La grande menzogna evangelica: Gesù e apostoli non conoscono la loro patria


Tramite le analisi pubblicate, abbiamo più volte dichiarato che gli scribi cristiani, redattori dei vangeli, non erano di provenienza giudaica né mai si preoccuparono di verificare se le località, città, edifici di culto, richiamate nelle loro scritture, esistevano veramente nel I secolo: l'epoca del ministero di Cristo e degli apostoli. Un dato di fatto che abbiamo già verificato con il precedente studio sulla città di Nazaret, la quale, stando alla descrizione dei vangeli, era "situata sul ciglio del monte" (Lc 4,29) e ad est del lago di Tiberiade, viceversa la Nazaret odierna è adagiata in una valle ad ovest del lago.


Nel VI studio abbiamo accertato che i codici dei vangeli vigenti furono redatti dopo il 381 d.C. ma, in essi,  riscontriamo molti altri errori dovuti alla mancata coincidenza fra la descrizione dei luoghi sacri - ove operarono i protagonisti del "cristianesimo primitivo" del I secolo - e la realtà antica portata alla luce da archeologia, toponomastica ed orografia; al punto da non rendere più credibili le gesta mirabolanti degli eroi che avrebbero dovuto testimoniare l'avvento del Salvatore ebreo nella propria terra.
Ancora prima del 381, agli inizi del IV secolo, i Cristiani, grazie ad Eusebio di Cesarea, consultarono a Nicomédia la biblioteca imperiale di Costantino e scrissero i primi testi sacri canonici sulla base della dottrina in auge alla loro epoca, pertanto diversi dai vangeli successivi. Ma gli scrivani di Eusebio non seppero verificare tutti i nominativi originali dei siti, soprattutto per le località palestinesi meno famose, né potevano prevedere i futuri ritrovamenti archeologici. Peraltro, il problema della toponomastica giudaica fu sottovalutato anche dai redattori dei successivi codici greci (come i codici Vaticanus e Sinaiticus), manoscritti quasi contemporaneamente alla Vulgata latina di san Girolamo per essere insieme distribuiti, agli inizi del V secolo, ai Vescovi di tutte le Province dell'Impero Romano.
 

Col trascorrere dei secoli, il potente Clero cattolico individuò gli errori contenuti nelle scritture divine, talmente gravi da minare la credibilità della dottrina per la "salvezza eterna". Pertanto, ogni qualvolta si scopriva una contraddizione, per ovviare al problema intervenivano gli amanuensi di Dio, i quali, non potendo modificare la Bibbia, ormai diffusa ben oltre le Province dell'ex Impero Romano, inventarono appositi "Commentarii" dei vangeli canonici destinati a "chiarire" i brani oggetto di controversie teologiche, come pure quelli in contrasto con la realtà storica e geografica.
E' dunque nostro dovere dimostrare il fatto che tutti i Commentari vennero opportunamente predatati allo scopo di far risultare che ogni contraddizione, contenuta nella documentazione neotestamentaria, era già stata "spiegata" e risolta sin dall'Avvento di Cristo.
Le sottili menti del Clero hanno sempre operato con questo preciso intento ma, non potendo oggi far manoscrivere nuovi Codici, anziché agli ingenui calligrafi di secolare memoria, con una strategia collaudata affidano a titolati docenti chiesastici il compito di "reinterpretare" ulteriormente gli antichi "Commentari Biblici" avvalendosi di "lezioni".
Vediamo come.



Bethania, Bethsaida, Gerasa, Gadara, Gergesa, Arimatea, Cafàrnao: il sacro inganno

Bethania


" … Questo avvenne a Betània, al di là
del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio»" (Gv 1,28-29);
"Accorreva a Giovanni tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano"
(Mc 1,5).

Quindi a Bethania Gesù incontrò Giovanni Battista "dove stava battezzando" nel Giordano. Purtroppo, per gli evangelisti (e per gli odierni credenti), l'unica Bethania esistente in Giudea si trovava (e si trova ancora oggi) a meno di quattro chilometri da Gerusalemme, non "al di là", bensì "al di qua del Giordano", o meglio a oltre quaranta chilometri al di qua del Giordano (la misura veniva effettuata in "stadi" romani). Questo "pasticcio" fu combinato dall'evangelista di Dio, Giovanni apostolo, un ebreo che avrebbe dovuto essere pratico dei luoghi in cui nacque (inizi primo secolo a Bethsaida) e, in base alla storia ecclesiastica, sarrebbe vissuto fino al 104 d.C. e spesso a Gerusalemme. I vangeli attestano chiaramente che Gesù si recò prima da suo cugino, Giovanni Battista, a farsi battezzare nel Giordano, per poi iniziare il ministero divino della redenzione umana.
Inevitabilmente, facendo risultare nel vangelo di Giovanni che il Giordano scorreva a Bethania (Gv 1,28), si dimostra che lo scriba cristiano di questa narrazione non era mai stato in quella città. Con tutte le conseguenze che ne derivano per la credibilità di Cristo Dio …

Giovanni, ancora giovane, da fedele "discepolo che Gesù amava", stando ai vangeli, seguì il Maestro quando si recò nella città santa per essere osannato dalla folla come "Re dei Giudei". Sempre allora, in Gerusalemme, dopo l'Ascensione in cielo del Risorto, il prediletto Giovanni trascorse quaranta giorni in attesa dello Spirito Santo, dopodiché, assieme agli altri colleghi apostoli, si recava davanti al Tempio per guarire intere folle da qualsiasi male presso un inesistente "Portico di Salomone"
(Atti degli Apostoli 5,12/16):

Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli Apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro (gli Apostoli), ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.
 
Il portico di Salomone, assieme a tutti gli altri, fu distrutto dai Romani e mai più ricostruito. Poco dopo la morte di Erode il Grande (Antichità Giudaiche Libro XVII par. 254/264), per la Pentecoste ebraica del 4 a.C. scoppiò una violenta rivolta in Gerusalemme contro il Procuratore romano Tizio Sabino (divamperà poi in una guerra allargata anche alla Galilea) cui aderirono Giudei, Galilei e Idumei. Nel corso dei combattimenti:

“... i ribelli montarono sui portici che circondano il cortile esterno del Tempio … allora i Romani, trovandosi in una situazione disperata, diedero fuoco ai portici … e il tetto, saturo di pece e cera si arrese alle fiamme e quell'opera grandiosa e magnifica fu completamente distrutta.

I colonnati del Tempio iniziarono ad essere ricostruiti nel 42 d.C. da Re Erode Agrippa che riuscì ad ultimarne due, il Portico Occidentale ed il Portico Reale. Mentre il Portico di Salomone non verrà più edificato per l'eccessivo costo (Ant. XX 220-222). Ignaro di ciò, Giovanni evangelista, apostolo prediletto al seguito di Gesù, così testimonia le Sue mirabilia nel vangelo:

"Ricorreva a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno. Gesù passeggiava nel Tempio sotto il portico di Salomone" (Gv 10,23).

Ma, per le eminenze del Clero, i problemi non finiscono qui. Vicino a Gerusalemme, a Bethania, per mano di Maria Maddalena, il giudeo "discepolo prediletto", sottopose il Suo Messia ad una incredibile "lubrificazione pedestre ebraica pre-sepoltura" (Gv 12,3), con rituali divergenti dagli altri vangeli al punto di condannare alla "damnatio memoriae" santa Maria di Magdala, residente a Bethania assieme al fratello Lazzaro. Una unzione che, contrariamente all'atto della Maddalena, nella immediata sequenza del racconto evangelico, è finalizzata all'entrata trionfale in Gerusalemme di un autentico Re Messia (Unto) dei Giudei, e come tale acclamato dalla folla "Re d'Israele" (Gv 12,13).
Sempre a Bethania Gesù effettuò la portentosa resurrezione dell'amico Lazzaro, già tumulato nel sepolcro da quattro giorni ed in stato di nauseabonda putrefazione: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43). Una rinascita narrata nel solo vangelo di Giovanni che si premura di certificarne la grande notorietà, sia in Gerusalemme che nei dintorni, al punto che i Sommi Sacerdoti, invidiosi, decretarono di ri-ammazzare il ri-sorto Lazzaro (Gv 12,9-11). Una mirabilia conclamata dall'umanità praticante … ma ignorata dagli altri evangelisti i quali, nei loro tre vangeli sinottici, riferiscono una differente resurrezione, quella della "figlia di Giairo", ma sconosciuta dall'evangelista Giovanni. Un insieme di fatti sconclusionati che gli indottrinatori evitano di certificare alle devote masse.

Quando si accorsero della svista evangelica, inerente l'ubicazione di Betania e le implicite conseguenze appena descritte, gli scrivani di Dio - al fine di non far risultare essi stessi i veri artefici - con un millennio di ritardo decisero di "anticipare" la spiegazione del sacro "qui pro quo" facendo intervenire nientemeno che Orìgene Adamànzio, il grande apologista cristiano del III secolo.
Fu allora che gli amanuensi redassero il "Commentario a Giovanni", testo pseudoepigrafico (sotto falso nome) apparentemente narrato in prima persona dallo spettro di Orìgene, rievocato con una apposita seduta spiritica.
Lo ritroviamo nel "Codex Monacensis Gr 314", stimato paleograficamente al XIII secolo; cui fece seguito un altro "Commentario" trascritto nel "Codex Venetus Gr 43" del XIV secolo e, successivamente, in altri quattro codici ancor più tardivi. Leggiamo cosa avrebbe detto Orìgene.

Origenes. "Commentarii in evangelium Ioannis" - XL -

"So bene che la lezione di quasi (?) tutti i manoscritti è: «Questo avvenne in Befania (?)» non lo ignoriamo, e che [questa sostituzione] sembra (?) essere avvenuta già da tempo perché già in Eracleone* (?) abbiamo letto Befania. Sono però altrettanto convinto che la lezione (?) esatta non è Betania ma Bethabara essendomi recato in quei posti per ricostruire l'itinerario di Gesù, dei suoi discepoli e profeti. Betania infatti, la patria di Lazzaro, di Marta e di Maria, dista quindici stadi da Gerusalemme ("meno di due miglia", Gv. 11,18) come attesta lo stesso evangelista, ed è separata dal fiume Giordano da una distanza di centottanta stadi. Né vi è nei dintorni del Giordano un'altra località di questo nome. Mentre invece dicono (chi?) che sulle rive di questo fiume è indicata Bethabara dove narrano che Giovanni battezzasse".

Dopo essersi accertati che "Bethabara" era il toponimo della località più vicina all'ipotetico punto, adiacente al Gordano, dove Giovanni Battista avrebbe potuto effettuare il rito di iniziazione, gli scribi di Dio del XIII secolo hanno distribuito carte false incaricando come "mazziere" Orìgene, mille anni dopo la sua dipartita. A mò di "lezione" lo fecero addiritura recare "in quei posti per ricostruire l'itinerario di Gesù, dei suoi discepoli e profeti" e citare un ignaro "Eracleone" (un padre gnostico collocato dagli ecclesiastici nel II secolo), ben sapendo che non esisteva alcun suo vangelo, con il compito di anticipare "testimonianze" fumose tramite la ipocrita "lezione Befania primitiva".
Una fatica vana, già intrapresa, dopo la fine dell'Impero Romano (molto tempo prima degli amanuensi tardomedievali) dalle eminenze grige della Chiesa Bizantina, in epoca risalente al V e VI secolo. I Clerici costruirono, in diverse zone adiacenti al Giordano, alcuni Santuari forniti di cisterna e impianto idrico per alimentare il fonte battesimale di Giovanni Battista … finendo inevitabilmente con l'aggiungere falsità alle menzogne. Infatti, dal momento che quegli edifici vennero sbandati in località con nomi diversi* dalla "lezione Bethabara" ciò dimostra che la Chiesa di allora non conosceva il luogo dove fu battezzato Gesù.
* I siti individuati sono: Saphsaphas, Ainon, aL-Maghtas, Tell Mar Elias, Tel al-Karrar e Ain Karim. Quest'ultimo, ubicato ad ovest di Gerusalemme e risalente al VII secolo, è stato scoperto nel 2004 dall'archeologo Shimon Gibson.


Le sottili menti bizantine, una volta compreso che le disparate ubicazioni degli edifici battesimali di Cristo, realizzati da monaci, ne comprovavano la falsità, li abbandonarono uno dopo l'altro. Oggi infatti, per evitare smentite archeologiche, gli esegeti spiritualisti, sostituendosi agli evangelisti, affermano che il Battista abitava in un "buco", ovviamente "scoperto" da loro. Ma dove? … Ecco la soluzione.
Nonostante gli "antichi fiaschi", pur di abbindolare i beati poveri di spirito, scendono in campo i clerici dello "Studium Biblicum Franciscanum": la punta di diamante della Fede per sconfiggere il Demonio che riuscì ad ingannare l'ingenuo "discepolo che Gesù amava".


I frati sanno che le affermazioni, accreditate ad Orìgene, anziché eliminare la diabolica "trappola" del caso Bethania, al contrario, la peggiorano. Allora? Rilanciano con protervia il "grande bluff". Oltre a Orìgene chiamano a "testimoniare", Eusebio di Cesarea, Costantino il Grande e la sacra famiglia imperiale, i Vescovi al completo del Concilio di Nicea I, ed una sfilza di pellegrini che, dal III secolo in poi, si recarono tutti a … Bethabara.
Per rafforzare le loro tesi citano l'Onomasticon di Eusebio di Cesarea, un repertorio di nomi di persona e luoghi relativi alla storia del Cristianesimo … ma evitando di riferire che il manoscritto più antico di quest'opera è il "Codex Vaticanus Gr 1456" risalente all'XI secolo.
L'infinita analisi è pubblicata dallo "Studium Biblicum Franciscanum" il 6 Marzo 2000, in occasione del Grande Giubileo Cattolico Internazionale, col titolo "Il santuario di Betania al di là del fiume Giordano" ed è firmata dal frate Michele Piccirillo. Ancora prima, sapendo del Giubileo, il 5/6/1998, i frati avevano già inaugurato il "Santuario di Betania in Perea" corredato del relativo studio in cui gli itinerari dei "Grandi Pellegrini del IV secolo" vengono citati con pignoleria; tuttavia, a partire dall'ignaro Eusebio, in nessun Codice manoscritto antecedente al Monacensis Gr 314 (del XIII secolo) si accenna a "Bethabara".

Nessun Padre, Vescovo o Dottore della Chiesa, almeno fino a tutto il IV secolo (data entro la quale vennero redatti i vangeli in greco e tradotti in latino all'inizio del V), ha mai sentito parlare di "santuario di Bethabara", né di "santuario di Bethania", sia "al di qua" che "al di là" del Giordano.
La ragione è molto semplice e la abbiamo sopra anticipata: i vangeli che noi leggiamo furono scritti dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. Ne consegue che, pur volendo ammettere per assurdo (solo per assurdo), che Eusebio, l'Imperatore Costantino ed i vescovi del IV secolo, se tutti loro avessero saputo di "Bethabara" … nelle centinaia di antichi Codici biblici a noi pervenuti avremmo trovato scritto "Bethabara" anziché "Bethania". E non solo nel vangelo di Giovanni, ma in tutti i vangeli canonici che citano il Battista e, dulcis in fundo, in tutti i Commentari del "vangelo di Giovanni" - scritti da Padri, Vescovi e Dottori della Chiesa - avremmo riscontrato la stessa identica, stupida e falsa, lezione: "Bethabara". Fatto che non risulta.

Otto secoli fa, gli amanuensi di Dio hanno mentito scrivendo il commentario a nome di Orìgene, ma anche oggi, i francescani, spinti da un "eccesso di carità cristiana", stimolata dal Grande Giubileo A.D. 2000, ci hanno riprovato, convinti che mai nessuno si sarebbe levato lo sghiribizzo di verificare se le innumerevoli citazioni riferite (per impressionare gli sprovveduti) corrispondevano alla verità. Una carità pelosa determinata a modificare le risultanze evangeliche tramite la duplicazione di Bethania che, spostata "motu proprio" di oltre quaranta chilometri nella regione di Perea, viene collocata in un "buco" "al di là del Giordano"… et voilà! Il gioco è fatto: ecco Bethabara! Dopodiché … Parroci, Popi, Pastori, Reverendi, Padri e Ministri di Dio, tutti interessati ad indottrinare il prossimo, ben coordinati con i Tours Operator e per le rispettive laute felicità, organizzano convogli di pellegrini (inconsapevoli di vangeli) destinati alla falsa "seconda Bethania in Perea", laddove, in prossimità del "buco", immergono per intero le loro "spoglie" nel Giordano … con la promessa della vita eterna. Per i pellegrini e tutti i credenti, che non leggono i sacri testi, riportiamo i brani del vangelo di Giovanni relativi a Bethania unitamente alla ubicazione della antica città, ancora oggi esistente, richiamata con le precise distanze di riferimento:

"Questo avvenne a Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse:
«Ecco l'agnello di Dio»" (Gv 1,28-29); "Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia" (Gv 11,18).

Bethania, dove Giovanni stava battezzando, era vicina a Gerusalemme, di conseguenza distava più di trenta miglia romane (40 km) dal Giordano: vale a dire la vera, unica, attuale, Bethania limitrofa a Gerusalemme … ovviamente senza Giordano.

Seguendo lo schema della falsificazione attuata dagli antichi Padri della Chiesa nei confronti del toponimo "Gàmala" mascherato con "Nazaret" (vedi precedente studio), gli scaltri ecclesiastici, ben sapendo che le due citazioni del vangelo di Giovanni bloccano qualsiasi tentativo di speculazione, convinti che il mondo sia pieno di babbei, con una forzatura della verità hanno reinterpretato il brano, scritto a chiare lettere nel vangelo, col risultato di confermare il loro interesse a depistare dalla giusta conoscenza anziché riferire la verità. Un dovere deontologico spettante soprattutto a chi, per professione, insegna religione nelle nostre scuole pubbliche, con stipendio a carico della collettività … atei compresi.
Pertanto, riteniamo doveroso evidenziare la scorretta "tecnica" di indottrinamento, praticata ai giovani studenti, nascosta dietro l'innocuo "obbiettivo formativo". Cliccare:

Bethabara - Il Battesimo di Gesù -
Maria Grazia Montuolo
Istituto Comprensivo G. Micali - Livorno -
Anno scolastico 2008 - 2009


Preso visione del vangelo di Giovanni, consapevole delle ricadute negative per la propagazione della Fede, la docente di religione, Maria Grazia Montuolo, valutati gli effetti dirompenti causati da impossibili prodigi accreditati a Gesù Cristo in una Bethania erroneamente ubicata dall'evangelista "al di là" del Giordano, ma in realtà vicina a Gerusalemme, pubblica un lunghissimo e macchinoso studio concernente il "Battesimo di Gesù" sulla falsariga di quello dei suindicati frati. Alla pari dei francescani, la Montuolo fa passare come veritiera la sua analisi e la propina agli studenti delle scuole in cui insegna senza verificare preventivamente se i contenuti ideologici, intesi a modificare le risultanze evangeliche, sono basati su una documentazione corretta, sia nelle citazioni, sia sotto il profilo delle antiche testimonianze archeologiche come di quelle storiche. Non è un caso, infatti, che la docente, nel suo lungo studio, eviti di riferire la "Historia Ecclesiastica" dello storico Eusebio di Cesarea (materia di sua competenza), laddove si attesta che, al contrario dei vangeli, Giovanni Battista venne eliminato da Erode Antipa a fine 35, inizi 36 d.C., cioè molti anni dopo che Gesù era morto:

"Erode Tetrarca sposò Erodiade, la moglie di suo fratello (Erode Filippo, morto nel 34) dopo aver ripudiato la prima moglie che aveva sposato secondo le leggi (era la figlia di Areta, re della Petrea) dopo aver separato Erodiade dal marito, che era ancora vivente. E
per causa di questa donna fece uccidere Giovanni Battista e mosse guerra ad Areta, di cui aveva disonorato la figlia" (op. cit. I 11,1).

Constatiamo che causa (concomitante alla morte di Giovanni B.) ed effetto della guerra sono immediati, ma dalla storia abbiamo la precisa conferma che il Re arabo Areta IV aprì il conflitto contro Erode Antipa nell'estate del 36 d.C. Inoltre, da "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, risulta che Giovanni Battista operava nella Galilea (allora governata da Erode Antipa), non a Bethabara (secondo i frati nel sud della Perea), essendo quest'ultima una località desertica, quindi senza ascoltatori:

“Quando la gente si affollava intorno a Giovanni Battista, essendo i suoi sermoni giunti al più alto grado, Erode (Antipa) si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a forme di sedizione … a motivo dei sospetti di Erode, fu portato in catene nel Macheronte, una fortezza in Perea, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell'esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode” (Ant. XVIII 118/9).

Il Battista fu portato al Macheronte dopo aver sobillato il popolo. I territori sotto la giurisdizione del Tetrarca Erode Antipa erano la Galilea e la Perea, ma va tenuto conto che la zona a sud di questa regione, scelta dai Francescani, era desertica; diversamente dalla Galilea, rigogliosa ed affollata, i cui abitanti appartenevano all'ala ebraica più estremista e rivoluzionaria antiromana. 

Da quanto esposto si evince lo scorretto impiego dei docenti di religione il cui dovere istituzionale non può essere quello di impedire la conoscenza, non solo della storia riguardante il Cristianesimo, ma addiritura dello stesso vangelo, fino al punto di alterarne le reali informazioni rese. Stante così i fatti, non dobbiamo sforzarci troppo per capire che il modus operandi della insegnante livornese sia condiviso da tutti i docenti di religione, ben coordinati dal supremo interesse della Chiesa, la quale adotta una strategia analoga anche nei successivi, compromettenti, brani evangelici.


Bethsaida

Dalla cronaca "in diretta" concernente il ministero di Cristo apprendiamo:

"Questi si avvicinarono a Filippo che era di Betsaida di Galilea …" (Gv 12,21);
"Il giorno dopo Gesù stabilì di partire per la Galilea. Incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi». Filippo era di Betsaida, la città di Andrea e di Pietro" (Gv 1,43-44).

"Bethsaida", nome aramaico che significa "casa della caccia" (tzayd: caccia) era un antico villaggio ubicato all'estremo nord del lago di Tiberiade (o di Gennesaret). Fu menzionata da Giuseppe Flavio dopo essere stata ingrandita, fortificata ed elevata al grado di città (polis), dal Tetrarca Filippo (figlio di Erode il Grande):

"Filippo ingrandì Panea, la città vicino alle fonti del Giordano e la chiamò Cesarea; e la zona di Betsaida sul lago di Genesaret la eresse al grado di città aumentandone gli abitanti e irrobustendone le fortificazioni, e la chiamò Giulia, dal nome della figlia di Cesare" (Ant. XVIII 28);

richiamata dallo storico ebreo anche in "La Guerra Giudaica":

"Quando, alla morte di Augusto, che aveva regnato per cinquantasette anni sei mesi e due giorni, l'impero dei romani passò nelle mani di Tiberio, figlio di Giulia (no: di Livia Drusilla), le Tetrarchie rimasero in possesso di Erode e Filip
po. Questi fondò una città di nome Cesarea presso le fonti del Giordano nella Paniade, e un'altra città di nome Giuliade nella Gaulanitide inferiore" (Bellum II 168; ib. cfr III 56);
"il Giordano oltrepassata la città di Giuliade, fluisce nel mezzo del lago di Gennesar" (Bellum III 515).

Filippo, dopo l'ampliamento di Bethsaida, la inaugurò sotto Tiberio chiamando la nuova città "Giuliade" in onore di Giulia, figlia (Ant. XVIII 28) dell'Imperatore Cesare Augusto ed in memoria di lui per avergli attribuito i territori dopo la morte di Erode il Grande.
Individuate con precisione le vestigia della città di Bethsaida nel primo secolo, possiamo accertare le sviste "dettate da Dio" agli ingenui scribi cristiani. Infatti, contrariamente alle testimonianze evangeliche, Bethsaida non apparteneva alla Galilea (amministrata da Erode Tetrarca) ma alla Traconitide (Ant. XVII 319; Bellum II 95) e, come risulta dalle citazioni storiche confermate dalla archeologia, Bethsaida era ubicata nella Gaulanitide inferiore (territorio compreso nella Traconitide, regione amministrata da Filippo Tetrarca), ad est del Giordano, in prossimità del punto in cui il fiume si immette nel lago di Tiberiade. Ma, dal momento che la Galilea era ad ovest del Giordano … qui iniziano i dolori per le meraviglie narrate nelle sacre scritture:

"Giunsero a Betsaida, dove condussero a Gesù un cieco pregandolo di toccarlo. Allora preso il cieco per manofu sanato e vide chiaramente ogni cosa a distanza" (Mc 8,22-25);
"Ordinò poi ai suoi discepoli di salire sulla barca e, procedendo sull'altra riva, verso Betsaida Gesù andò verso di loro camminando sul mare" (Mc 6,45-48);
"Gesù prese con sé gli apostoli e si ritirò verso una città chiamata Betsaida. Ma le folle lo seppero e lo seguirono" (Lc 9,10)...

il prosieguo del brano, appena citato da Luca, narra lo spettacolare miracolo della "moltiplicazione dei pani e dei pesci":

"… Allora Gesù prese i cinque pani e due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono … " (Lc 9,16). 

E' il prodigio descritto dagli evangelisti in cui si narra come Cristo, due millenni fa, sfamò migliaia di suoi fedeli, uomini, donne e bambini; esso è riferito dettagliatamente in tutti i vangeli … ma, in nessuno di questi, gli evangelisti, ad iniziare da Luca, si sono resi conto che "le folle" dovevano attraversare 
il fiume Giordano per recarsi da Bethsaida, sita ad est del Giordano, alla località ubicata in Galilea ad ovest del fiume, dove avvenne la moltiplicazione dei pani.

Lo stesso evangelista Giovanni, nativo di Bethsaida, se fosse realmente esistito non avrebbe mai commesso un simile errore perché il Giordano scorreva vicino alla sua stessa casa. E non solo. San Girolamo in "De viris illustribus" (Cap. IX), nella biografia dell'apostolo, scrive:

"Giovanni, dopo aver letto i volumi (rotoli dei vangeli) di Matteo, Marco e Luca, approvò senz'altro il testo della loro narrazione, sottolineandone la piena verità".

La mancata conoscenza dei luoghi in cui vissero Gesù ed apostoli è dimostrata addirittura dal Dottore della Chiesa quando, all'inizio del V secolo, tradusse personalmente dal greco in latino la famosa Bibbia Vulgata. Infatti, la "piena verità" richiamata da Girolamo è sconfessata dalla non conoscenza della terra di Cristo, ad iniziare proprio da Giovanni, il quale avrebbe dovuto insegnare a Gesù, assieme ai colleghi apostoli Pietro, Andea e Filippo, nati a Bethsaida, che questa città era in Gaulanitide, non in "Galilea", come invece afferma il vangelo nel brano "Gv 1,44" su riportato. Consapevoli della grave contraddizione, gli ipocriti esegeti cristiani odierni inseriscono, sfacciatamente, nelle loro mappe della Palestina, una seconda Bethsaida in Galilea, senza alcuna prova storica ed archeologica ... indifferenti alla impossibilità che due città così vicine fra loro abbiano lo stesso nome.
In conseguenza dei contrasti evidenziati, possiamo confermare quanto già dimostrato negli studi precedenti che non sono mai esititi né apostoli, né evangelisti. Al contrario, sono realmente vissuti gli amanuensi cristiani i quali attestarono i fantastici eventi nel 4° secolo e, come abili trasformisti, si fecero passare per Giudei del 1° secolo nonché seguaci del "Salvatore" allo scopo di rendere veritiere le falsità che stavano inventando … pur di illudere i popoli con la promessa della vita eterna.

Anche in questo caso, come per Bethania, la località dove avvenne il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci fu appositamente scelta in Galilea, durante l'epoca bizantina, dopo la disgregazione dell'Impero Romano: si chiamava "Tabgha", e là venne realizzato un Santuario, poi finito in disuso, ma individuato all'inizio del secolo scorso.
Con la costruzione di un Santuario in Galilea, a Tabgha, nei pressi del lago di Tiberiade, indicato come il luogo dove avvenne il miracolo dei pani e dei pesci, l'alto Clero bizantino intese "dimostrare" al mondo intero, con tanto di mosaico, il punto preciso dove accadde l'evento eccezionale … senza capire la grave incompatibilità con il vangelo di Luca (Lc 9,10-17) al punto di costringere la grande folla, radunata nella parabola, ad attraversare il fiume sacro per recarsi da Bethsaida a Tabgha. Il tutto accaduto senza che Gesù avesse fatto alcun miracolo, antecedente a quello dei pani, per aprire le acque del Giordano e consentire alle folle di attraversarlo, come fece il suo omonimo eroe ebreo "Giosué" (Yehoshùa) quando questi permise al popolo israelita, Arca dell'Alleanza compresa, di oltrepassare il biblico immissario del lago di "Kinnereth" (poi di "Genesareth" infine di "Tiberiade"), oppure ripiegare sul meno spettacolare miracolo per consentire alla moltitudine di fedeli di "camminare sulle acque" … come fece Lui (Mc 6,48).
Ma il colmo della contraddizione si riscontra nel vangelo di Giovanni. L'evangelista fa avvenire il miracolo dei pani e dei pesci sopra una montagna, ad est del lago di Tiberiade non ad ovest, nella riva opposta a Cafàrnao smentendo la fasulla "Tabgha", quest'ultima venerata sia dagli ortodossi-bizantini che dai cattolici romani:

"Dopo questi fatti, Gesù andò all'altra riva del mare di Tiberiade e una grande folla lo seguiva ... Gesù salì sulla montagna … vide che una grande folla veniva da lui" "Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero" (Gv 6,1-11) "Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l'altra riva in direzione di Cafàrnao (Gv 6,16).
Poiché Cafàrnao era (ed è) posizionata ad ovest del lago di Tiberiade, questo significa che il miracolo dei pani e dei pesci avvenne su di una montagna sita nella riva opposta a Cafàrnao, quindi ad est del lago.

"Il giorno dopo, la folla, rimasta dallaltra parte del mare (sempre ad est del lago), vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano intanto giunte da Tiberìade
(ubicata ad ovest del lago) vicino al luogo dove avevano mangiato il pane (ad est, l'altra riva del lago). Quando la folla vide che Gesù non era più là (ovviamente ad est) e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao (ad ovest) alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare (a Cafàrnao ad ovest del lago) e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?» (Gv 6,22-25).

La Chiesa, oggi, è talmente imbarazzata per le contraddizioni ingenerate da una Bethsaida, ubicata ad est del Giordano anziché ad ovest in Galilea, che ha scelto di prendere le distanze da questa città … in punta di piedi.
Infatti, basta cliccare in Internet "Cathopedia" aggiungendo "moltiplicazione dei pani e dei pesci" per leggere commenti elusivi e arzigogolati come: "significato simbolico", "risonanze messianiche", "termini diretti", "termini lati" e "profetici",
"compimento neotestamentario" … purché non si parli di Bethsaida, tanto meno di miracolo di pani e pesci. Manca solo la frase finale d'obbligo onde evitare fastidiosi equivoci: "Ogni riferimento a persone o fatti mai accaduti è puramente casuale".
Nelle Parrocchie, come nelle Chiese scismatiche cristiane, invece è tutt'altra musica. Alla stregua di Bethania: Parroci, Popi, Pastori, Ministri, Padri, Madri, Sorelle, Reverendi, e tutti coloro interessati ad indottrinare il prossimo, ben coordinati con i Tours Operator, organizzano carovane di pellegrini in piena crisi mistica ma facendo molta attenzione a non seguire l'insegnamento di Luca quando fece attraversare il Giordano alle folle da Bethsaida a Tabgha … a nuoto.


Gerasa e Gadara:

le due città dove Gesù esorcizzò migliaia di demòni.

"Approdarono nella regione dei Geraseni, che sta di fronte alla Galilea. Gesù era appena sceso a terra, quando gli venne incontro un uomo della città posseduto dai demòni … Alla vista di Gesù gli si gettò ai piedi urlando a gran voce: «Che cosa vuoi da me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti prego, non tormentarmi!». Gesù gli domandò : «Qual è il tuo nome? ». Rispose: «Legione», perché molti demoni erano entrati in lui e lo supplicavano che non ordinasse loro di andarsene nell'abisso. Vi era là un numeroso branco di porci che pascolavano sul monte. Lo pregarono che concedesse loro di entrare nei porci; ed egli lo permise. I demòni uscirono dall'uomo ed entrarono nei porci e quel branco corse a gettarsi a precipizio dalla rupe nel lago e annegò" (Luca 8,26-33).

L'esorcismo più famoso della storia, praticato da Cristo contro le potenze demoniache delle tenebre, viene descritto con stile tanto pittoresco quanto adolescenziale, oscurantista e medievale, destinato alla umanità praticante assidua nella preghiera: unica difesa avverso il Maligno. Similmente anche in Matteo e Marco:

"Giunto sull'altra riva (del lago di Tiberiade, di fronte a Cafàrnao: Mt 8,14) nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, vennero incontro a Gesù …" (Mt 8,28-34);
"Nella regione dei Geraseni, c'era un uomo posseduto da uno spirito immondo … Gesù gli domandò: «Come ti chiami? ». «Mi chiamo Legione, perché siamo in molti». Sul monte c'era una grande mandria di porci … E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi» ... La mandria si lanciò dal precipizio nel mare (lago di Tiberiade) e circa duemila d'essi annegarono" (Mc 5,1-13).

Bel colpo! Con un solo esorcismo Gesù eliminò duemila demòni entrati in duemila porci che, pazientemente, lo stavano aspettando in una impossibile città "Gerasa" - erroneamente ubicata dall'evangelista sulla riva del lago di Tiberiade - per farsi annegare.
Come avvenuto per il "caso Bethania", quando nei testi sacri dettati da Dio venivano riscontrati abbagli divini, gli amanuensi ricorrevano ai "Commentari". Nel XIII secolo, i redattori del manoscritto "Codex Monacensis Gr 314" si rivolsero, ancora una volta, ad Origene per risolvere anche il "caso Gerasa" ed il "caso Gadara".

Gerasa è il nome di una antica città la cui storia viene citata da Giuseppe Flavio (Bellum I 104) quando fu sottomessa dai Giudei, nell'84 a.C., condotti dal Re asmoneo Alessandro Ianneo. Successivamente, dopo la conquista di Pompeo Magno, nel 63 a.C., la città raggiunse il massimo splendore sotto il dominio romano ma ... Gerasa dista cinquanta chilometri a sud dal lago di Tiberiade e venti ad est oltre il Giordano. Nell'epoca dell'esorcismo di Cristo apparteneva alla regione di Decapolis mentre le sue spettacolari vestigia lontane dal lago, nei secoli, si sono conservate intatte sotto la sabbia.
Gadara, dista dieci chilometri dal lago di Tiberiade, Giuseppe Flavio la cita più volte ad iniziare dall'occupazione giudaica attuata da Alessandro Ianneo dopo dieci mesi d'assedio (Bellum I 86). Era una bella città di cultura ellenistica, cinta da mura, con teatri, terme, ippodromo, ninfeo e mausoleo; pertanto anch'essa entrò a far parte di Decapolis dopo la sua liberazione e ricostruzione voluta da Pompeo Magno (Bellum I 155). Nei secoli seguenti, sotto il dominio bizantino, grazie ai richiami evangelici, divenne una famosa meta di pellegrini cristiani.
Leggiamo come operarono, otto secoli fa, gli esegeti amanuensi per "salvare" la credibilità di Gesù esorcista che precipitò i maiali indemoniati di Gerasa e Gadara in un lago inesistente presso le due città. E' sempre lo spettro di Origene che parla in prima persona nella "diretta streaming" del XIII secolo. 

Origenes. "Commentarii in ev
angelium Ioannis" - XLI -

"Quanto poi al fatto che i manoscritti greci contengano spesso errori nella trascrizione dei nomi, uno potrebbe convincersene anche da questi casi che troviamo nei vangeli. L'economia dei porci precipitati dalla rupe e annegati in mare dai demoni è collocata dai vangeli nella regione dei Geraseni. Ora, Gerasa è una città dell'Arabia e non ha nei dintorni né un mare né un lago. Né gli evangelisti avrebbero potuto dire un'inesattezza così evidente ed esposta a una facile smentita, tanto più poi che essi conoscevano perfettamente (sic!) le regioni intorno alla Giudea. Siccome in alcuni esemplari troviamo «Nella regione dei Gadareni» occorre dimostrare falsa anche questa lezione. Gadara infatti è bensì una città della Giudea, ma nei suoi dintorni ci sono le celebri terme, non un lago sovrastato da rupi né il mare".

Gli scrivani di Dio avevano un problema molto difficile da risolvere, anzi impossibile, perché costrinsero il povero ectoplasma di Origene ad arrampicarsi su per l'Antico Testamento e, percorrendolo tutto, dall'epoca di Abramo in poi, ha interrogato una sfilza di Profeti per cercare affinità con nomi di località, fra le più disparate, da abbinare a Gerasa e a Gadara tramite una miracolosa "lezione" … invano. Ben sapendo che Gadara era ubicata nella Decapoli, e famosa per le celebri terme alimentate da sorgenti calde, le sacre penne tardo medievali hanno riempito svariate pagine, che risparmiamo ai lettori perché l'evanescente Origene non riuscì a risolvere l'abbaglio evangelico. Al termine della sequela di nomi, lo spettro di Origene tagliò corto e arbitrariamente scelse la "lezione Gergesa":

"C'è però Gergesa, da cui prendono nome i Gergeseni, un'antica città sulle rive di quello che oggi si chiama mar di Tiberiade, che ha nei dintorni una rupe che sovrasta il mare: è di qui, come [ancora] si indica, che i porci sono stati precipitati dai demoni. Il nome Gergesa, del resto, vuol dire appunto "abitazione di coloro che hanno scacciato": un nome che contiene forse un'allusione profetica" (ibid. XLI).

Gerasa del vangelo spacciata per "Gergesa"

"Gergesa" è una località sconosciuta agli evangelisti, a Giuseppe Flavio e all'Antico Testamento. Inevitabilmente, la sua forzatura non è in grado di sostituirsi ad entrambi i lemmi "Gadara" e "Gerasa", al punto che oggi nessun archeologo, a partire da quelli Vaticani, osa fare propria la fallimentare scelta di "Gergesa", manoscritta nella "lezione origeniana" dagli amanuensi medievali. Infatti la città di Gergesa non è mai esistita
Anche in questo caso, accortisi dello svarione evangelico, le sottili menti del clero bizantino, ancora prima del clero romano, individuarono una località adiacente la riva est del lago, con pochi resti abbandonati di un antico villaggio ebreo di pescatori, e vi costruirono un monastero con annessa Chiesa. Il nome della località non è "Gergesa" bensì "Kursi", ma, trattandosi di un antico insediamento israelita, si poneva il problema di duemila porci che pascolavano in attesa di Gesù. Allora gli indottrinatori spirituali, in comunella con i Tours Operator, "esorcizzano" il contrasto con i costumi giudaici affermando che si trattava di un antico villaggio romano pagano, attrezzato con un piccolo porto. Ovviamente, i furbi indottrinatori non si spingono a dire che i Romani avrebbero realizzato il porticciolo per ormeggiarvi le trireme con cui andare a pescare nel lago Gennesar, consapevoli del fatto che Pompeo Magno, quando conquistò la Palestina, appositamente non fece costruire "Gergesa" per fare un dispetto ai futuri evangelisti. 
I fedeli pellegrini, convinti dai catechizzatori che i vangeli parlano dell'esorcismo in "Gergesa" (anziché a Gerasa), visitano questa località a pagamento nella speranza di ottenere la vita eterna e l'immunità contro il diavolo.
  
In conclusione, né Gerasa, né Gadara, secondo quanto riferito nei sacri testi, sono ubicate sulla riva del lago di Tiberiade; pertanto un vero Dio Messia ebreo come Gesù non avrebbe mai "rivelato" ai suoi evangelisti "buone novelle" con errori simili. Così come i Suoi apostoli ed evangelisti, se fossero esititi veramente, in quanto nativi giudei, non avrebbero mai testimoniato i prodigi del proprio Re Messia avvenuti in posti sbagliati nella sua stessa Patria.
Allo scopo di correggere lo sproposito neotestamentario, i Primati bizantini scelsero una località del lago che poteva corrispondere ai vangeli e la chiamarono "Gergesa", sapendo che i "Gergeseti" erano un antico popolo pagano scacciato da Giosué dalla propria terra. Ma, successivamente, anche l'antico nome biblico "Gergeseti" venne modificato in "Gergeseni" per impedire che la correlazione fra i porci, "scacciati" da Cristo, ed i Gergeseti pagani, "scacciati" da Giosué, evidenziasse l'origine ideologica del lemma finendo col dimostrane il richiamo, esclusivamente dottrinale, non corrispondente alla realtà toponomastica che, abbiamo visto, è "Kursi".
Ciononostante, indifferenti alle risultanze evangeliche che riferiscono la vera "Gerasa", i catechizzatori e i Tours Operator, in ossequio all'ectoplasma di Orìgene, indirizzano i "pellegrini" ad una mai esistita "Gergesa": un nome con un'allusione profetica.


Arimatea

un
'altra città evangelica immaginaria

"Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del Sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Era di Arimatea, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio" (Lc 23,50-51).

Ahi! Ci risiamo … Gli scribi cristiani incappano sempre nello stesso errore: un autentico testimone giudeo, oltre al nome, si sarebbe obbligato a citare il patronimico, così: "Giuseppe, figlio di (bar) … "; tenuto conto che "Giuseppe" era un appellativo ebraico fra i più comuni e, stando ai vangeli, addiritura un autorevole membro del Sinedrio impegnato a prendersi cura del cadavere di Cristo. Ma, secondo l'evangelista, come stiamo per verificare, Giuseppe d'Arimatea doveva svolgere un compito molto più importante sotto il profilo della dottrina.
La fama di "Giuseppe d'Arimatea" dipese dal fatto che "Andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che gli fosse consegnato" (Mt 27,58). Anche questa è bella! Mai, a nessun estraneo, i governatori romani avrebbero concesso di prelevare la salma di un defunto giustiziato da loro: solo un famigliare poteva richiederla per le esequie funebri, onde evitare che venisse gettata in una fossa anonima.
Da tale considerazione alcuni esegeti credenti, in epoca moderna, ritengono che Giuseppe d'A. sia stato un parente del Salvatore facente parte dei primi settanta "discepoli-apostoli". Ciononostante, i Cristiani hanno deciso di beatificare Giuseppe d'A. oltre 1500 anni dopo la presunta tumulazione del Salvatore, anche se, lo ricordiamo, "Giuseppe" (Mt 13,55) era effettivamente il nome di uno dei fratelli carnali di Gesù (per la identificazione di Giuseppe, fratello minore di Cristo, rimandiamo i lettori all'apposito XV studio).

Nel rispetto della dottrina cattolica, gli evangelisti di Dio fecero intervenire "Giuseppe d'Arimatea" per evitare al padre "putativo" del Re Messia, san Giuseppe carpentiere (mai nato né defunto), di spiegare a Pilato la sua progenie finendo con l'impappinarsi ed essere crocefisso pure lui. Infatti, anche gli asini sanno che il "san Giuseppe" di Luca aveva il padre di nome "Eli" (Lc 3,23) diverso dal "san Giuseppe" di Matteo, chiamato "Giacobbe" (Mt 1,16).
Ne consegue che gli evangelisti sapevano di non poter far reclamare il cadavere di Cristo Re, "Figlio di Dio" … né dallo Spirito Santo, così come venne decretato nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., né dall'annunciatore del Suo avvento: il giovane e aitante "Arcangelo Gabriele".
A causa dello stesso impedimento, gli amanuensi cattolici, con opportuno calcolo, non fecero intervenire la "Madre di Dio" a richiedere la spoglia di Gesù per non impegnare la SS, super extra Vergine, Maria in una imbarazzante spiegazione, dovuta al Prefetto romano Ponzio Pilato, su chi sarebbe stato il suo sposo e, al contempo, genitore del Re Messia appena giustiziato: ovvero lo "Spirito Santo". Ciò stabilito, per gli amanuensi di Dio fu imperativo evitare il rischio che la Madonna venisse decapitata dall'inquisitore ... dal momento che qualsiasi Governatore imperiale non avrebbe mai consentito a nessuno di prenderlo in giro con uno "spirito santificato". Peraltro, il mancato interrogatorio, utile a Pilato per conoscere il nome di un "Cristo Re", non investito da Tiberio, e quello di suo padre (obbligatorio per i Magistrati del Princeps dell'Impero come
per gli Ebrei del Sinedrio, tutti vincolati a certificare gli atti delle udienze), dimostra la montatura di un processo farsa narrato da scribi cristiani ignoranti in diritto (e potere) romano.

In ultima analisi, il silenzio dell'evangelista - che non poteva vincolare la Madre di Dio "Teotòkos" (Maria) a reclamare la salma del Figlio dello Spirito Santo - dimostra che la Madre di Gesù Cristo (diversamente dal Concilio di Nicea del 325 d.C.) per la prima volta, fu "concepita", assieme a Pilato, dalla dottrina cattolica sancita nel Credo del Concilio di Costantinopoli del 381 d.C.; a ulteriore dimostrazione che gli attuali vangeli furono scritti dopo questa data. Infatti, un vangelo redatto prima del Credo costantinopolitano non avrebbe avuto problemi a far reclamare la salma di Gesù da parte di sua madre, moglie di un semplice "Giuseppe, figlio di …".
Stabilito che, ad esecuzione avvenuta di Gesù, doveva pur intervenire qualcuno, al posto dei famigliari, per prendersi cura del Dio appena "sacrificato", l'evangelista abbinò il nome "Giuseppe" ad uno strano lemma fatto passare come nome di città: Arimatea. Fu una scelta superficiale e infelice, adottata dagli evangelisti alla fine del IV secolo, allora non in grado di prevedere le future conseguenze perché, purtroppo per i fedeli praticanti, all'infuori della penna dello scriba lucano, in Giudea non è mai esistita la "città di Arimatea".

Consapevoli del fatto che alle devote masse interessava solo la promessa della vita eterna, i teologi del Cristianesimo, una volta sollevata la Madre di Dio dall'obbligo di richiedere a Pilato il cadavere del Salvatore per le esequie funebri, dimenticarono "Giuseppe d'Arimatea" sino all'epoca delle Crociate in Terra Santa.
Effettivamente, prima dei vangeli vigenti, in nessun testo viene riferito di "Giuseppe d'Arimatea", ad iniziare dagli storici della Chiesa, Eusebio di Cesarea e san Girolamo, che lo ignorano entrambi. Ma, evidenziato che la scrittura più antica del "De viris illustribus" ("Gli uomini illustri") di Girolamo risale alla fine del IX secolo (Codex MS 2Q Neoeboracensis), ne deduciamo che, all'epoca in cui gli amanuensi trascrissero questo testo, gli "atti di Giuseppe d'Arimatea" non erano ancora diventati "illustri", tanto meno degni di "beatificazione". Quindi, non è un caso che i Primati dell'Impero Bizantino non lo abbiano, già dall'inizio, commemorato nei numerosi Santuari edificati a testimonianza dei "Luoghi Santi" del Salvatore universale.
Le "gesta accessorie" (antecedenti i codici biblici di fine IV secolo) attribuite al santo di Arimatea - non contemplate nei vangeli ma riferite da altri "santi", a iniziare da Ireneo di Lione - le ritroviamo tutte trascritte in Codici datati in epoca posteriore a quella del "De viris illustribus" di Girolamo, vale a dire dal X secolo in poi.

La ricerca della città di Arimatea ebbe inizio con l'avvento dei Crociati quando si recarono in Terra Santa per liberare il Santo Sepolcro. Fu allora che i "compagni d'arme di Cristo" valutarono l'importanza dei "tumulatori di Dio": Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. Nell'XI secolo, i Crociati aprirono e conclusero la ricerca. Con una forzatura, identificarono nella ridente città di Ramla la biblica "Ramathaim" (luogo natio del profeta Samuele) per poi assimilare quest'ultima alla più gesuita e grecizzata "Arimatea".
I "frutti" delle Crociate - compreso il santo Graal e il sangue di Cristo raccolto da Giuseppe d'Arimatea - vennero trasferiti nel più antico manoscritto che ne riferisce le gesta particolareggiate: il Codex Ambrosianus Gr E 140, datato paleograficamente al XII secolo.
Si tratta di un testo apocrifo neotestamentario citato come "Atti di Pilato" o "Vangelo di Nicodemo", la cui narrazione fantasiosa e puerile è sconfessata, oggi, dalla stessa Chiesa … ma non nel Medio Evo.

All'epoca, viceversa, il lungo e particolareggiato racconto, magnificato dai pulpiti, dette la stura a numerose leggende riscuotendo un successo tale che "Giuseppe di Arimatea" venne beatificato nel 1585 dal Cardinale Baronio, vale a dire 1500 anni dopo la presunta sacra tumulazione e, sappiamo tutti, quando la Chiesa manda qualcuno in Paradiso, ebbene, là resta … altrimenti finirebbe la Sua infallibilità divina. La logica conseguenza fu che in quell'epoca carovane di pellegrini si diressero in Terra Santa spinte da un profondo "bisogno spirituale" indotto dalla promessa della loro resurrezione nell'Aldilà. 
Ma la forzatura dei Crociati non poteva reggere alle più esigenti analisi moderne, per cui tentò una soluzione il Rev. William F. Albright (famoso archeologo biblico studioso dei rotoli dei mar Morto) il quale, mezzo secolo fa, aveva individuato la città di Arimatea in "Rainallah" già "Rarnataim". Ma anche la spiegazione del Reverendo non convinse per mancanza di riscontri archeologici e, sino a tutto il 1998, ogni ricerca su "Arimatea" si era dimostrata infruttuosa.
A questa data, il valente paleografo Luigi Moraldi ultima la traduzione di "Antichità Giudaiche" (UTET 1998), redatta in collaborazione con il Cardinale Carlo Maria Martini, che gli concesse di consultare i Codici della Bibioteca Ambrosiana.
Il Moraldi, con molta discrezione, a pag. 787 nota 29, richiamandosi al "Giuseppe di Arimatea" del vangelo di Matteo (Mt 27,57) indica tre località giudaiche, similari nelle consonanti fonetiche, proponendole come candidate di Arimatea: Ramathaim, Armathain e Ramath. Preso atto che la collocazione della città di Ramathaim, alla pari delle altre due, non offre alcuna certezza per la totale mancanza di ogni indizio archeologico, la stessa Cathopedia vaticana, in primis, si tiene alla larga dalla inesistente "città di Arimatea".
Ne consegue che non vengono organizzati pellegrinaggi ad alcuna "Arimatea", in compenso "san Giuseppe d'Arimatea" viene commemorato con la visita al "Santo Sepolcro".

In conclusione, il discepolo prediletto Giovanni, nativo di Betsàida secondo la Chiesa, quindi ebreo purosangue, se fosse esistito veramente non avrebbe mai abbinato il nome "Giuseppe" ad una inesistente città della Giudea chiamata "Arimatea". Lo stesso dicasi per gli altri apostoli ed evangelisti spacciati per Giudei. Nella realtà, scribi cristiani con pseudonimi evangelici si limitarono a narrare favole ambientandole in un territorio, ad essi sconosciuto, quattro secoli prima del loro tempo, senza mai recarsi in Palestina, né accertarsi preventivamente che le "verità" propinate alle ingenue masse avessero concreti fondamenti storici e geografici … quanto meno utili per giustificare l'illusione della vita eterna oltre la morte.
Il fatto è che questi "particolari" non verranno mai chiariti ai "beati poveri di spirito".


Cafàrnao: Gesù fa il miracolo in una Sinagoga costruita due secoli dopo di lui   

L'insistenza con cui gli evangelisti ricorrono al "demonio" dipende dal fatto che la dottrina monoteista universale aveva assoluto bisogno di una "Entità" su cui far ricadere la colpa di tutti i mali che affliggono l'umanità: il "Maligno delle Tenebre". Questi, in effetti, costituisce l'Alibi di Dio, Creatore della Luce e della Vita, ma incapace di impedire i guai che da sempre hanno angosciato gli uomini. Sulla interazione del dualismo "Bene Male" si fonda il concetto religioso dei catechizzatori per garantirsi la sottomissione della massa di credenti i quali, per non andare all'inferno, non osano chiedersi: perché Dio, "l'Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra" creò il Maligno… il quale poi, a sua volta, diventerà la causa delle inevitabili sofferenze umane?
Perciò gli evangelisti, vincolati a questa esigenza della dottrina, chiamano ripetutamente il Salvatore per scacciare il Demonio ma … facendo molta attenzione a non eliminarlo definitivamente; altrimenti la colpa dei mali futuri, in mancanza dell'irrinunciabile onnipresente Diavolo, ricadrà sul Figlio e il Padre Suo.
Non è un caso, quindi, che gli "esorcisti" odierni si limitano anch'essi a "scacciare" il Demonio, perché, se andassero oltre, rimarrebbero disoccupati … come Cristo:

"Poi Gesù discese a Cafàrnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. Nella Sinagoga c'era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui" (Lc 4,31-35).

Ma anche in questa parabola, come nelle precedenti, gli scribi di Dio costrinsero il Salvatore a dimostrare le Sue mirabilia in contrasto con la storia e l'archeologia.
Cafàrnao, nome composto dall'aramaico "Kefàr" che vuol dire "villaggio" e "Nahum" nome di un profeta dell'Antico Testamento, in tutta la sua storia risulta sempre come villaggio, mai città, sito in Galilea. Esattamente come lo chiama Giuseppe Flavio alla fine del 1° secolo. Ne scaturisce una prima evidenza: i protagonisti apostoli, pur risultando nati in Galilea, non sapevano che "Kefàr" era un "villaggio" di nome e di fatto ... perché i loro inventori non erano ebrei, né si erano mai recati in quei territori.
Gli amanuensi scrissero i vangeli dopo il Credo costantinopolitano del 381 d.C. e li comprovarono con i riferimenti storici prelevati dai rotoli, redatti dai cronisti del I secolo, giacenti nella biblioteca imperiale di Teodosio il Grande.
Ciononostante, l'avventato esorcismo narrato da Luca non tenne conto delle risultanze storico archeologiche perché l'evangelista di Dio inviò il Salvatore nell'edificio di culto ebraico, più bello e spettacolare di tutta la Palestina, due secoli prima che venisse realizzato: la Sinagoga di Cafàrnao.

Secondo lo scriba lucano: "Il centurione merita che tu (Gesù) gli faccia la grazia perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga" (Lc 7,5). Quindi, stando al vangelo, la Sinagoga fu costruita da un Centurione romano che, ovviamente, doveva essere molto ricco e al contempo, molto, anzi, troppo filo giudeo in una Galilea … molto, anzi, troppo nazionalista contro il dominio di Roma.
Il comandante di una centuria romana doveva essere sempre pronto con i suoi uomini ad ingaggiare un combattimento per reprimere qualsiasi atto di ribellione nella terra con la maggiore concentrazione di Zeloti di tutta la Palestina. Tuttavia, direbbe il solito indottrinatore: "le vie del Signore sono infinite". Beh, constatato che finora il "Signore" non ha fatto altro che inciampare percorrendo la sua terra, accertiamoci se riesce a superare indenne le risultanze storiche ed archeologiche.
   
Iniziamo con la storia. Lo scriba lucano non spiega cosa ci faceva una centuria romana - in quell'epoca agli ordini di un Centurione subalterno del Prefetto Ponzio Pilato - dislocata in Galilea: una regione che, per decisione di Cesare Augusto, apparteneva alla Tetrarchia sottoposta alla giurisdizione di Erode Antipa con il potere, conferitogli dall'Imperatore, di dotarsi di un proprio esercito. Preso atto di questa assurdità, procediamo con lo studio.
Lo storico Giuseppe Flavio, insignito come comandante delle forze giudaiche della Galilea, cita "Cafàrnao" decantandone la feconda sorgente di acqua (Bellum III 519) e, diversamente dai vangeli che la qualificano sempre "città", lo definisce come un semplice "villaggio" quando vi sostò momentaneamente per via di una leggera ferita (Bios 403). Quest'ultimo episodio è riportato in "Autobiografia", stilata da lui alla fine del primo secolo, venticinque anni dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e oltre mezzo secolo dopo il miracolo di Gesù.
Ma, essendo Giuseppe un eminente sacerdote giudeo, la sua mancata cronaca riguardo l'esistenza della sinagoga di Cafàrnao, l'edificio di culto giudaico più bello e monumentale dell'intera Palestina, dimostra che non esisteva a tutto il primo secolo d.C. Basti dire che la sinagoga di Cafàrnao contiene quattrocento posti a sedere e, come tutte le sinagoghe della Diaspora ebraica post bellica, presenta analogie estetiche con i templi pagani romani, sino ad emularli in bellezza. Va sottolineato che lo storico giudeo riferì i dettagli di sinagoghe meno maestose: a Tiberiade (Bios 54,277), Dora (Ant. XIX 300) e Cesarea Marittima (Bellum II 285). 

Inoltre, confrontando la parabola lucana con la storia, notiamo che la sceneggiatura vede un Centurione ed un Gesù operare entrambi in un territorio molto più popolato rispetto a quello descritto dal testimone oculare Giuseppe Flavio, e questo significa che l'insediamento abitativo di Cafàrnao si sviluppò dopo la guerra giudaica del 66/70 d.C. Successivamente, l'agglomerato urbano galilaico crebbe fino a quando i residenti poterono disporre dei mezzi finanziari che consentirono loro di costruire una sinagoga di prima grandezza, compreso il mantenimento di alcuni sacerdoti, muniti dei rotoli della Legge, esperti nei riti del culto divino e dedicati alla custodia dell'edificio.

In effetti, lo sviluppo urbano di Cafàrnao fu incentivato sotto Adriano quando, dopo aver costituito la nuova Provincia di "Syria Palaestina", l'Imperatore realizzò il "cardo maximus", la via consolare (segnata da un cippo miliare ritrovato) che conduceva a Damasco, mentre a Cafàrnao i Romani costruirono un monumentale mausoleo pagano. Tuttavia l'insediamento di Cafàrnao non poté essere mai qualificato come "città" perché arrivò ad ospitare un massimo di 1700 abitanti, e neanche poté realizzare mura fortificate, quindi rimase sempre un villaggio; mentre la presenza del mausoleo pagano spinse gli Ebrei ad emularlo edificando una sinagoga esteticamente ancora più bella, e per questo famosa.

Alla fine del 4° secolo, quando redassero i vangeli attuali, gli evangelisti erano convinti che la sinagoga esistesse già dal 1° secolo, inoltre, le rovine del tempio pagano e la strada consolare per loro costituivano la prova evidente che in quel luogo, nel passato, operarono guarnigioni militari romane, pertanto vi stazionarono una centuria nel 1° secolo. Sempre a Cafàrnao, gli scrivani cristiani, inconsapevoli delle risultanze storiche, insediarono l'apostolo "Matteo Levi" come esattore capo (Pubblicano), incaricato per la riscossione dei tributi per conto di Roma, mentre in realtà la responsabilità di tale incombenza era delegata direttamente ad Erode Antipa il quale, essendo la sua Tetrarchia considerata un protettorato romano, operava in piena autonomia come suo padre Erode il Grande, sebbene il figlio Antipa era comunque tenuto a versare, all'Imperatore Tiberio, un tributo annuo fisso che ammontava a duecento talenti d'oro (Ant. Giu. XVII 318), mentre l'apparato amministrativo delle riscossioni risiedeva nella capitale della Galilea: Tiberiade.
Malauguratamente per gli scribi di Dio, strada consolare, tempio pagano e insediamento romano si realizzarono dopo la fine di Giuseppe Flavio, altrimenti questi particolari li avrebbe riferiti lui nella cronaca dettagliata sul villaggio di Cafàrnao. Una considerazione analoga vale anche per la impossibile presenza di una stazione romana delle imposte, di fatto sconosciuta allo storico. Proseguiamo ora nella ricerca e compariamo le citate evidenze storiche con le testimonianze evangeliche.

In contrasto con lo sterminio attuato dalle legioni romane a spese dei ribelli Giudei - màrtiri immolati contro il dominio pagano sulla loro patria - la fede ebraica non fu mai proibita nell'Impero Romano sino ai decreti cattolici di Teodosio il Grande, promulgati a fine 4° secolo. Ciò è dimostrato dal diritto concesso agli Ebrei, dopo la distruzione del Tempio voluta dal generale Tito, di costruire in Palestina (stante i ritrovamenti archeologici), fra il 2° e 4° secolo, molte sinagoghe oltre quella di Cafàrnao; come avvenuto, per esempio, a Kfar Bar'Am (3° secolo), Meiron (3° sec.), Korazim (4° sec.) e Hammat Tiberiade (4° sec.).
Le grandi sinagoghe furono considerate sacre dai Giudei dopo il 1° secolo e le monumentali facciate vennero tutte orientate verso Gerusalemme in direzione del Tempio distrutto dal condottiero romano Tito, ben sapendo che Roma non avrebbe più concesso loro di edificarne uno nuovo.


Avendo già dimostrato, tramite le analisi pubblicate, l'inesistenza di Cristo Salvatore, apostoli e loro successori, verifichiamo adesso se le risultanze storiche, contrastanti la presenza della sinagoga "miracolata" da Gesù, sono confermate anche dalla archeologia.

Source: Israeli Foreign Ministry 26 nov. 2003

http://www.mfa.gov.il/mfa/israelexperience/history/pages/capernaum%20-%20city%20of%20jesus%20and%20its%20jewish%20synagogue.aspx

Si riportano i dati essenziali tradotti in italiano:

Capernaum, città di Jesus e della Sinagoga dei Giudei
Le opinioni dei ricercatori differiscono per quanto riguarda la data di costruzione della sinagoga ma tutti concordano sul fatto che non è la CE (AD) sinagoga del 1° secolo dei tempi di Gesù. Secondo la maggioranza, il tipo di sinagoga galilea, a cui la sinagoga di Cafarnao appartiene, risale al periodo romano (2° e 3° secolo dC). Essa comprende elementi architettonici romani (le colonne e gli elementi architettonici sopra le colonne: gli architravi, i fregi e le cornici), con evidenza sulla forma esterna e la decorazione della struttura. Anche i dati storici sostengono questa data di costruzione. In questo periodo, in seguito alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio, la popolazione ebraica e le sue istituzioni religiose si sono concentrate in Galilea, dove la loro predominanza politica ed economica ha reso possibile la costruzione di una così elaborata sinagoga.
In nuovi scavi, nelle fondamenta del podio artificiale (sopraelevato di 2 m) su cui sorgeva la sinagoga, sono stati trovati alcuni resti del villaggio del 1° secolo, esistito fino al 4° secolo.
Vasellame e monete ritrovate sotto il pavimento della sinagoga e nel riempimento del podio datano la struttura, secondo l'opinione espressa dai padri Francescani che hanno effettuato gli scavi, a non prima del 4° o all'inizio del 5° secolo.
Su un'iscrizione aramaica, trovata su una colonna, che apparentemente si trovava nel cortile della sinagoga, si legge: Halfu figlio di Zebida, figlio di Yohanan, ha donato questa colonna. Possa egli essere benedetto.

Source: Jewish Virtual Library
     
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/Archaeology/capesyn.html

Si riportano i dati essenziali tradotti in italiano:

The Synagogue at Capernaum
"Andarono a Cafarnao e, quando venne il sabato, Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare"  (Marco 1,21).
"Le rovine di una grande sinagoga sono state identificate nel 1866 nel corso di un sondaggio da parte del cartografo britannico capitano Charles W. Wilson. Parzialmente ricostruita nel 1926, la datazione della sinagoga di Cafarnao continua ad essere una questione di dibattito. Quello che è certo è che la rovina imponente non è la sinagoga di cui al Vangelo di Marco, anche se sembra sia stata costruita sul sito di un precedente edificio del 1° secolo.
Costruita con pietre importate di calcare bianco su fondamenta di pietra di basalto (scuro), la pianta è simile alla sinagoga del 4° secolo, a Chorazim (Korazim, 4 km a nord), e la sinagoga del 3° secolo, a Bar'am (nel nord della Galilea), ma la decorazione architettonica dell'edificio di Cafarnao è molto più elaborata, con capitelli corinzi e rilievi in pietra finemente intagliati (vite e foglie di fico, disegni geometrici, aquile, ecc.)…
Una iscrizione aramaica del 4° secolo in una delle colonne spezzate registra il nome del donatore, "Halfu, figlio di Zebida". Questi nomi in forma greca (Alfeo e Zebedeo) sono menzionati nel Nuovo Testamento.
La sinagoga come appariva nel 381 è stata descritta dalla pellegrina spagnola, la Signora Egeria*, che ha riferito che la strada verso la struttura era su molti passi, e che l'edificio è stato realizzato in pietra lavorata.
La stessa grandezza della sinagoga di Cafarnao ha contribuito alla controversia riguardante la datazione attuale dell'edificio. Sono state proposte diverse teorie. Prove per una data risalente al 4° secolo, si basano in parte sulle monete e vasellame trovati sotto il pavimento. I fautori di una data precedente al 2° secolo dicono che questi potrebbero essere stati lasciati durante le riparazioni successive e la ricostruzione, forse a seguito del terremoto del 363. Un'altra possibilità è che la sinagoga sia stata costruita durante il breve regno (361-363) dell'imperatore Giuliano l'Apostata, che potrebbe anche coincidere con la data del terremoto".


* Rimandiamo di poco la scheda sulla mai esistita "Egeria".

E' facile capire che "tutti concordano sul fatto che non è la sinagoga del 1° secolo dei tempi di Gesù" per il  semplice motivo che sulle colonne in calcare bianco sono scolpiti i nomi dei donatori ebrei e non del Centurione romano. Viceversa, i fautori che fanno risalire a una data precedente al 2° secolo la costruzione della sinagoga, sono costituiti dal Clero evangelizzatore … ad iniziare dai proprietari dell'area sacra: "CUSTODIAE TERRAE SANCTAE - Francescani missionari a servizio della Terra Santa".
Vediamo allora come hanno "interpretato" i dati archeologici i frati, quando, dopo aver comprato l'area, da custodi rigorosi hanno poi proceduto alle escavazioni. Cliccare il link in Internet, e poi in basso a dx leggiamo: 
 

http://www.cafarnao.custodia.org/default.asp?id=4653

"In età bizantina sia la sinagoga che la chiesa ottagonale furono ricostruite in forme eleganti e monumentali, a testimonianza anche dell’accresciuto benessere economico e sociale degli abitanti e delle attenzioni delle due comunità cristiana ed ebraica (? n.d.a) verso lo stesso luogo di Cafarnao … Nel I sec d.C. a Cafarnao si radunò una comunità di Giudeo-Cristiani che stabilì nella casa di Pietro il luogo di incontro delle assemblee, costituendo un luogo di culto domestico".

Questa è bella! Se nel 1° secolo fosse veramente esistita una "comunità di Giudeo-Cristiani" a Cafàrnao, con tanto di Chiesa, Giuseppe Flavio lo avrebbe riferito nel suo "Testimonium Flavianum" su Gesù Cristo, arricchendolo con l'esorcismo eseguito dal Salvatore nella sinagoga ebraica.
Seguendo la ricerca nel sito web francescano, sull'argomento "Storia e archeologia" scopriamo che, secondo i monaci, all'epoca di Gesù, a Cafàrnao esisteva non solo una sinagoga ma anche la casa di san Pietro, la quale, alla fine del primo secolo, secondo loro, divenne una Chiesa molto frequentata dai "Giudei Cristiani". Tuttavia, affermano i frati, entrambe le strutture sarebbero state ri-costruite in età bizantina, vale a dire: "la sinagoga di Cafàrnao è stata ri-fatta in una seconda epoca sopra la sinagoga di Gesù, esattamente come la "ri-casa ri-chiesa" di san Pietro, ri-fatte anch'esse sopra le "primitive". Questa è la conclusione della congrega catechizzatrice a termine di un sinuoso tragitto studiato per superare gli insormontabili ostacoli archeologici e storici. Ma basato su quali prove? Basta cliccare su "Sinagoga" e:

"Le indagini mirano a capire dove fosse la sinagoga fatta costruire dal Centurione romano e frequentata da Gesù. I nuovi scavi portano alla scoperta delle strutture appartenute agli edifici più antichi sostituiti dalla sinagoga del V secolo".

Interessante anche il sito archeo-mistico francescano:

http://www.christusrex.org/www1/ofm/sites/TScpsyn1_It.html

Di fronte alle precise risultanze archeologiche, ma obbligati a salvare la credibilità dei vangeli, a partire da quarant'anni fa le indagini degli archeologi spiritualisti, sotto la guida del geniale frate Virgilio Canio Corbo, hanno "mirato a capire" che gli "edifici più antichi" erano costituiti sia da una sinagoga "primitiva" (sulla quale verrà poi riedificata una sinagoga bizantina), sia dalla casa-chiesa di san Pietro, anch'essa riedificata dai Bizantini. Ma, se ciò corrispondesse al vero, data l'importanza degli eventi riguardanti due grandi sacre "reliquie" toccate dalla "mano di Gesù", i numerosi storici cristiani dell'epoca si sarebbero sentiti in dovere, loro per primi, di documentare entrambe le ricostruzioni … non i monaci odierni. Seguendo i ragionamenti dei Francescani, tutti basati sui condizionali d'obbligo, dato che al di sotto del podio di base della sinagoga attuale le fondazioni sono state realizzate con pietre di basalto scuro, diverse da quelle dell'edificio esterno, i religiosi risolvono "quasi certamente" che queste pietre costituiscono la sinagoga primitiva di Gesù, sulla quale, nel V secolo, è stata ri-edificata la nuova. Si sarebbe trattato allora di una iniziale sinagoga nera del 1° secolo, realizzata, a suo tempo, come le altre case del villaggio costruite fino al 4° secolo?

In realtà, per esigenze economiche, tutte le abitazioni familiari in quell'area furono costruite con pietre scure locali, di basso pregio, evitando così ai proprietari l'aggravio di spesa per importarne da lontano altre esteticamente migliori. Ma, trattandosi di un edificio sacro, ecco spiegato il motivo per cui i costruttori della sinagoga galilaica limitarono i risparmi solo alle fondazioni interrate (nel grande basamento alto due metri) costituite dalle mura di una vecchia casa privata. Tale economia, ovviamente, non venne ripetuta per le opere esterne che furono realizzate con pietre, introdotte da lontano, di pregiato calcare bianco e in contrasto col basalto nero delle case locali. Esattamente come fece lo stesso Clero bizantino quando, per la prima ed unica volta, edificò la Chiesa ottagonale nel 5° secolo (inglobando una vecchia casa falsamente attribuita a san Pietro), laddove, per le fondamenta interrate, utilizzò pietre locali in basalto scuro, mentre per le sovrastrutture esterne adoperò pietre importate di calcare bianco.

Le datazioni delle vestigia archeologiche sono chiare: la casa-Chiesa di Pietro è in perfetto stile bizantino, quindi risalente al 5° secolo, viceversa la sinagoga, in perfetto stile romano, con caratteristiche specifiche del 2° o 3° secolo. Comunque entrambe dopo il ministero di Gesù, di conseguenza i vangeli che descrivono Gesù nella sinagoga ebraica furono redatti, a fine 4° secolo, da fantasiosi scribi che non sapevano nulla di giudaismo … se non indirettamente o per sentito dire. Ed è quello che hanno capito i frati, i quali, per difendere le verità evangeliche, si sono obbligati a non tenere in alcun conto la datazione imposta dalle numerose monete ritrovate datate al IV e V secolo (nascoste in due depositi adattati nelle fondamenta), nonché dalle ceramiche e dagli elementi architettonici della sinagoga … in stile romano imperiale, non bizantino. Ma perché i religiosi forzano la data della ri-costruzione (secondo loro) della sinagoga addirittura al 5° secolo, quando potrebbero riconoscerla, come nella realtà, nel 2° o 3° secolo … comunque dopo l'operato di Gesù? Il motivo consiste nel bisogno assoluto di fornire una prova per smentire risultanze archeologiche ineccepibili, ricorrendo addirittura ad un "testimone oculare" che affermò di aver visto e toccato la casa di san Pietro divenuta Chiesa (presso la sinagoga), prima che venisse ri-costruita: la "famosa pellegrina Egeria". Leggiamo cosa dicono i frati "archeologi" della "CUSTODIAE TERRAE SANCTAE" nel loro sito web: 

"La Terra Santa diventa la meta di tanti pellegrini cristiani e la famosa Egeria lascerà questa notizia importante sulla casa di Pietro: «In Cafarnao poi, la casa del principe degli apostoli fu trasformata in chiesa; senonché le sue pareti sono rimaste immutate». Verso la fine del quarto secolo inoltre, iniziarono i lavori per la costruzione dell’impressionante sinagoga, condotta a termine dopo la metà del quinto secolo. Anche il luogo tradizionale della casa di Pietro subì delle profonde trasformazioni, quando verso la metà del quinto secolo i Bizantini, dopo avere abbattuto la precedente domus ecclesia, eressero sopra la casa di Pietro un’elegante chiesa ottagonale. È davvero strano come le fonti rabbiniche non menzionino mai la sinagoga".

Come stiamo per accertare, non è affatto strano che nessuno abbia mai menzionato gli abbattimenti-rifacimenti della sinagoga di Gesù e della "domus ecclesia" di san Pietro dal momento che gli scribi cristiani del quinto secolo non poterono riferire alcuna demolizione e ricostruzione della chiesa-casa di Pietro perché i Bizantini costruirono la Chiesa per la prima volta, mentre la sinagoga fu costruita nel 2° o 3° secolo, molto tempo dopo l"Avvento di Gesù".

Sin dal lontano passato, la necessità di provare l'esistenza degli edifici frequentati da Cristo obbligò il Clero ad inventare "pellegrini" col compito di redigere ognuno il "diario" di un viaggio, avvenuto in epoche antecedenti, con le descrizioni particolareggiate dei luoghi santi. In realtà si trattava di "documenti", scritti in Abbazie secoli dopo i fatti narrati, in modo che, all'occorrenza, potessero essere rintracciati ed esibiti come autentiche "prove pregresse".
Presi in contropiede dai reperti archeologici ed in mancanza di qualsiasi dato storico a sostegno delle loro ipotesi, i Francescani si sono appigliati a "Egeria" (famosa per gli spiritualisti) sapendo che, in base ad una montatura ecclesiastica attestata in un manoscritto medievale, sarebbe stata protagonista di un pellegrinaggio, ai luoghi santi, avvenuto in un arco di tempo compreso fra il 363 ed il 540 d.C., datazione ricavabile dalla cronologia citata nel testo. Ma, come stiamo per verificare, essendo tale datazione poco utile agli scopi prefissi, gli studiosi contemplativi moderni, avvalendosi di ragionamenti capziosi, la "costringono" fra il 391 ed il 394 d.C. Pertanto, come da copione, gli archeologi consacrati chiamano "Egeria" a fungere da testimone diretto nella causa contro la blasfema archeologia per "dimostrare" che, a tutto il 381 d.C. - anno in cui si tenne il Concilio di Costantinopoli: una data fondamentale per la dottrina cattolica e la "Madre di Gesù" - a Cafàrnao esisteva la autentica casa di san Pietro accanto alla sinagoga miracolata da Cristo. A questo punto proviamo a verificare le ipotesi, mirate a salvaguardare la credibilità dei vangeli, basate sul documento "anagrafico" della "teste oculare" per accertarci se sia realmente esistita.
Ecco la scheda su …

Egeria, la "pellegrina" più famosa della storia


"Egeria" è un semplice nome senza specifiche biografiche, obbligatorie in epoca imperiale e a valenza legale per identificare tutti i cives romani, tramite i legami di famiglia o parentela (gentes) fondati sull’ordinamento gentilizio. Egeria è un appellativo "apparso" alcuni decenni fa, grazie ad un artificio letterario, e rappresenta l'ultimo stadio di una messinscena pseudo storica, iniziata nel 1884, della quale descriviamo movente, percorso dei testi manoscritti e modalità.

Dopo il primo millennio, come abbiamo visto, tutti i luoghi della "Terra Santa" e gli edifici visitati da Cristo, ma ubicati erroneamente dagli evangelisti, furono "comprovati" artatamente da un Clero che, avvalendosi delle "lezioni" sopra riferite, pervenne al risultato di aggiungere altre falsità a quelle contenute nei testi sacri originali. Lo stesso antico Clero, prima di Egeria, si avvalse anche di "testimoni oculari", appositamente collocati in epoche remote indefinite, impersonati da viaggiatori inventati e privi di qualsiasi fondamento per gli errori riportati nei loro scritti. Come nel caso del pellegrino "Antonino di Piacenza" (beatificato), il viaggio del quale, sino ad un secolo fa, la Chiesa datava a fine III secolo d.C. ma, a causa delle contraddizioni riscontrate, la sua cronologia fu spostata, giocoforza, al VII secolo; fermo restando che la narrazione più antica, incompleta e piena di errori - la cui unica fonte è basata su una "tradizione orale di anonimi pellegrini" - la troviamo nel "Codex Sangallensis MS 133" risalente al IX secolo. A questo primo codice ne seguirono altri 21, fino al XVII secolo, nei quali furono eliminate le sviste iniziali tramite grossolane interpolazioni, ciononostante gli studiosi amanti dell'Aldilà hanno la faccia tosta di affermare che i codici tardivi rappresentano l'archètipo. Per salvaguardare dal fiasco storico "sant'Antonino patrono di Piacenza" - identificato nel "Codex Vaticanus Lat. 5771" del IX secolo "Inventio corporis Sancti Antonini martyris" e riconosciuto con tale nome sino al XX secolo - gli esegeti mistici odierni hanno preso le distanze da "Antonino martire" sbattezzando il pellegrino originale in "Anonimo Piacentino"… con buona pace per le "anonime reliquie" conservate nella Basilica di Piacenza.

Fra l'XI e il XII secolo gli amanuensi dell'Abbazia di Montecassino stilarono una ulteriore documentazione, in tardo latino beneventano, con il fine di "certificare" la datazione precisa rilasciata da un "testimone" che si era recato personalmente ai siti ed ai sacri edifici in Terra Santa: gli stessi che, secondo i vangeli, vennero frequentati dal Signore. Edifici, quindi, che dovevano risultare esistenti molto prima della stesura del documento. Il manoscritto, composto da 74 fogli in pergamena, è oggi classificato "Codex Aretinus 405" e conservato nella Biblioteca della città di Arezzo. Venne ritrovato a metà '800 nella biblioteca della "Fraternità di Santa Maria di Arezzo" da Gianfrancesco Gamurrini, bibliotecario della "Confraternita dei Laici" della stessa città, laddove in 44 fogli era descritta una "Peregrinatio ad loca sancta" (Pellegrinaggio ai luoghi santi) da parte di una visitatrice anonima e senza alcuna provenienza. La mancanza delle notizie biografiche - obbligatorie per conoscere il nome e l'estrazione di un testimone rintracciabile - così come la insussistenza di informazioni cronologiche probanti, indispensabili per stabilire una precisa cronologia del pellegrinaggio effettuato, dimostra che l'opera venne tralasciata prima di essere completata; anche perché, visti i contenuti, con ogni probabilità fu giudicata demenziale sin dall'inizio da ecclesiastici altolocati e pertanto venne scartata. In sostanza, un pacco preconfezionato mal riuscito per colpa di una narrazione niente affatto convincente.

Comunque, in mancanza di meglio, lo scopritore la pubblicò nel 1884 intitolandola "Dell'inedita peregrinazione ai Luoghi Santi nel IV secolo, scoperti in un antiquissimo codice" ovviamente sempre anonima e senza alcun termine di riferimento utile a completare le infomazioni. L'anno successivo, nel 1885, Gamurrini ripubblicò lo studio "Dell'inedita peregrinazione ai Luoghi Santi nel quarto secolo" ancora anonimo e senza dati utili. Due anni dopo, nel 1887, sempre Gamurrini, con il chiaro intento di "integrarne" i dati storici mancanti, stampò nuovamente il testo nella rivista della "Bibioteca dell'Accademia storico giuridica" di Roma, col titolo contemplativo "Sanctae Silviae Aquitaniae. Peregrinatio ad Loca Sancta annis fere 385-388". Laddove appariva "Silvia di Aquitania" primo nome della presunta autrice "ripescato" dallo stesso Gamurrini nella "Storia Lausiaca" scritta dal Vescovo agiografo di Elenopoli (Bitinia) "Palladio di Galazia" (vissuto fra il IV e V secolo) il quale, durante un suo viaggio annotò:
"…accompagnavamo la beata Silvania, la vergine che era la cognata dell'ex prefetto Rufino". Tutto qui.

Ma nonostante la evidente forzatura della sovrapposizione dei personaggi e la immediata "beatificazione" della Chiesa, Silvia, nativa nella Provincia romana di Aquitania, si dimostrò un flop storico (è santificata con tanto di martirologio) a causa del problema dell'età della "santa vergine", ormai sessantenne, secondo quanto affermato dallo stesso Palladio di Galazia*, nonché del grave errore di datazione dell'evento. Infatti il viaggio della presunta pellegrina (stando alla forzosa cronologia ipotizzata da Gamurrini) iniziava nel 385 d.C., cioè tre anni prima (Itinerarium 17,1) della stesura del diario che sarebbe avvenuta nel 388, a viaggio finito; mentre il potente Console Flavio Rufino, allora Ministro cattolico imperiale, fu nominato Prefetto del Pretorio nel 392 da Teodosio I, dunque sette anni dopo la partenza di Egeria.
Il richiamo di Palladio all'ex prefetto Rufino, inoltre, implicava la decadenza dall'incarico prefettizio di Rufino alla morte di Teodosio, avvenuta il 15 gennaio 395, quando l'ex Prefetto divenne Consigliere militare di Arcadio, il figlio maggiore dell'appena defunto Imperatore: vale a dire sette anni dopo la fine dell'ipotetico viaggio di Egeria (388). Superfluo a dirsi, cadde l'intera testimonianza del manoscritto medievale "denudando" i sacri edifici di Cristo delle certificazioni cronologiche rilasciate da un "testimone oculare" prima che venissero riedificati, secondo la tesi dei frati, in epoca bizantina.

* L'idea fissa dei cronisti cristiani di qualificare la "verginità" come virtù femminile impone una domanda: i Vescovi, come Palladio, si accertavano personalmente prima di rilasciare simili affermazioni "storiche"?
 
Non dobbiamo sforzarci troppo per capire che la Chiesa, da quando esiste come ente organizzato, mistifica documenti al fine di rimuovere le contraddizioni neotestamentarie avverse la storia e l'archeologia. Da tale necessità, rendiamo noto che "in adempimento al proprio dovere" i devoti amanuensi di Montecassino fecero attenzione a fornire la santa vergine di un apposito baule contenente: il testo dell"Onomasticon" (il dizionario dei luoghi biblici accreditato ad Eusebio di Cesarea ma redatto nel "Codex Vaticanus Gr 1456" datato all'XI secolo); il "Codex Laurentianus Gr 70,20" dell'XI secolo concernente la "Historia Ecclesiastica" dello stesso Vescovo; la "Bibbia Vulgata" redatta da san Girolamo oltre dieci anni dopo la partenza di Egeria e, dulcis in fundo, l'intero corredo di rotoli manoscritti dell'Antico Testamento, completi di Salmi, Preghiere e Cantici, che ella declamava, tutti e per intero, appena raggiunta ogni méta, tappa dopo tappa. Ridicolo!

Ad iniziare dal monte Sinai, gli amanuensi indirizzarono una suora nelle località desertiche percorse dagli Ebrei dell'esodo, considerate sacre anche dai Cristiani, obbligandola a viaggiare per tre anni e facendole contare i passi di ogni itinerario al fine di comprovare le distanze (misurate secoli dopo da qualche Crociato o da monaci appositamente incaricati), pervenendo ad un racconto adolescenziale, fuori dalla realtà, concepito da un càlamo in piena estasi mistica. La pellegrina fu inviata alle sedi di "Venerabilissimi Vescovi" di importanti città, con i quali si intrattenne cordialmente assieme alle altolocate autorità civili, ma gli ipocriti amanuensi evitarono di farle trascrivere nel diario i loro nomi … onde evitare pericolosi riscontri storici. Ma c'è di più, dalla lettura del testo originale risulta che gli scribi del XII secolo fecero vergare, ad una anonima suora del IV secolo, diverse lettere indirizzate, senza specificare il recapito, ad astratte consorelle "venerabiles dominae sorores" ("venerabili signore sorelle": altro tonfo storico) appartenenti all'ordine monastico femminile. Un tipo di monachesimo muliebre la cui fondazione ebbe inizio nel VI secolo da parte di san Benedetto da Norcia, cioè almeno due secoli dopo il falso viaggio di Egeria. Infine, a coronamento della loro impostura, gli scribi di Dio le fecero compilare il diario di un viaggio, avvenuto nel IV secolo, nella loro stessa parlata neolatina beneventana del XII secolo.

A fine '800, dopo aver "bruciato" banalmente una beata "vergine Silvia", sorella del Prefetto Rufino - a causa del grossolano errore cronologico concernente un personaggio reale chiamato come "teste dei fatti" - gli amanti del Paradiso, astutamente, fecero trascorrere il tempo necessario per aiutare i fedeli a dimenticare i fallimenti iniziali. Trascorsi quindici anni a rovistare un'infinità di scartoffie; ripescata una vecchia corrispondenza (avulsa al codice di Montecassino) di un insignificante monaco "Valerio del Bierzo" indirizzata ad una anonima suora del VII secolo; previo un "montaggio" arbitrario con richiamo aggiunto in epoca successiva (una glossa marginale non originale) finalizzato a concretizzare cinque ipotetici appellativi femminili … finalmente, nel 1903, il frate benedettino Dom Mario Férotin ne scelse uno: "Etheria" di Galizia (Spagna). Dunque: una spagnola del IV secolo, "scoperta" nel XX secolo, che scrisse in grafia neolatina beneventana del XII secolo e, obbligatoriamente, esperta anche in lingua greca e aramaico siriaco per spostarsi nell'oriente dell'Impero. Ma ancora non basta. Una volta per sempre, stabilita la definitiva datazione del fantastico viaggio, iniziato nel 391 e concluso nel 394 d.C., ci vollero ancora decenni di ipotesi fideiste avanzate da una cinquantina di concorrenti ed il ballottaggio finale vinto, nel 1982, dal prof. di Cristianesimo antico, il francese Pierre Maraval, grazie ad una "profonda lezione" spiritual contemplativa. Da quella data, finalmente, con la benedizione dell'alto Clero, venne ufficializzato il nome della pellegrina che "illuminerà" la storiografia dei "Luoghi Santi", da Abramo a Cristo, e, dalla fine del XX secolo in poi, sarà considerato dagli archeologi in catarsi mistica come il teste più attendibile per datare "scientificamente" ogni antica escavazione: "sanctimonialis Egeria" … ovvero la "monaca Egeria".

Ma tutti gli studiosi benedetti, nelle loro "lezioni", evitano deliberatamente di riferire che "Egeria", la più famosa pellegrina della cristianità, risulta sconosciuta a tutti i Padri, Dottori della Chiesa, Vescovi e storici cristiani che si sono susseguiti nei secoli, ad iniziare da quelli a lei contemporanei. Il primo e più significativo dei quali è, per l'appunto, il Vescovo Palladio di Galazia, mancato "teste" del flop iniziale "Silvania-Egeria", cui seguono: san Girolamo, Paolo Orosio, sant'Agostino d'Ippona, Socrate Scolastico, Sulpicio Severo di Aquitania, il monaco Rufino di Aquileia, san Giovanni Crisostomo, Salminio Sozomeno, Cromazio d'Aquileia e Quinto Giulio Ilariano. Nessun ecclesiastico cristiano, romano o bizantino, ha mai sentito parlare di una "pellegrina Egeria" o qualsivoglia definire "Ethéria", "Eicheria", "Eiheria", Eucheria … fino al XX secolo. 

Le attestazioni sui luoghi santi divennero indispensabili quando, a fine Ottocento, la Chiesa comprese che gli scavi archeologici stavano progredendo col rischio che si venissero a scoprire le imposture macchinate dal Clero nel corso dei secoli. Non è un caso se "l'affare Cafàrnao", dopo il ritrovamento archeologico nel 1866 da parte del capitano inglese Charles Wilson, venne concluso dai frati missionari il 19 settembre 1884 a nome della "Custodia di Terra Santa" e, nove anni dopo, nel 1903, il monaco Dom Mario Férotin "inaugurò" il secondo nome della pellegrina "Etheria di Galizia" dopo l'iniziale fiasco di "Silvia di Aquitania".
La necessità di un "testimone oculare" - vivente prima che i "Luoghi Santi" di Cristo venissero edificati dai Bizantini - è stata recepita da servili studiosi "pro Chiesa", una cinquantina di gabbamondo disposti a modificare con le l
oro "lezioni" l'insensato "Diario di Viaggio di Egeria" fino a "ricostruirne l'archètipo con buone probabilità di verisimiglianza" (sic) laddove le informazioni risultano manifestamente errate, sciocche o insufficienti. Il tutto sotto la supervisione di eruditi clericali* interessati a rendere credibile l'avventuroso cammino adolescenziale di una monaca, ma premurosi a non evidenziarne le contraddizioni per non vanificare le "prove" destinate ai beati poveri di spirito.

* Nota. Ho letto il libro "Egeria Diario di Viaggio" Ed. Paoline 2006, e chi trovo come "introduttore"? Nientepopodimenoche … Agostino Clerici, in quel di Como. Sì, è proprio lui! Il parroco rampante che fugge a gambe levate pur di evitare un dibattito col sottoscritto. Nel 2012, tramite a.r. (il documento è pubblicato nel XVII argomento del sito) ho chiesto un confronto pubblico in diretta con lui da tenersi presso la emittente "Espansione TV", sua "fedele partner": invano. Agostino Clerici ha personalmente sollecitato il confronto con l'ateo Luigi Cascioli, ma con me ... nisba. Sappia il prete che la mia richiesta è sempre aperta.
Emilio Salsi

Il contenuto del libro su "Egeria" è concettualmente demenziale, ma diventa offensivo verso chiunque nel momento in cui lo si vuol far passare come il resoconto, minuzioso e reale, di un viaggio durato tre anni che vede protagonista una suora, in territori desolati entro i lontani ed incerti confini di un Impero Romano ormai prossimo alla disgregazione finale. Un impossibile viaggio di un'apparente protagonista, narrato in un diario senza data, scritto da una autrice senza nome, senza provenienza e senza alcuna notizia diretta o matrice biografica, necessaria come informativa e spontanea a tutti i compilatori di diari concernenti le proprie gesta da trasmettere a terzi. La totale mancanza di generalità, obbligatorie in qualsiasi diario, fu voluta dagli amanuensi del XII secolo per non incorrere in errori quando stilarono il "Codex Aretinus 405". Un assoluto vuoto di informazioni che gli studiosi celestiali odierni, ben orchestrati dall'alto Clero, tentano di colmare con "deduzioni" artificiose, infondate ed arbitrarie, spalleggiandosi gli uni con gli altri per darsi autorevolezza allo scopo di rendere veritiere le assurdità.  
I frati missionari della "Custodia di Terra Santa", convinti che fuori i conventi ci sia un'umanità di sprovveduti, hanno basato le loro argomentazioni pseudo storiche sulla "teste Egeria": invano.
Il richiamo della citazione sopra riferita a "Egeria" è un falso conclamato poiché la loro "portavoce" non ha mai scritto niente sulla casa di san Pietro e sulla sinagoga di Cafàrnao. L'accenno dei Francescani a "Egeria" è in realtà una sovrapposizione, strumentale e forzata, all'opera "Liber de locis sanctis" scritta in latino da Pietro Diacono, un monaco di Montecassino del XII secolo, che riportò il seguente brano sulla "località Cafàrnao" senza mai nominare "Egeria":

"A Cafàrnao la casa del principe degli apostoli è stata trasformata in chiesa. Le sue pareti restano in piedi immutate fino ad oggi e là il Signore guarì il paralitico. In quel luogo c'è anche la sinagoga nella quale il Signore sanò l'uomo posseduto dal demonio. Questa sinagoga è costruita con pietre squadrate e vi si accede salendo molti gradini".


Pietro Diacono parla al presente e riferisce lo stato delle costruzioni descrivendole come a lui risultavano alla sua epoca, con casa-chiesa e sinagoga, senza citare alcuna pellegrina, tantomeno "Egeria" … né avrebbe potuto farlo perché dovranno passare otto secoli prima che lei venisse inventata. Ma, soprattutto, Pietro Diacono, diversamente dai Francescani, non afferma che la sinagoga di Cafàrnao è un edificio ri-fatto sopra una sinagoga più antica: per lui, la sinagoga di Cafàrnao è quella miracolata dal Signore, come da vangeli, senza aggiungere altro. L'atavico monaco non era a conoscenza delle risultanze archeologiche e storiche del XX secolo capaci di provare l'infondatezza della sinagoga di Cafàrnao al tempo di Gesù, pertanto, diversamente dai frati "missionari" in Terra Santa, non sentì il bisogno di andare in "missione" per ingannare il prossimo. Infatti, alla stregua di Pietro Diacono, nessun altro ecclesiastiaco aveva mai parlato di ri-costruzione della sinagoga di Cafàrnao, effettuata al di sopra di quella miracolata da Gesù ... fino al 1969.
A quella data il frate Virgilio Canio Corbo (dello Studium Biblicum Franciscanum) si rese conto che le prove archeologiche, concernenti l'inesistenza della sinagoga al tempo di Gesù, erano inconfutabili; allora il monaco studiò una "lezione" miracolosa per salvare il mito di Cristo: la ri-costruzione.
Così, vivaddio, alle soglie del terzo millennio, la Chiesa decise finalmente di informare la cristianità praticante che la sinagoga miracolata dal Signore era stata "ricostruita" nel 5° secolo … ben sapendo che i "beati poveri di spirito", pur di andare in Paradiso, avrebbero inghiottito qualsiasi panzana.

Alla fine del 4° secolo, la crisi economica e militare dell'Impero Romano volgeva al peggio, di conseguenza la pressione dei Barbari alle frontiere era in continuo aumento, mentre i contrasti religiosi interni si esasperavano.
Nel 388 d.C., il Vescovo Aurelius Ambrosius di Milano (sant'Ambrogio) scrisse una violenta reprimenda all'Imperatore Teodosio il Grande perché aveva osato condannare i Cristiani a ricostruire la sinagoga di Callinicus (Siria) da loro data alle fiamme:


"Bruciare la sinagoga degli Ebrei è vergogna per la legge dello Stato, ma è merito della legge di Dio, che ne assicura la grazia, perché non vi sia alcun luogo dove si neghi la divinità di Cristo" (Epistolarium 40).

In ottemperanza alla volontà dei Vescovi, i decreti teodosiani dichiararono fuori legge qualsiasi culto al di fuori di quello cattolico, fino a perseguitare gli altri culti cristiani "eretici". L'Impero Romano, per la prima volta nella sua storia, vide una guerra civile di religione con due schieramenti contrapposti: da un lato i Pagani ed i Cristiani dissidenti, dichiarati fuori legge da Teodosio il Grande con l'Editto di Tessalonica del 380, e dall'altro i Cattolici. Lo scontro armato avvenne nel settembre del 394 d.C., presso l'attuale fiume Isonzo (Friuli), laddove le armate cattoliche sconfissero gli avversari nella "battaglia del Frigido" segnando il definitivo trionfo della loro dottrina.
Le conseguenze della guerra si fecero subito sentire con la ripresa di una sistematica opera di abbattimento di Templi pagani, iniziata dopo la morte di Costantino il Grande, ma interrotta dall'imperatore Giuliano l'Apostata. Quello era allora il clima politico religioso che incombeva sul crepuscolo di un Impero Cattolico Romano ormai prossimo alla disgregazione finale, i cui sudditi erano indottrinati su un dettato evangelico assoluto, vera parola di Dio, al punto che, dopo la condanna del Messia Salvatore da parte dei Giudei, obbligava questi ultimi a scagliare contro se stessi e le generazioni future la maledizione eterna:

E tutto il popolo rispose: il suo sangue (di Gesù) ricada sopra di noi e i nostri figli (Mt 27,25).

Negli stessi anni, Giovanni Crisostomo, Patriarca di Costantinopoli, Santo e Dottore della Chiesa, si distinse come un teologo fanatico che esternò il rancore cristiano nelle sue "Omelie contro gli Ebrei":

"Per i deicidi Giudei nessuna indulgenza, nessun perdono possibile … Essi massacrano i loro figli e li sacrificano al diavolo" … "fuggite le assemblee e i luoghi di riunione dei Giudei, e non venerate la Sinagoga per i libri, anzi proprio per questo abbiatela in odio e avversione"…" i libri possiedono una loro propria santità, che non trasmettono al luogo che li custodisce, a causa dell’empietà delle persone che vi si radunano. Si deve pensare nello stesso modo per quanto riguarda la Sinagoga. Anche se in essa non si trova alcun idolo, tuttavia vi abitano i demòni"
(Op. cit. "Prima Omelia").

Proseguendo in tale clima di violenza religiosa, Teodosio II, Imperatore di Costantinopoli, nel 438 d.C. decretò nel nuovo "Codice Teodosiano" l'inferiorità degli Ebrei. Ma, stando così i fatti di quell'epoca critica, il rapporto idilliaco fra Giudei e Cristiani, descritto in modo caramelloso dai frati archeologi della "Custodiae Terrae Sanctae", è solo un pio sogno odierno, utile a loro soltanto per poter affermare che gli Ebrei ricostruirono la sinagoga di Gesù, nell'ultra cattolico Impero Bizantino, durante "la seconda metà del V secolo".
 
In realtà - come avvenuto per gli altri edifici sacri
riferiti sopra - nel 5° secolo il Clero Bizantino, in adempimento ai vangeli, scelse una casa nel villaggio di Cafàrnao e, dopo averla "battezzata" come "casa di san Pietro", per la prima volta, su di essa fece costruire la Chiesa cristiana (sconosciuta dai vangeli) a pianta ottagonale. La sinagoga di Cafàrnao, invece, poiché venne "decontaminata" (sempre secondo i vangeli) dalla presenza del demonio da parte di Gesù Cristo in persona, fu considerato un luogo sacro per l'intera ecumene cristiana. A partire dal 5° secolo, fino a che i Bizantini mantennero il potere sulla Terra Santa, la sinagoga di Cafàrnao venne frequentata dai credenti (senza compilare minuziosi diari) e conservata con cura grazie alle offerte dei più abbienti, in conformità agli usi giudaici precedenti, come dimostrano le numerose monete ritrovate in due depositi nascosti, appositamente ricavati nelle fondamenta.   
Dovranno poi trascorrere secoli di lotte cruente fra Cristiani e Islamici per il dominio sulla Terra Santa finché, nel XII secolo, a Cafàrnao, accanto ai ruderi della "casa-Chiesa" bizantina (di san Pietro) esistevano sempre le vestigia della stupenda sinagoga ebrea; entrambe descritte dal monaco Pietro Diacono, convinto dal vangelo che risalissero ai tempi di Gesù. Torniamo ora alla:

Sinagoga di Cafàrnao, dove Gesù scacciò il demònio

Abbiamo constatato che il grave problema della datazione della sinagoga non può essere risolto da una pellegrina mai esistita, semmai, per la Chiesa, l'impresa è complicata oltremodo da ulteriori risultanze archeologiche.
In mancanza di veri argomenti probanti, il Clero odierno ha commissionato una cinquantina di studi (clicca = The Pilgrim Egeria: A Select Bibliography) in molte lingue. Queste ricerche, finalizzate a rendere plausibile una pellegrina inventata, dimostrano quale importanza rivesta per la dottrina cristiana la testimonianza di Egeria sulla sinagoga di Cafàrnao già realizzata al tempo di Gesù. Dati archeologici fondamentali, oltre quelli storici sopra analizzati, che i procli
vi ricercatori mistici, tutti insieme ben orchestrati, non manifestano appositamente per non svelare il movente che li obbliga a difendere le sciocchezze ecclesiali.
Da quanto scritto sopra, su una colonna in calcare bianco della sinagoga di Cafàrnao risultano scolpiti appellativi, importantissimi, che i frati e tutti gli analisti contemplativi evitano accuratamente di menzionare, come se non li avessero mai letti, o meglio, come se non esistessero … pur avendo forzato all'inverosimile le "analisi" per ricercare impossibili prove sull'esistenza della sinagoga di Cafàrnao, sin dal 1° secolo, durante il ministero di Gesù.

Abbiamo visto che la scritta aramaica, scolpita su di una colonna in marmo, riporta il nome del donatore: "Halfu figlio di Zebida, figlio di Yohanan". Si tratta di epiteti di stretta osservanza giudaica (usati dagli Ebrei per identificare il lignaggio di famiglia) i quali, trascritti in greco (italianizzato) diventano: "Alfeo, figlio di Zebedeo, figlio di Giovanni". E' questo un "particolare" che impone, assolutamente, alle sottili menti degli indottrinatori di alzare al 5° secolo la (ipotizzata da loro) ri-costruzione della "impressionante sinagoga". Infatti, avendo i frati archeologi adottato "obtorto collo" la tesi del ri-facimento dell'edificio di culto giudaico … che differenza avrebbe fatto se fosse avvenuto nel 2° o nel 3° secolo? Per i monaci non avrebbe avuto importanza dal momento che la sinagoga di Gesù del 1° secolo, secondo quanto loro stessi affermano, era sotto le fondamenta di quella ri-edificata sopra. Allora, perché i subdoli esegeti ne forzano la datazione addirittura al 5° secolo?

Basta rifletterci sopra per capire anche noi quello che hanno sempre saputo le eminenze grige della Fede. Secondo i vangeli, Giovanni era figlio di Zebedeo e, come Giacomo suo fratello, era uno dei dodici apostoli, per giunta il "prediletto del Signore": "Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello" (Mc 4,21). A questi nomi va aggiunto anche "Alfeo", un altro protagonista dell'epoca di Gesù che i vangeli indicano come padre di due apostoli, "Giacomo" (il Minore) e suo fratello "Giuda": "Giacomo, figlio di Alfeo … Giuda, fratello di Giacomo" (Codex Sinaiticus: Lc 6,15-16). Peraltro, con astruse varianti, gli evangelisti chiamano la moglie di Alfeo anche "Maria di Cleofa", ingenerando confusione fra due mariti "Alfeo" e "Cleofa". Inoltre, "Maria moglie di Cleofa" (cioé "Alfeo") era anche sorella di "Maria Vergine" … ma, a questo punto, la impossibile omonimia di due sorelle induce forti sospetti:

"Presso la croce di Gesù stavano sua madre (Maria) e la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria di Màgdala" (Codex Sinaiticus: Gv 19,25).
La faccenda si complica oltremisura quando, di seguito, nel quarto vangelo (di Giovanni), leggiamo che "il discepolo che Gesù amava", cioé Giovanni stesso, era addirittura figlio di Maria:
Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che Egli amava (Giovanni), disse alla madre: «donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!»...” (Gv 19,26).
 
Proviamo a capire meglio leggendo anche gli altri vangeli:

“Non è forse il figlio del carpentiere? Sua madre (di Gesù) non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?” (Mt 13,55-56);
“Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria (Gesù), il fratello di Giacomo, Ioses (Giuseppe), di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui con noi?” (Mc 6,3).

Nei reperti archeologici di Cafàrnao, oltre alla dimostrazione che non fu un incredibile Centurione romano a realizzare la sinagoga, ritroviamo la corrispondenza dei nominativi di una famiglia ebrea (appartenente ad uno dei finanziatori dell'edificio) con quelli che leggiamo nei vangeli attuali. Come abbiamo visto, il nome di uno di questi, "Alfeo" (o Cleofa), in alcuni richiami evangelici coinvolge quattro apostoli che hanno la stessa denominazione di quattro fratelli di Gesù, quindi figli di Maria: Giacomo, Giuda, Giovanni e Simone. Dalla cerchia degli apostoli resta fuori il figlio Giuseppe il quale, a sua volta, era figlio di "Maria, madre di Giacomo il Minore e di Ioses" (Mc 15,40), di conseguenza anche lui "Giuseppe" figlio di Alfeo
Dunque, stando ai testi evangelici di Matteo e Marco, Maria ebbe diversi figli, ma, adesso la domanda che dobbiamo porci è: quando Maria fu riconosciuta madre di Gesù unico figlio?
Nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. i Vescovi dell'Impero Romano stabilirono il nuovo Credo costantinopolitano, ancora oggi riconosciuto dai Cristiani, (diverso dal Credo niceno del 325) in cui, per la prima volta, risulta Maria Vergine, madre del Salvatore universale, e Ponzio Pilato, sotto il quale Cristo compì il suo ministero:

"Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli … Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto".

Un preciso dettato che impose agli scribi cattolici di rivedere i vangeli - ufficializzati precedentemente sotto Costantino il Grande - ai quali vennero aggiunte le "natività" di Luca e Matteo con la "Teothòkos", madre di Gesù "unigenito": Maria Vergine non poteva aver generato altri figli all'infuori di Cristo. E Lui … soltanto "per opera dello Spirito Santo". Così sentenziarono i Vescovi dell'Impero Cattolico Romano.

Sapendo che la stesura degli attuali vangeli ufficiali, riportati nei Codici "Sinaiticus" e "Vaticanus", risale al 4° secolo, fu proprio la compromettente coincidenza dei nomi, quelli ritrovati nella sinagoga di Cafàrnao con quelli dei protagonisti evangelici, che ha imposto ai monaci archeologi di elevare la data di ricostruzione della sinagoga di Cafàrnao al 5° secolo, dopo il Credo di Costantinopoli del 381 d.C.
Con questo espediente cronologico i frati tentano di impedire agli storici del Cristianesimo di capire il movente, derivato dal culto della nuova teologia mariana, che obbligò gli evangelisti ad attribuire altri "padri" ed altre madri ai figli della Vergine Maria, la quale, in adempimento al nuovo Credo, era madre di Gesù unigenito. Infatti, secondo la logica degli archeologi mistici, qualora venisse accolta la loro ipotesi concernente la ri-costruzione della sinagoga avvenuta nel 5° secolo, cioè dopo il Credo costantinopolitano del 381 d.C.,
nessuno potrà mai dubitare che l'uguaglianza dei nomi scolpiti nel 5° secolo sull'edificio, con quelli citati nei vangeli redatti prima della ri-costruzione, sia dovuta a pura casualità.
Al contrario, qualora la ri-costruzione della sinagoga fosse stata eseguita prima del Credo cattolico del 381, in questo caso la coincidenza degli appellativi galilaici con quelli evangelici "Zebedeo" e "Alfeo" (padri di figli con gli stessi nomi di quelli di Maria) non potrebbe più avvalersi dell'alibi della casualità perché sarebbe palese il movente dogmatico della nuova dottrina (decretata nel 381 d.C.); un Credo che imponeva agli scribi cattolici di dare genitori diversi ai figli di Maria, mentre il nome di lei fu (scioccamente) assegnato ad una sua sorella, inventata ad hoc per la circostanza.

In definitiva, i monaci (e la Chiesa) sanno che i nomi "Alfeo" e "Zebedeo" sono stati "adottati" dagli evangelisti come "papà" dei cinque figli maschi di "Maria Vergine"; padri che, giocoforza, furono sposati con altre "mamme Marie".
E per il "papà" del Salvatore universale? Meglio affidarsi a un decrepito san Giuseppe … assistito dallo Spirito Santo nella inseminazione eterologa di Maria.
Le eminenze grigie cristiane sanno che la sinagoga di Cafàrnao costituisce la prova archeologica che Maria non era vergine, pur se madre del Salvatore universale. La "Madre di Gesù Cristo" fu creata appositamente dai Cattolici, alla fine del 4° secolo, come "super Dea" allo scopo di rafforzare la loro dottrina in concorrenza con le altre divinità pagane, tutte dotate di "Mater Magna", come la famosa Artemide.
Tuttavia, la nuova super Dea cristiana, Maria Vergine, è rimasta sconosciuta a Paolo di Tarso: l'apostolo dei Gentili non conosce l'esistenza della "Madre di Dio", come non sa, nella sua "Lettera agli Efesini", che la "Mater Dei" andò ad abitare ad Efeso assieme a Giovanni, apostolo "prediletto del Signore". Peraltro, anche gli evangelisti non possono sapere della dimora ad Efeso di Maria Vergine perché la "Madre di Gesù" verrà dichiarata "Madre di Dio" nel "Concilio di Efeso", ivi convocato appositamente nel 431 d.C. Fu allora che i Vescovi decretarono la "Mater Dei" modificando la precedente "Madre di Gesù Cristo", ed in quella città ne fissarono la dimora sopprimendo, al contempo, il Credo popolare della Dea Artemide (Mater Magna), che proprio ad Efeso era rappresentato da un imponente Tempio (l'Artemision) ad essa dedicato. Intanto i vangeli in greco e la Vulgata in latino di Girolamo, erano ormai stati diffusi dai Clerici a spese dello Stato nei territori di un Impero in fase di disgregazione finale.
La spiegazione alla grave ignoranza di Paolo riguardo la Vergine Maria, madre di Gesù Cristo, è semplice: le "Lettere di Paolo" erano state diffuse nelle Province, all'inizio del IV secolo, separate dai vangeli. Lo scopo fu di propagandare il Cristianesimo, secondo gli insegnamenti di Paolo, come religione proclive all'Impero, quindi favorevole alla schiavitù e nemica della originale religione ebraica fondamentalmente antiromana. La grande divulgazione della dottrina cristiana paolina rese impossibile rintracciare, per eliminare e correggere, i manoscritti dedicati alle "Lettere di Paolo", di conseguenza, alla fine del IV secolo queste ultime non subirono modifiche da parte degli scribi, i quali contarono sul fatto che la "Madonna" era comunque testimoniata nelle "Natività" di Luca e Matteo.

Tutte le Chiese cristiane datano i vangeli attuali come se fossero stati scritti nel 1° o nel 2° secolo ma, rimarchiamo ancora, all'infuori dei testi greci costituiti dai Codici "Sinaitico" e "Vaticano", stilati a fine 4° secolo dopo il Concilio di Costantinopoli, non esiste altra documentazione anteriore completa; in mancanza della quale vengono esibiti insignificanti frammenti spacciati per archètipi. Ne consegue che chiunque tenti di abbassare al 2° o 3° secolo la datazione dei Codici Latini - "Vercellensis", "Veronensis" e "Corbeiensis" - è in malafede. Per salvaguardare la verginità della Madonna, la Chiesa fa passare i fratelli di Gesù alla stregua di suoi cugini o parenti, di conseguenza è costretta a far apparire le "Natività" di Luca e Matteo come se fossero state scritte prima del Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. al fine di nascondere il movente che ne obbligò la stesura. Datando ad un'epoca antecedente il 381 d.C. i sopra citati manoscritti in lingua "vetus latina", le eminenze grige del Clero vogliono nascondere la causa conciliare che impose la creazione della "Natività".
Ma l'intento falsario viene smentito dal fatto che i vangeli antecedenti erano dissimili, oltre che per la mancanza della "Natività" - come attestato in un vangelo di Matteo in aramaico - anche per le gesta ed i nominativi degli apostoli. Questa dimostrazione è riportata alla fine dello studio sul "Testimonium Flavianum".

Oltre a ciò evidenziamo il fatto che non esistono Codici ecclesiastici scritti dai Padri apostolici e apologisti, né dagli storici e dai Dottori della Chiesa, risalenti ad un'epoca antecedente il VII secolo e, soprattutto nessun documento, ad iniziare dai vangeli, risulta datato con l'analisi del radiocarbonio mediante spettrometria di massa: un esame, affatto invasivo, a verifica delle datazioni paleografiche, grossolane, farcite con insipide ipotesi … tanto care agli studiosi di fede cristiana.
La constatazione che la Chiesa rifugga l'utilizzo dello spettrometro di massa per scadenzare l'imponente “Opera Omnia” neotestamentaria, compilata in Conventi e datata soltanto paleograficamente dal IV secolo fino al Rinascimento, dimostra che le “eminenze grigie” del Clero sanno bene quanto sia rischioso per la loro dottrina estrapolare una cronologia precisa che riveli il “montaggio” del mito di Gesù Cristo e dei suoi successori teologali … ad iniziare dalle "Natività" di Luca e Matteo, scritte nei vangeli dopo che i Vescovi dell'Impero stabilirono il definitivo Credo cattolico nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C.

Alcuni anni fa, i paleografi del "Vangelo di Giuda", correttamente, hanno sottoposto il manoscritto alla verifica del C 14 ricavandone una datazione contenuta fra il 220 ed il 340 d.C. fissando la stima al 275 d.C. con un margine d'errore di 50 anni … Ma quando si decideranno gli "esegeti illuminati" di Cristo ad esibire prove concrete di scritture contenenti la "Teotòkos" (Genitrice di Dio) del vangelo di Luca, le quali, sottoposte ad analisi con radiodatazione C14, stabiliscano, senza ombra di dubbio, la loro compilazione antecedente al IV secolo?    
Ciononostante, i manoscritti afferenti le "Historiae Ecclesiasticae" di autori cristiani, pur stimati paleograficamente dal 7° secolo in poi, attestano protagonisti evangelici diversi, sia nel numero che nelle gesta, ad iniziare dagli apostoli. Questo significa che i vangeli preesistenti erano discordanti da quelli a noi pervenuti.

Dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., i calligrafi di Dio si obbligarono a trascrivere i vangeli in nuovi codici facendo in modo che i cinque figli di Maria (compreso Gesù), già richiamati nei vangeli precedenti, risultassero figli di altre "Marie", a loro volta mogli di padri ebrei diversi e, per essere certi di non inventare appellativi giudaici strani, si avvalsero dei nomi trovati nella sinagoga di Cafàrnao: il monumento israelita più spettacolare di tutta la Palestina dopo il Tempio di Gerusalemme ormai distrutto. Infine, per dimostrare che la dottrina cristiana era superiore a quella ebraica veterotestamentaria, al Salvatore universale fecero scacciare il demonio presente nella stessa sinagoga.
Ricordiamo, inoltre, che gli attuali vangeli, stilati a fine 4° secolo, non riferiscono la presenza di alcuna Chiesa-casa di san Pietro perché verrà costruita dai Bizantini circa un secolo dopo.
Maria fu dichiarata "Madre di Gesù Cristo unigenito" nel 381 d.C. ma, poiché secondo gli stessi vangeli ebbe altri figli, il nuovo dogma ingenerò gravi contrasti con i testi "canonici" redatti poco prima del Concilio di Nicea del 325. Problemi ancora più seri di quelli che, in conseguenza del Credo del 381, obbligarono gli evangelisti ad inventare un ebreo di nome "Giuseppe d'Arimatea" (ovviamente sconosciuto al precedente storico cristiano Eusebio di Cesarea) per evitare alla super Vergine di richiedere la salma del "Re dei Giudei" a Ponzio Pilato, sollevando così la Madre di Dio dalla ineludibile risposta (alla domanda d'obbligo di un Prefetto imperiale) che il "Padre" del Re Messia era lo Spirito Santo: fatto inammissibile dalla logica di un vero processo romano.


Conclusione

Gli apostoli e gli evangelisti di Dio non erano Giudei convertiti, né mai si sono recati nelle località palestinesi in cui hanno fatto operare gli eroi della "salvezza eterna"; ciononostante gli scribi cristiani giunsero al punto di inventarsi una sinagoga, mai vista da nessuno, in una "città di Nazareth" inesistente per i primi tre secoli, e là inviarono il "Salvatore" a predicare ai Giudei.
L' ignoranza manifestata sui luoghi della patria di Cristo la ritroviamo anche nella superficialità con cui gli evangelisti trattano i costumi degli Ebrei ed il loro Sinedrio. Lo stesso vale per la descrizione del comportamento degli alti ufficiali romani incaricati a governare un territorio popolato da uomini ribelli al dominio di Roma. Atti che denotano una leggerezza ingiustificabile, al punto da rendere irreale il comportamento di Ponzio Pilato quando questi, dopo aver sottoposto a processo un "Re dei Giudei" - non voluto da Tiberio e accusato di aver sobillato il popolo a non pagare i tributi (Lc 23,1) - il Governatore romano fa di tutto per non eliminarlo: insensato! Tanto più che, secondo i vangeli, il Prefetto imperiale finì per imporre ad un "innocente" (giudizio dell'evangelista) una straziante crocefissione dopo una lunga "via crucis", al di fuori della prassi e della logica romana, mentre avrebbe potuto avvalersi della normale decapitazione.    
Basti considerare che le legioni di Roma, a seguito di tre guerre condotte nell'arco di due generazioni, dal 70 al 135 d.C., causarono un milione e duecentomila morti fra i Giudei perché quel popolo non volle sottomettersi al dominio dell'Impero; senza contare gli schiavi e tutte le città distrutte assieme ai villaggi più importanti. Cafàrnao venne risparmiato perché, nel I secolo, era un insignificante villaggio.
Gli evangelisti allora, come la pia confraternita degli esegeti credenti oggi, avrebbero dovuto studiare meglio la storia prima di raccontare favole.

Dopo l'Olocausto giudaico perpetrato dai Romani, gli ebrei Esseni elaborarono una "rivelazione divina" basata sulla comparsa di una nuova figura di "Re Messia" … non l'atteso, fino allora, "Dominatore del Mondo" ma un "Salvatore del Mondo", "Figlio di Dio" e "Taumaturgo", in grado di far rinascere gli "eletti" dopo morti. Il successo popolare, riscosso nel corso del III secolo dal mito ebraico della salvezza, indusse ambiziosi opportunisti religiosi ad "infiltrarsi" finendo col prevalere rispetto agli originali e, una volta giunti al potere, conformarono il mito originale alla concezione occidentale innestando nel Messia ebraico il rito teofagico pagano della Eucaristia, giungendo a documentare l'Avvento del "Salvatore" con i dati prelevati negli archivi imperiali. Ma, nel tentativo di comprovare la saga di eventi risalenti a tre secoli prima, gli scribi cristiani, ormai subentrati ai primitivi redattori Esseni del II secolo, sono incappati in contraddizioni e sviste tali al punto di sbagliare i luoghi e gli usi giudaici, dimostrando anche la scarsa padronanza della lingua semita.
Ma come è possibile giustificare tanta superficialità da parte dei manipolatori di vicende fondamentali concernenti una Fede, spacciata come storicamente vera? La spiegazione va ricercata nel fatto che gli scribi di Dio appartenevano alla potente cerchia religiosa dei fautori della "dottrina della Salvezza": un Credo capace di convincere masse di nuovi proseliti nella possibilità di risorgere dopo morti. Le sottili menti dell'alto Clero sapevano che nessuno avrebbe mai potuto consultare i vangeli per poi compararli con i volumi (rotoli manoscritti) degli storici del 1° secolo, accaparrati da loro e conservati nelle Abbazie ma vietati a chiunque.

L'illusione della "resurrezione paradisiaca" fu propagandata da congreghe religiose le quali, dalla fine del terzo secolo, mano a mano divennero sempre più numerose e organizzate, fino a costituirsi in un'unica struttura distribuita capillarmente nei distretti ad essa assegnati dal Dominus a capo dell'Impero, grazie al peso politico popolare acquisito. Un alto Clero posto a guida di Conventi e mantenuto in primo luogo dalla plebe indigente, servi della gleba, di basso rango e senza alcuna speranza di riscatto, sparsi in un immenso territorio in avanzata fase di decomposizione economica e militare. 
Il monopolio della conoscenza fu l'unico accorgimento che avrebbe impedito a chiunque di confutare la divina "buona novella": una dottrina monoteista assoluta, diffusa in un Impero teocratico agonizzante, e creata allo scopo di sostentare in splendida agiatezza i "venerabili ministri di Dio" riuniti nel più colossale organismo parassitario mai realizzato dall'uomo. Una "santa" macrostruttura fondata da uomini per sfruttare altri uomini in cambio della promessa della loro resurrezione.
Alla resa dei conti, sottovalutare le possibilità del razionalismo storico, convalidato dai reperti archeologici, fu il peccato originale degli scribi di Dio: un imperdonabile errore che oggi si sta dimostrando come il più grave dei peccati mortali … e nessun "mea culpa" sarà più in grado di assolverlo.

Col trascorrere del tempo, lentamente, ma inesorabilmente, la consapevolezza dei credenti sulle falsità contenute nei Sacri Testi porterà all'estinzione la peggiore superstizione oscurantista che l'umanità abbia mai sperimentato e la più ipocrita in assoluto fra le religioni monoteiste: il Cristianesimo … ovvero "la Salvezza per la vita eterna". 


Emilio Salsi

Proseguiamo ora con lo studio per capire come nacque e si evolse il mito messianico del "Salvatore universale".


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