimora, sopprimendo, al contempo, il Credo, molto popolare, della Dea Artemide (chiamata dai pagani Mater Magna), che proprio ad Efeso era celebrato nell’Artemision, un imponente Tempio ad essa dedicato, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico, per questo appositamente distrutto, nel 401, dai Cristiani per volontà del Vescovo "Giovanni Crisostomo".
Intanto i vangeli in greco e la Vulgata in latino di Girolamo, erano ormai stati diffusi dai Clerici a spese dello Stato nei territori di un Impero in fase di disgregazione finale

Una ulteriore prova che la "Natività verginale unigenita di Gesù" venne aggiunta ai vangeli primitivi in un secondo tempo ci perviene dalla informazione rilasciata da uno dei Vescovi bizantini. Quattro secoli dopo il Concilio di Efeso del 431, il Patriarca di Costantinopoli, Niceforo I (in carica dall'806 all'815 d.C.), dichiarò che possedeva ancora la copia di un antico vangelo di Matteo in aramaico e ne confrontò la lunghezza con il Matteo canonico a noi pervenuto, di conseguenza rilevò che nel primo risultavano 300 righe in meno, riguardanti, soprattutto, la parte iniziale da noi conosciuta come "Natività". L'osservazione critica fatta dal Metropolita nella sua opera "Sticometria", relativamente alla mancata genealogia del Salvatore dimostra l'assenza della “nascita verginale” nel vangelo primitivo di Matteo, non ancora inventata ma successivamente “introdotta” insieme alla Eucaristia, anch'essa assente (in quanto entrambi culti pagani) nell'originale Messia ebraico. Secondo quanto affermato dallo stesso Niceforo, ciò motiva perchè gli Ebrei cristiani (i "messianisti" sempre in attesa dell'Avvento), e le rispettive sette dei Nazirei e degli Ebioniti "i Poveri" non riconoscevano i vangeli canonici.
 

La spiegazione alla grave ignoranza di Paolo riguardo la Vergine Maria, "Mater Dei", è semplice: le "Lettere di Paolo" erano state diffuse nelle Province, all'inizio del IV secolo, separate dai vangeli. Lo scopo fu di propagandare il Cristianesimo, secondo gli insegnamenti di Paolo, inteso come religione proclive all'Impero ed alla sua politica economica, quindi favorevole alla schiavitù e nemica della originale religione ebraica, quest'ultima fondamentalmente antiromana: princìpi sociali che non risultano trattati nei vangeli. Ma la dottrina di un "Salvatore" ebraico, ancora vincolato alla Legge mosaica dettata da Yahweh, che vietava la dominazione pagana della "Terra Promessa" al popolo di Israele, doveva essere modificata attraverso una "Rivelazione" fatta post mortem dallo stesso "Gesù" ad un nuovo apostolo, appositamente creato da un "evangelista" che non aveva mai visto Cristo: san Luca.
Qualsiasi datazione delle "Lettere di Paolo" antecedente agli inizi del IV secolo d.C. è volutamente artefatta dagli esegeti credenti e tendenziosamente falsa per l'insieme dei moventi apena descritti, dunque colpevoli delle contraddizioni ingenerate.      
La grande divulgazione della dottrina cristiana paolina, tramite le "Lettere" inizialmente separate dai vangeli, rese impossibile rintracciare, per eliminare e correggere, i manoscritti dedicati alle "Lettere di Paolo", di conseguenza, alla fine del IV secolo e da allora in poi, queste ultime non poterono più subire modifiche da parte degli scribi cattolici, i quali contarono sul fatto che la "Madonna" era comunque testimoniata nelle "Natività" di Luca e Matteo.

La variante dogmatica alla dottrina cristiana, relativa alla "Madre di Gesù Cristo unigenito", decretata con il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. impose agli amanuensi di modificare le informazioni "storiche" inerenti alla "Madre di Dio" affidata alle cure del "discepolo prediletto" proprio dal Salvatore crocifisso, prima di morire: "... e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,27). I due Santi, Maria Vergine e Giovanni, dopo il successivo "Concilio di Efeso" del 431 d.C. furono inviati ad Efeso in esecuzione di quanto imposto loro dai Vescovi. Per far risultare che il viaggio di Giovanni apostolo e Maria vergine, ad Efeso, avvenne nella prima metà del I secolo, gli scribi di Dio, in funzione dei dogmi mariani conciliari, scrissero il "Codex Marcianus MS 125" nell'anno 1057, e, dopo aver richiamato con apposita seduta spiritica l'ectoplasma di Ireneo di Lione, nell'XI secolo fecero testimoniare a quest'ultimo in "Contro le Eresie" così:

La Chiesa di Efeso, che Paolo fondò ed in cui Giovanni rimase fino all'epoca di Traiano, é testimone veritiera della tradizione degli apostoli” (op. cit. III 3,4).

Ma, quando Paolo scrisse la Lettera alla "Agli Efesini" e si trattenne ad Efeso per due anni, non gli risultava che in quella città ed in quella Chiesa vi dimorava Giovanni, il "Discepolo che Gesù amava", ed inizialmente addirittura con Maria,
la "Madre di Dio". Non solo, dalla lettura di tutte le Lettere di Paolo non c'è alcun richiamo a Maria di Nazaret "Madre di Gesù Cristo unigenito", né della sua permanenza ad Efeso con l'apostolo Giovanni. Quindi, come noi del resto, san Paolo non credeva alla Madonna perché fu inventata dai Vescovi dopo che lui aveva scritto le Lettere. Anche se, è già definitivamente provato nel II studio, san Paolo non è mai esistito, quindi le "Lettere" furono scritte dai teologi cristiani che lo inventarono allo scopo di modificare la dottrina di Cristo, (tutt'ora) vincolata alla Legge di Mosè.
Fin qui abbiamo evidenziato un insieme di contraddizioni, a dimostrazione delle conseguenze del potere delegato da Cristo a “Pietro apostolo” con l’Editto di Tessalonica del 380 d.C. e del conseguente “Concilio di Costantinopoli” del 381 d.C. Questi contrasti furono tali che, come abbiamo dimostrato sopra, hanno stravolto le biografie di entrambi gli apostoli, Pietro e Paolo, oltre a quelle di Maria "Madre di Dio" e dell'evangelista Giovanni.

Un'altro di questi aspetti negativi è costituito dal fatto che, stando agli attuali documenti neotestamentari canonici, quando Paolo di Tarso era a Roma in attesa di essere processato da Nerone (col rischio di venire ucciso), per due anni rimase carcerato e incatenato ad un miliziano, a casa sua, laddove potevano convenire tranquillamente a dialogare amici e proseliti da lui convertiti (una forma di carcerazione ideata da uno scriba rimbambito). Ciononostante, Paolo non riferisce che il collega apostolo Pietro, Capo dei cristiani romani, non si degnò di andare a trovarlo ... per il semplice fatto che Pietro, nel I secolo, non poteva sapere che, tre secoli e mezzo dopo la “pesca miracolosa”, Gesù Cristo, in ottemperanza ad un Editto imperiale e conseguente Concilio di Vescovi, lo avrebbe investito di tale potere e dignità, con inerenti obblighi "diplomatici".
Una circostanza, peraltro, quella della mancata visita al carcerato Paolo da parte di Pietro, che smentisce la “leggenda del processo a san Paolo” intentato da Nerone per le "malefatte" dell'irascibile Santo.
Ma riscontriamo la vicenda.


I processi di Nerone a Paolo di Tarso sono falsi: ecco le prove
 
In merito alla "Causa: Cesare Nerone contro Paolo di Tarso”, non dagli “Atti degli Apostoli” ma dalle “Lettere” del super apostolo dei Gentili, sappiamo che Paolo fu sottoposto addirittura a due “processi” da parte del malvagio Cesare.
Proviamo a seguire la cronologia dei due procedimenti penali, seguendo le testimonianze necessarie alla loro “istruttoria”,
sino alla inevitabile pronuncia conclusiva.
 
“Siccome negli Atti degli Apostoli si parla molto diffusamente della vita di Paolo, mi limiterò a dire che nell’anno venticinquesimo dopo la morte del Signore, ossia nel secondo anno di Nerone, quando Festo successe a Felice come Procuratore della Giudea, fu mandato in carcere a Roma. Ivi rimase per due anni in stato di libertà vigilata”. Riferito da Girolamo in “De viris illustribus” Cap. V.
 
Dalla seconda Lettera “A Timoteo” (2Tm 4,16-17) sappiamo che Paolo venne assolto in prima istanza e liberato. Tuttavia, la storia riporta che il passaggio di consegne, tra i Procuratori "Claudio Antonio Felice" e "Porcio Festo" (Gaio Avidio della Gens Porcia), si effettuò nel 59 Anno Domini e, in base alla "testimonianza" di Girolamo, risulta corrispondente al 25° anno dalla crocifissione di Cristo, la quale venne eseguita nel ... 59 meno 25 uguale: 34 d.C. Questo fu l’anno fatidico della fine di Gesù? ... Ma proseguiamo la comparazione dei dati leggendo le testimonianze “paoline” e “petrine”.

Paolo dunque, nell’anno quattordicesimo di Nerone (68 d.C.), nel medesimo giorno del martirio di Pietro, fu decapitato in Roma per la sua fede in Cristo ed ebbe sepoltura sulla strada di Ostia, trentasette anni dopo la morte del Signore (Op. cit. Cap V).
 
Non vi è alcun dubbio (stando alla dottrina) che Paolo venne condannato a morte da Nerone a conclusione di un secondo processo; infatti l’apostolo presagì la sua fine nella seconda Lettera “A Timoteo” (2Tm 4,6). Eppure, anche in questo caso i conti non tornano, infatti basta detrarre a 68 (anno della decapitazione del super Apostolo) i 37 anni “dopo la morte del Signore” per sapere che, vivaddio, Gesù morì il 31 d.C. Ma, dal momento che stiamo vagliando la documentazione “paolina” riguardante i processi subiti dal Santo, i due punti di riferimento cronologico fin qui acquisiti, relativi alla morte di Gesù, sono talmente contradditori da invalidare le “testimonianze” dello storico Girolamo, riguardanti la vita di Paolo e i suoi finti processi.
Questi dati contrastanti richiedono una ulteriore verifica processuale e, inevitabilmente, devono essere comparati con quelli degli Atti degli Apostoli”, laddove si descrivono le cause circostanziate che originarono il processo di Paolo.
 
Tutto iniziò con un litigio, avvenuto il 59 d.C. nel Sinedrio di Gerusalemme, intercorso fra Paolo e “Anania, figlio di Nebedeo”. Questi, nella veste di Sommo Sacerdote del Tempio e del Sinedrio, venne insultato da Paolo, ragion per cui l’apostolo fu deferito ai Procuratori imperiali Felice e Festo, per essere infine spedito e processato a Roma.
Dopo l’accertamento sulla sequela dei Sommi Sacerdoti, riferita appunto da Giuseppe Flavio, risulta che, proprio nel 59 d.C., lo storico ebreo Giuseppe* era lo Scriba sinedrista presente personalmente nello stesso Sinedrio di Gerusalemme, in cui gliAtti degli Apostolidescrivono la presenza del rissoso Paolo avverso il Sommo Sacerdote Anania, il quale, nel 59 non era "Anania", il Sommo Sacerdote del Tempio e del Sinedrio, secondo gli Atti degli Apostoli, bensì Ismaele, figlio di Fabi”, in carica dal 56 al 61 d.C., come riferito dallo stesso Giuseppe Flavio. Basta solo questo dato storico per dichiarare con certezza che i due processi, intentati da Nerone contro Paolo di Tarso, sono una millanteria inventata dagli storici cristiani nel IV secolocome le Lettere ed i Vangeli.

* Giuseppe Flavio, nato nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale di eccellenza, imparentata con la dinastia reale asmonea, dopo aver aderito come sacerdote al Farisaismo conservatore, nel 56 entrò a far parte del Sinedrio di Gerusalemme laddove, in virtù della sua profonda conoscenza della Bibbia e della lingua greca, iniziò la sua carriera politica come Scriba sino a raggiungere il grado militare di "Comandante Generale delle due Galiee", in occasione della Guerra Giudaica contro Roma.
 
Per l’esame dettagliato dell’inesistenza di Paolo di Tarso (processo compreso) invitiamo i lettori a leggere il II studio.


La vera datazione del "Canone Muratoriano"

Tutto ciò stabilito, la verifica delle vite degli apostoli Pietro e Paolo continua per dimostrare fino a che punto arrivarono gli scribi di Dio quando ordirono le loro esistenze. A tal fine riprendiamo la Lettera “Ai Romani” di Paolo di Tarso nella quale leggiamo (Rm 16,14) che l’apostolo invia i suoi saluti, fra i tanti cristiani, ad un certo “… Erma e i fratelli che sono con loro”. Sebbene, come abbiamo già accertato, la Lettera “Ai Romani” è stata compilata agli inizi del IV secolo, ma in modo che risultasse scritta nella prima metà degli anni ’50 del I secolo ... della neonata “era cristiana”.
Da quanto appena letto, e malauguratamente per gli “amanti del Paradiso”, questo signor “Erma” era un “uomo illustre” al punto che viene richiamato da Girolamo essendo autore dell’opera “Il Pastore”, basilare esempio per il comportamento dei cristiani. Peraltro, aspetto non secondario, la fama di Erma era dovuta al fatto di essere fratello del Pontefice Pio I”, il quale, stando alla “testimonianza” del presunto Vescovo Ireneo di Lione, suo coevo (dato riferito nel “Codex Marcianus 125” dell’XI secolo), restò in carica come Papa dal 150 al 154 d.C., anno della sua morte. Peraltro “Papa Pio I” viene richiamato nel “Canone Muratoriano” elaborato, secondo i paleografi ispirati dal Vaticano, nell’VIII secolo, ma, come stiamo per dimostrare, “Papa Pio Ivenne citato dagli amanuensi del Canone Muratoriano al solo scopo di spacciare questo manoscritto come risalente al II secolo. Almeno così vorrebbero farci credere gli studiosi sgranarosari … ma verifichiamo con apposita indagine.

Riguardo “Erma”, costui risulta già “vir” adulto quando, all’incirca nel 53 d.C., venne salutato da Paolo nella Lettera “Ai Romani”; lo stesso Erma che noi sappiamo fratello del futuro, niente affatto credibile, “Papa Pio I”, eletto ormai decrepito al punto che morì nel 154 d.C. Un “Papa Pio I”, talmente irreale che Girolamo, diversamente dall’umile fratello “Erma” menzionato da Paolo, non sa che sia esistito … come ancora non lo conoscevano gli amanuensi che, alla fine del IX secolo, trascrissero ilCodex MS 2Q Neoeboracensis” con le vite de “Gli uomini illustri” di Girolamo. Un insieme di informazioni sconclusionate che dimostrano come le gesta degli apostoli Pietro e Paolo siano state inventate, così come è stata alterata la datazione delCanone Muratoriano”, definito dal Vaticano “la più antica lista pervenutaci dei libri del Nuovo Testamento”.
 
Stando a quanto improvvidamente conclamato dagli esegeti ispirati da Dio, questo manoscritto datato all'VIII secolo è stato forzatamente e maldestramente compilato con lartificioso richiamo al protagonista "Papa Pio I", inserito appositamente nel Canone per far risultare che l'archétipo risaliva al II secolo. In realtà "Papa Pio I" - essendo sconosciuto nel IX secolo dagli amanuensi del Codice di Girolamo - nellVIII secolo non era ancora stato inventato, ragion per cui il “Canone Muratoriano” deve essere datato dopo il IX secolo, mentre i testi biblici più antichi del Nuovo Testamento restano comunque il “Codex Sinaiticus” ed il “Codex Vaticanus”.
Oltre a “Papa Pio I”, svariati protagonisti, mai esistiti come lui, li ritroviamo citati in diversi Codici redatti secoli dopo da altri amanuensi. Proviamo a dimostrare quanto appena affermato e cerchiamo di capire il movente che spinse gli scribi di Dio ad inventare altri inesistenti “Papi” richiamati nel "Liber Pontificalis".


L'infido "Liber Pontificalis"
 
Nel merito, il “Liber Pontificalis” è considerato dalla Enciclopedia Cattolica (Cathopedia) una fonte importante per le voci biografiche di tutti i Papi, dall’inizio fino alla fine del IX secolo”, un testo manoscritto tramite il quale la Chiesa, arrampicandosi sugli specchi, tenta di forzare la datazione della cronologia dei Pontefici, la cui compilazione viene fatta risalire ad iniziare dal IV secolo d.C.
In questo caso, obbligatoriamente in subordine alla "vera" fonte primaria costituita dalla “Storia Ecclesiastica”, a sua volta inventata da Eusebio di Cesarea e scritta agli inizi del IV secolo, quindi "devotamente farcita" di Vescovi, immediati successori di Cristo, straziati a sangue dai Governatori romani.
La cronotassi papale successiva, contrariamente alle risultanze del “Liber Pontificalis”, deve essere spostata a dopo il IX secolo per il semplice motivo che, in base alla datazione di tutti i Codici più antichi, fino a quello del IX secolo contenente “Le vite illustri” di Girolamo, non troviamo mai il titoloPapa” ma “Vescovo di Roma”. Un piccolo particolare che si aggiunge agli abbagli presi dai calami degli scrivani di Dio quando inventarono le favole delle vite dei “Papi” … ad iniziare da san Pietro. Ma vediamo di quali “abbagli” si tratta.

La contro prova che il “Liber Pontificalis” sia un documento inventato nel corso dei secoli da cinici amanuensi, quindi esente di qualsiasi valore probatorio circa la veridicità delle biografie dei “Papi” del I millennio, ci viene fornita dalla vita di “Papa Siricioe i suoi successori.
Cathopedia, la Enciclopedia Cattolica, richiamandosi a "Papa Siricio", cita come fonte il “Liber Pontificalis”, dal quale ne ricava un elaborato cursus clericale fino a concludersi, "probabilmente, con Siricio, Vescovo di Roma e Papa", subentrato al potente “Papa Damaso I” deceduto nel 394 d.C. sotto l’Imperatore Teodosio il Grande.
Ma, una volta esaminato il fatto che san Girolamo (morto nel 420 d.C.), nella sua opera “Gli uomini illustri”, dopo aver riferito la fine di Damaso I, di cui ne era segretario personale, non ne abbia indicato l'immediato successore nella persona di
Papa Siricio”, apparentemente morto nel 399 (secondo il Liber Pontificalis), la concreta esistenza di questoPapasi dissolve come nebbia al vento. Ma proviamo a capire il movente della invenzione di "Papa Siricio" e relativi successori.

Considerato che Girolamo fu Segretario diretto di Damaso I, tuttavia, essendo deceduto 26 anni dopo il grande cesaropapista, stando al "De viris illustribus", lo storico non indicò più alcun suo successore al Trono di Roma ... per il semplice fatto che non ve ne furono.
In caso contrario, che motivo avrebbe avuto lo storico Dottore della Chiesa di tacere l’esistenza dei “Papi”, Vescovi di Roma e Pontefici Massimi dell’Impero, succeduti a Damaso I, dal momento che lo stesso Girolamo ne fu coevo e testimone oculare diretto?
Il grave “vuoto pontificale” si spiega col fatto che i Vescovi imperiali furono tutti rinunciatari al “Trono di Roma” per la incipiente disgregazione dell’Impero in conseguenza delle pressioni barbariche ai confini, favorite da insanabili contrasti, odi e corruttele fra i potentati doppiogiochisti di Oriente ed Occidente, mentre la Città Eterna era in assoluto la "preda" più ricca di bottino, senza la difesa di un vero esercito in grado di contrastare gli invasori.
 
Nessun successore di Pietro apostolo, Vicario di Cristo voluto da Dio, oltretutto Pontefice Massimo dell’Impero, avrebbe mai accettato di presenziare alla caduta di Roma, per opera di orde barbariche idolatre, senza essere in grado di impedire la catastrofe: sarebbe stata la dimostrazione che Cristo Dio era inferiore alle divinità pagane. Le rivalità interne fra i potentati dell’Impero Romano indussero Alarico, il Capo dei Visigoti, a divenire arbitro militarmente incontrastato e, nel 401, iniziò l’invasione dell’Italia. Avanzò progressivamente verso Roma che mise sotto assedio nel 408, fino a compiere il famoso “Sacco di Roma” del 410 d.C. Un evento presagito da tempo dai Cristiani e da loro interpretato come “la Fine del Mondo” voluta da Dio.

Tenendo presente, soprattutto, che gli amanuensi del Codice originale di Girolamo trascrissero De viris illustribusentro il IX secolo, senza che loro sapessero fosse esistito un Papa Siricio”; visto che alla fine del I millennio non si verificò alcuna catastrofe cosmica ... fu soltanto dopo la mancata “Apocalisse” che il Clero si sentì in “dovere” di riempire i “vuoti” delle liste papali compilando il “Liber Pontificalis”.
In tale documento, come successore di un aleatorio “Papa Siricio”, risulta scritto “Papa Anastasio I” dal 399 al 401”, cui fece seguito “Papa Innocenzo I” dal 401 al 417, il quale, secodo il “Liber Pontificalis”, sarebbe stato presente durante il “Sacco di Roma”. Ma, come avvenuto per “Papa Siricio”, anche questi due “Papi” sono sconosciuti a Girolamo come ai calligrafi del suo “De viris illustribus” composto nel IX secolo.

Un altro significativo aspetto contraddittorio, correlato ai dati riferiti, lo ritroviamo nell'Autobiografia di Girolamo (riferita a lui stesso nel "De viris illustribus") nella quale lo storico non riferisce il Sacco di Roma del 410: un episodio di una gravità eccezionale, avvenuto dieci anni prima della sua morte. Girolamo visse nella Città Eterna il periodo giovanile dove maturò la sua formazione culturale, ed ivi dimorò molti anni come segretario di Papa Damaso. In sostanza, dalla lettura di "De Viris Illustribus" risultano mancanti ventotto anni di eventi importanti sfuggiti a Girolamo nella sua "Autobiografia". Quando sappiamo tutti che ogni storico, così come ogni autore della propria "Autobiografia", descrive la sua vita trascorsa e gli eventi riguardanti uomini famosi, in particolare a quelli a lui contemporanei, alla fine della propria esistenza (Girolamo morì a 73 anni), non all'età di 45 anni, come risulta dai dati trascritti quattro secoli dopo di lui nel rispettivo Codice. 
Peraltro sappiamo che Girolamo continuò a scrivere perché fra le opere citate manca quella già sopra richiamata "Commentarium in Zachariam", certamente compilata dopo il "De viris illustribus" così come a noi pervenuto, mentre, per quanto concerne il Sacco di Roma, Girolamo ne descrisse i minimi particolari con toni altamente drammatici nella "Epistola 127". 
Questo "vuoto" di notizie nella sua autobiografia in "De viris illustribus", evidentemente, è una censura praticata dal Clero per eliminare informazioni storiche e ricadute negative sulla credibilità degli eventi narrati, quindi sulla reale Storia del Cristianesimo. La prova di quanto affermato consiste nel fatto che il Codice di Girolamo non ci è pervenuto nella forma originale. In definitiva, pur essendo posteriore al "Codex Sinaiticus" e al "Codex Vaticanus", il "Codex MS 2Q Neoeboracensis" è stato scritto nuovamente,
alla fine del IX secolo, usando come fonte l'originale "De viris illustribus" ... e appena dopo, gli amanuensi distrussero l'autentico.
  
Per contro, sia il “Liber Pontificalis” che altri manoscritti - attestanti le vite dei Papi sconosciuti allo storico Girolamo, nonostante fossero suoi coevi -  risultano in Codici tutti datati dal X secolo in su (dopo il Codice di Girolamo, quindi ignoti anche agli amanuensi del IX secolo); Codici che vengono spacciati per essere stati redatti entro il IX secolo. In ultima analisi, come avvenuto per la falsificazione di “Papa Pio I”, una volta provata l’inesistenza di “Papa Siricio” e immediati successori, abbiamo il dovere di affermare che, le biografie di san Pietro, dei Papi e dei Vescovi suoi successori, reliquie comprese, sia a Roma che altrove, sono un cumulo di frottole, tali che nessuna religione può vantare come quella Cattolica.


Le imposture evangeliche

La narrazione dei vangeli attuali contiene un tale numero di errori e falsificazioni, al punto che, riguardo i loro compilatori, glievangelisti”, diventa facile dimostrare che non potevano essere ebrei nativi nella Palestina del I secolo, per giunta non vi si erano mai recati, nenche al IV secolo quando compilarono i vangeli, al fine di accertare la esatta corrispondenza dei “luoghi santi” in cui fecero muovere i loro attori: Gesù, Madonna, san Pietro, Apostoli e discepoli.
Il risultato - non evidenziato dagli esegeti del Clero, né dagli opportunisti docenti universitari di Storia del Cristianesimo, come da Alberto e Piero Angela - è che i mirabolanti Santi Protagonisti dei “sacri testi” si muovono nei territori, dove risultano nati, sbagliando i nomi delle località che avrebbero dovuto conoscere a menadito. Gli apostoli, ad iniziare da Pietro, e gli evangelisti confondono la Giudea con la Galilea e la Traconitide; i riferimenti al fiume Giordano ed al Lago di Tiberiade, descritti nei loro spostamenti, sono completamente errati; Gesù esegue esorcismi in Sinagoghe inesistenti (oggi provate archeologicamente), ed altri esorcismi nelle città di Gerasa e Gadara descritte sulle rive del Lago di Tiberiade, mentre, in realtà, le loro vestigia, tutt’oggi visibili, sono ubicate a decine di chilometri dal lago. In sostanza, sia Gesù che apostoli ed evangelisti non conoscono la patria in cui sono nati.
Le dimostrazioni archeologiche particolareggiate di quanto appena dichiarato si trovano nell’VIII studio; per ora, come esempio, ci limitiamo a citare una "parabola" in contraddizione con la storia e l'archeologia:
    
Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli Apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro (gli Apostoli), ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti (Atti degli Apostoli 5,12/16).
 
Dalla fine della seconda guerra mondiale, nessun prete o parroco, durante la Messa, è mai salito sul pulpito per illustrare questa parabola e decantare i mirabolanti poteri trasferiti da Cristo agli apostoli. Le sottili menti vaticane, come i docenti universitari di Storia del Cristianesimo, sanno che sono un falso conclamato perché allepoca di Gesù e dei suoi Apostoli non esisteva più il Portico di Salomone, né gli altri portici del Tempio di Gerusalemme.
Poco dopo la morte di Erode il Grande (Antichità Giudaiche Libro XVII par. 254/264), per la Pentecoste ebraica del 4 a.C. scoppiò una violenta rivolta in Gerusalemme contro il Procuratore romano Tizio Sabino (divamperà poi in una guerra allargata anche alla Galilea) cui aderirono Giudei, Galilei e Idumei. Nel corso dei combattimenti:

“... i ribelli montarono sui portici che circondano il cortile esterno del Tempio … allora i Romani, trovandosi in una situazione disperata, diedero fuoco ai portici … e il tetto, saturo di pece e cera si arrese alle fiamme e quellopera grandiosa e magnifica fu completamente distrutta (Op. cit. par. 262).

Mentre il Portico Reale e quello occidentale, verranno ricostruiti da Re Agrippa nel 42 d.C., il Portico di Salomone, viceversa, non verrà più edificato. Inesistenti Apostoli, autori di miracoli e sermoni, inventati sotto un inesistente portico: con una testimonianza simile, noi atei, come potremmo credere nella “Risurrezione di Cristo”? Soprattutto dopo aver letto nel vangelo che lo stesso Salvatore riuscì a compiere il Miracolo dei Miracoli facendo "risorgere" il portico di Salomone distrutto dai Romani:

"Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel Tempio sotto il portico di Salomone" (Gv 10,23).

Considerato che il "testimone oculare" di questa santa cantonata fu l'evangelista Giovanni, oltretutto "discepolo prediletto del Signore", possiamo farci un'idea di quali "verità apostoliche" ci propinano i vangeli.
Siamo giunti al termine di questo parziale, ma pur sempre significativo, excursus biografico sulle gesta dei “Santi apostoli Pietro e Paolo”, tuttavia, prima di chiudere, è nostro dovere leggere ai credenti un’ultima parabola che illustra il modus operandi del "beato san Pietro", in esecuzione del potere miracoloso concessogli da Gesù Cristo.
Lo facciamo noi perché, già Sienkiewicz nel suo “Quo vadis?”, come anche i filmati apologetici su san Pietro di Alberto Angela, ed ovviamente i preti, nessuno di loro osa narrare, dai pulpiti ecclesiali come da quelli televisivi celestiali, l'illuminante esempio di infinita misericordia di cui era capace Pietro, il successore di Cristo, Principe degli Apostoli e detentore delle chiavi del Paradiso, riferita in "Atti degli Apostoli":
 
“Un uomo di nome Ananìa con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per se una parte dellimporto daccordo con la moglie, consegnò laltra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse:«Ananìa, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a questa azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». Alludire queste parole, Ananìa cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano.
Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò sua moglie, ignara dellaccaduto. Pietro le chiese: «Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?». Ed essa: «Si, a tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te». Dimprovviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose”
(At 5,1/11). Amen.
   

Conclusione

I divulgatori “scientifico-religiosi”, Alberto e Piero Angela, prima di raccontarci fandonie sulla interpretazione semiotico spirituale dei “di-segni” sepolcrali relativi alle chimeriche vite dei santi e dei màrtiri, rappresentati in “Le Meraviglie della Roma Cristiana”, come pure nella documentazione della strage neroniana di Cristiani, o nelle ripetute trasmissioni di “Quo vadis?" … avrebbero dovuto riferire
agli ascoltatori, innanzitutto, che le scarse testimonianze storiografiche, in apparenza extra cristiane, nella realtà sono di epoca medievale e pervenute esclusivamente da fonti trascritte da monaci in antiche Abbazie, pertanto oggetto di numerose critiche da parte di molti storici del mondo occidentale. Fra le tante ricordiamo che gli "Annales" di Tacito, nel XV Libro, cap. 44, il brano riguardante l'eccidio di Cristiani a Roma nel 64 d.C., con il richiamo a Ponzio Pilato che sottopose a supplizio Cristo, gli amanuensi di Montecassino commisero l'errore, gravissimo, di qualificare Pilato come "Procurator", precisamente come, erroneamente, venne connotato nei vangeli; viceversa, la realtà, confermata dalla Archeologia, specifica che era "Praefectus".

In ottemperanza al dovere deontologico di propagare autentica conoscenza scientifica, nei loro documentari che trattano di cristianesimo, Alberto e Piero avrebbero dovuto premettere sempre le fonti delle notizie diffuse sul grande eccidio perpetrato da Nerone; dichiarare sempre la datazione dei Codici trascritti dagli amanuensi nel corso dei secoli; evidenziare sempre le contraddizioni, riscontrate nei manoscritti, concernenti le vite dei presunti iniziatori della dottrina cristiana e, laddove scoperte le rispettive assurdità storiche e biografiche, denunciarle sempre come tali, anche se riscontrate nei vangeli e nella Storia Ecclesiastica.
Ma i divulgatori televisivi di Stato, volutamente non riferiscono nozioni corrette e complete, indispensabili a formare la ragione in chi li ascolta, pur essendo consapevoli che l'informazione unidirezionale è deviante, dunque certi del condizionamento confessionale da loro praticato agli ignari ascoltatori ... pertanto lautamente ricompensato.

Eppure, sotto il profilo morale, etico e professionale, Alberto e Piero Angela non devono ignorare che la libera Conoscenza non può essere censurata, in quanto fondamentale per la capacità di giudizio che ogni persona intende esprimere nei confronti della società in cui vive. Il diritto al Sapere non deve avere limiti, è una facoltà individuale inalienabile, alla pari della Libertà. Un insieme di diritti che non devono, e non possono, essere condizionati da interessi di parte o di potere, né dal millantato credito mediatico di cui gode la religione cristiana e del quale loro ne sono i più accreditati “artefici scientifici”, nonostante, è ormai definitivamente accertato, sia un Credo basato sulle peggiori falsificazioni che la Storia abbia mai registrato, ad iniziare dall'aberrante pratica necrofila legata al culto delle reliquie umane: miseri resti anonimi spacciati per Santi, mai esistiti, falsi protagonisti del Cristianesimo.

Purtroppo per noi cittadini, che li paghiamo profumatamente, i due divulgatori della scienza non sentono il dovere di ottemperare al diritto della conoscenza collettiva senza barriere; per loro, la cultura accertata e la chiarezza storico-archeologica inerente la religione cristiana non rappresentano un servizio dovuto alluniversalità dei popoli.
Consapevoli di rischiose “fuoriuscite economiche”, Piero e Alberto Angela ci inculcano il loro apostolato” con uno scopo ben preciso e, contando sulla loro autorevolezza di divulgatori scientifici, lo perseguono con opportuno calcolo consapevoli di essere più credibili in quanto accreditati dalle masse come atei. La stessa scienza che documentano nei programmi seri, per altro verso, insegna loro “matematicamente” che conviene essere proclivi al potere confessionale allo scopo di perpetuare in splendida agiatezza il loro super pagato “posto fisso”… almeno fino alla agognata “quinta età”.


Emilio Salsi


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