I falsi 'Testimonium Flavianum'


Parte I

Nel corso delle analisi effettuate ci siamo richiamati più volte al "Testimonium Flavianum" in maniera nettamente critica, in particolare nel terzo e quarto studio, quando abbiamo trattato il falso martirio di un inesistente apostolo chiamato "Giacomo il Minore".
E' nostro dovere, ora, affrontare l'argomento per spiegare effettivamente di cosa si tratta e sottoporre ai lettori le motivazioni che ci hanno indotto ad esternare un giudizio così drastico su un breve passo che gli opinionisti chiesastici intendono abilitare come storia.

Testimonium Flavianum

Allo stesso tempo, visse Gesù, uomo saggio, se pure lo si può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. Egli era il Cristo. Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di amarlo. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo; perché i Profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani” (HEc. I 11,7/8).

Questo è il brano che testimonia l'esistenza di Gesù Cristo, così come riportato nella "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea, scritta dal vescovo cristiano e ultimata dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C.
Il mistico rescritto fu accredidato da Eusebio allo storico Giuseppe Flavio; successivamente verrà diffuso in tutto il mondo e in tutte le lingue dal tardo Medioevo in poi ... ma risulta sconosciuto da tutti i Padri della Chiesa sino al IV secolo: l'epoca del vescovo. Nel III secolo, fra i Padri si distingue Orìgene Adamanzio di Alessandria, il quale, nella sua opera "Contra Celsum" (1,47), afferma di aver letto "Antichità Giudaiche" con la deposizione di Giuseppe su Giovanni Battista, riportata nel XVIII Libro, ma non cita lo storico come testimone dei miracoli né della resurrezione di Gesù. La mancata conoscenza relativa a questo passaggio del TF da parte di tutti i successori di Cristo è un elemento che, già da solo, depone contro la sua autenticità.
   
Il testo che abbiamo appena restituito lo ritroviamo identico in tutti i manoscritti dell'Apparato Critico di "Antichità Giudaiche" (Ant XVIII 63,64) messo a disposizione del professore tedesco di Filologia Classica, Benedikt Niese, alla fine dell'800, da parte delle autorità ecclesiastiche, e tutt'oggi rimasto invariato. A questo documento fu affidato dalla Chiesa l'onere primario di certificare l'esistenza del Salvatore degli uomini buoni, umili e pii.
Oltre al "Testimonium Flavianum" Eusebio riferisce del martirio di "Giacomo il Minore" richiamandosi all'episodio descritto in Antichità XX 200, ma facendo morire a colpi di bastone "Giacomo, fratello di Gesù detto Cristo" anziché per lapidazione.
Come i lettori sanno, abbiamo analizzato la vicenda in maniera approfondita nel III e IV studio dimostrando la falsità dell'introduzione spuria "detto Cristo".

In quanto autore della "Historia Ecclesiastica" concernente la vita degli apostoli ed i loro successori - al fine di non fare apparire Eusebio di Cesarea il falsario creatore del "Testimonium Flavianum" con la inevitabile perdita di credibilità sull'intera sua opera - gli esegeti cristiani contano sui mezzi di comunicazione di massa loro accoliti, in sintonia con la vaticana "Cathopedia", per depistare i ricercatori. Ad esempio, ecco come argomenta "Wikipedia" (enciclopedia online a diffusione mondiale) questa possibilità:
 
"Poiché Origene nel 250 circa sembra non conoscere queste possibili interpolazioni, mentre parecchi decenni più tardi esse sono note a Eusebio di Cesarea, si può ipotizzare che l'interpolazione celebrativa sia avvenuta proprio nel periodo che intercorre fra Origene ed Eusebio".

Quindi una ipotesi basata su un fantomatico interpolatore: questo è tutto? ... E simile teoria ecclesiastica dovrebbe servire per scagionare Eusebio? Impossibile! Non si può che rimanere allibiti da tanta incapacità critica, se non sfacciataggine, dal momento che nessuno, pur possedendo una copia privata di "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, avrebbe potuto manipolare un manoscritto ufficiale ... perché sarebbe stato inutile.
Dal momento che i rotoli delle opere originali di Giuseppe, appena ultimate, vennero depositati negli Archivi Imperiali - dei quali lo stesso Svetonio ne fu Sovrintendente sotto Adriano e li consultò, così come se ne servì Cassio Dione (contemporaneo di Orìgene) - nessuno avrebbe potuto trarre vantaggio dal falsificare un testo storico di proprietà personale il cui originale fu autenticato pubblicamente e giaceva negli archivi di Stato; quanto meno avrebbe corso seri rischi qualora scoperto. E nessuno lo fece sino all'XI secolo d.C., come stiamo per verificare prendendo visione dei codici manoscritti di "Antichità Giudaiche". Lo stesso Eusebio, biografo di Costantino nella Corte imperiale, si limitò a scrivere il Testimonium Flavianum nella sua "Historia Ecclesiastica" ma non si permise di manomettere gli scritti autentici di "Antichità Giudaiche" conservati negli archivi di Nicomédia (nuova sede dell'Imperatore di Roma già dall'epoca di Diocleziano): un dato di fatto che ci apprestiamo a dimostrare grazie alle informazioni riferite da Giuseppe Flavio in questo documento.

L’inesistenza di cristiani, nel 40 d.C., durante il principato di Gaio Caligola - un Imperatore convinto di essere Dio - si riscontra nell’autenticoTestimonium Flavianum”, atto vergato di suo pugno da Giuseppe Flavio:

“Poiché mentre tutti i popoli, sudditi dell’Impero Romano, avevano dedicato altari e Templi a Gaio, e gli avevano dato, sotto ogni aspetto, la stessa attenzione che avevano verso gli Dei, solo il popolo giudaico disdegnava di onorarlo con statue e di giurare in suo nome
(cfr Ant. XVIII 258).
 
Specificando “tutti i popoli adoravano Gaio”, in contrapposizione a “solo il popolo giudaico si rifiutava di farlo”, è evidente che allo storico ebreo non risultava alcuna presenza di cristiani, i quali, stando alla artefatta “tradizione cristiana”, anch’essi, come gli ebrei, erano contrari a divinizzare chiunque tranne Cristo.
Quando scrisse l’intera sua opera, Giuseppe F. non poteva sapere che scribi fraudolenti, tre secoli dopo la sua morte, per ordine del Vescovo Eusebio di Cesarea, interpolarono in “Antichità Giudaiche” (XVIII 63/64) un falso “Testimonium Flavianum”, in cui si fa dichiarare a Giuseppe Flavio l’Avvento di un Messia (Cristo) ebreo di nome “Gesù”, adorato come il vero ed unico Dio “… e fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da Lui sono detti Cristiani”. La frase affibbiata a Giuseppe “fino ad oggi” è volutamente, ed ipocritamente, intesa come il “presente” dello storico ebreo, da lui documentato sino a tutto il I secolo.
La “cristianità primitiva” del I secolo fu fatta apparire, da scrittori apologisti del IV secolo, come se fosse diffusa nell’Impero già sotto Tiberio (addirittura prima di Gaio), e attestata da Eusebio, il quale, da impostore incallito, chiamò questo Imperatore a testimoniare su Gesù Cristo, assieme a Tertulliano (cfr HEc. II 2).
Un cristianesimo diffuso, propagandato sin dall’inizio addirittura sui vangeli, documenti anch’essi, come dimostriamo più avanti e nell'VIII studio, risalenti al IV secolo:

"Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità del popolo. La sua fama si sparse per tutta la Siria e così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. E grandi folle lo seguirono dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano" (Mt 4,23).

Un cristianesimo dilagante in Siria, ma sconosciuto da Lucio Vitellio, Governatore di quella Provincia dal 35 al 39, e presente due volte in Gerusalemme sempre durante la Pasqua ebraica (da qui l’incubo degli storici sgrana rosari), oltre che in assoluto contrasto per la forma mentis di Gaio. Costui, un Imperatore impazzito convinto di essere Dio, pretendeva la adorazione di tutti i popoli al punto di scatenare una guerra contro i Giudei se non lo avessero riconosciuto come tale (per fortuna degli Ebrei, Caligola fu eliminato appena in tempo) … Figuriamoci quale massacro di cristiani gesuiti avrebbe compiuto Gaio se questi fossero esistiti veramente.
Fu dunque la assenza di cristiani martirizzati dallImperatore che obbligò la censura della biografia di Gaio Caligola da parte degli amanuensi che trascrissero gli Annales di Cornelio Tacito, nellXI secolo, mille anni dopo la morte del cronista imperiale


Preso atto della testimonianza di Giuseppe F. sulla assenza di cristiani gesuiti nel I secolo, e la conseguente impossibilità che lo storico abbia mai scritto alcunché su di loro, procediamo con l'analisi del "Testimonium Flavianum" per accertare definitivamente la sua falsificazione.
I documenti più antichi del cronista ebreo, "Giuseppe, figlio di Mattia", provengono soltanto da antiche Abbazie, fornite di biblioteca corredata di scriptorium, le quali hanno requisito, tradotto e poi distrutto i manoscritti originali, dei quali non è rimasta traccia. Quelli a noi fatti pervenire sono copie che risalgono a più di un millennio dopo la morte dello storico, mentre i rotoli, sepolti nelle grotte di Qumran, sono stati ritrovati dopo oltre duemila anni pur senza essere stati custoditi e conservati con cura.

Il testo greco più vetusto in assoluto, contenente originariamente i libri dall'XI al XX di "Antichità Giudaiche" con "Bios" (Autobiografia) in appendice, è il "Codex Palatinus MS 14", un tomo su pergamena della Biblioteca Vaticana. E' datato paleograficamente al decimo secolo d.C. ma risulta mancante dei libri XVIII, XIX e XX, proprio quelli attinenti l'epoca di Gesù e dei suoi successori.
Poiché il XVIII e XX Libro, dei codici datati in epoche susseguenti, riportano rispettivamente il "Testimonium Flavianum" e il "martirio di Giacomo il Minore", abbiamo il riscontro che il manoscritto "Palatinus 14" era una copia del testo originale redatto prima della successiva intromissione spuria delle due testimonianze su Gesù e suo fratello Giacomo, non essendo logico che la Chiesa avesse interesse ad eliminarle.
Ma è altrettanto vero che i pochi in grado di visionare il testo autentico, ad iniziare da Eusebio, furono costretti a tenerlo celato agli stessi ecclesiastici per impedire a chiunque la lettura completa delle vicende reali riguardanti i rispettivi protagonisti Giudei della Palestina dell'epoca di Cristo e dei suoi successori: una conoscenza storica in contrasto con le verità evangeliche.
In definitiva, se Eusebio avesse falsificato l'autentico "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio, trascrivendolo ex novo, la Chiesa avrebbe potuto esibire il relativo codice greco risalente al IV secolo d.C.; esattamente come fece con i più antichi documenti neotestamentari canonici completi: il Codex Vaticanus ed il Codex Sinaiticus èditi alla fine dello stesso secolo.
Quindi non può essere un caso che il corpus di manoscritti componenti l'apparato critico, sottoposto dagli ecclesiastici al Niese per curare la traduzione di "Antichità Giudaiche", fu stilato dagli amanuensi soltanto dopo il codice Palatinus MS 14.

I manoscritti in greco che vedono attestato il "Testimonium Flavianum" sono:
- il Codex Ambrosianus F 128 datato paleograficamente all'XI secolo;
- il Codex Vaticanus Graecus 984, anno 1354;
- il Codex Plut. 69 cod.10 Laurentianus, XV secolo.
I manoscritti in latino del TF, in quanto traduzioni dal greco originale, non sono presi in considerazione dalla critica. 

I primi a contestare l'autenticità del TF di Giuseppe Flavio furono i cristiani protestanti europei, ad iniziare dal XVI secolo con i filologi esegeti Hubert Van Giffen e Lucas Odiander (quest'ultimo in "Epitomes historiae ecclesiasticae"), i quali si avvalsero di argomentazioni scientifiche, che verranno riprese poi da altri con analisi sempre più precise e convincenti col trascorre del tempo. Particolarmente efficaci furono le critiche di Louis Cappel, Jean Daillé e Tanaquilius Faaber, al punto che finirono per essere accettate dalla maggioranza internazionale dei critici di ogni appartenenza, compreso quelli di area cattolica.  
 
Le risultanze "apocrife" dei TF a noi pervenuti ma risalenti a periodi antecedenti il manoscritto Palatinus 14 - fra i quali il famoso testo in arabo del Vescovo Agapio di Hierapolis in Siria - essendo brani avulsi dal contesto storico sequenziale descritto da Giuseppe Flavio nelle sue "Antichità Giudaiche", come stiamo per accertare, non dipendono dalla consultazione dell'opera originale dello storico ebreo, bensì dalla prima redazione attestata da Eusebio di Cesarea nella sua "Historia Ecclesiastica", diffusa in tutte le Chiese, ma corretta autonomamente laddove gli stessi amanuensi non la considerarono verosimile.
 
Per inciso ricordiamo che la "Historia Ecclesiastica" contiene l'impianto storiografico (ideato dal Vescovo, sotto l'Imperatore Costantino, a fondamento della 'tradizione cristiana') che attesta la struttura dei Padri della Chiesa, ad iniziare dai successori di Gesù, apostoli ed evangelizzatori, quindi corredata da una sfilza di màrtiri. Una lunga serie di Capi spirituali di molteplici Ecclesiae, descritti con dovizia di particolari, regolarmente registrati con tanto di dati anagrafici e doverosamente votati al martirio. Procedendo dai primi tre Vescovi di Gerusalemme "legati al Signore da vincoli di carne" (vedi IV studio), tutte le Chiese successive dovevano conoscere la propria storia sin dall'inizio, i cui interpreti vennero spesso richiamati durante i Concili che si susseguirono nei secoli a venire. Un organico di Santi pressoché ininterrotto, a partire da Cristo sino al IV secolo, antico di oltre duemila anni, tale che nessuno Stato al mondo può vantare una ricostruzione del proprio passato così minuziosa ... con un particolare da evidenziare: la storia della Santa Sede dei primi tre secoli è basata sulla fantasia di Eusebio e degli evangelisti.   

Fra i diversi tentativi, falliti, di correggere il contenuto sfacciatamente filo cristiano del TF di Eusebio, che finì col dimostrarne la falsificazione, citiamo ad esempio il "Testimonium Flavianum" riportato nel Libro 10 di "Chronographia" dello storico bizantino Johannes Malalas (Antiochia, 491-578), a lui accreditato ma attestato nel Codex Baroccianus 128 datato paleograficamente all'XI secolo (dopo il Palatinus MS 14) e conservato presso la Bodleian Library di Oxford:


"... E da allora ebbe inizio la distruzione dei Giudei; così come scrisse Giuseppe, il filosofo ebreo, avendo anche detto che da quando i Giudei crocifissero Gesù, che era uomo buono e giusto, se è veramente necessario chiamarlo uomo e non Dio, la sventura non abbandonò la Giudea. Giuseppe stesso riportò questi eventi contro i Giudei nei suoi scritti giudaici".
 
Poiché Giuseppe Flavio non ha mai detto che le sventure giudaiche dipesero dalla crocifissione di Gesù, bensì dalla incessante lotta degli Zeloti contro il dominio di Roma, di fatto quasi tutti i critici, cattolici compresi, rigettano l'autenticità di questo brano. Esso fu intenzionalmente formulato da uno scrivano cristiano dell'XI secolo in modo indiretto e inserito nell'opera di Malalas per rendere più veritiero il TF accreditato a Giuseppe da Eusebio di Cesarea, dopo averlo espunto dei passaggi inverosimili, in quanto riferiti da un ebreo, come i miracoli e la risurrezione di Gesù.
Infatti lo stesso scriba della "
Chronographia" di Malalas ci dimostra che non aveva mai letto "Antichità Giudaiche", altrimenti non avrebbe "testimoniato" il martirio di Giacomo il Minore prendendo una cantonata simile:

"A Galba (primo imperatore dopo Nerone) successe Lucius Otho (no, il secondo imperatore fu Marcus Salvius Otho, mentre "Lucius" era il nome del padre) che governò tre mesi (69 d.C.). Sotto il suo impero morì lapostolo Giacomo, Vescovo e Patriarca di Gerusalemme".

Oltre che per il nome dell'Imperatore, questo brano è cronologicamente errato in quanto Giacomo, apostolo e Vescovo di Gerusalemme, secondo la "tradizione", fu lapidato nel 62 d.C. In esso si ignora la vicenda che vede protagonisti il Sommo Sacerdote Anano (già morto nel 67), ed il Procuratore Albino (morto nel 69). Per di più segue un altro ingiustificabile errore laddove Malalas riferisce la decapitazione di Giovanni Battista nella città di Sebaste in Samaria anziché nella fortezza di Macheronte in Perea: il tutto riferito chiaramente da Giuseppe Flavio e con precisione storica. Questi elementari dati bastano per capire che siamo di fronte ad un puerile falso, ecco quindi spiegato perché quasi nessuno al mondo (tranne qualche sempliciotto), oggi, prende più in considerazione il "Testimonium Malalasianum"... essendo sufficiente il razionalismo storico, senza neanche tirare in ballo la filologia.

Al fine di correggere la forma smaccatamente filo cristiana ideata da Eusebio di Cesarea,
nel IX secolo venne stilato un manoscritto destinato a tramandare un TF più credibile tramite una modalità riflessa accreditata a san Girolamo: il "Codex MS 2Q Neoeboracensis" (conservato nel Seminario Teologico di New York). In esso è copiata l'opera "De viris illustribus" di Girolamo laddove, al capitolo XIII dedicato alla vita di Giuseppe Flavio, leggiamo:

"Nel libro diciottesimo delle Antichità, Giuseppe (Flavio) dichiara nel modo più esplicito (sic!) che Cristo fu ucciso dai Farisei per la moltitudine di miracoli, che fu un profeta Giovanni Battista, e che Gerusalemme fu distrutta per l'uccisione dell'apostolo Giacomo. Riguardo poi al Signore, egli scrisse in questi termini: «In quel medesimo tempo visse Gesù, uomo sapiente, se tuttavia si deve chiamarlo uomo. Era infatti un operatore di grandi prodigi e maestro di coloro che accolgono volentieri la verità. Ebbe anche moltissimi seguaci, sia tra i Giudei sia tra i Gentili; e lo credevano Cristo. Spinto dall'odio dei nostri capi, Pilato lo condannò al supplizio della croce. Ciononostante, quelli che prima l'avevano amato, continuarono ad amarlo».

Inammissibile! Girolamo non avrebbe mai potuto scrivere sciocchezze simili poiché il laborioso Padre, in quanto segretario del Pontefice Massimo, Papa Damaso I, alla fine del IV secolo aveva la facoltà di consultare i documenti originali; ne consegue la condanna dell'intento falsario degli amanuensi del IX secolo, talmente grossolano da dover essere chiarito bene. Il resoconto dell'atto del Sinedrio di Gerusalemme, riguardante l'uccisione dell'apostolo Giacomo, fu riportato per intero dallo scrittore ebreo nel ventesimo libro di "Antichità Giudaiche" (non "nel diciottesimo"), ma in esso non è contenuta la dichiarazione di Giuseppe Flavio riguardante la successiva distruzione di quella città, avvenuta otto anni dopo nel 70 d.C., perché lo storico sapeva che in quel momento nessuno poteva prevederla, né tale vaticinio aveva attinenza con l'autentico episodio descritto (da noi trattato nel III studio). Oltre a ciò, nel brano riportato si afferma che lo storico ebreo definì Giovanni Battista "un profeta": assolutamente no! Giuseppe F., nel capitolo a lui dedicato, qualificò il Battista come "uomo buono, gradito ai Giudei e a Dio". 
Gli scribi
del suddetto codice, inevitabilmente, hanno commesso simili errori perché non possedevano il testo originale di "Antichità Giudaiche", ma si basarono sulle citazioni di Eusebio del quale hanno tentato di correggere il suo "Testimonium Flavianum" palesemente errato. Infatti, come sopra specificato, questa opera dello storico ebreo fu volutamente nascosta, in una Abbazia, dalle eminenze grigie della Chiesa e celata anche allo stesso Clero.
Riguardo la fine di Giacomo, che comunque non è specificata nel brano, gli amanuensi giunsero a contraddire lo stesso Girolamo mezzo millennio dopo la sua dipartita. Il loro inganno si manifesta allorquando non considerarono la deposizione già resa prima dal Dottore della Chiesa sul fratello di Cristo; infatti, scorrendo il capitolo II concernente la vita dell'apostolo, in "De viris illustribus" non risulta alcun martirio patito da Giacomo il Minore: una vicenda sconosciuta da tutti i Padri cristiani sino all'avvento di Eusebio di Cesarea. Poiché il particolare sfuggì agli scribi, spieghiamo perché Girolamo non riferì il supplizio di Giacomo descritto da Eusebio.

Quest'ultimo optò per una spettacolare forma di morte dell'apostolo, diversa dalla lapidazione ebraica, decidendo (HEc. II 1,5) di farlo precipitare giù dal Tempio di Gerusalemme per poi finirlo a bastonate: una modalità ignorata volutamente da Girolamo perché il Padre della Chiesa si rese conto che, se fosse stata vera, molti altri testimoni cristiani l'avrebbero ricordata citando l'evento prima di Eusebio. Inoltre, sebbene antecedente di due secoli al suddetto "Codex Ambrosianus F 128" (che "canonizzò" Giacomo lapidato), questo brano spurio del "De viris illustribus" non poté divenire "fonte" di un successivo TF più credibile per il semplice motivo che fu Eusebio, nel IV secolo, a riportare il primo Testimonium Flavianum in "Historia Ecclesiastica": una estesa opera consistente nella documentazione omnicomprensiva e fondamentale della tradizione cristiana con i richiami storici di tutti gli eroici protagonisti rappresentati da Vescovi, Padri e màrtiri. Una "Historia Ecclesiastica" indispensabile a tutte le Chiese cristiane, sia dell'Oriente bizantino che dell'Occidente romano, quindi diffusa capillarmente in tutto il mondo dei credenti, perciò impossibile da eliminare sostituendola con un'altra.
Tali evidenze sono ben note agli esegeti del Vaticano i quali non si sono mai richiamati al brano citato proprio perchè consapevoli del fatto che le contraddizioni contenute ne avrebbero dimostrato la falsificazione; piuttosto hanno preferito adottare un altro TF - come il prossimo, che stiamo per indagare, ma epurato appositamente da sviste troppo evidenti - sul quale accentrare l'attenzione degli storici odierni. Tuttavia, ora lo verifichiamo, le contraddizioni derivanti dalla religione ebraica professata da Giuseppe Flavio non possono, né potranno mai, essere superate.
Infine, nella II parte di questa analisi, anche i più duri di comprendonio possono accertare che tutti i TF finiscono, inevitabilmente, col naufragare sullo scoglio dell'anacronismo storico ... proprio grazie ad Eusebio. Pertanto procediamo con le analisi.

A tutti gli anni sessanta del secolo scorso
, le enciclopedie del mondo intero evidenziavano l'ambiguità del TF e criticavano la sua attribuzione allo storico ebreo ingenerando, conseguentemente, una ricaduta negativa sulla credibilità della stessa Chiesa. Ma le cose presero una piega diversa quando, nel 1971, il professore Shlomo Pinés, filosofo dell'Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicò una nuova versione del TF ripresa da un'opera manoscritta in lingua araba, "Storia Universale", risalente al X secolo e redatta dal Vescovo arabo cristiano Agapio di Hierapolis (n.? - morto dopo il 942 d.C.). Ecco il testo:
 
"Similmente dice Giuseppe l'ebreo, poiché egli racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: «In questo tempo viveva un uomo saggio che si chiamava Gesù, e la sua condotta era irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e morire. E quelli che erano divenuti suoi discepoli non abbandonarono la propria lealtà per lui. Essi raccontarono che Egli era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione, e che Egli era vivo. Di conseguenza essi credevano che Egli fosse il Messia, di cui i Profeti avevano raccontato le meraviglie»".
 
Osserviamo che il "Testimonium Agapianum" è scritto in forma indiretta, anche per il fatto che Agapio (per scaricarsi responsabiltà), a sua volta, si richiama ad una "cronaca" dell'astrologo cristiano maronita "Teofilo di Edessa"*: attestazione mai vista da nessuno ma presa molto seriamente da Pinés e, come sottolineato da lui stesso:
"questa potrebbe essere una registrazione più accurata di quella scritta da Giuseppe in quanto manca di quelle parti che spesso sono state considerate interpolazioni di cristiani"
.
Pur avvalendosi del condizionale, Pinés dette per scontato che Giuseppe Flavio abbia effettivamente scritto il TF in un modo diverso e ammissibile da uno scrittore ebreo.

* Dell'astrologo Teofilo di Edessa (695-785) esistono alcuni "studi" riportati nel "Codex Vaticanus Gr. 212", ma i temi trattati riguardano l'influenza degli astri nelle vicende umane; nulla risulta di interesse storiografico e tantomeno su Giuseppe Flavio. Gli esegeti della Chiesa oggi affermano spudoratamente che: "l'opera di Teofilo di Edessa è andata perduta". Essi sono convinti che al di fuori del Vaticano esista un mondo di incapaci pronti a credere si sia persa "motu proprio" una concreta deposizione su Cristo riferita da un pinco pallino di nome "Teofilo" della "Città Santa" di Edessa, addirittura miracolata dallo stesso Gesù, secondo la fantasiosa "Storia Sacra" dei Cristiani.  
 
Sopraffatto dall'euforia che questa "testimonianza scoop" - avvalorata dal fatto di essere lui stesso ebreo - gli sarebbe valsa la gloria e l'eterna gratitudine del popolo cristiano (ad iniziare dalle gerarchie delle rispettive sette), Pinés non si curò di approfondire gli studi concernenti la mancata conoscenza del TF da parte degli stessi Padri della Chiesa; nemmeno lo sfiorò l'idea che il Vescovo Agapio avesse avuto tutto l'interesse, in quanto cristiano, di correggere la ostentata dichiarazione dottrinale accreditata, dal suo predecessore Eusebio, allo storico Giuseppe.
Così come ignorò la "testimonianza" attribuita, sempre a Giuseppe Flavio, dal beatificato Patriarca di Costantinopoli, Fozio I il Grande (820-893, quindi redatta poco prima di quella di Agapio), il quale santo, nella sua imponente opera "Biblioteca" (Myriobiblion, "mille libri"), nell'epìtome dedicata allo storico ebreo, avvalora Giuseppe di una eccellente, quanto falsa, "prova diretta" (un pio sogno) concernente la "Natività" di Gesù: "Al tempo che Erode regnava nacque Cristo dalla Vergine per salvare l'uman genere...". Tuttavia, e questo è il riscontro definitivo, senza aggiungere nulla sul TF che riferisce i miracoli con la resurrezione di Gesù, fornendo quindi una ulteriore dimostrazione che questa "testimonianza" fu aggiunta dagli amanuensi nei codici da loro trascritti in "Antichità Giudaiche" oltre due secoli dopo la morte di Fozio, come abbiamo già constatato sopra tramite l'elenco e la datazione dei manoscritti, ad iniziare dal "Codex Ambrosianus F 128" redatto nell'XI secolo.   
 
Una risultanza che avvalora il giudizio di quei critici i quali, come noi, respingono in toto l'autenticità di tutti i TF, trattandosi di brani mai scritti da Giuseppe Flavio in "Antichità Giudaiche". Altrettanto vale per la frase appositamente aggiunta a un tal Gesù "detto Cristo" fratello di un certo Giacomo (il nome aramaico di Yeshùa era molto diffuso e corrispondeva a "Giosué"). In realtà, come accertato nel terzo studio, quel "Gesù" era figlio di Damneo, non di san Giuseppe o dello Spirito Santo, e la falsa introduzione "detto Cristo" fu riportata dagli amanuensi nei manoscritti stilati successivamente al "Codex Palatinus MS Gr 14", che ne era privo. Valutazioni che gli eminenti esegeti cristiani hanno sempre saputo ma continuano a tacere ai "beati poveri di spirito", oppure, se chiamati direttamente a rispondere, si dilungano in risposte tanto inconcludenti quanto assurde.
 
Allora, come prevedibile, gli alti prelati ecclesiastici approfittarono dell'occasione offerta loro dal filosofo ebreo Pinés per "riaprire" la questione del "Testimonium Flavianum" e riguadagnare credibilità alla Chiesa di Cristo, ben sapendo di contare sulla disponibilità di tutti i mezzi d'informazione di massa. Infatti basta leggere le conclusioni di "Wikipedia" e quelle della vaticana "Cathopedia" per accertarsi che sono le stesse e "montate" in base alla stessa logica che lascia, bontà loro, il beneficio della libera scelta, fra le tre posizioni riferite, volendo far apparire un avvenuto sondaggio che riportiamo testualmente:

- "La maggioranza degli studiosi lo accetta parzialmente, attribendo ad alcuni interpolatori cristiani alcune  
   affermazioni in esso contenute";   

- "Alcuni studiosi lo considerano completamente autentico";
- "Alcuni studiosi lo rigettano completamente".
 
Riconoscere che "alcuni interpolatori cristiani" hanno inserito informazioni rivelatesi errate, è un fatto che ci porta ad una constatazione elementare: gli scribi di Cristo furono i soli a creare ciò che volevano nei propri codici ... correzioni comprese.
Gli amanuensi - dopo aver attestato nel brano originale, con troppa superficialità, una dottrina coerente solo con la fede cristiana - quando successivamente si sono resi conto delle contraddizioni risultanti con la dottrina ebraica di Giuseppe Flavio, alcuni di loro, con iniziative autonome, hanno deciso di rettificarne gli errori.
Ad oggi la Chiesa Cattolica, seguendo la tesi dell'autorevole sacerdote biblista, il cattolico John Paul Meier (cfr "Un Ebreo marginale: ripensare il Gesù storico" - Doubleday 1991 - nel 3° capitolo sulle "Fonti" dedicato a Giuseppe Flavio), si sta orientando verso un accoglimento parziale ammettendo le interpolazioni spurie create dai propri amanuensi.
Considerato che noi, mai consultati da nessuno, apparteniamo alla categoria degli "studiosi che lo rigettano completamente", sentiamo il dovere di spiegarne le motivazioni (del tutto diverse da quelle di un Meier in linea con Pinés), pertanto approfondiamo ulteriormente le analisi per mettere in luce altri dati che ci consentiranno di rafforzare quanto già dimostrato sul TF col semplice raziocinio storico; notizie che, ripetiamo, sono ben conosciute dagli eminenti esegeti ecclesiastici, Meier compreso, sin dall'epoca del Vescovo Eusebio di Cesarea.
 
 

Parte II

 
 
Eusebio di Cesarea e l'anacronismo del TF

In "Historia Ecclesiastica" di Eusebio leggiamo:
 
“E’ dunque dimostrata la falsità degli Atti contro il nostro Salvatore, pubblicati recentemente, essi, infatti, pongono sotto il quarto consolato di Tiberio, che coincide col suo settimo anno di regno (21 d.C.), le sofferenze che gli Ebrei osarono infliggere al nostro Salvatore: ma in quel tempo Pilato non governava ancora la Giudea (HEc. I 9,3/4).
 
Da quanto appena letto, Eusebio ci informa della pubblicazione, a lui contemporanea, di una versione di “Atti di Gesù” (fatta poi sparire, ovviamente) diversa da quella giunta sino a noi, nella quale si fa cadere il supplizio di Gesù” il 21 d.C. (quarto consolato di Tiberio), cioè sotto Valerio Grato, predecessore di Pilato. Questo particolare dimostra i rimaneggiamenti fatti dai redattori evangelici per depistare la ricerca su chi crocifisse veramente “Gesù”... e la datazione di un evento palesemente immaginario: secondo quegli “Atti” sarebbe stato il Prefetto Valerio Grato asacrificareGesù. Ma Eusebio aggiunge altri particolari nella medesima "Historia Ecclesiastica" (HEc. I 10,1/6):

"1. Secondo l'evangelista (Luca), durante il quindicesimo anno del regno di Cesare Tiberio (29 d.C.) e il quarto del governo di Ponzio Pilato, mentre erano Tetrarchi del resto della Giudea, Erode, Lisania e Filippo, il nostro Salvatore e Signore Gesù, all'età di circa trent'anni, venne da Giovanni (Battista) per ricevere il battesimo e cominciò allora la predicazione del Vangelo.
2. La Sacra Scrittura dice che tutto il Suo insegnamento lo svolse nel periodo di tempo compreso sotto il pontificato di Anna e di Caifa, e questo significa che tutto il tempo della sua predicazione coincide con gli anni in cui questi tennero la loro carica. Cominciò dunque sotto il pontificato di Anna e durò fino a quello di Caifa: complessivamente non sono un intero quadriennio. 3. Erano state abolite le regole secondo le quali il servizio divino era a vita e trasmesso per successione ereditaria dagli avi; i governatori romani lo assegnavano ora all'uno ora all'altro e chi lo riceveva non poteva mantenerlo per più di un anno.
4. Giuseppe, nel medesimo libro delle Antichità
(XVIII 34-35), enumera in ordine successivo i quattro Sommi Sacerdoti da Anna fino a Caifa, dicendo: «Valerio Grato tolse la carica sacerdotale ad Anna, figlio di (bar) Seth, e proclamò Sommo Sacerdote Ismaele, figlio di (bar) Fabi, ma non molto tempo dopo destituì anche lui e nominò Sommo Sacerdote Eleazaro, figlio del (bar) Sommo Sacerdote Anna. 5. Trascorso un anno anche costui fu esautorato e la carica fu affidata a Simone, figlio di (bar) Kamith ed anche lui non la tenne per più d'un anno; fu suo successore Giuseppe, chiamato anche Caifa*». 6. Dunque l'intera durata dell'insegnamento del nostro Salvatore, come appare evidente, non comprende quattro anni completi, e ci furono in questo periodo quattro Sommi Sacerdoti, da Anna fino a Caifa, uno per anno. E il Vangelo indicando Caifa come Sommo Sacerdote durante l'anno in cui si compì la passione di Cristo è nel vero. Da quanto ci dice e dall'osservazione precedente si può così stabilire la durata dell'insegnamento di Cristo".
 

*
Il richiamo alle "Antichità" di Giuseppe Flavio (Ant. XVIII 34-35), fatto da Eusebio in merito alla specifica sequenza dei quattro Sommi Sacerdoti antecessori di Caifa, colloca questo episodio nel 18 d.C., l'anno in cui il Prefetto Valerio Grato nominò Caifa. Va notata inoltre la mancanza "figlio di" (bar) che impedisce il riconoscimento della famiglia del Sommo Sacerdote
"Giuseppe chiamato anche Caifa". Non è una dimenticanza dello storico ebreo ma una apposita censura, fatta dai copisti cristiani, che richiede una analisi specifica (nel XV studio identifichiamo chi fu in realtà "Caifa") per scoprirne le motivazioni, ben sapendo che, come abbiamo visto con l'episodio di "Giacomo il Minore", quando gli amanuensi eliminano il patronimico in una testimonianza giudaica lo fanno per salvaguardare le "verità" della propria fede ... e Caifa, lo sappiamo bene, fu l'accusatore di Gesù.

"Lo condussero (Gesù) prima da Anna, suocero di Caifa, che era Sommo Sacerdote in quell'anno" (Gv 18,13).

Di quale anno stiamo parlando? Sappiamo tutti che Gesù fu crocefisso nel 30/33 d.C., viceversa la cronotassi di Eusebio - attinente ai nomi dei Sommi Sacerdoti del Tempio insigniti da Governatori romani "per non più di un anno" - non corrisponde alla datazione dei vangeli attuali, dal momento che il Vescovo si richiama alla storia, riferita in "Antichità" da Giuseppe Flavio, che cita tali Pontefici investiti dal Prefetto Valerio Grato fra il 15 e il 18 d.C. Allora proviamo a capire meglio


Come sopra verificato tramite le datazioni dei codici, i calligrafi cristiani interpolarono nei manoscritti (dopo il "Codex Palatinus MS 14" del X secolo, che non lo riportava), dall'XI secolo in poi, l'intero brano del "Testimonium Flavianum" in "Antichità Giudaiche" (XVIII 63/4) nel quale viene riferita la "testimonianza", falsamente accreditata allo storico Giuseppe Flavio, con la condanna di Gesù alla croce da parte di Pilato. In realtà, tutt'oggi, chiunque può consultare il testo e, presa visione che il TF inizia con la frase "Allo stesso tempo...", può accertarsi che l'evento è collocato (incollato) prima del 19 d.C., data che non ricade sotto il governo di Ponzio Pilato ma sotto la prefettura di Valerio Grato, e sotto il sommo pontificato di Caifa.
Ci siamo riferiti al 19 d.C. perché, come tutti gli storici del Cristianesimo sanno bene, è
l'anno in cui l'Imperatore Tiberio espulse i Giudei da Roma inviandoli in Sardegna: una vicenda che leggiamo trascritta in "Antichità Giudaiche" di Giuseppe Flavio dopo la crocefissione di Cristo avvenuta nel 30/33 d.C. (secondo la Chiesa). Lo storico ebreo spiega che la cacciata dei suoi connazionali avvenne come ritorsione per una truffa commessa da quattro di loro ai danni di una matrona romana. Quindi il TF è stato inserito dagli amanuensi nel testo di "Antichità" addirittura prima degli eventi accaduti nel 19 d.C. e, fatto non casuale, in coerenza, sia con il suddetto "Atti di Gesù" (in uso all'epoca di Eusebio), sia con il "Credo" del Concilio di Nicea, del 325 d.C. 
Ricordiamo che l'assemblea nicena non chiamava in causa Ponzio Pilato come il "sacrificatore" di Gesù (e lo stesso Eusebio morì nel 340 d.C.), diversamente dal "Credo" del Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. (convocato da Teodosio I e presieduto dal Vescovo Gregorio Nazianzieno) il quale infatti recitava:


"Gesù Cristo, incarnato nel seno della Vergine Maria, si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato..."
.

In base ai dati ripresi dalle fonti citate, non è per caso, tantomeno per un errore di Giusepppe Flavio (come vorrebbero farci credere le eminenze grigie del Clero), che il "Testimonium Flavianum", che riporta la morte di Cristo, sia stato inserito dai copisti cristiani facendolo risalire molto tempo prima che Pilato governasse la Giudea. Consapevolmente gli scribi lo collocarono sotto il Prefetto Valerio Grato quando "Giuseppe, detto anche Caifa" era Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme. Fu semplicemente rispettata la dottrina dell'epoca come riportato negli "Atti di Gesù" e richiamati da Eusebio, con una vincolante modifica alla datazione che riguardava la morte del Salvatore collocata nel 21 d.C. "quarto consolato di Tiberio". Tale cambiamento fu causato dalla imposizione, citata sopra da Eusebio, che "i governatori romani assegnavano il Sommo Sacerdozio ora all'uno ora all'altro e chi lo riceveva non poteva mantenerlo per più di un anno". Dal momento che tutti i vangeli indicavano Caifa come il Sommo Sacerdote del Tempio che accusò Gesù, e questi poté mantenere la carica (a lui conferita da Grato nel 18 d.C.) solo un anno, ecco spiegato il motivo per cui ancora oggi leggiamo un TF che riferisce la morte di Gesù avvenuta prima degli avvenimenti storici del 19 d.C., quindi l'epoca della prefettura di Valerio Grato. La differenza di due anni, rispetto alla datazione del 21 d.C., richiamata precedentemente da Eusebio con il "quarto consolato di Tiberio", è stata anticipata volutamente dagli amanuensi del "Codex Ambrosianus F 128" perché sapevano che la durata della carica di Caifa, investito nel 18 d.C. da Valerio Grato, durò solo un anno, alla pari dei precedenti Sommi Sacerdoti.

Mentre questo gravissimo errore lo ritroviamo ancora oggi in "Antichità Giudaiche", viceversa non esiste più nei vangeli attuali. Infatti gli "Atti di Gesù" verranno corretti in seguito al "Concilio di Costantinopoli" del 381 d.C. (che chiamò in causa Pilato) e riportati sia nel Codex Vaticanus che nel Codex Sinaiticus, consentendoci di datare i due codici a un'epoca posteriore quel Concilio.
Una volta verificata la coincidenza fra la sequenza delle vicende descritte nei testi greci a noi pervenuti di "Antichità Giudaiche" (eventi perfettamente interconnessi con la storia di Roma), da una semplice analisi del "Testimonium Flavianum" chiunque capisce che è un falso perché, tutt'oggi, "Gesù" risulta crocefisso prima del 19 d.C., dunque prima dell'anno in cui lo storico Giuseppe
(Ant. XVIII 83) registra l'espulsione da Roma di tutti i Giudei da parte di Tiberio, confermata da Tacito (Annales 2,85) e Svetonio (Tiberius 36); ovviamente quando Caifa era Sommo Sacerdote del Tempio: esattamente il 18 d.C.


Di conseguenza, gli amanuensi di Cristo, interpolatori di "Antichità", incapparono in una seconda, grave, "cantonata cronologica", al punto di contraddire gli stessi vangeli: la crocefissione di "Gesù" risulta eseguita molti anni prima dell'uccisione di Giovanni Battista; mentre gli evangelisti attestano che questi viene ucciso tre anni prima del Salvatore. Per la storia, viceversa, la morte del Battista fu ordinata da Erode Antipa oltre 15 anni dopo la "resurrezione di Gesù" riferita nel "Testimonium Flavianum", cioé tra la fine del 35 e l'inizio del 36 d.C., poco tempo prima che Antipa venisse sconfitto in guerra dal suo ex suocero, Areta IV, Re degli arabi Nabatei, nell'estate del 36 d.C. (Ant. XVIII 116/9). Da notare che in questo passaggio Giuseppe Flavio riferisce: "il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell'esercito di Erode fu una vendetta di Giovanni (Battista), nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode". Quindi sia Dio che il popolo giudaico, nel 36 d.C., non sanno dell"Avvento" di un Messia divino, autore di prodigi straordinari e osannato dalle folle come "Re dei Giudei" in Gerusalemme, incriminato dal Sinedrio e giustiziato da Pilato: niente di quanto magnificato nei vangeli "rivelati da Dio" e nell'illusorio TF viene confermato dalla storia.


Ma, dal momento che il "Testimonium Flavianum" (con la morte e risurrezione di Gesù Cristo) è un falso creato da Eusebio nella sua "Historia Hecclesiastica", lo stesso vale anche per i TF trascritti posteriormente, da altri scribi cristiani, appositamente per correggere il contenuto dottrinale, marcatamente errato, ostentato nel primo TF.
Intenzionalmente gli amanuensi hanno fatto apparire che fu Giuseppe Flavio
a scrivere il TF in "Antichità Giudaiche", pertanto ognuno di questi brani - "corretto" in epoche posteriori al IV secolo in nove TF "apocrifi" ripescati fra le pieghe della letteratura cristiana, ad iniziare da san Girolamo - va collocato esattamente al medesimo posto in "Antichità Giudaiche" e riscontreremo sempre l'assurdità che Gesù fu "sacrificato" da Ponzio Pilato quando il Prefetto di Giudea era Valerio Grato. Ecco spiegato il motivo per cui tutti i TF "aggiustati" sono brani singoli, avulsi dal testo di "Antichità", ma inseriti in "cronache" estemporanee al di fuori del preciso contesto storico; passi che dimostrano la forzatura della intromissione spuria, in un testo estraneo, per fini esclusivamente dottrinali.
Questo aspetto concernente l'errore cronologico del TF, coerente con un "Atti di Gesù" ormai desueto, viene sistematicamente ignorato dagli esegeti cristiani, ad iniziare dal maggior esegeta cattolico, John P. Meier, e dalla critica in generale ... sicuramente quella riferita dai mezzi di comunicazione di massa, fedeli epigoni del millenario potere delle Chiese di Cristo. Così conclude Wikipedia:

"Purtroppo, come devono ammettere gli stessi studiosi:
«[…] la critica testuale non è in grado di risolvere la questione. […] Per esprimere un giudizio sull'autenticità del brano, non ci resta che esaminarne il contesto, lo stile e il contenuto»".
 
Poiché lo stile e il contenuto sono gli stessi da molti secoli e non sono serviti affatto agli esegeti, tranne formulare giudizi ipotetici soggettivi, manca l'unica analisi del TF che noi abbiamo appena esaminato: il contesto storico basato su dati precisi ... ma i suddetti "studiosi" quanti secoli intendono aspettare per concludere? Quindi procediamo con gli studi.

Come si spiega che l'anacronismo del "Testimonium Flavianum" - peraltro risultante solo in "Antichità Giudaiche" e "dimenticato" da Giuseppe Flavio in "La Guerra Giudaica" - abbia potuto superare indenne la secolare verifica critica degli amanuensi fino ad entrare in maniera univoca nell'apparato critico dei manoscritti sottoposti alla traduzione curata da Benedikt Niese?
Tenuto conto degli innumerevoli abbagli storici presi dagli scribi di Dio, evidenziati negli studi già pubblicati, non dobbiamo meravigliarci del fatto che la dottrina abbia sempre prevalso in loro rispetto agli eventi reali, pertanto alcune vicende, da essi inventate e fatte passare per vere, non furono mai sottoposte dagli scrivani a letture comparate al fine di salvaguardarsi preventivamente da possibili contraddizioni. Va sottolineato, inoltre, che qualsiasi curatore della traduzione di "Antichità Giudaiche" nelle lingue odierne, a partire dal Niese in poi, è stato, e sarà anche in seguito, obbligato a scegliere tra le stesse "famiglie" di manoscritti già selezionati dalle autorità ecclesiastiche e, inevitabilmente, riporterà l'errore cronologico della morte di Cristo riferita nel TF accreditato allo storico ebreo.

Una dottrina che si evidenzia in maniera addirittura ingenua laddove nel TF del XVIII Libro di "Antichità" gli amanuensi riportarono in modo inequivocabile "Egli era il Cristo", mentre nel XX Libro, in riferimento a Giacomo apostolo scrissero un generico "fratello di Gesù detto Cristo". La diversa modalità delle due espressioni fu imposta loro dalla consapevolezza che il secondo evento si svolgeva all'interno del Sinedrio giudaico: un tribunale i cui Anziani, Dottori della Legge, Scribi e Sommi Sacerdoti non avrebbero mai accettato di accusare il fratello di un Messia giudeo. Quindi i calligrafi di Dio non trovarono niente di meglio che aggiugere "detto", quasi si trattasse di un soprannome, convinti, nella loro ignoranza di cultura giudaica, che questo bastasse a stornare l'interesse di un Sinedrio verso la propria divinità salvatrice: un Re condottiero, prescelto da Yahweh, che quel popolo aspettava come il Salvatore (Yeshùa) per liberare la Terra Promessa dal giogo romano. In definitiva "detto Cristo", inteso come soprannome, messo in bocca ad un ebreo sinedrista, si dimostra un ridicolo espediente, sufficiente, tutt'al più, a convincere ingenui ignoranti, ma offensivo, per la sua ipocrisia, nei confronti di coloro che seguono questi studi.

Il semplice pronunciamento della parola "Messia" all'interno del Sinedrio avrebbe imposto ai suoi membri di aprire un processo per stabilire se si trattava dell'atteso "Salvatore" giudaico oppure dello scemo del villaggio. Ed è proprio la mancata cronaca di Giuseppe, concernente il "processo a Gesù Cristo", che ne rende impossibile l'avvenimento reale. Infatti, dal momento che lo scriba ebreo ha sentito il dovere di riferire nei minimi particolari il "processo a Giacomo fratello di Gesù detto Cristo", per lo stesso preciso dovere lo storico avrebbe avuto un'enormità di motivi a rendere pubblica la cronaca di un Re Messia giudeo fatto condannare dal Sinedrio di Gerusalemme, con relativa via crucis, poco prima che in quella città nascesse lui, Giuseppe, il futuro storico sinedrista. A maggior ragione perché (secondo i vangeli) furono i Giudei ad osannare Gesù come loro Re al momento del suo ingresso trionfale nella "Città Santa" ... salvo poi "ripudiarlo" a furor di popolo e finendo addirittura con chiederne l'esecuzione a Ponzio Pilato. 
   
Per contro, nel TF del XVIII Libro di "Antichità Giudaiche" (alla pari del TF riferito nella "Historia Ecclesiastica" di Eusebio), gli interpolatori cristiani, indossati necessariamente i panni di Giuseppe Flavio, furono obbligati a fargli dire che "Cristo fu accusato dai principali nostri uomini", evitando all'ebreo di nominare il "Sinedrio", come invece risulta in tutti i vangeli. Gli scribi sapevano bene che, se fosse stato vero, lo storico avrebbe dovuto riferire quell'Atto del Sinedrio con la relativa condanna del Messia ebraico: un fatto talmente eclatante da non poter essere passato sotto silenzio; viceversa, lo sappiamo tutti, in "Antichità" non troviamo l'Atto del Sinedrio con la condanna di Gesù. Tanto più che gli amanuensi imposero allo storico ebreo nel TF il pronunciamento che "i Profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui (risurrezione e miracoli)". Altra assurdità, sempre basata sull'ignoranza della "tradizione degli antichi padri": usanze che Giuseppe trascrisse in "Antichità", profezie comprese, senza che gli risultasse tale predizione contenuta nel TF. Un particolare, quest'ultimo sui "Profeti", lo ritroviamo anche nel "Testimonium Agapianum" in arabo, a dimostrazione della stessa dottrina che accomunava il Vescovo Agapio con il suo potente predecessore Eusebio di Cesarea ideatore del primo TF e, al contempo, denuncia la incomprensione delle opere dello storico ebreo da parte di Eusebio, nonché delle tradizioni giudaiche, al punto di indurre in errore anche Agapio in quanto sua fonte.

Ma la inadempienza più grave, commessa volutamente da Eusebio come da tutti i successivi interpolatori del falso TF, riguarda la mancata citazione di "Cristo, Re dei Giudei".
L’Atto di Accusa di interesse primario nel diritto romano, il "crimen perduellionis" (basta consultare un vocabolario di latino), consisteva nel sovvertimento del potere prefettizio del Legato imperiale incaricato dal Cesare e conseguente Colpo di Stato, attuato da Gesù: un suddito dell’Impero, proclamato "Re dei Giudei" dagli abitanti di Gerusalemme in contrasto alle disposizioni dell’Imperatore.

“La gran folla che era venuta per la festa, udito che Gesù era a Gerusalemme, prese dei rami di palme e andò verso di lui gridando: Osanna, benedetto colui che viene nel nome del Signore, il Re dIsraele (Gv 12,12).
"Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero (Gesù) da Pilato e lo accusarono: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo (Messia) Re» (Lc 23,1).
Pilato gli disse: «Dunque tu sei Re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono Re
(Gv 18,37).
Pilato disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa» (Gv 19,4).
"Se (Pilato) liberi costui (Gesù) non sei amico di Cesare! Chiunque si fa Re si mette contro Cesare" (Gv 19,12).

Questa "cronaca" evangelica è talmente falsa che ha costretto tutti gli amanuensi ad ignorarla in qualsiasi formulazione del "Testimonium Flavianum". Gli ipocriti scribi di Dio, come le attuali eminenze grigie di tutte le sette cristiane, hanno sempre saputo che se avessero fatto "testimoniare" a Giuseppe Flavio la crocifissione di un "Messia, Re dei Giudei", da parte del Prefetto Ponzio Pilato, obbligatoriamente avrebbero dovuto riportare l'intero processo a Gesù (così come riferito nei vangeli) sia in "Antichità Giudaiche" che in "La Guerra Giudaica", laddove lo storico riferisce in entrambe le opere le gesta di Ponzio Pilato. L'assoluzione di Pilato in favore di un sedicente "Re dei Giudei", così come narrata nei vangeli, sarebbe stato un evento impossibile per la Legge di Roma che lo giudicava "alto tradimento" contro i poteri costituiti dello Stato imperiale: ergo, l'assoluzione di Pilato è semplicemente assurda e non avrebbe mai potuto essere decretata. In realtà gli scribi cristiani hanno inventato un falso processo per far ricadere sui Giudei la colpa della crocifissione del loro Messia al fine di non farlo apparire un Re ribelle (zelota) che si oppose al dominio romano. A tal fine gli scribi evangelisti fecero dichiarare al popolo giudaico la sua autodannazione eterna:

"Pilato disse loro: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?” Tutti gli risposero: Sia crocifisso!” Ed egli aggiunse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora urlarono: “Sia crocifisso!” Pilato, presa dell’acqua si lavò le mani davanti alla folla: “Non sono responsabile di questo sangue, vedetevela voi”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli!” (Mt 27, 22/25).

Con questo brano demenziale della eterna auto dannazione giudaica lo scriba cristiano sottoscrive la falsità del “processo a Gesù”, ideato al solo fine escatologico della dottrina: sacrificio, sangue, morte e resurrezione per la salvezza dell’umanità.
       
Con buona pace dell'ormai defunto professore Shlomo Pinés e delle onnipresenti eminenze grigie di tutte le "tribù" cristiane e dei loro capi; questi ultimi, calcolatori interessati a non perdere la faccia spesa a difendere una ridicola deposizione del TF, al punto di riscriverlo essi stessi ex novo, ancora oggi, sulla scia del precursore John Paul Meier, un fatto che non ci stupisce dal momento che "lupus mutat pilum, non mentem" ... Più esplicito il motto italiano: "il lupo perde il pelo ma non il vizio". 

  
I dati riportati, analizzati con il semplice razionalismo storico, valgono per tutti i TF "corretti" dagli scribi successivi ad Eusebio. Studi che da soli bastano a chiudere definitivamente la questione del "Testimonium Flavianum", ormai in coma irreversibile pur se tenuto in vita grazie a un "accanimento terapeutico" dei mass media cristianodipendenti impegnati a nascondere il definitivo "De profundis" già salmodiato dalla storia.



Parte III



E' doveroso ricordare ai lettori che i più antichi manoscritti del Nuovo Testamento, quelli che utilizzarono i Clerici per indottrinare la intera cristianità, gli stessi di oggi, risalgono alla fine del IV secolo (datazione paleografica di massima): il "Codex Sinaiticus 01" e, in prima stesura, il "Codex Vaticanus Graece 1209". Questi due codici vennero redatti qualche anno prima della Vulgata latina di san Girolamo quando il Cattolicesimo fu imposto dall'imperatore Teodosio come religione unica di un Impero Romano prossimo alla disgregazione finale.
In precedenza, il Cristianesimo primitivo era costituito da molte sette divise fra loro per il modo con cui i rispettivi Vescovi - ognuno dei quali si dichiarava depositario della autentica "rivelazione divina" - rappresentavano il "Salvatore Universale" ebreo, Figlio di Dio, garante della resurrezione del fedele dopo la morte, ottenuta in cambio della sua redenzione. La "gnosi di Dio" dei molti predicatori Cristiani differiva soprattutto nella consustanzialità (stessa sostanza e natura) di Cristo con Dio Padre, sancita nel Concilio di Nicea del 325 d.C. in opposizione ai Cristiani Ariani che non la riconoscevano. Il dogma teologico niceno dette la stura a feroci dispute fra Cristiani, ciononostante, in seguito la dottrina verrà ancor più ampliata sino a comprendere la Santissima Trinità. Il nuovo Credo venne ufficializzato nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. dopo che …

380 d.C. Editto di Tessalonica:

"Imperatores Gratianus, Valentinianus et Theodosius Augusti.
Vogliamo che tutte le nazioni che sono sotto nostro dominio, grazie alla nostra carità, rimangano fedeli a questa religione che è stata trasmessa da Dio a Pietro Apostolo … cioè dobbiamo credere, conformemente con l'insegnamento apostolico e del Vangelo, nell’unità della natura divina di Padre, Figlio e Spirito Santo, che sono uguali nella maestà e nella Santa Trinità. Ordiniamo che il nome di Cristiani Cattolici avranno coloro i quali non violino le affermazioni di questa legge. Gli altri
(Cristiani) li consideriamo come persone senza intelletto e ordiniamo di condannarli alla pena dell’infamia come eretici, e alle loro riunioni non attribuiremo il nome di Chiesa; costoro devono essere condannati dalla vendetta divina prima, e poi dalle nostre pene, alle quali siamo stati autorizzati dal Giudice Celeste". Decretato in Tessalonica, nel terzo giorno delle calende di marzo, nel quinto consolato di Graziano Augusto e nel primo di Teodosio Augusto
.

Questo decreto-dogma fu stilato dalla cancelleria costantinopolitana di Teodosio I e da lui emanato con il sigillo imperiale, valido in tutte le Province del neonato Impero Cattolico Romano sotto il papato del Pontefice Massino, Damaso I (santificato); sarà poi inserito anche nel Codice di Teodosio II e rimarrà in vigore per sempre. Tutt'oggi i Cristiani lo richiamano quotidianamente con l'ancestrale "segno della croce", senza riflettere che in esso non si esplicita la quarta divinità cattolica allora sconosciuta: la "Madre di Dio". Fino al 380 d.C. i Vescovi e gli Imperatori non avevano ancora inventato la Mater Magna "Madonna".
Il Clero Cattolico imperiale, nel successivo 431 d.C., finalmente, decretò solennemente che in futuro l'umanità dovrà adorare la "Θεοτόκος" (Theotòkos): la nuova Grande, Universale, Dea Supervergine. 
La necessità di trascrivere nuovamente i vangeli derivò dall'obbligo di adeguarli alla dottrina cattolica, vincente sulle altre cristiane dichiarate eretiche dopo numerosi Concili tenuti nel corso del IV secolo. La nuova (allora) Bibbia greca e latina
costituì la fonte che, dalla fine del IV, inizi V secolo, permise agli amanuensi di trascrivere nei Conventi i molti vangeli per essere diffusi dai Clerici, inizialmente nelle Province e, successivamente, fino a raggiungere i più remoti territori allora conosciuti. Fu una propagazione capillare, organizzata dall'Impero e avviata dai Clerici un decennio prima del Concilio di Efeso del 431 d.C. Ma i numerosi codici in loro possesso contenevano le "Lettere
di Paolo" nelle quali era descritta la dottrina, vigente in precedenza, non quella evolutasi successivamente. Il Credo iniziale non contemplava l'esistenza della Supervergine "Madre di Dio", ecco spiegato il motivo per cui il super apostolo dei Gentili, Paolo, non sapeva dell'Annunciazione, né dell'esistenza della "città di Nazaret", né di san Giuseppe.
Gli scribi delle lettere di "Paolo di Tarso" non potevano conoscere la delibera di Efeso del 431 d.C. perché redassero le epistole prima di quella data, e addirittura prima del "Concilio di Costantinopoli" del 381 d.C., vale a dire prima della stesura dei nuovi vangeli con le rispettive "Natività" di Luca e Matteo. Infatti, basta leggere la completa documentazione delle "Lettere" da cui risulta, tutt'oggi, che san Paolo non conosce la "Madre di Dio" e "Nazaret".
Va precisato che, all'epoca di Eusebio, furono stilati i primi vangeli canonici e in essi vennero introdotte le dovute modifiche: 

"Individuare le divine Scritture autentiche da quelle eretiche, assurde ed empie, composte da ciarlatani, strumento dell'attività diabolica" (HEc. III 26,1).

A conferma di quanto riferito dallo stesso Eusebio, rispetto ai numerosi vangeli "apocrifi", "gnostici" e "pseudo" - a noi pervenuti con datazioni paleografiche antecedenti - i Codici Vaticanus e Sinaiticus, diversamente da tutti gli altri, sono gli unici che riportano nominativi di personaggi famosi, veramente esistiti, sia nel mondo romano che in quello giudaico. Nondimeno questi due codici non furono i primi "canonici" e lo si evince dal fatto che, oltre le 'Lettere di Paolo' divergenti dalla dottrina successiva, il numero con i nominativi degli apostoli, riferiti da Eusebio nella sua "Historia Ecclesiastica", non corrispondono a quelli degli attuali vangeli. Infatti, nel I studio abbiamo già constatato la sovrapposizione degli apostoli "Giuda" e "Tommaso", che il vescovo identifica in uno solo, cancellando in concreto uno dei "dodici" (HEc. I 13,11):

"«Dopo l'ascensione di Gesù, Giuda, detto anche Tomaso, mandò ad Abgar l'Apostolo Thaddaeus»",

mentre, per quanto concerne la fine di uno dei due apostoli di nome Giacomo (in questo caso Giacomo detto "il Giusto o il Minore"), Eusebio fornisce una "testimonianza" del tutto sconosciuta dai compilatori dei vangeli attuali:

“In realtà vi furono due Apostoli di nome Giacomo: uno il Giusto, fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e bastonato a morte da un follatore; l’altro fu decapitato” (HEc. II 1,5).

Viceversa la Chiesa Cattolica, come tutte le altre sette cristiane, dichiarano che "Giacomo il Minore" venne lapidato il 62 d.C. (verifica leggendo il III studio su "Giacomo il Minore").

Sempre Eusebio di Cesarea (morto nel 340 d.C.), nella sua "Historia Ecclesiastica", scritta entro il 325 d.C., pur riferendo le gesta dei dodici Apostoli, non conosce "Natanaele". Ciò significa che questo apostolo è stato inserito nel vangelo di Giovanni dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C. 

Chiunque, ad iniziare dai credenti, deve ammettere che l'attestazione divergente sulle persone degli apostoli e le loro gesta, oltre a far perdere credibilità verso le "sacre scritture" (fatto ineluttabile con la dirompente storia), porta a concludere che Eusebio possedesse un altro codice biblico contenente documenti neotestamentari parzialmente diversi da quelli attuali; un dato di fatto che trova riscontro con i diversi "Atti di Gesù", richiamati dallo storico Vescovo, in cui risulta che Cristo venne crocefisso sotto Valerio Grato, il Prefetto antecedente a Ponzio Pilato.
La necessità di rivedere il "Codice Eusebiano" si spiega con i numerosi e cruenti Concili che si sono tenuti nel corso del IV secolo, successivi a quello di Nicea, finalizzati a definire la "sostanza" del Salvatore universale: un concetto di "divinità" che si completerà in epoca successiva a quella di Eusebio fino a comprendere la unigenita "immacolata concezione" della Madre di Dio.
Stando al vangelo letto da Eusebio, il vescovo affermò nella sua "Historia Ecclesiastica" (III 20):

"Giuda, detto fratello del Signore secondo la carne ... ".

Questa dichiarazione viene sempre confermata da san Girolamo nel 392 d.C. in "De viris illustribus" cap. IV dedicato all'apostolo "Giuda, fratello di Giacomo..." aggiunta a "Giacomo, soprannominato il Giusto, detto fratello del Signore secondo la carne" (ibid cap II). Entrambe le citazioni dimostrano che meno di un secolo dopo la morte di Eusebio i Cristiani operarono una successiva evoluzione teologica della “SS. Beata Maria”, Madre di Dio - super vergine, prima, durante e dopo il parto - come decretato definitivamente nel Concilio di Efeso del 431 d.C. Al fine di giustificare teologicamente il decreto episcopale, prima di tale evento, lo scriba cristiano che si spacciò per l'evangelista Luca, con quattro secoli di ritardo dalla presunta nascita ecclesiastica di "san Luca", rivide il vangelo inserendovi la "Natività" e il neonato dogma della "Theotókos" (Θεοτόκος) "Madre di Dio" (Lc 1,43), in modo che la "volontà dell'Altissimo" venisse riconosciuta a Efeso. Fu così che ebbe inizio il culto mariano della nuova divinità, sebbene non accettato da tutti i cristiani.
Evidenziamo che nel canone neotestamentario è compresa la "Lettera agli Efesini" scritta da Paolo di Tarso. In essa il super apostolo si rivolge "ai Santi che sono presenti ad Efeso credenti in Gesù Cristo ..." e ricorda loro "il Ministero a lui affidato da Cristo" ma non può sapere che ad Efeso vi dimorava san Giovanni apostolo e la SS. extra Vergine, Madre di Dio, per il semplice fatto che "Efeso" non era ancora stata prescelta dai Vescovi cattolici. Giovanni, prima di Paolo, fu investito dello stesso Ministero dal Redentore sulla croce con il preciso obbligo di prendersi cura di Sua Madre senza specificare dove; fu appunto il Concilio ecumenico tenutosi nel 431 d.C., appositamente ad Efeso, a definire le scarne informazioni evangeliche e patristiche decretando che "Giovanni prese con sé Maria e venne a Efeso".

In contrasto alla decisione sinodale, la lettera di san Paolo disconosce la venuta ad Efeso della beatissima Vergine e di san Giovanni perchè gli amanuensi la scrissero prima che Maria venisse dichiarata dai Vescovi "Madre di Dio": un dettaglio fondamentale che dimostra l'invenzione della Θεοτόκος (colei che genera Dio) nella "Natività" di Luca, scritta dagli amanuensi dopo la lettera di Paolo "Agli Efesini". Inoltre, poiché in nessuna delle lettere paoline si fa menzione della "Madre di Dio" e di "Nazaret", ciò dimostra che gli scribi cristiani (quando compilarono le lettere a nome di un inesistente san Paolo) non erano a conoscenza della futura evoluzione della dottrina "dettata" dai Vescovi quando optarono per il culto mariano, opportunamente mutuato dalla Dea Isis egiziana, dalla Dea Cibele e dalla Dea Artemide, chiamata "Mater Magna" dai Romani, quindi adattato al nuovo Credo. In particolare il culto popolare di Artemide era rappresentato ad Efeso da un imponente Tempio (l'Artemision) dedicato alla Dea, e in tal modo fu soppresso definitivamente
Altra conferma della variazione nella dottrina cristiana precedente, voluta dagli Imperatori cattolici e sancita nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., la ritroviamo nella "Lettera ai Romani" di Paolo. Scorrendo l'epistola, risulta che Paolo di Tarso saluta le trenta personalità più note della Chiesa di Roma ma non cita il nome del "collega" san Pietro, che ne era il capo. Gli scribi di Dio redassero le "Lettere di Paolo", a suo nome, prima di sapere che la religione cattolica
venisse "trasmessa da Dio a Pietro apostolo" ed imposta in tutto l'Impero Romano con l'Editto di Tessalonica del 380 d.C. Un semplice stratagemma, quest'ultimo, voluto dal Pontefice Massimo, Papa Damaso I, per dimostrare che la sua discendenza nella più importante carica di Vescovo di Roma fu dettata dal Salvatore, quindi, al fine di accrescere il suo potere vincolante al di sopra di qualsiasi legge umana, in quanto dettato da dio, fece modificare il vangelo così:

"E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18).

Ma il cesaropapista Damaso, ignorando le testimonianze delle lettere di Paolo, commise un gravissimo errore perché nella "Lettera ai Romani" a Paolo non risulta l'ordinamento evangelico del "Primato di Pietro", superiore a tutti gli altri apostoli, che gli avrebbe imposto di salutare i Cristiani di Roma, rivolgendosi, innanzitutto, al loro Capo, san Pietro, in qualità di Primo Papa e Vescovo di Roma. La prova che il "Primato di Pietro", appena citato, è una variante evangelica creata dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., ci viene dagli scritti di Eusebio di Cesarea (morto nel 340 d.C.) il quale nella sua "Storia Ecclesiastica", pur descrivendo dettagliatamente la vita degli apostoli, non conosce il "Primato di Pietro". Addirittura, anche nel canonizzato "Atti degli Apostoli" (scritto prima del 325 d.C.) non risulta, come ad Eusebio e nelle lettere di Paolo, che san Pietro era il "Vescovo di Roma", primo Papa e capo assoluto di tutti i Cristiani. 
A tal proposito, a conferma della presenza di san Pietro come Vescovo di Roma, ne citiamo la biografia fatta da san Girolamo in qualità di segretario di Papa Damaso I, alla fine del IV secolo. I dati contenuti del testo erano ancora validi alla fine del IX secolo, datazione del "Codex MS 2Q Neoeboracensis", nel quale furono trascritte dagli amanuensi le vite de "Gli uomini illustri" (De viris illustribus):

Simone Pietro, figlio di Giovanni, nato a Betsaida in Galilea dopo essere stato Vescovo di Antiochia, nel secondo anno dell’Imperatore Claudio (42 d.C.), si portò a Roma per debellare Simone Mago. Ivi occupò la cattedra episcopale per venticinque anni, fino all’ultimo anno di Nerone (68 d.C.), vale a dire fino al quattordicesimo anno del suo regno, sotto di lui ricevette la corona del martirio” (Op. cit. Cap. I).

L'informazione relativa all'invenzione della biografia di san Pietro dimostra che questa fu ideata dopo l'Editto di Tessalonica dal Pontefice Massimo dell'Impero, Damaso I, già Vescovo di Roma. Questa prova - che si assomma alla precedente in cui risulta che san Paolo, nella lettera "agli Efesini", non sapeva della Madre di Dio e della sua venuta ad Efeso con san Giovanni apostolo - vanifica la datazione dei vangeli trascritti in "vetus latina" nei Codici "Vercellensis", "Veronensis" e "Corbeiensis", la cui trascrizione è stimata arbitrariamente al 3° secolo per tentare di eludere il problema della "natività", oltre a quello del primato del Vescovo della Chiesa di Roma.

Un'altra variante dei vangeli, posseduti dal Vescovo Eusebio di Cesarea, poi modificati in conseguenza della dottrina eleborata nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., riguarda l'introduzione di altri due nuovi protagonisti evangelici: "Nicodemo" e "Giuseppe di Arimatea". Questi risultano sconosciuti ad Eusebio perchè appositamente inventati, dopo la sua morte, in esecuzione di tale Concilio al fine di evitare a Maria, appena dichiarata "Madre di Gesù unigenito, per opera dello Spirito Santo", allo scopo di far richiedere personalmente, a Giuseppe di Arimatea, la salma del Salvatore onde evitare alla Madonna di dichiarare che il Padre di Gesù Cristo era "lo Spirito Santo". Approfondire questo argomento nell'VIII studio alla voce "Arimatea". 

Quattro secoli dopo il Concilio di Efeso del 431, il Patriarca di Costantinopoli, Niceforo I (758-828), possedeva ancora la copia di un vangelo di Matteo in aramaico e ne confrontò la lunghezza con il Matteo canonico, di conseguenza scrisse che nel primo risultarono 300 righe in meno. L'osservazione fatta dal Metropolita nella sua opera "Sticometria", riguardo la evidenziata mancata genealogia del Salvatore dimostra l'assenza dellanascita verginalenel vangelo primitivo di Matteo, non ancora inventata ma successivamente “introdotta” insieme alla Eucaristia (in quanto entrambi culti pagani) nell'originale Messia ebraico. Ciò spiega perchè gli Ebrei cristiani (messianisti), e le rispettive sette dei Nazirei e degli Ebioniti (i Poveri) non riconoscevano i vangeli canonici.

Oltretutto, a riprova delle modifiche apportate ai documenti neotestamentari primitivi, rispetto a quelli canonici fatti giungere sino a noi, è doveroso ricordare l'ignoranza da parte di san Paolo (morto nel 67 d.C.) concernente il martirio di Giacomo il Minore morto nel 62 d.C. (vedi apposito III studio); una disinformazione condivisa da san Giovanni (morto nel 104 d.C.), dall'evangelista Luca (morto nel 93), e da tutti i discepoli e successori del Salvatore, Padri apostolici ed apologisti. Tutto ciò conferma quanto abbiamo precisato all'inizio di questa analisi ben sapendo che la falsificazione del martirio di Giacomo "il Minore" - nella cronaca del Sinedrio di Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio - è stata eseguita nei Codici redatti dagli amanuensi dall'undicesimo secolo in poi.

In merito alla presunta veridicità dei "testi sacri", è doveroso evidenziare anche la falsità del celebre episodio riferito nel "vangelo di Giovanni" (Gv 8,1-11) in cui si descrive un Gesù che salva dalla lapidazione una adultera decretando la famosa frase "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra". In realtà questo evento non risulta scritto in alcun vangelo sino a tutto il IV secolo d.C. Non ne parla il Codice Sinaitico, come non ne parla il Codice Vaticano; infatti, il primo documento a narrare tale sublime circostanza del "Salvatore" è il successivo "Codice Bezae", risalente al V secolo: cioè lo stesso secolo in cui fu inventata, per la prima volta, l'ennesima parabola di Cristo.    

Dopo queste semplici constatazioni è una forzatura insensata dare per scontato che i vangeli canonici attuali corrispondono a quelli originali sin dal primo secolo, di conseguenza il francobollo-frammento "7Q5" (cm. 3x4) ed il frammento di Rylands "P52" (cm. 6x9) non contengono alcun elemento significativo, né storico, né letterario. Ma il fatto che gli studiosi spiritualisti azzardino arbitrariamente elaborazioni "sticometriche" per abbinarle ai vangeli canonici dimostra soltanto che non hanno alcuna prova che attesti l'esistenza di questi "sacri testi" nei primi due secoli. "Sticometria" era il termine usato per indicare la misurazione del numero delle righe di un manoscritto, esattamente come il lavoro appena riferito del Patriarca Niceforo di Costantinopoli. Ciononostante, dopo aver alterato e dilatato il significato di "sticometria" fino all'assurdo con un preciso intento falsario, i paleografi credenti evidenziano alcune lettere o sillabe dell'alfabeto greco - rinvenute in un antico frammento di papiro, datato a loro convenienza, e spacciato come l'intero vangelo - per poi "adattarle" e interpolarle con una ostentata sicumera dove fa loro più comodo, fino al plagio letterario ... pur di indottrinare gli sprovveduti.

In ogni caso ciò che più conta, allo scopo di far luce sulle vicende reali, sono i dati importanti che ritroviamo solo nella documentazione neotestamentaria canonica, diversamente da quella apocrifa. Eventi avvalorati appositamente dagli amanuensi grazie alla storiografia prelevata dagli Archivi di Stato (dove erano conservati i rotoli allora intatti dei cronisti imperiali del primo secolo), dopo che il Cattolicesimo, nel quarto secolo, conquistò il potere assoluto a discapito delle altre correnti cristiane che furono eliminate unitamente agli altri credi.
Lo scopo fu di rendere veritieri gli eroi del Cristianesimo primitivo facendoli interagire con personaggi reali e famosi operanti nell'Impero sin dall'avvento del "Salvatore". Così furono comprovate le biografie dei Santi con informazioni storiche basilari, tali, che ci hanno permesso di individuare e datare gli eventi, esattamente come abbiamo operato con la patrologia riguardante gli apostoli e tutti i "successori di Cristo". Gli stessi elementi che, osservati attraverso precise analisi pubblicate nel presente sito, ci hanno consentito di provare l'inesistenza dei personaggi mitologici, creati dagli evangelisti a supporto della loro religione, ad iniziare dal mito del Redentore Universale.


 
Emilio Salsi
 

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