Paolo di Tarso, un super apostolo inventato. Ecco le prove


Parte I: sintesi

"Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d'incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d'immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura" (San Paolo, Prima lettera ai Corinzi 15,51-54).

San Paolo, come san Pietro, nei sacri testi cristiani vengono descritti dotati di poteri divini miracolistici straordinari e, nel caso di Paolo, addirittura superiori a Gesù. Risuscitava anch'egli i morti (At 20,9-10), guariva gli storpi (At 14,8-10) e chiunque affetto da ogni male, pur senza essere presente di persona, con una sorta di "tele-miracolo" in grazia di un brevetto esclusivo rilasciato per volontà divina:

"Dio operava prodigi straordinari per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui, le malattie cessavano e gli spiriti maligni fuggivano" (At 19,11).
 
Sono personaggi di cui si narra esclusivamente nei Vangeli o negli scritti apologetici dei Padri fondatori del Cristianesimo; cioé una religione creata per fare adepti grazie all'illusione della vita eterna ed alla resurrezione del proprio corpo dopo la morte. La prima domanda da porsi é se san Saulo Paolo sia stato un uomo esistito realmente, oppure se questo "luminare" cristiano è soltanto l'immaginario rappresentante di una dottrina che, come per gli altri apostoli, obbligatoriamente doveva essere "incarnata" in protagonisti ideologici prescelti e ispirati da Dio.
Con tale proposito apprestiamoci quindi a verificare indagando la biografia del santo pervenutaci con la documentazione neotestamentaria.
 

Un non credente, che si accinge a leggere di san Saulo Paolo senza essere condizionato da prediche confessionali, percepisce subito che la trovata “geniale” di san Luca, intesa a far creare un altro Apostolo dallo stesso Gesù Cristo “post mortem”, è un contro senso assurdo, sia storicamente, come intendiamo dimostrare, sia teologicamente, in quanto palesemente finalizzata a revisionare una dottrina precedente.
Un Dio, per riscattare l’umanità dal peccato, si fa uomo, poi come tale si sottopone ad una passione di sangue ed estrema sofferenza; dopo aver predicato, istruito e scelto dodici “Apostoli” con un preciso mandato, una volta risalito in cielo si accorge di aver dimenticato “qualcosa d’importante”, allora scaglia una folgore (a imitazione di Giove) su un certo Saulo Paolo, accecandolo e, “a Voce”, nomina un altro Apostolo con l'incarico diaggiornare la dottrina degli altri suoi colleghi che Lui stesso aveva appena istruiti: è una logica che può stare in piedi solo previo millenario lavaggio del cervello.

Nominati i dodici Apostoli ...


“Gesù li inviò dopo averli così istruiti: «non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani, rivolgetevi, piuttosto, alle pecore perdute della casa d'Israele»” (Mt 10,5-6).

Questo “comandamento” nazionalista, conforme alla missione di Gesù limitata alla sua Patria (nulla avrebbe potuto impedire a Cristo-Dio di predicare ovunque volesse), andava cambiato.
Ma la modifica di una dottrina non poteva risultare dipesa da una esigenza umana, pertanto bisognava “dimostrare” che fu la stessa Divinità a manifestarsi attraverso un altro Apostolo”, superiore agli altri, in quanto strumento della Sua "Ultima Rivelazione", quindi depositario della nuova “Verità” da divulgare fra i Gentili pagani.
Fu semplicissimo: bastò inventare “Saulo Paolo” e fargli scrivere alcune lettere per testimoniare sulla sua esistenza e il nuovo credo, aggiornato, del “sacrificio del Figlio di Dio" risorto per la salvezza della vita eterna degli uomini, dimostrando, così, che l'ultimo Apostolo, mai visto prima, era esistito veramente.

“«Il vangelo da me annunziato non è opera d’uomo; perché io stesso non l’ho ricevuto né imparato da un uomo, ma l'ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo»” (Lettera ai Galati 1,11).

L'uomo non è graziato per le opere conformi alla Legge (mosaica) ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo»"
(Gal. 2,15).

Tuttavia, il contrasto fra gli scritti sacri primitivi e le "lettere", spedite in epoca successiva, dimostra che l'ebreo Gesù non la pensava così:

Non sono venuto ad abolire la Legge (mosaica) o i Profeti ma per darle pieno compimento» (Mt 5,17).


L’esigenza di una seconda “Rivelazione” di Gesù portò a redigere degli appositi manoscritti, posteriori ai Vangeli primitivi, poi distrutti, allo scopo di ufficializzare un apostolato promotore della diffusione di una nuova dottrina, evolutasi da quella originale, e creare, artatamente, un nesso ideologico per farla apparire coerente sin dall’inizio.

"«Se ad opera della mia menzogna (sic) tanto più rifulge la gloria di Dio, perché mai dovrei ancora essere giudicato peccatore?»" (Rm 3,7).

I Vangeli che noi leggiamo non sono gli originali primitivi, ma san Saulo Paolo è "apparso" anche dopo di loro, come gli “Atti degli Apostoli” che lo citano. Stando alle datazioni, ricavate senza alcuna prova da studiosi credenti, gli apostoli Marco, Matteo e Giovanni, redattori dei vangeli, compilarono i manoscritti quando Saulo era già entrato in azione da molto tempo, subito dopo la morte e resurrezione del Salvatore. Ma, se Paolo fosse veramente esistito, ormai depositario dell'ultimo annuncio di Gesù Cristo, in quanto loro "collega" e autore di atti portentosi, i "santi apostoli evangelisti" lo avrebbero immancabilmente testimoniato nei loro scritti: fatto che non risulta. Stessa verifica che ricaviamo scorrendo le Epistole, rilasciate a futura memoria, dagli apostoli Giacomo, Giovanni e Giuda, i quali ignorano l'esistenza di Saulo Paolo di Tarso.
L'unico evangelista che ne parla, affermando di averlo conosciuto, é "Luca", che non fu apostolo né testimone oculare di Cristo. Soltanto lui fa interagire Saulo Paolo in "Atti degli Apostoli" con Simone Pietro e Giovanni; i quali, a loro volta, ignorano gli "atti" del compagno di fede, nonché il più famoso evangelizzatore cristiano, determinando un contrasto insanabile fra le varie "deposizioni".

Consapevoli del "buco" riguardante le testimonianze su Paolo di Tarso, gli scribi cristiani tentarono di colmarlo con un vago accenno, in forma indiretta, nelle pseudoepigrafiche "Lettere di Pietro", ma, essendo queste testimoniate da un immaginario Policarpo di Smirne (Vescovo), a sua volta "comprovato" da un inesistente (vedi V studio) "Ireneo di Lione", tali "lettere" sono una ingenua mistificazione. Infatti, Policarpo è richiamato, oltre due secoli dopo, da Eusebio di Cesarea nella "Historia Ecclesiastica" (IV 15,1-43) in cui risulta essere stato martirizzato sotto Lucio Vero, co-imperatore (dal 161 al 169 d.C.) assieme a Marco Aurelio. Viceversa, secondo Ireneo di Lione ("Adversus Haereses" III 3,4) Policarpo fu martirizzato sotto gli imperatori Marco Aurelio e Lucio Commodo: una assurdità che chiariamo nel V studio. Policarpo è menzionato anche da san Girolamo in "De viris illustribus": il tutto attestato in d
ocumenti redatti da scribi medievali.
La totale assenza di concreti riscontri testuali, incrociati reciprocamente sugli "atti" mirabolanti dei successori di Cristo, così come tra questi ed i primi Padri, é una leggerezza madornale da addebitarsi agli amanuensi inventori della mitologia cristiana. 
 

San Saulo Paolo, stiamo per provarlo con l’aiuto della storia, come persona non è mai esistito: fu soltanto una ideologia, “incarnata” in un uomo “discepolo apostolo di Gesù”, resasi necessaria perché rappresentava la soluzione politica religiosa per quella parte di ebrei della diaspora la cui esistenza, nelle Province dell’Impero Romano, era diventata estremamente difficile in quanto seguaci di una fede nazionalista integralista che vietava loro di riconoscere le dottrine pagane e di sottomettersi ad alcun “Padrone”, o “Signore” (Adonai), se non al proprio Dio “Yahweh”.
Unideologia paolina imposta dall’evoluzione politica e militare che vide sconfitti, atrocemente, i patrioti yahwisti (con ben oltre un milione di morti nelle guerre contro Tito, Traiano e Adriano), di conseguenza voluta da una corrente religiosa ebraica che decise di revisionare il messianismo zelota. Il pragmatismo opportunista, adeguato alla realtà dell’epoca, impose ad una parte di Ebrei di rivedere le profezie messianiche della Legge ancestrale aprendosi, con una evoluzione successiva, ai sacrifici praticati dai culti pagani della “salvezza” oltre la morte, sino al punto di ottenere la grazia di risorgere con un corpo incorruttibile per l'eternità. In definitiva, sotto il profilo politico, fu creata una dottrina antisemita proclive al dominio di Roma per ordine di Dio:

“E’ bene stare sottomessi e pagare i tributi perché quelli dediti a questo compito sono funzionari di Dio” (Rm 13,1);

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore (Ef 6,5);

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite perché non c’è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio (Rm 13,1/7).


Nel I secolo le sette ebraiche, ufficialmente riconosciute, credevano solo nell’immortalità dell’anima e non nella “resurrezione della carne” e, fra esse, i Sadducei non confidavano neppure in quella. Per questo fondamentale motivo ideologico, gli “Atti degli Apostoli” e gli stessi Vangeli, riadattati in tal senso successivamente, costituiscono un vero e proprio atto di accusa contro il popolo ebraico. Pietro e Paolo emettono continue sentenze di condanna contro gli Ebrei, contro il Sinedrio e contro le Sinagoghe, scagliando vere e proprie maledizioni nei confronti dei Giudei facendo ricadere su di essi, sui loro figli e le generazioni future, il “sangue di Gesù” da essi fatto versare.
Contro ogni evidenza, la Chiesa, volutamente, oggi evita di far conoscere ai propri fedeli questo aspetto basilare della dottrina, tanto grave quanto imbarazzante, contenuto nei sacri testi. 


Ma ora mettiamo da parte l’escatologia e sottoponiamo ad una verifica critica della storia le vicende che vedono coinvolto, come uomo, san Saulo Paolo, ovvero “l’Apostolo delle Genti”.
L’evangelista lo fece nascere a Tarso in Cilicia (At 22,3), poi lo spedì a predicare, senza sosta, da una città all’altra dell’Impero e nel 59 d.C. giunse a Gerusalemme. La datazione è precisa in quanto dimostrata dalle monete coniate da Porcio Festo, neo eletto Governatore della Giudea da Nerone, peraltro ricavabile in "Atti" (At 24,27) ove si attesta che "trascorsi due anni, Felice ebbe come successore Porcio Festo"; infatti, il passaggio di consegne fra i Procuratori romani, Antonio Felice e Porcio Festo, intervenne nel 59 d.C.
Due anni prima, nel 57 d.C., a seguito di un diverbio e dopo aver offeso il Sommo Sacerdote Ananìa all’interno del Sinedrio ... per impedire che i Giudei “lo togliessero di mezzo, non facendolo più vivere” (At 22,22), dichiara al Tribuno romano: io sono un cittadino romano di nascita (At 22,27-28).

Luca ci sta propinando che, nel I secolo, in Giudea, se un cittadino veniva accusato dal Sinedrio di aver violato la Legge ebraica e offeso il Pontefice, per evitare la lapidazione bastava mentisse spudoratamente, come fa Paolo, sul suo luogo di nascita, dichiarando di essere un “cittadino romano di nascita. E tutti erano tenuti a credergli sulla parola, anzi, dovevano spaventarsi; addirittura un Tribuno romano doveva tremare: “anche il Tribuno ebbe paura, rendendosi conto che Paolo era cittadino romano” (At 22,29). Ma il ridicolo diventa farsa per la dichiarazione opposta resa, poco prima, allo stesso Tribuno: “Io sono un Giudeo di Tarso di Cilicia, cittadino di una città non certo senza importanza” (At 21,39), riconfermata, subito dopo, davanti alla folla di Gerusalemme ed in presenza, ancora, dello stesso Tribuno: “Io sono un Giudeo nato a Tarso in Cilicia” (At 22,3). Peraltro il funzionario romano, poco prima, aveva sospettato che Paolo fosse lEgiziano, il capo di una ribellione appena scongiurata dal Procuratore Antonio Felice (At 21,38).
E’ evidente che l’evangelista, quando scrisse queste sciocche contraddizioni, era convinto che anche i Tribuni romani erano degli stupidi, così pure coloro che le avrebbero lette in futuro.

Un vero Tribuno, obbligato a conoscere le leggi imperiali per poterle far rispettare, era consapevole che il Sommo Sacerdote del Tempio, che presiedeva il Sinedrio, era stato insignito da un Procuratore incaricato dall'Imperatore come Governatore, pertanto, chiunque avesse offeso il Pontefice si sarebbe messo contro Roma pagandone le conseguenze: il Procuratore, cum iure gladii, aveva il diritto di uccidere
Secondo l’insulsa interpretazione del “diritto romano”, descritta in “Atti degli Apostoli”, in Giudea era sufficiente che tutti i trasgressori della “Legge degli antichi padri”, anche gli stranieri (peregrini), dicessero “sono un cittadino romano di nascita” e le autorità, in perfetta buona fede, anziché lapidarli, gli avrebbero messo a disposizione una nave trireme per inviarli a Roma dove avrebbero trovato Nerone che li attendeva per giudicarli; perché è al “Principe” dell'Impero che le massime autorità, preoccupate della “cittadinanza romana” del Santo, invieranno Paolo. E’ così che ce la racconta Luca.

In epoca imperiale, il Comandante del Presidio romano di Gerusalemme era un Tribuno militare di ordine equestre (Tribunus Cohortis), insignito del laticlavio purpureo allo scopo di evidenziarne la dignità. E’ il “diritto di mentire” ad un ufficiale, di rango così elevato, sul proprio luogo di nascita e sulla “cittadinanza”, palesato da Paolo nella recita inventata dall’evangelista, che dimostra la fantasiosa, puerile, dabbenàggine dell’autore, il quale, ormai incapace di contenersi, degrada il nobile funzionario romano ad un “subalterno” del super Apostolo:

“Il Tribuno fece chiamare due centurioni e disse: “Preparate duecento soldati, settanta cavalieri e duecento lancieri perché Paolo sia condotto a Cesarea sano e salvo dal Governatore Felice”  (At 23,23-24).

Ma questa paradossale scena si scontra con ben altra realtà. Tacito (Annali XIII 34): 

“Al principio dell’anno (58 d.C.) si riaccese violenta la guerra, iniziata in sordina e trascinata fino allora, tra Parti e Romani per il possesso dell’Armenia”.

Giuseppe Flavio (Ant. XX 173) descrive la guerra fra i Giudei e i Siri:

“Quando Felice si accorse che la contesa aveva preso forma di una guerra, intervenne invitando i Giudei a desistere". 

In una situazione simile, allorquando tutte le forze d’Oriente dell’Impero dovevano rendersi disponibili per fronteggiare una guerra contro i Parti, mentre è in corso una guerra civile fra Giudei e Siri … un Tribuno imperiale impiega una forza militare di pronto intervento, di quella portata, per scortare san Paolo, dopo che gli aveva mentito sul suo luogo di nascita e col dubbio, da lui stesso dichiarato, che potesse essere un capo ribelle come “l’Egiziano” (At. 21,38), un Profeta ebreo alla testa di migliaia di ribelli zeloti intenzionati a liberare Gerusalemme dalla dominazione romana.
La sua azione fu anticipata e sgominata dall'intervento della cavalleria di Antonio Felice, ciononostante l'Egiziano riuscì a dileguarsi evitando la cattura (Ant. XX 167-172).

La persona che godeva della “Cittadinanza Romana” era sottoposta alla legge imperiale, la quale, fra le varie possibilità di rilasciare (nel I secolo) questo privilegio, ne contemplava il diritto a tutti i cittadini nati a Roma: diritto che Luca “accreditò” a san Paolo. Ma non è plausibile che i Romani potessero concedere questo “diritto”, con sciocca leggerezza, senza alcuna possibilità di riscontro (modalità che stiamo per verificare), proprio perché avrebbero leso il diritto romano stesso, ma quello vero, vanificandolo. Eppure tale assurdità, contenuta negli “Atti degli Apostoli” (che avrebbe fatto chiudere il Sinedrio, impossibilitato a procedere per non competenza giuridica in quanto chiunque si sarebbe avvalso di un “diritto” tollerante della menzogna), è ancora oggi sottoscritta da alcuni storici ispirati i quali sanno perfettamente che a salvarli dal ridicolo è solo l’ignoranza di molti credenti sul contenuto di questo “Sacro Testo”.

Nel I secolo a.C. la cittadinanza romana venne estesa agli alleati Italici e l’Imperatore, con un editto, aveva il potere di concedere agli abitanti delle Province questo onore che comportava vari benefici economici e politici fra cui l’impedimento ad essere sottoposti, nei processi, a giurie non romane: tale privilegio rimase in vigore sino al 212 d.C. Entro tale data tutti gli abitanti dell'Impero che godevano della "cittadinanza romana" erano censiti e registrati negli archivi pubblici, nonché esposti nel Foro di Roma, incisi su tavole di bronzo, per essere consultati da chiunque; inoltre ad ogni "cittadino romano" veniva rilasciato un apposito "Diploma di Cittadinanza Romana". L'importanza politica della "Cittadinanza Romana", durante i primi due secoli, è evidenziata dall'impegno che Cesare Augusto dedicò a questo ordinamento, facendo eseguire nell'Impero tre appositi censimenti per individuare con precisone gli abitanti aventi diritto (Res Gestae VIII).

Durante il principato, i Diplomi di Cittadinanza Romana consistevano in due spesse lamine rettangolari di bronzo, di misura variabile (contenuta fra 15 per 20 cm), incernierate e chiuse con i sigilli imperiali di autenticità per impedirne la rottura a chiunque intendesse manomettere il documento. Nell'interno (intus) era inciso il nome dell'Imperatore che aveva emesso il decreto (e i titoli onorifici a lui conferiti dal Senato), quello dei Consoli in carica e l'anno di emissione; di seguito venivano menzionati i dati anagrafici dei beneficiari indicanti il nome, il patronimico*, rango, civitas di appartenenza, tribù* e nazione; nonché la precisazione dell'eventuale diritto di trasmettere ai figli lo status di Civis Romanus, ed infine l'esatta indicazione del luogo pubblico di affissione del decreto originale. Il testo scritto all'esterno (extrinsecus), per ovvie esigenze di praticità, era consultabile direttamente e rappresentava una copia di quello interno, ma non poteva essere alterato perché il documento che ne garantiva l'autenticità era il primo, protetto dai sigilli imperiali.

* Obbligatorio agli stranieri che ottenevano la cittadinanza romana per diritto di successione. Questi ultimi dovevano cambiare il proprio nome con uno nuovo che veniva formato dal "prenomen" e dal nome gentilizio del garante che aveva patrocinato la cittadinanza dell'interessato, mentre, a guisa di "cognomen" conservavano il loro antico nome (il semplice prenomen "Paulus", come identificativo, era talmente riduttivo al punto da apparire una presa in giro verso qualsiasi Tribuno romano che avrebbe reagito di conseguenza).   
* Le "tribù" erano costituite da 35 distretti territoriali nei quali erano ripartiti i cittadini romani ai fini della riscossione dei tributi, della leva militare, delle operazioni di voto e censimento: un insieme di informazioni che il Tribuno doveva verificare e alle quali il cittadino era tenuto a rispondere.

Data l'enorme estensione dell'Impero ed in ottemperanza ai principi augustei, i Romani consideravano i "Diplomi di Cittadinanza" documenti estremamente importanti per identificare subito il cittadino, senza che sussistessero dubbi sulla sua fedeltà, av
endo questi il diritto di seguire il cursus honorum politico e, di conseguenza, l'obbligo di conoscere la lingua latina. Solo un alto ufficiale romano, delegato dal Governatore della Provincia, poteva rompere i sigilli per effettuare la prima verifica ma, in caso di controversia, il cittadino veniva incatenato e inviato a Roma dove, in primis, si riscontrava la corrispondenza dei dati del diploma con le "constitutiones" (decreti) incise sulle tavole di bronzo pubbliche, consultabili da chiunque, affisse sui muri del Campidoglio e dei Fori Imperiali. Se non vi era corrispondenza fra il diploma e la rispettiva "constitutio" il colpevole della frode era punito con la decapitazione sull'Esquilino; viceversa, se era dimostrata l'autenticità del diploma, il contenzioso (fra Paolo e Sommo Sacerdote dei Giudei) veniva trasmesso ad un tribunale, costituito da più giudici, che avviava il processo sino al pronunciamento definitivo della sentenza. 

Come sopra accertato, l’episodio di san Paolo è stato ambientato (Atti 24,27) nel 57 d.C.; ma nel I secolo, secondo quanto riportato da Svetonio in "Caligola 38", gli Imperatori rilasciavano i “Diplomi di Cittadinanza”, cioè, come abbiamo descritto, attestati ufficiali che comprovavano il diritto a tale prerogativa ed era fatto assoluto divieto appropriarsi di questo privilegio al punto che coloro che usurpavano il diritto di cittadinanza romana, (Claudio) li fece decapitare sul campo Esquilino(Claudio 25).
In base alla legge romana, il super apostolo Saulo era tenuto ad esibire al funzionario romano, a sua volta obbligato a chiederglielo, il "Diploma di Cittadinanza" appositamente rilasciato dall'Imperatore; quindi la semplice dichiarazione di Paolo "Io mi appello a Cesare" (At 25,11) non aveva alcun valore né senso logico ... o meglio, denotava una mancanza di conoscenza in merito al vero diritto-potere, imposto da Roma, da parte dello scriba di Dio che inventò queste sciocchezze. Pertanto, da quanto documentato, la successiva assoluzione di san Paolo, fatta apparire scritta da lui stesso nella II lettera a Timoteo (IV 17), è falsa; come ingannevole è la stessa cronaca dell'episodio narrata da Eusebio di Cesarea, arricchita di maggiori particolari fantasiosi sul "processo" subito da Paolo (HEc. II 22,3/5).   

Nel brano appena letto è importante rilevare, anche, il grave anacronismo concernente la datazione del sacro uffizio del Pontefice Ananìa (insultato da Paolo) il quale, come sopra evidenziato in "Atti degli Apostoli", risulta in carica nel 57 d.C., diversamente dalle risultanze storiche che ci apprestiamo ad evidenziare. Precisiamo altresì che il Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme, per l'ecumene ebraica residente nell'Impero Romano e nel Regno dei Parti, era l'equivalente del Papa odierno per i Cattolici.
 
A seguito di gravi disordini fra Giudei e Samaritani, Ananìa, figlio di Nebedeo, insieme ad Anano, Capitano delle Guardie del Tempio, fu deposto da Sommo Sacerdote del Tempio (il capo religioso dell'intera ecumene ebraica, residente nell'Impero Romano e nel Regno dei Parti), arrestato e inviato in catene a Roma, nel 52 d.C., dal Governatore di Siria, il potente Legatus Augusti pro Praetore, Ummidio Durmio Quadrato (vedi Antichità Giudaiche XX 131), per rendere conto all’Imperatore Claudio di quelle vicende (cfr Tacito Ann. XII 54).
Dalla lettura comparata di “Antichità” e “La Guerra Giudaica” sappiamo che, dopo di lui, a presiedere il Sinedrio, si succederanno, fra il 52 e linizio del 66 d.C., i Sommi Sacerdoti: Gionata, figlio di Anano (dal 52 al 56); Ismaele, figlio di Fabi (dal 56 al 61); Giuseppe, detto Kabi, figlio di Simone (dal 61 al 62); Anano, figlio di Anano (nel 62 per soli tre mesi); Gesù, figlio di Damneo (dal 62 al 63); Gesù, figlio di Gamalièle (dal 63 al 66); e Mattia, figlio di Teofilo … “sotto il quale ebbe inizio la guerra dei Giudei contro i Romani”, nel 66 d.C. (Ant. XX 223).
La scenetta inventata da San Luca - col litigio di Paolo che offende Ananìa chiamandolo “muro imbiancato”, per poi ritrattare: “«Non sapevo che è il Sommo Sacerdote; sta scritto infatti: Non insulterai il capo del tuo popolo»” (At 23,5) - si dimostra una frottola essendo collocata nel 57 d.C. poiché, come abbiamo visto, Ananìa fu deposto dalla carica di Sommo Sacerdote del Tempio nel 52 d.C. (Ant. XX 131).  
L'evento, escogitato dall'evangelista, avrebbe avuto un senso (un errore in meno fra i tanti) se fosse avvenuto con Ismaele, figlio di Fabi, nominato Pontefice dal Re Agrippa II quando Antonio Felice era Procuratore, dopo che questi aveva fatto uccidere il Sommo Sacerdote Gionata fratello di Anano.
Una volta sfuggito di mano ai Governatori di Roma il controllo politico militare della situazione, Ananìa (grazie al carcere subito a Roma) sarà rieletto dai Giudei Sommo Sacerdote del Tempio nel 66 d.C. e verrà ucciso, poco dopo, dall’ultimo dei figli di Giuda il Galileo (figli con i nomi dei fratelli di “Gesù”) il quale, a sua volta, sarà ucciso da Eleazar, Capo delle Guardie del Tempio e figlio dello stesso Ananìa, per vendicare la morte di suo padre.

Da quanto esposto, la cronologia degli avvenimenti e delle investiture dei Pontefici non ammette ilbattibecco intercorso, nel 57 d.C., fra san Paolo e il Sommo Sacerdote del Sinedrio, Ananìa, già arrestato da un Luogotenente di Claudio - anche se, per intercessione del Sommo Sacerdote Gionata, poi sarà liberato (ma Gionata, a sua volta, verrà fatto uccidere nel 56 d.C. da Felice; Ant. XX 162/164) - come dimostra la sequenza, ordinata nel tempo, dei designati a ricoprire l’importante ufficio. Infatti, con simile fedina penale, pur se appoggiato da una fazione politicamente importante, nessun Procuratore gerarchicamente inferiore ad un Luogotenente dellImperatore, come Gaio Ummidio Durmio Quadrato*, avrebbe più potuto confermare Ananìa Sommo Sacerdote.
Dulcis in fundo, in riferimento ai nominativi dei Sommi Sacerdoti, comprensivi delle specifiche cronologiche delle cariche rivestite, tutti i dati sopra citati sono stati riferiti da Giuseppe Flavio quando lo storico ebreo era personalmente presente nel Sinedrio di Gerusalemme con la funzione di Scriba sino a tutto il 62 d.C. 

* Il Legato imperiale, di stanza ad Antiochia in Siria, rimase in carica, prima sotto Claudio poi sotto Nerone (Tacito, Annales XIV 26), sino al 60 d.C., anno della sua morte per cause naturali. Nessun Procuratore, vincolato da precisi passaggi di consegne, avrebbe potuto confermare Ananìa "Sommo Sacerdote del Tempio e del Sinedrio", neanche se proposto da Re Agrippa II. Fino alla rivolta del 66 contro i Romani, le nomine dei Pontefici erano sottoposte al "placet" dei Procuratori a loro volta subordinati al "Legatus Augusti pro Praetore".

Un'altra prova che dimostra l'invenzione del personaggio "san Paolo" la riscontriamo nella biografia a lui dedicata nel 382 d.C. dallo storico Dottore della Chiesa (beatificato) Sofronio Girolamo e scritta in "De viris illustribus" cap. V :

"Saulo era della tribù di Beniamino e della città di Giscala in Giudea. Dopo l'occupazione romana di questa città, egli emigrò con i suoi genitori a Tarso in Cilicia" (Op. cit).

Nella biografia di Paolo, Girolamo, pur citando "Atti degli Apostoli", al momento del suo arresto, non fa alcun riferimento alla "cittadinanza romana" dell'apostolo perché non può accettare le dichiarazioni contrastanti (come abbiamo visto) addotte da Paolo sul suo luogo di nascita. Non è un caso, quindi, che abbia deciso di farlo nascere a Giscala (collocata erroneamente in Giudea anziché in Galilea), per farlo successivamente emigrare a Tarso, in Cilicia, "dopo l'occupazione romana" avvenuta il 6 d.C. Infatti, sino a quella data la Giudea era un Protettorato romano e le forze presenti erano soggette all'Etnarca ebreo Archelao, mentre il dislocamento dei soldati romani in Giudea, agli ordini di un Prefetto, ebbe inizio dal 6 d.C. quando la regione fu dichiarata Provincia di Roma e annessa alla Siria da Cesare Augusto: ne consegue che, da giovane, Saulo si trasferì a Tarso dopo il 6 A.D. Ancora più tardi, secondo la sua testimonianza in (At 22,3), si recò a Gerusalemme alla scuola di Gamaliele. Ma allora ... perché, quando, e con quali modalità, l'ebreo Saulo avrebbe richiesto e ottenuto il Diploma di Cittadinanza Romana? E soprattutto, non essendo nato a Roma, con quali requisiti? Fu appunto la mancata spiegazione a queste fondamentali domande che impose a Girolamo di giustificare il nome romano dell'apostolo così:

"Non appena Sergio Paolo, Proconsole a Cipro, credette alla sua predicazione in Cristo, Saulo mutuò da lui il nome di Paolo" (Op. cit.).

Infatti, dalla lettura di "Atti" risulta che Saulo, da quel momento in poi, si chiamerà "Paolo".
Per sottolineare l'importanza delle conclusioni di san Girolamo, ricordiamo ai lettori che il Dottore della Chiesa tradusse la Bibbia dal greco al latino, "Atti degli Apostoli" compresi. Stabilito che neanche un "santo" riuscì a rabberciare la fasulla biografia del suo grande predecessore, consigliamo all'ectoplasma di Paolo di resuscitare e, prima di "appellarsi a Cesare" ... si "appelli alla Storia".  

A conclusione di questa iniziale analisi su san Paolo, come uomo veramente esistito, uno storico deve constatare che a nessun suddito dell’Impero sarebbe stato possibile agire, in modo così plateale, contro le leggi di Roma senza pagarne lo scotto immediato. Un vero Tribuno romano, preso atto delle contraddizioni di Paolo sulla cittadinanza romana, gli avrebbe innanzitutto richiesto di esibire il relativo attestato, poi, adempiendo al suo dovere, avrebbe messo subito in catene il millantatore, mentre Antonio Felice, agendo da accusatore e giudice, lo avrebbe decapitato subito dopo il processo sommario: come previsto dalla legge.   
Il battibecco, intercorso fra un qualsiasi ebreo (o ex ebreo come Paolo) ed un Sommo Sacerdote del Tempio, dimostra che il redattore di questa farsa, composta in un periodo storico successivo ai fatti narrati ed alle leggi vigenti anteriormente, oltre a non sapere dei "Diplomi di Cittadinanza" in disuso dal 212 d.C., non riconosceva l’autorità né il potere detenuto da chi ricopriva tale sacro uffizio. Potere sottoposto soltanto all’arbìtrio dei Legati romani o Regnanti, designati direttamente dall’Imperatore.
Anche questo “Atto del Sinedrio”, come quello riferito nel primo studio riguardante il discorso di Gamalièle e riportato in “Atti degli Apostoli”, è un inganno conclamato, falso come il personaggio “san Paolo”: incarnazione umana della dottrina, a lui “rivelata” da un “Gesù” dall'alto dei cieli, che i fedeli cristiani seguono tutt’oggi.



Paolo di Tarso


Parte II: sintesi

Grazie al metodo storiologico che ci siamo prefissi di seguire, al fine di accertare verità o falsificazioni attraverso la comparazione degli scritti neotestamentari con la storiografia dell’epoca e l'archeologia, possiamo dimostrare che san Paolo fu un personaggio inventato ed attestato come nuovo straordinario apostolo “folgorato” dallo stesso “Gesù” già risalito in cielo dopo la "Resurrezione". E’ un criterio razionale da cui non si può prescindere, al quale ci siamo sempre attenuti, ed è l’unico che ci permette di conoscere le origini del Cristianesimo.

 
Stando a quanto ideato dai falsari redattori di questo documento, gli “Atti degli Apostoli” avrebbero dovuto “testimoniare” la diffusione del messaggio teologico cristiano della “salvezza”, a partire da Gerusalemme sino a travalicare gli estremi confini dell’Impero Romano. Per “dimostrare” come ciò poté avvenire in un lasso temporale di appena un trentennio, dalla morte di Cristo alla venuta di Paolo a Roma, oltre agli Apostoli furono inventati anche altri protagonisti dotati di poteri taumaturgici straordinari col compito di strabiliare le folle da convertire alla nuova religione.

Secondo gli esegeti, credenti nella "tradizione" cristiana, l’opera "Atti degli Apostoli" fu composta nell' 80 d.C., ma la datazione tiene conto di riferimenti storici conseguenti alla descrizione di personaggi famosi realmente esistiti ed appositamente riportati da chi compilò il testo. Sono conclusioni fideiste completamente errate, nonché scorrette sotto il profilo deontologico professionale, e noi ci apprestiamo a provarlo documentandoci sulla realtà confrontando storia ed archeologia.

 

 

Saulo Paolo, san Filippo e santo Stefano

Erodoto, in "Storie", chiamò "Etiopia" le terre a sud dell'Egitto. Fra di esse, la Nubia, una regione del medio Nilo nell'attuale Sudan, dopo il declino dell'antico Regno d'Egitto, divenne sede della grande civilltà kushita: "La terra dei Faraoni Neri" con capitale Meroe.  


Atti degli Apostoli
:

 

Filippo incontra un eunuco, funzionario di Candàce, regina di Etiopia, Sovrintendente ai suoi tesori, seduto su un carro… disse allora lo Spirito a Filippo …” (At 8,27/29).

 

Kandàke(Candàce in italiano) è un appellativo ellenizzato citato dal famoso geografo Strabone di Amasea, in realtà non era un nome ma, nella lingua nubiana dell’epoca, era un titolo regale di eccellenza attribuito soltanto alle “Regine” anziane, guerriere riverite alla stregua dei Re maschi. Tale idioma, in quella regione, si sostituì all’egiziano arcaico nel corso del IV secolo a.C., così anche la scrittura divenne "geroglifico meroitico". La "Kandàke" più famosa e potente di quel periodo, riferita dai paleografi che hanno tradotto le iscrizioni su pietra, fu Regina della Nubia e visse nel I secolo a.C. ma, in realtà, il suo vero nome era Amanirenas: l'unica sovrana meroita che osò attaccare una Provincia dell'Impero Romano. Il suo prestigio è testimoniato dalla grandezza della piramide, la più ricca fra oltre 200 della necropoli reale, rinvenuta e poi restaurata dagli archeologi vicino a Meroe.
 
Gli storici dellepoca - a partire dal greco Strabone (Geo. XVII 1,53-54), così come Plinio il Vecchio (Hist. Nat. VI 35,186), sino a Cassio Dione (Hist. Rom. LIV 5) - non conoscendo la lingua, ingenerarono lequivoco scambiando il titolo della
Regina, cioè Kandàke” (Katkè in nubiano), per un nome proprio riprendendo l’errore degli scribi che riportarono le cronache della famosa e unica Kandàke che sfidò Roma.
Cesare Augusto, nelle sue “Res Gestae” (XXVI 25), descrisse la campagna militare da lui ordinata al Prefetto d’Egitto, Gaio Publio Petronio, per risottomettere parte della Nubia al dominio romano nel 23 a.C. poiché, l’anno prima (24 a.C.), la Regina “Kandàke” Amanirenas, una indomita guerriera, descritta da Strabone "dall'aspetto virile, orba da un occhio", capeggiò personalmente la rivolta contro i Romani.
Petronio sconfisse i nubiani costringendo la sovrana a pervenire ad un trattato di pace, stipulato a Samo con l’Imperatore stesso nel 21 a.C., che fissò il confine dell’Impero col Regno meroita.

 
Amanirenas morì il 10 a.C. e, come riferito da Svetonio, i rotoli delle Res Gestae del divino Augusto furono depositati in Senato, dopo la sua morte, divendo così fonte diretta degli storici imperiali.
Gli importanti resti archeologici rinvenuti a Meroe e gli studi dei paleografi che, nel secolo appena trascorso, hanno decifrato il vero nome della regina Amanirenas, lo confermano. Rimarchiamo, ulteriormente, che l'unica sovrana kushita con la quale ebbero causa i Romani fu Kandàke Amanirenas e non altre. Tale affermazione é comprovata dal fatto che, se gli storici greci e romani del I secolo avessero saputo di altre Regine meroite ... tutte di nome "Kandàke", sarebbero stati i primi a capire che non era un nome proprio di persona ma un titolo regale e, di conseguenza, riferire ai posteri il vero appellativo.

Lepisodio narrato inAttiè datato, ovviamente, dopo la morte di Cristo, negli anni 30 del I secolo; ne consegue che la scena descritta è una fandonia poiché risale ad oltre quarant'anni successivi al decesso della famosa Regina "Kandàke", il cui vero nome, oggi noto, era Amanirenas e questo, un evangelista testimone oculare degli Atti degli Apostoli per di più ispirato da un angelo del Signore (At 8,26) e dallo "Spirito Santo", avrebbe dovuto saperlo prima di inventarsi un funzionario eunuco, “Sovrintendente ai tesori” di una regina defunta, e farlo dialogare con Filippo sul profeta Isaia per convertirlo annunziandogli “la buona novella su Gesù” (At 8,30/40). Infatti, lo stesso funzionario avrebbe dovuto conoscere il vero nome della propria regina e riferirlo a Filippo, spiegandogli che i vocaboli “Regina Kandàke” non avevano alcun senso significando “Regina … Regina” e, dal momento che interloquiva col santo senza alcun problema di lingua, gli avrebbe riferito anche il titolo regale in lingua nubiana originale: "Katkè" non "Candàce".

 
Lo scriba cristiano di Eusebio di Cesarea (cfr. HEc II,1) che usò lo pseudonimo "Luca", in un'epoca molto successiva agli eventi narrati, intese "comprovare" come iniziò la cristianizzazione dell'Etiopia sin dall'Avvento di Cristo (una falsa conversione comprovata dai ritrovamenti archeologici delle necropoli che dimostrano come tutti i regnanti del Kush e relativi sudditi continuarono ad adorare il Dio Amon ancora tre secoli dopo Cristo) e per questo scopo ricercò personaggi attingendo alle fonti storiche dell'epoca, sopra richiamate ... ma, in questo caso, era contenuto l'errore che travisava il titolo della Regina "Kandàke" (grecizzata in Candace) per un nome proprio di persona: un grave equivoco "prelevato" e rivelatosi, oggi, un "peccato mortale" al punto che basterebbe lui solo a distruggere la credibilità di tutte le testimonianze evangeliche ... anche se, come stiamo evidenziando, la storia dimostra che "peccati mortali" simili, ad iniziare dagli scritti di "Luca", sovrabbondano nei documenti neotestamentari.
  
Gli studiosi genuflessi, presi in contropiede da tale assurdità, riferita da un evangelista "ispirato da Dio", provano ad inventarsi nomi di altre "Candaci" ... finendo, inesorabilmente, col debordare dalla razionalità storico archeologica. Infatti, dai ritrovamenti archeologici sappiamo che, dalla morte di Cristo fino a Nerone, regnarono in Meroe solo Re "maschi": Pisakar (Re dal 30 al 40 d.C., durante l'epoca evangelica), Amanitaraqide e Nebmaatre. Soltanto dopo, dal 62 all'85 d.C., regnò una "Candace" femmina: Amanikhatashan. Particolare peraltro superfluo perché tali nomi non potevano essere conosciuti, né riferiti, dagli storici romani e greci di allora ... semplicemente perché i tre Re non intentarono alcuna guerra contro Roma limitandosi a rispettare i trattati, stabiliti dalla loro antenata Amanirenas con Cesare Augusto, ben sapendo il rischio che avrebbero corso se avessero cercato di riconquistare le fertili regioni limitrofe al corso inferiore del Nilo. 

E' doveroso evidenziare, inoltre, che le odierne eminenze grigie della Chiesa Cattolica si sono rese conto del grossolano errore storico commesso dagli scribi cristiani, oggi sconfessato dall'archeologia, e stanno modificando il brano sopra riferito in "Atti degli Apostoli". Nel testo inglese di "Catholic Bible" (si trova anche in rete) viene riportato "...kandake, or queen of Ethiopia" (At 8,27): in italiano
"candace, ovvero regina di Etiopia".
Con l'aggiunta di un piccolo "or" i furbi esegeti cristiani, subdolamente, equiparano Candace al vero titolo di regina in modo da non farlo più risultare un nome proprio di persona ... con due conclusioni certe: 1°, far passare per sprovveduti i credenti di lingua anglofona sparsi nel mondo; 2°, dimostrano che i vangeli non furono "dettati da Dio", come decretò la Chiesa nel Concilio di Trento e nel Concilio VaticanoII, bensì furono inventati dagli ancestrali clerici, loro antesignani "Padri" ideologici, pertanto modificabili in ogni momento con "pio" opportunismo. Gli occulti manipolatori della fede cristiana escludono la evenienza che una "pecorella", del sottomesso gregge di accoliti, possa "smarrirsi" facendo una semplice verifica con l'antichissimo "Codex Sinaiticus", tradotto e pubblicato nel web.
 

Dallo sproposito "Kandàke" si possono scoprire altre imposture derivate contenute nel “sacro testo”.

Progredendo con gli studi possiamo dimostrare che gliAtti degli Apostoli furono creati da scribi cristiani molto tempo dopo la datazione delle vicende in essi narrate.

Gli autori si prefissero di “comprovare”, rafforzandone il mito tramite un ausilio mistificante della storia, l’Avvento di “Gesù Cristo” e degli Apostoli che ne diffusero la dottrina, inventandosi una serie di personaggi di “contorno” con il compito di “testimoniare” gesta miracolose straordinarie.

Questi importanti personaggi comprimari vennero creati artatamente, proprio come gli “Apostoli”, e fatti interagire con uomini realmente vissuti, famosi, rintracciabili nella storiografia dell’epoca, esattamente come le località in cui furono fatti recitare, anch’esse notorie e descritte nei Vangeli.

In tal caso, lerrore “Kandake”, fatto dagli storici imperiali i quali non sapevano che nella lingua meroitica era un titolo attribuito alla “Regina”, fu ripreso, inconsapevolmente, dagli scribi falsari cristiani; ma oggi, grazie ad archeologia e paleografia, insieme al dato storico della morte della sovrana guerriera, siamo in grado di scoprire la falsificazione e dimostrare l’invenzione di “Filippo”.

 
 

Ma non basta


Leggendo gli “Atti” (At 6,5), questo “Filippo fu inviato assieme ad altri sei santicolleghi” con i quali operare mirabilia, tutti dotati di poteri soprannaturali; fra questi il primo martire della cristianità: santo Stefano “uomo pieno di fede e di Spirito Santo che … faceva prodigi e miracoli tra il popolo” (At 6,5/8).
Ne consegue che, se santo Stefano era assieme ad un inesistente sanFilippo”, è ovvio che anche lui fu inventato, come gli altri cinque.

E' doveroso evidenziare, inoltre, che Filippo fu un apostolo al seguito di Gesù, annunciò al "collega apostolo" Natanaele il Suo "Avvento" (Gv 1,45), presenziò con Cristo nella "ultima cena" e fu testimone oculare della Sua "elevazione" al cielo 40 giorni dopo la "risurrezione" (At 1,1-12). Questa è solo una delle molteplici prove accumulate che dimostrano l'invenzione della "risurrezione" di Gesù; inoltre san Filippo (sic!) partecipò al "miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci" (Gv 6,5/7). Viene spontaneo chiedersi: i "beati poveri di spirito" credenti hanno letto i vangeli? ...


"L'evangelista Filippo aveva quattro figlie nubili che avevano il dono della profezia" (At 21,9)

 
... ma la Chiesa, consapevole Lei per prima dell'inesistenza di questo Filippo riferito in "Atti", oggi nega che fu uno degli apostoli, celando le prove agli stessi fedeli; al contrario, noi riferiamo ai Suoi credenti adepti la testimonianza dello storico Vescovo Eusebio di Cesarea (Storia Ecclesiastica III 31, 2-5) in cui, richiamandosi al Santo nei brani sopra citati degli "Atti", afferma: "Filippo era uno dei dodici apostoli ... dopo la sua morte riposa a Hierapolis assieme alla tomba delle sue figlie".
In realtà, se lo scriba di "Atti" intendeva riportare un altro "Filippo", diverso dall'apostolo appartenente ai "dodici" (At 1,13), lo avrebbe chiarito bene, obbligandosi a distinguere due protagonisti con lo stesso nome: gli Ebrei usavano il patronimico a questo scopo.

Sì, proprio così, a conferma di quanto dimostrato nel primo argomento "Gli Apostoli non sono esistiti", anche questo "Santo", come gli altri apostoli, fu inventato e fatto passare anch'egli per ebreo galileo con un impossibile nome greco. Oggi viene cancellato definitivamente dalla storia.

 
 

Ancora non basta

 
Il martire Stefano, secondo “Atti”, venne fatto lapidare da un Sinedrio convocato da un Sommo Sacerdote senza la presenza, e tanto meno autorizzazione, del Legato imperiale romano (vedi Ant. XX 197/203), l’unico che avrebbe potuto consentirne la soppressione in quanto detentore del “ius gladii” (diritto di uccidere) ... pertanto: falso martirio, falsa Candace, falso Filippo, falso Sinedrio, falso Stefano e, superfluo a dirsi, falsi miracoli.

Nota. Il corpo del protomartire santo Stefano fu “scoperto” e prelevato da Gerusalemme nel 416 d.C da parte dello storico Presbitero Paulus Orosio, collaboratore di S. Agostino, il geniale Vescovo Padre della Chiesa Cattolica.

Miseri resti umani anonimi, riesumati quasi quattro secoli dopo i fatti narrati, vennero distribuititi a pezzi in molte Chiese d’Europa, e tutt’oggi venerati da sprovveduti indottrinati.
 
 
E ancora
 
In questa finta scena, che vede protagonista un finto martire, si introduce anche un altro personaggio inventato, importantissimo per la Verità della Fede Cristiana: san Saulo Paolo; ancora giovane, ai piedi del quale si compie il finto martirio di un finto santo Stefano (At 7,58).

La sequela delle falsità sin qui evidenziate, confermate dagli studi riportati sopra e quelli successivi, comprovano che san Saulo Paolo non fu una persona realmente esistita ma una menzogna creata per fini ideologici dottrinali.

 
 

Proseguiamo

 
Lo scenario si allarga alla Samaria e …

Le folle prestavano ascolto unanimi alle parole di Filippo e vedendo i miracoli che egli compiva. Da molti indemoniati uscivano spiriti immondi emettendo molte grida e molti paralitici e storpi furono risanati (At 8,6/7)

dopodiché, si introduce un nuovo, questa volta malèfico, attore: Simone il Mago fu battezzato e non si staccava più da Filippo (At 8,13): u
n san Filippo inventato non può rimanere "attaccato" ad alcun "mago": anche "Simone il Mago" fu inventato. Logica fine di una narrazione puerile destinata a "consumatori" influenzabili e opportunamente catechizzati.
La controprova che Simone Mago non è mai esistito la troviamo nella testimonianza di "san Giustino martire"; questi, apparentemente vissuto nel II secolo, scrisse due apologie sui Cristiani indirizzate all'Imperatore Antonino Pio ed al Senato laddove si attesta:


“Dopo l'ascensione al cielo del Signore, i Demòni istigarono alcuni uomini a proclamarsi Dei, e questi non solo voi non li avete perseguitati, ma li avete persino colmati di onori, a cominciare da Simone Mago, un samaritano del villaggio chiamato Gitthon. Sotto Claudio Cesare, con la complicità dei Demòni egli fece miracoli di magia nella vostra città imperiale di Roma, e fu considerato Dio e come tale da voi onorato con una statua sul fiume Tevere, tra i due ponti, e la seguente iscrizione in latino: Simoni Deo Sancto, che significa: a Simone Dio santo".


Una sciocchezza inaudita dal momento che il villaggio di “Gitthon non è mai esistito in Samaria, così come nessuna fonte storica, e tanto meno archeologica, riferisce lesistenza di una divinità romana chiamataSimoni Deo Sancto”; ne consegue che gli scribi cristiani, quando inventarono questi personaggi, santi o demoni che fossero, "Giustino" compreso, incapparono in abbagli tali che, inevitabilmente, li avrebbero smentiti.

 

Ancora
 

La "cantonata" presa con san Filippo dagli scribi cristiani falsari, monastici molto furbi ma poco pratici di storia, è paragonabile ad un'altra, riferita nelle “Lettere” di san Saulo Paolo (la II ai Corinzi 11,32) e in “Atti” (12,4/7), quando si fa dichiarare all’Apostolo delle Genti:

“A Damasco il Governatore del Re Areta montava la guardia per catturarmi”.

Secondo “Atti” siamo prima del 40 d.C. (anno della sua morte), pertanto questo monarca poteva essere solo il Nabateo Re Areta IV di Petra, la cui figlia sposò Erode Antipa il Tetrarca che la ripudiò dopo aver sposato anche Erodiade. Ma il suocero di Erode Antipa non regnò mai su Damasco in quanto appartenente alla Provincia romana di Siria: se ciò fosse avvenuto, data l'importanza della notizia, gli storici imperiali lo avrebbero riferito. Fatto che non risulta. Al contrario, un antenato di questi, Re Areta III, regnò su Damasco oltre un secolo prima che Cristo camminasse sulle acque.

Nell85 a.C., Areta III, Re degli arabi Nabatei, conquistò Damasco e vi regnò sino a che, nel 83 a.C., Tigrane II d’Armenia, detto il Grande, conquistò la Siria e Areta III fu costretto ad abbandonare Damasco rifugiandosi a Petra.
L'Imperio di Tigrane II non durò a lungo. L'avanzata inarrestabile della potenza di Roma, impersonata da Pompeo Magno e le sue legioni, causò il declino dei Regni orientali del Mediterraneo e Areta III approfittò di quei conflitti per estendere nuovamente i confini dell'Arabia Nabatea sino a Damasco ma, nel 64 a.C., il Proconsole Emilio Scauro (Guerra Giudaica I 159; citato anche nei rotoli di Qumran), Luogotenente di Pompeo, lo costrinse a ritirarsi da Damasco per retrocedere a Filadelfia ed ancora più a sud, sino a Petra, interponendo l'arido deserto fra lui e le legioni romane.  
Dopo Areta III regnò sui Nabatei Obodas II, cui subentrò Malichus I, al quale succedette Obodas III, suo figlio e padre, a sua volta, di Areta IV. Quest’ultimo regnò dal 4 a.C. sino al 40 d.C., ma mai su Damasco. E' oltremodo evidente che san Luca attaccò la sua "eschetta" storica ad un amo genealogico col numero sbagliato.
                                                                                                                                                                                                         

Quanto riferito è storia documentata e comprovata da archeologia e numismatica. Al contrario, gli storici ispirati in piena crisi mistica, pur di salvaguardare le “Verità” evangeliche, dichiarano che, morto Tiberio nel 37, Gaio Caligola nominò Re di Damasco Areta IV: fatto non riferito da alcuna fonte o cronista imperiale. Gli "studiosi sgranarosari" ci vogliono far credere che pur di compiacere un Re nabateo - che si insediò sul trono, il 4 a.C., senza il placetdi Cesare Augusto - Gaio Caligola ridusse Damasco ad un Regno cliente che conferì ad Areta: un nemico dell'Impero. Questi, infatti, dopo aver attaccato e sconfitto Erode Antipa alleato di Roma (nel 36 d.C., durante il conflitto tra Roma e i Parti) osò impadronirsi di territori della Perea, amministrati da Antipa ma appartenenti allImpero. Il "blitz" lo costrinse a rifugiarsi nell'estremo sud, sino a Petra, per evitare la decapitazione ordinata da Tiberio a Lucio Vitellio, Legatus Augusti pro Praetore (sino al 39 d.C.) degli Imperatori Tiberio e Caligola (Ant. XVIII 125).
 
Ebbene, dopo simile "curriculum", secondo gli esegeti baciapile, Areta IV avrebbe ricevuto in premio il trono di Damasco? Nella Siria? Nonostante fra Damasco di Siria e Petra si interponesse un immenso territorio sotto dominio romano che comprendeva Traconitide, Batanea, Auranitide, Gaulanitide, Decapoli e Perea … Ma quando mai! Che lo dimostrino con dati storici e archeologici come risultano per Areta III! Che si faccia avanti un "pio docente" di storia e letteratura classica e lo dichiari, pubblicamente, sottoscrivendo con tanto di nome e cognome. Per inciso, Pompeo Magno, nel 64 a.C., costituì una federazione di dieci città, "Decapolis", abitate da Greci e Siriani, separate dal regno di Giudea ed annesse alla Provincia di Siria, molto più a sud di Damasco ma ... molto più a nord dell'Arabia Nabatea di Areta.
   
Pur vittoriosa inizialmente, la guerra che Areta IV intentò nel 36 d.C. contro Erode Antipa, vassallo di Tiberio, provocò la reazione del Legato di Siria Lucio Vitellio (Ant. XVIII 120) che costrinse il monarca nabateo a rilasciare i territori conquistati e ritirarsi a Petra. Roma, che aveva il controllo totale delle vie di comunicazione e gli scali marittimi indispensabili ai ricchi scambi commerciali con l'Oriente, isolò la città, di conseguenza, dopo aver raggiunto il massimo splendore con Areta IV, alla fine del suo regno Petra iniziò un declino economico irreversibile, al punto che, sotto Traiano, il regno nabateo fu soggiogato definitivamente all'Impero, nel 106 d.C., dal Console, Governatore di Siria, "Aulo Cornelio Palma Frontoniano" (Cassio Dione, Storia Romana: LXVIII 14).
Gli storici credenti "ispirati" non arrivano o fingono, in mala fede, di non capire che “san Luca” ha infilzato sull’amo della storia una serie di “eschette” proprio per farli abboccare: eschette che si inghiottono, una dopo l’altra, come fossero ostie consacrate.

Questa colossale menzogna religiosa non può giustificare il diritto di cambiare il passato: conoscere la realtà degli eventi accaduti è un patrimonio che appartiene a tutti.

Un falso Gamalièle in un falso Sinedrio; inesistenti Apostoli che fanno miracoli sotto un inesistenteportico di Salomone” (At 5,13-16 ; cfr. Antichità Giudaiche XX 220-222 e XIV studio su apposito argomento); un falso san Saulo Paolo che offende un Sommo Sacerdote del Tempio in realtà già dimesso dalla carica, sei anni prima, dal Legato imperiale Ummidio Durmio Quadrato; lo stesso Paolo che si permette di mentire ad un Tribuno sul suo luogo di nascita, e questi, ciononostante, crede alla sua “cittadinanza romana” senza pretendere di vedere l’attestato a comprova, come previsto dalla legge che lui stesso è tenuto a far valere; una falsa “folgorazione” (segue); Apostoli con lingue di fuoco sulla testa che parlano tutti gli idiomi allora conosciuti (At 2,3-4), fanno resuscitare morti, guariscono storpi e intere folle da ogni malattia (At 5,12-16).   

Eppure, gli esegeti genuflessi che fannoapostolato si vergognano di far conoscere il contenuto di questosacro testo” … i preti sanno benissimo che è ridicolo e lo tengono celato: di fatto è "apocrifo". Sanno che i “beati poveri di spirito”, oggi, se fossero messi al corrente delle sciocchezze in esso contenute … scapperebbero.

Docenti di fama, ispirati dallo Spirito Santo, discutono in congressi, vengono scritte relazioni, pubblicati libri per “analizzare” gli “Atti degli Apostoli” sotto il profilo storico, letterario. “Tradizione giudaica” che incontra la “tradizione ellenica”, “genialità della sintesi paolina”, “studi sulla probabilità che Seneca e san Paolo si siano scritti lettere” (assurdità non comprovabili al limite della demenza), già le hanno intitolate “Caro san Paolo … Caro Seneca”; un enorme pesce diventa san Giovanni fritto in padella (sic!) e martirizzato da Domiziano (in Internet cliccare su “La Satira IV di Giovenale ed il supplizio di san Giovanni a Roma sotto Domiziano”). Sembrerebbe impossibile che nei nostri Atenei circolino “analisi storiche” simili. A volerli leggere tutti è impossibile … e i docenti mistici lo sanno; ma quello che conta è far apparire la “Mole” di studi fatti, una bibliografia pressoché infinita destinata ad impressionare gli sprovveduti.


Ma nessun Papa che abbia mai detto in alcuna, delle innumeri (sono in rete), “Udienza Generale in Piazza san Pietro”: “Cari fratelli e care sorelle, ora vi leggo gli “Atti degli Apostoli”, iniziando dalla prima pagina, bastano un paio d’orette, e avrete diritto alla vita eterna”.

No! Lo sanno: gli “Atti degli Apostoli” sono un puerile libello creato per convincere, artatamente, i creduloni dolciotti con eventi storici inventati, come avvenne la diffusione del Cristianesimo e relativa "dottrina della Salvezza". Persone credenti che, sin dal lontano passato, non avevano la possibilità di documentarsi e verificare se quanto riportato nei Vangeli sarebbe potuto avvenire nella realtà, ma oggi … Piazza san Pietro, si svuoterebbe.

 


 

Parte III: sintesi
 

La "folgorazione" di san Paolo

 

Attraverso il confronto della documentazione neotestamentaria con la storiografia, nello studio precedente abbiamo dimostrato l’inesistenza di san Paolo, san Filippo e santo Stefano: attori di primo piano fatti recitare dagli scribi cristiani nel “sacro testo” di “Atti degli Apostoli”.

Ritorniamo su "Paolo di Tarso", una persona inventata la cui esistenza è giustificata quale movente evolutivo, base di un credo e, di conseguenza, documentata solo da scritture dottrinali risalenti ad epoche successive ai fatti narrati.

Di lui, nonostante si sia esibito con miracoli vistosi nelle Province dell’Impero, non esiste alcuna traccia se non quella creata da una “tradizione” posteriore appositamente costruita sul suo culto.

 

Il santo è stato immaginato e dipinto con espedienti immaturi ed errori storici talmente madornali, al punto che nessuno può affermare e tanto meno dimostrare sia esistito; al contrario, dovere di uno storico è dichiararne l’invenzione contraffatta, pertanto, un uomo che non è esistito non può aver scritto nessuna lettera ed il fatto che ci sia contrasto fra gli stessi filologi credenti su quali “lettere” gli vengano attribuite o meno non fa che confermare quanto appena detto perché le “letterefurono scritte da altri a suo nome e in tempi diversi a seconda dellevoluzione della dottrina.

Prima di verificare la narrazione della “folgorazione” di Saulo - che secondo quanto scritto nella Bibbia, da feroce e zelante aguzzino, si spostava da una nazione all’altra pur di far strage di Cristiani - è necessario calarsi, brevemente, nel contesto reale dell’epoca per farsi un’idea più precisa di cosa stiamo parlando.

 

Tacito (Ann. IV 5) riferisce che ad Antiochia risiedeva il Quartiere Generale che controllava tutto l’Oriente, un immenso territorio agli ordini del Governatore di Siria, Luogotenente dell’Imperatore, al comando di quattro legioni più forze ausiliarie con equivalente numero di uomini.

Ad esso erano subordinati, giuridicamente e militarmente, anche tutti i Procuratori, i Prefetti, Tetrarchi, Etnarchi e Re vassalli con i rispettivi eserciti. Era una forza di pronto intervento, dislocata in tempo di pace, per un totale di oltre quarantamila uomini schierati in difesa di un limes che si dipartiva dal Mar Nero, il Ponto, l’Armenia, l’alto corso del fiume Eufrate, sino al Mar Morto comprendendo la Palestina.

Roma voleva garantirsi contro la potenziale minaccia dei Parti che avrebbero avuto tutto l’interesse ad affacciarsi sul Mediterraneo, la via di comunicazione più efficiente per i traffici e gli scambi commerciali fra le terre più fertili e ricche del mondo conosciuto da coloro che, allora, scrissero la storia occidentale ... ed i Vangeli.

I Cesari conferivano il diritto di uccidere (ius gladii) ai Governatori delle Province romane, comandanti di adeguati contingenti militari con un potere egemonico territoriale assoluto. Erano Magistrati con la prerogativa di fungere da accusatori e giudici al contempo nei confronti degli abitanti denunciati di reato, con l’eccezione di quei sudditi che godevano della cittadinanza romana, attestata da un diploma rilasciato dall’Imperatore. Questi ultimi dovevano essere processati da un tribunale composto da più giudici e, se non esisteva nel territorio in cui era stato commesso il reato, gli imputati erano inviati a Roma in catene con la prima trireme che vi si recava. Un potere militare enorme ed un diritto funzionale a mantenere aggregato un Impero vastissimo.
A nessun Sommo Sacerdote "ἀρχιερεῖς" (Archiereis) delle molteplici divinità, oggetto di culto dei territori sottomessi a Roma, era concesso l’arbitrio di ammazzare sudditi dell’Imperatore; quindi il Sommo Sacerdote del Tempio di Gerusalemme non poteva sopprimere nessun cittadino dell’Impero senza il preventivo consenso del Legato imperiale, anche in caso di violazione della Legge mosaica la quale non vincolava il funzionario romano ... e il Sommo Pontefice ne era consapevole.
Il ius gladii era affidato anche ai Re clienti, Tetrarchi o Etnarchi, delle regioni sotto protettorato di Roma, ai quali era consentito un esercito con armamento leggero per mantenere l’ordine pubblico e riscuotere i tributi.
   

E’ questo scenario territoriale, militare e giuridico dell'Impero Romano del primo secolo, che ignorò, e fece male, Luca quando si inventò 

                                   

                                                

la folgorazione di Saulo sulla via di Damasco

 

Saulo, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al Sommo Sacerdote e gli chiese lettere per le Sinagoghe di Damasco per essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»” (At 9,1/4);

“Io (Saulo) perseguitai a morte questa nuova dottrina arrestando e gettando in prigione uomini e donne, come può darmi testimonianza il Sommo Sacerdote e tutto il collegio degli anziani (il Sinedrio). Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme(At 22,4/5).

 

Questa “testimonianza”, sull’esistenza dei seguaci della dottrina di Cristo, con il forzato e ulteriore richiamo al Sommo Sacerdote del Tempio e al Sinedrio (per Luca era una fissazione, ma non poteva fare a meno di inciamparvi), si dimostra un’altra messa in scena sconfessabile dal diritto romano, funzionale a conservare il dominio imperiale tramite un corpo di pubblici ufficiali, strutturato e rigidamente gerarchizzato.

Il Sommo Sacerdote che presiedeva il Sinedrio di Gerusalemme non possedeva il potere per inviare suoi sgherri ad arrestare cittadini damasceni assoggettati alla giurisdizione della Provincia di Siria, governata direttamente da Roma tramite il suo funzionario di stanza ad Antiochia: il Luogotenente dell’Imperatore, subordinato solo a lui. La sua autorità sarebbe stata scavalcata da quella di un Sommo Sacerdote e dal Sinedrio Giudeo, per di più, col potere (esclusivo dei Romani) di fare “strage” di uomini.

 
Solo un asceta ignorante, al di fuori del contesto reale dell’epoca, poteva inventarsi simili assurdità facendole apparire come una dottrina “dettata da Dio”. Era il Principe dell’Impero Romano, o il Senato, che potevano mettere al bando o dichiarare legittimo un culto; solo l’Imperatore o i funzionari da lui delegati nelle Province avevano il potere di esercitare il “ius gladii”, cioè il diritto, egemone, di sottoporre a supplizio, uccidere o reprimere gli abitanti responsabili di provocare tumulti, compresi quelli di origine religiosa.

Nei territori, sottoposti al dominio romano, governati da Re nominati dall’Imperatore e devoti a Roma, era concesso a questi monarchi il diritto di uccidere in funzione delle proprie leggi patrie, ma nessun capo di qualsiasi culto o setta poteva perseguitare seguaci di altri culti, tanto più se si trattava di religiosi cittadini residenti in altri territori sottoposti a pubblici ufficiali nominati direttamente dallImperatore.

Il “cursus honorum” degli alti funzionari romani nelle Province imperiali imponeva loro il rispetto di una gerarchia, rigidamente disciplinata, facente capo al Cesare.

 

In Giudea, all’epoca della “folgorazione di Saulo”, governava un Prefetto incaricato dall’Imperatore e da lui delegato con pieni poteri e diritto di uccidere; solo lui, caso per caso, poteva concedere al Sinedrio di Gerusalemme il permesso di riunirsi per deliberare ed eventualmente, a suo insindacabile giudizio, di giustiziare, nel proprio territorio, uno o più ebrei colpevoli di aver trasgredito la Legge ancestrale.

Perché potesse avviarsi tale procedura era indispensabile la presenza di un Prefetto o un Procuratore e la violazione di tale norma comportava la destituzione immediata del Sommo Sacerdote del Tempio che presiedeva il Sinedrio (Ant. XX 202-203).

In Siria (ove sorgeva Damasco), i Presidii militari di Roma erano indispensabili per tenere a bada i Parti e vi risiedevano contingenti con forze più numerose e strategicamente più importanti della guarnigione di stanza a Gerusalemme agli ordini di un Tribuno romano. Lui soltanto e non un Sommo Sacerdote giudeo, in linea teorica ma con altre e ben più gravi motivazioni, avrebbe potuto richiedere - tramite il suo superiore, Prefetto di Giudea, residente a Cesarea Marittima - l’autorizzazione al Luogotenente dell’Imperatore, Comandante del Quartiere Generale romano di Antiochia, per poter arrestare cittadini di Damasco ed estradarli a Gerusalemme, in Giudea.

 

San Luca progettò che la “missione” di Paolo, destinata a stroncare il movimento dei seguaci di “Gesù”, si sarebbe trasformata in una “missione” a favore dei “Cristiani” grazie ad un evento straordinario: la “folgorazione”.

Fu durante questo viaggio, fasullo sia per la motivazione che per la procedura (entrambe in contrasto alla rigida struttura gerarchica, giuridico-militare, facente capo al Cesare), che l’evangelista si inventò la “conversione di Saulo” (At 9,1/9) e, dopo averlo fatto “folgorare” e accecare da un Gesù risuscitato e già seduto sulla destra di Dio Padre Onnipotente” (At 2,32), creò il nuovo Apostolo: “san Paolo”.

 

Lo scriba che intese comprovare l'esistenza di Paolo di Tarso, impegnandolo in una intensa opera di apostolato, fece girovagare il suo personaggio sino ad Efeso, capitale della Provincia romana dell'Asia minore, ove, secondo "Atti", in virtù delle manifeste guarigioni miracolose effettuate, riuscì a convertire "tutti gli abitanti della Provincia d'Asia". Ovviamente si tratta di una notizia esagerata, pertanto inventata, che storia e archeologia sono in grado di smentire facilmente.
Poiché la presenza di Paolo ad Efeso é correlata a quella del longevo apostolo Giovanni, rimandiamo lo studioso alla analisi, riportata al successivo V argomento, tramite la quale si dimostra l'inesistenza delle due colonne portanti del Cristianesimo primitivo creato dopo la risalita in cielo del Redentore dell'umanità peccatrice.
 
L'impudenza degli amanuensi cristiani nell'inventare storie, pur di giustificare la loro dottrina gesuita, inesistente nel I secolo, giunse al culmine quando falsificarono una grave carestia, avvenuta in Giudea sotto l'Imperatore Tiberio, depistandola in modo che risultasse avvenuta sotto Claudio. Allo scopo fecero intraprendere al loro attore teologale preferito, Saulo Paolo, un ulteriore viaggio in Giudea "scortato" dallo Spirito Santo:
 
"Il Profeta Agabo annunziò, per impulso dello Spirito Santo, che sarebbe scoppiata una grave carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l'impero di Claudio. Allora i discepoli si accordarono, ciascuno secondo quello che possedeva, di mandare un aiuto ai fratelli della Giudea; questo fecero, indirizzandolo agli anziani, per mezzo di Bàrnaba e Saulo" (At 11,28/30).
 
Si tratta di una vicenda creata nei particolari, con estrema ipocrisia, all'unico fine di impedire la datazione storica di una ribellione ebraica contro il dominio romano sulla terra di Israele mentre una grave carestia mieteva vittime fra la popolazione. La scoperta del grave fatto avrebbe permesso agli studiosi di risalire all'intervento (non l'Avvento) del Messia Salvatore identificandolo come persona appartenente alla realtà zelota dell'epoca. In tale circostanza la dottrina della salvezza sarebbe stata sconfessata e vanificata. La dimostrazione di questo ulteriore aberrante viaggio di Saulo Paolo é riportata nel successivo X argomento.
   
Paolo di Tarso. La nuova “Rivelazione” di Dio fu così incarnata in un personaggio inventato di sana pianta da uno o più mistici, ignoranti di leggi, ma sufficientemente furbi da capire che l’illusione della “resurrezione della carne” era un miraggio cui pochi uomini avrebbero saputo resistere.

 

Grazie all'invenzione del super apostolo Saulo Paolo, i Padri fondatori decisero di innestare il rituale del sacrificio eucaristico teofagico del Soter pagano nel Messia giudeo Salvatore ... ma si sarebbe infranta la Legge mosaica rivelata da Yahweh ai Profeti semiti. I loro vaticini non contemplavano l'Avvento dell'Unto divino da immolare alla divinità, in latino "Hostia", per poi risorgere ed essere diviso in particole sacre da far inghiottire ai fedeli, sangue e corpo, entro una frazione di pane per avere in premio il diritto alla vita eterna.

A tale scopo si rese necessario escogitare l'intervento dello stesso Messia, già risorto, per "autorizzare" dall'alto dei cieli la modifica biblica da propagandarsi tramite un nuovo apostolo ignorato negli stessi vangeli.
 
Nel corso del terzo secolo l'Impero Romano manifestò l'incapacità a difendere le proprie frontiere. La potenza di Roma non era più in grado di reggere l'urto dei popoli confinanti interessati ad invadere i fertili territori sotto il suo dominio. 
La popolazione interpretò quella debolezza una conseguenza della mancata protezione delle divinità capitoline e, spontaneamente, si rivolse ad altri credi, soprattutto di origine orientale, in grado di soddisfare i bisogni individuali di conoscenza esistenziale ed oltre la morte.
Fu l'epoca in cui il Cristianesimo poté svilupparsi sino ad ottenere il riconoscimento legale per poi imporsi come unica religione di Stato entro un Impero ormai prossimo alla disgregazione finale.
Tra le molteplici sette cristiane, seguaci di Cristi concepiti in maniera diversa nella forma e nella sostanza divina, prevalse quella dei seguaci della dottrina dell'apostolo Paolo.
 
Basato sull'illusione per la salvezza della vita eterna, ufficializzato da un Impero ormai decadente, il Cristianesimo paolino si imporrà e diffonderà, prima nelle sue Province, poi sino ai territori allora remoti ... dimostrandosi il più grande lavaggio del cervello che l'umanità abbia mai conosciuto.


Emilio Salsi
        
  

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