San Giovanni, apostolo irreale testimoniato da fittizi 'Padri'


Il rinomato editore umanista Aldus Pius Manutius (Aldo Manuzio, 1449 - 1515), figura di spicco del Rinascimento italiano, appassionato di studi classici, amico di influenti religiosi e frequentatore di antiche biblioteche, dopo essersi avvalso per anni della collaborazione di esperti ricercatori di manoscritti, indispensabili alla pubblicazione di opere della civiltà greca e latina, nel 1508 stampò una edizione de "L'Epistolario di Plinio il Giovane a Traiano..." (C. Plinii Secundi ... Epistolarum libri Dece...) fra cui, per la prima volta, il carteggio indirizzato all'Imperatore quando il patrizio governava la Bitinia in qualità di Proconsole.
In una di queste lettere, indirizzata a Traiano il 112 d.C., il Senatore pagano denunciò la presenza, copiosa e anomala, di una setta di Cristiani entro quella lontana Provincia romana.


In merito all'autenticità della lettera indirizzata da Plinio il Giovane a Traiano e la relativa risposta dell'Imperatore, da oltre un secolo, molti esperti di fama mondiale hanno pubblicato ipotesi contrastanti, in qualche caso macchinose, nessuna delle quali avvalorata da informazioni storiche determinanti, pertanto incapaci di andare oltre un generico giudizio che, inevitabilmente, riflette posizioni preconcette: i credenti, convinti della veridicità, al contrario, i non credenti affermano sia un falso.
 
L'intera documentazione fu ricavata dalla lettura del manoscritto classificato "Codex Parisinus Latinus 6809", datato paleograficamente al VI secolo e giacente nell'Abbazia di San Vittore (vicino a Parigi) ove il frate domenicano Giovanni Giocondo trascrisse il codice per poi consegnare una copia ad Aldo Manuzio. Questi si premurò di pubblicarla a Venezia e, per la prima volta, nel 1508, tutti gli studiosi interessati ad approfondire la materia conobbero la vicenda dei precursori Cristiani, già presenti nella Provincia di Bitinia tra la fine del I secolo e l'inizio del II d.C., talmente numerosi da spingere Plinio Secondo a indagare sugli adepti della setta e le sue finalità, per poi sottoporre il problema a Traiano evidenziandone l'aspetto giuridico in conformità al diritto romano.

Questo manoscritto e gli altri - contenenti le lettere di Gaio Cecilio Plinio Secondo, detto il Giovane, dalla disgregazione dell'Impero Romano fino a dopo l'epoca carolingia - erano tutti conservati in biblioteche appartenenti ad abbazie, in prevalenza francesi, facenti capo a disparate autorità ecclesiastiche. I documenti furono trascritti da copisti in più codici a partire da un archètipo, con ogni probabilità quello originale o, quanto meno, una copia, ma, solo alcuni di essi riportavano il X libro: l'unico che comprendeva la corrispondenza fra il Governatore di Bitinia e l'Imperatore Traiano consistente in 26 missive ufficiali fra cui quella che riguardava i Cristiani primitivi. 
 
La relazione inviata all'Imperatore dal suo Legato "Epistularum X 96" (è in rete) riferisce le conclusioni della indagine svolta per accertare la pericolosità della nuova setta religiosa avvalendosi, innanzitutto, della tortura sino al punto di uccidere numerosi Cristiani.
Stando alla "tradizione" ecclesiastica, documentata nella immane patrologia greca e latina, redatta dall'alto Medio Evo in poi (antecedente a questa epoca non esiste alcun manoscritto), quei Cristiani sottoposti a supplizio ed uccisi avrebbero dovuto essere riconosciuti come "màrtiri".
Viceversa, leggiamo come Tertulliano in "Apologeticum" (2,6) commenta la triste vicenda:

"Plinio Secondo, che governava una Provincia (quale?), dopo aver condannato e costretto a rinnegare la fede alcuni Cristiani, impressionato dal loro numero e non sapendo come comportarsi, comunicò all'Imperatore Traiano di non aver in loro trovato niente di criminoso a parte il rifiuto del culto pagano".
 
Questa è una testimonianza "indiretta" molto riduttiva che "dimentica", volutamente, ma inspiegabilmente a prima vista, di riportare il dato più grave e significativo: il supplizio e la morte di un elevato numero di Cristiani perpetrato dal Governatore di Bitinia, Plinio il Giovane.
E' importante sottolineare che i primi manoscritti di "Apologeticum" risalgono al X secolo. Questa datazione dimostra che, cinque secoli prima che il frate domenicano Giocondo trascrivesse l'epistolario di Plinio Secondo, completo dei suoi rapporti a Traiano, già allora gli scribi cristiani erano a conoscenza delle lettere che il Governatore di Bitinia inviò all'Imperatore. Non solo, stando alla datazione del Codex Parisinus Latinus 6809, gli antichi esegeti ecclesiastici erano a conoscenza diversi secoli prima della lettera di Plinio il Giovane e dei Cristiani torturati e uccisi. Di tale lettera gli alti prelati possedevano nelle loro biblioteche la trascrizione, e forse anche l'originale, ma senza averla mai pubblicata e richiamata nella imponente letteratura patristica cristiana redatta nel corso dei secoli; pur avendo il dovere e l'nteresse a farlo ... secondo un giudizio iniziale superficiale.

Fu appunto la lettura di "Apologeticum" che spinse l'erudito frate domenicano a indagare sull'episodio dei numerosi Cristiani denunciati da Plinio il Giovane a Traiano e, grazie alle sue frequentazioni con autorità dell'alto Clero, venne a conoscenza dell'esistenza della epistola che Plinio Secondo, nella veste di Governatore, spedì all'Imperatore. Una consapevolezza che permise a Giocondo di trovare in una Abbazia la copia monoscritta del decimo libro dell'epistolario di Plinio Secondo a Traiano col chiaro fine di dimostrare al mondo intero l'esistenza dei Cristiani primitivi certificata da un documento storico. Almeno quello fu il suo intento e di chi lo aiutò ... molto, molto in buona fede.

Al contrario, le "eminenze grigie" dell'alto Clero - che sino all'Anno Domini 1508 erano riuscite a mantenere nascosta la epistola ufficiale del Governatore Plinio il Giovane e il suo intervento contro i Cristiani - iniziarono a temere che prima o poi qualcuno scoprisse il movente che le indusse a un sì grave sotterfugio. Ebbene, oggi il tempo è scaduto.
 
Dopo che il Cristianesimo fu riconosciuto ed equiparato alle altre religioni da Costantino il Grande, la Chiesa si prodigò per individuare e redigere gli "Atti dei Màrtiri", costituiti da processi verbali concernenti le cronache delle strazianti morti subite dai cristiani seguaci di Gesù, a causa della loro fede, appena dopo la Sua crocifissione ... in poi.
Oggi quegli "Atti" sono contenuti nel "Martirologio": una sorta di calendario liturgico ufficiale in cui vengono descritte le storie dei màrtiri gesuiti di tutte le epoche. Eppure, nonostante la riprova storica, i màrtiri cristiani di Plinio il Giovane non sono mai stati beatificati ... neanche degni di una commemorazione al "màrtire ignoto". Perché?

Una volta ottenuta la possibilità di consultare gli archivi imperiali sotto Costantino e visionato l'autentico epistolario di Plinio Secondo, le "eminenze grigie" cristiane si resero conto della vicenda e il retroscena ad essa connesso: l'episodio, oltre a dimostrare che quei "cristiani" erano "messianisti" ma "non seguaci di Gesù", faceva crollare la credibilità di tutti i sacri testi "canonici" e delle gesta in essi narrati, ad iniziare dagli Apostoli, i loro successori e màrtiri compresi. Le eminenze grigie del Clero gesuita compresero subito che i Cristiani di Bitinia non conoscevano "Gesù Cristo", il "Figlio di Dio", "Salvatore" e "Redentore" dell'umanità intera.
Una evidenza che costrinse gli amanuensi a modificare
la "sacra scrittura", alla fine del IV secolo, adottando un metodo superficiale e puerile che possiamo dimostrare avvalendoci della lettura comparata di "Atti degli Apostoli" con la storiografia dell'epoca.

Torniamo alla vicenda di Plinio il Giovane in Bitinia e allarghiamo la visuale sul territorio assoggettato a Roma: osserviamo che in quello stesso anno del martirio di messianisti, il 112 d.C., un altro Proconsole incaricato da Traiano e amico di Plinio Secondo, nonché il principale storico dell'Impero Romano, Cornelio Tacito, era insignito come Governatore della Provincia d'Asia, a sud della Bitinia ... di conseguenza ...


“Attraversarono la Frigia e la Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato di predicare nella Provincia d'Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise ...” (At 16,6/7).

Scopriamo perché "Dio" vietò a san Paolo e Barnaba di recarsi a far proselitismo nelle Province d'Asia e Bitinia ...  




L'apostolato di san Giovanni


Lo studio svolto su Simone lo zelota - “fratello” “fratellastro” “parente” “cugino” di Gesù, il quale, stando alle scritture cristiane, fu secondo Vescovo di Gerusalemme - ha dimostrato l'inesistenza di questo personaggio come uomo e, inevitabilmente, la massima carica sacerdotale di governo spirituale della comunità cristiana della Città Santa, anch'essa è andata a “farsi benedire” sino a smentire l'esistenza del suo precursore, l'apostolo “Giacomo il Minore”, primo Vescovo della stessa Diocesi.

L'indagine sulla presenza dei cristiani (messianisti, non gesuiti) denunciata da Plinio il Giovane, avvenuta nel 112 d.C., da noi riferita ne “i falsi màrtiri di Nerone”, ci consente di provare la mancanza di Capi alla guida “pastorale” della Chiesa di Cristo in Bitinia. A quella stessa data non esistevano comunità di cristiani gesuiti e loro Capi territoriali, neanche nella Provincia d'Asia, con capitale Efeso, governata dal Proconsole romano Cornelio Tacito*, il quale, essendo sacerdote pagano, li avrebbe quanto meno denunciati e, come Plinio il Giovane, sottoposto il problema all'Imperatore Traiano.

A maggior ragione, perché, secondo la storiografia attestata nel codice laurenziano mediceo MS 68 II, "apparso" l'XI secolo, lo stesso Tacito riferì la strage di seguaci di Gesù compiuta da Nerone (Ann. XV 44) che addossò ai Cristiani la colpa di aver incendiato Roma. Al riguardo va notato che nel medesimo brano lo storico definì la setta cristiana infetta da "una rovinosa superstizione che, come un grave flagello, dilagava anche a Roma": una animostà, dunque, ancor più ostile di quella espressa dal Governatore Plinio Secondo.
 
* Efeso divenne capitale della Provincia d'Asia Minore nel 27 a.C. sotto Cesare Augusto. La presenza del famoso storico romano, Cornelio Tacito, come Governatore di quella regione, é comprovata dall'iscrizione sepolcrale marmorea, trovata a Milas, in Caria, a sud di Efeso, una zona ricca di reperti antichi romani. Oggi è conservata nel Museo Epigrafico di Roma e contrassegnata: CIL VI 1574 = CIL VI 41106 = AE 1995, 92 = AE 2000, 160.

In contrasto al silenzio di Tacito sulla numerosa presenza di Cristiani nella Provincia da lui governata, tutti sapevano che Giovanni evangelista rimase nella Chiesa di Efeso, capitale della Provincia d'Asia, secondo quanto narrato da Eusebio di Cesarea (HEc. III 23), ripreso a sua volta da Clemente Alessandrino e Ireneo di Lione. Quest'ultimo scrisse in "Contro le Eresie":

La Chiesa di Efeso, che Paolo fondò ed in cui Giovanni rimase fino all'epoca di Traiano, é testimone veritiera della tradizione degli apostoli” (op. cit. III 3,4).


La testimonianza è riferita anche dal presunto successore Vescovo di Efeso, Policrate, "collocato" da Eusebio alla fine del II secolo (HEc. V 24,1-2), in una epistola inviata a Papa Vittore (il tredicesimo dopo san Pietro), citati entrambi dal solito Eusebio. Fu a lui che, oltre un secolo dopo, venne recapitata, anziché a Vittore, la lettera "raccomandata" di Policrate: uno strano fatto che ci obbligherà a verificare se questi cinque Padri sono esistiti effettivamente, vista l'attitudine a mentire del Vescovo cristiano Eusebio. Ecco la missiva con la "deposizione" di Policrate:

"Anche Giovanni, colui che si abbandonò sul petto del Signore, che fu sacerdote, indossò la lamina d'oro (il diadema o "petalon" indossato dai Re e dai Sommi Sacerdoti ebrei), martire e maestro, si addormentò a Efeso" (HEc III 31,3).

Ma non è credibile che una affollata comunità di cristiani (ecclesia), edificata da Paolo di Tarso, e residente nella quarta capitale più popolata e ricca dell'Impero, sia rimasta tanto tempo senza un Vescovo dall'inizio del cristianesimo,
come pure risulta scorrendo la "Lettera agli Efesini"* inviata ai credenti di quella città dal super apostolo dei Gentili, il quale - malgrado la testimonianza di Ireneo di Lione appena letta - non sa che l'apostolo prediletto del Signore era là presente. Un ònere di capo spirituale che sarebbe spettato, per dovere e per diritto, al "discepolo che Gesù amava" Giovanni; come Simone Pietro a Roma e Giacomo il Minore in Gerusalemme.
Considerato che Pietro e Giacomo non sono esistiti, alla strègua di Paolo, come abbiamo già provato con gli studi precedenti, sentiamo il dovere di accertare anche la credibilità storica di san Giovanni, apostolo "prediletto del Signore".
Da sottolineare che Eusebio di Cesarea, nella sua "Historia Ecclesiastica" (III 33), riferita a questa epoca, elenca una successione di Vescovi
“assisi sul Trono”, in molte località, fino al IV Libro, senza che risultino Capi delle affollate comunità cristiane in Bitinia, governata da Plinio il Giovane, e nella Provincia d'Asia, governata da Cornelio Tacito.

* Nel canone neotestamentario è compresa la "Lettera agli Efesini" scritta da Paolo di Tarso. In essa il super apostolo si rivolge "ai santi che sono presenti ad Efeso credenti in Gesù Cristo ..." e ricorda loro "il Ministero a lui affidato da Cristo" ma ignora che ad Efeso vi dimorava Giovanni apostolo e, non molto prima, la SS. extra Vergine, Madre di Dio. Giovanni, prima di Paolo, fu investito dello stesso Ministero dal Redentore sulla croce con il preciso obbligo di prendersi cura di Sua Madre. Infatti il Concilio ecumenico tenutosi nel 431 d.C., appositamente ad Efeso, ampliò le scarne informazioni evangeliche e patristiche decretando che "Giovanni prese con sé Maria e venne a Efeso".
In contrasto alla decisione sinodale, la lettera di san Paolo disconosce la venuta ad Efeso della beatissima Vergine e di san Giovanni perchè gli amanuensi la scrissero prima che Maria venisse dichiarata dai Vescovi "Madre di Dio": un dettaglio fondamentale che dimostra l'invenzione della Θεοτόκος (Teotòkos = colei che genera Dio) nella "Natività" di Luca, scritta dagli amanuensi dopo la lettera di Paolo agli Efesini. Poiché in nessuna delle lettere paoline si fa menzione della "Madre di Dio", ciò dimostra che gli scribi cristiani, che compilarono le lettere a nome di un inesistente san Paolo, non erano a conoscenza della futura evoluzione della dottrina stabilita dai Vescovi quando, successivamente, decretarono l'opportunista culto mariano e relativo dogma.   
 
Ad Efeso, dove comandava Tacito su mandato di Traiano, esistevano numerosi Cristiani secondo quanto attestato, a chiare lettere, nella Sacra Scrittura "Atti degli Apostoli". In essa si descrive la lunga permanenza in città di un immaginario Paolo e la sua fruttuosa opera di conversione quotidiana, protrattasi per due anni, corroborata da manifestazioni pubbliche di strabilianti miracoli nella capitale di quella importante Provincia romana:
 
"Questo durò due anni, col risultato che tutti gli abitanti della Provincia d'Asia (sic), Giudei e Greci, poterono ascoltare la Parola del Signore. Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano" (At 19,11-12).

Gli unici a non accorgersi di simili straordinarie rivelazioni divine furono gli storici, i cronisti ed i funzionari imperiali, chiunque fossero stati fra i cittadini romani dell'Impero, Giudei compresi, ad iniziare da Giuseppe Flavio, in particolare, essendo egli ormai divenuto un adulto sacerdote ebreo all'epoca di tali mirabilia.

"In quei tempi Giovanni, il prediletto di Gesù, insieme apostolo ed evangelista, era ancora in vita in Asia, dove, ritornato dall'esilio nell'isola di Pathmos dopo la morte di Domiziano (96 d.C.), dirigeva le Chiese di quella regione" (HEc III 23,1).
"Dopo l'uccisione di Domiziano, Giovanni tornò ad Efeso dove fondò e diresse le varie Chiese d'Asia e vi restò sino al principato di Traiano. Stremato dalla vecchiaia morì (nel 104 d.C.) a sessantotto anni di distanza dalla morte del Signore e fu sepolto nella stessa Efeso" (San Girolamo: "De viris illustribus" IX).
 
Perciò si palesa un contrasto fra la autentica Storia e la tradizione ecclesiastica cristiana - a noi pervenuta attingendo notizie esclusivamente dalle fonti clericali - da confrontare con il silenzio del Governatore Cornelio Tacito sui cristiani gesuiti di Efeso. Città ove il famoso cronista della Roma imperiale, patrizio e sacerdote pagano, autore degli "Annales", dimorava nel palazzo Pretorio senza accorgersi che tutti gli abitanti della Provincia d'Asia, da lui governata, erano diventati cristiani grazie ai miracoli portentosi di san Paolo e la carismatica guida di san Giovanni: due apostoli del Signore, colonne portanti della Chiesa.
E' una semplice dimostrazione storica che si aggiunge allo studio precedente su Paolo, riportato nell'apposito argomento, a comprova che il super apostolo non è mai esistito; di conseguenza non è mai potuto andare a Efeso a convertire masse di Giudei e Greci. Infatti, se tutti gli abitanti della Provincia d'Asia fossero diventati Cristiani - in coerenza con il nefasto giudizio già espresso nei loro confronti negli Annales - lo storico Proconsole Tacito - oltre a relazionare Traiano con una dovuta epistola - li avrebbe accusati e torturati come il collega e amico, Plinio il Giovane, fece nello stesso anno con i cristiani (messianisti ebrei, non gesuiti) della confinante Bitinia.
 
Tale constatazione porta la verifica critica della storia a negare anche la presenza di san Giovanni a Efeso la quale perde completamente di credibilità, pertanto dovremo scoprire come mai i cinque “Padri”, venerati Maestri successori degli apostoli e "storici" della Chiesa appena citati, pur affermando di conoscere la vita di Giovanni, il prediletto di Cristo, non sapevano del suo miracoloso supplizioe questi, a sua volta, come loro, non sapeva del grande eccidio di cristiani perpetrato da Nerone ... stando a quanto risulta negli Annales di Cornelio Tacito, ma trascritti a suo nome da amanuensi cristiani nell'XI secolo.
Un supplizio, quello d
ell'apostolo Giovanni (conosciuto pure come "il discepolo che Gesù amava"), che ci è stato tramandato dal più erudito dei Padri apologisti, nonché il maggiore fra gli autori di opere cristiane: Tertulliano.

Oltre due secoli dopo
questi presunti avvenimenti, discordanti la "tradizione apostolica", nelle province romane d'Asia e Bitinia, quando poterono accedere agli archivi imperiali, gli amanuensi lucani si accorsero della grave mancanza di cristiani gesuiti, sconosciuti dagli storici romani, in quella vasta regione orientale. Studiarono di risolvere il problema chiamando in causa lo stesso Gesù e lo Spirito Santo in “Atti degli Apostoli” per dettare alla “Massima Entità Una e Trina”* i Paesi che doveva evangelizzare san Paolo con l'assistente Barnaba per diffondere la fede in Cristo. 
E Dio, obbediente, eseguì gli ordini degli scribi:

Attraversarono la Frigia e la Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato di predicare nella Provincia d'Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise ...” (At 16,6/7).

* La Santissima Trinità fu inventata dai Padri Venerabilissimi e Santi dopo aver dichiarato Consustanziale lo Spirito Santo con il Figlio e il Padre nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C.


Questa “perla” di testimonianza, riferita da "san Luca", era in contrasto con la stessa missione apostolica che, necessariamente, in seguito smentirà il “divieto di Dio” disattendendolo completamente, senza ulteriore “giustificazione celeste”, poiché lo stesso Paolo si recherà comunque ad Efeso ... stando alla fantasia distorta dello scriba lucano.
Aggiunta alle numerose insulsaggini, già evidenziate negli studi precedenti, si dimostra fino a qual punto giunse l'ipocrisia delle “eminenze grigie cristiane” nella stesura di questo “sacro testo” quando l'Impero Romano, entrato in crisi irreversibile, si vide costretto a rinunciare alle divinità capitoline, colpevoli di non aver saputo proteggere la gloria di Roma, per sostituire ad esse una nuova religione. 
L'attuale Credo gesuita fu progettato e definito dai Cristiani, nel corso del IV secolo, durante litigiosi Concili conclusi con le persecuzioni degli stessi fedeli correligionari dissidenti, dichiarati eretici. 
L'impegno profuso dagli aspiranti Capi all'ecumene cattolica viene così descritto da Ammiano Marcellino, il maggiore degli storici imperiali del IV secolo d.C., nelle sue "Res Gestae a fine Corneli Taciti" ultimate entro il 378 d.C.:

"A caterve i Clerici viaggiavano con la scusa dei Concili, a spese dello Stato, da una parte all'altra dell'Impero"
(op. cit. XXI 16,18);
"Nessuna bestia feroce é così ostile con gli uomini come la maggior parte dei cristiani sono letali con se stessi" (ib XXII 5,3-4);
"Coloro che aspirano alla guida della Chiesa di Roma, quando hanno raggiunto lo scopo, saranno
talmente privi di scrupoli da arricchirsi, grazie alle oblazioni delle matrone, al punto di uscire in pubblico su cocchi (carrozze di lusso) e, vestiti con ogni cura, organizzare banchetti più fastosi di quelli dei Re" (ib XXVII 3,14).

E lo storico Ammiano non ha potuto vedere il seguito ...
 
Episcopi, paludati con vistosi e preziosissimi paramenti, avidi di potere e privilegi tanto da essere equiparati ai Re, attraverso numerosi e cruenti “Concili”, selezionarono e scelsero la “sostanza” e la “forma” della nuova “Santissima Trinità” da far adorare agli uomini. Per loro, lo strumento fu il culto di Cristo … lo scopo: il dominio politico. Erano atei.
Solo cinici atei potevano permettersi di “creare” una divinità, secondo la propria fantasia, all'unico fine di asservire la popolazione la quale, adorando il nuovo Dio, ne avrebbe inevitabilmente riconosciuto, venerato e mantenuto i suoi “Ministri” in splendida agiatezza. Un fine ambito, nella consapevolezza che sarebbe stato autentica fonte di potere e sottomissione dei nemici del Clero.


La venerazione dei Capi ecclesiastici era una forma di riconoscenza popolare spontanea in cambio della promessa della vita eterna, elargita a piene mani dai Clerici in favore di chi sottostava al loro Credo; per gli altri, pagani o scettici che fossero, viceversa, incombeva il ricatto delle fiamme dell'inferno. Bassa teologia in cambio di dominio politico autoritario. L'Ordine Sacro Secolare della gerarchia ecclesiastica iniziò così a praticare il più lucroso e, al contempo, il peggiore dei mercimòni, tanto diffamato in "Atti degli Apostoli": la simonia spirituale. 

Iniziò Costantino il Grande ad assegnare beni immobili e proprietà terriere alle Chiese cristiane. Nel 390 d.C., il devoto Imperatore Teodosio, dopo aver massacrato seimila cristiani ribelli a Tessalonica, fece pubblico pentimento al cospetto del Vescovo Ambrogio di Milano; di seguito emanò i "Decreti Teodosiani" dichiarando fuori legge i culti pagani ed i rispettivi Templi, pena la morte e la confisca dei beni di coloro che non avessero ottemperato la prescrizione. Fu la prima volta che l'Impero Romano, ormai in agonia, dichiarò fuori legge tutti i culti imponendo ai sudditi il monoteismo. Prerogative imperiali, aventi forza di legge vincolante, furono rilasciate nel 554 d.C. ai Vescovi dall'Imperatore Giustiniano ... e per i secoli a venire.

"Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo" (Lc 14,33).

In barba al preciso dettato di Cristo, tutti i Suoi successori sino agli anni '60 del secolo scorso - prima che la contestazione giovanile gli consigliasse un opportunistico "adeguamento" - il Pontefice della Chiesa di Roma, Paolo VI, si adornava il capo con una pesante "Tiara" d'oro, tempestata di pietre preziose, simbolo di sovranità universale e triplice potere o "Triregno": "Padre di tutti i Re e tutti i Principi",
"Rettore del Mondo" e "Vicario di Cristo in Terra" (ancora oggi ne fa le veci).
Dopo l'umiliazione inflitta all'Imperatore Enrico IV a Canossa, che aveva tentato di rafforzare autonomamente la propria autorità imperiale, Papa Gregorio VII pubblicò il suo "Dettato ai Vescovi" nel 1080 d.C. in base al concetto che sulla terra i Papi erano depositari del potere assoluto, con disprezzo del "dettato" evangelico di Cristo, palesato alle folle di adepti con il famoso "Discorso della Montagna", che prevedeva la ricompensa, oltre la morte, ai poveri e agli umili con l'eterna beatitudine da godersi nell'alto Regno dei Cieli.
Per contro, ecco il "discorso papale" di Gregorio VII
ai Vescovi per definire il loro potere, dall'alto Trono pontificio:

"Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che Voi potete legare e sciogliere il cielo; Voi potete sulla terra dare e togliere a ciascuno, secondo i meriti, gli Imperi, i Reami, i Principati, i Ducati, le Contee e tutte le possessioni degli uomini ... Sappiano, oggi, i Re, i potenti della terra, come Voi siete grandi e quale sia la Vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa".

Il "Dictatus" ai Vescovi fece seguìto al precedente, famoso, "Dictatus Papae", redatto dallo stesso Pontefice: un enunciato di poteri assunti come un assioma dettato da Dio ...
  
"Che Solo al Papa tutti i Principi debbano baciare i piedi"; "Che ad Egli é permesso di deporre gli Imperatori"; "Che una Sua sentenza non possa essere riformata da alcuno; al contrario Egli può riformare qualsiasi sentenza emanata da altri"; "Che Egli non possa essere giudicato da alcuno"; "Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né, secondo la testimonianza delle Scritture, mai errerà per l'eternità" 
 
Tutto ciò sarebbe venuto dopo perchè all'inizio, dopo la "resurrezione di Gesù", non esistevano Vescovi cristiani almeno sino alla fine del II secolo d.C.: i vangeli non li contemplavano. Appartengono ad una “tradizione” inventata, resasi necessaria a “comprovare” una continuitas ecclesiastica dei seguaci del “Salvatore”, dopo il suo “Avvento”, e giustificare, al contempo, i veri Capi “successori”: i Vescovi del IV secolo.

Oltre due secoli dopo l'Avvento di Cristo iniziarono ad essere redatti documenti da scribi clericali per far apparire una “cristianità gesuita” numerosa, ben organizzata dai loro Episcopi “pastori di anime”, sin dal I secolo, ad iniziare dalla più importante, quella di Roma, sede del Trono di Simone Pietro, il primo Papa: la vera Chiesa, custode unica della Tradizione dei Padri maestri fondatori, ligia agli insegnamenti del Redentore, santo baluardo contro l'eresia dilagante dei falsi “Cristi Salvatori”.

Continuiamo a seguire il metodo e l'attenzione con cui le “eminenze grigie teologali” crearono la “patrologia”, struttura portante della “tradizione cristiana”, comparando fra loro gli attestati manoscritti da autorevoli “Padri”, avvalendoci, come sempre, della documentazione storica per ricercare dati significativi sull'esistenza del longevo discepolo prediletto dal Signore Gesù: san Giovanni.


Le sviste degli scribi "tertullianei"

Ritorniamo su "Padre" Tertulliano per verificare la tradizione di "Giovanni, apostolo evangelista" sulla base dei documenti manoscritti a noi giunti al fine di comparare la coerenza delle sacre testimonianze, nonchè la datazione delle "varianti" ad esse aggiunte nel corso dei secoli. Modifiche utili per stabilire la veridicità delle deposizioni rese sul "Discepolo che Gesù amava" da parte dei presunti successori degli apostoli: Clemente Alessandrino, Ireneo di Lione, Policrate di Efeso e Papa Vittore; tutti citati da Eusebio di Cesarea, come abbiamo visto sopra, ai quali aggiungiamo noi lo stesso Tertulliano

Tramite l'analisi della “Natività di Gesù” (vedi studio) evidenziamo la grave contraddizione nella quale sono incappati gli amanuensi medievali, i quali, per colmare il “buco” cronologico di 12 anni fra le nascite di Luca e Matteo, ebbero la malaugurata idea di far sostituire da Tertulliano in “Adversus Marcionem” (IV 19) - un manoscritto "apparso" quasi un millennio dopo il presunto "Padre" - il Governatore imperiale di Siria, Publio Sulpicio Quirinio, con un altro, Senzio Saturnino.
Questi, documentato effettivamente dagli storici come Governatore di Siria, fu incaricato da Cesare Ottaviano, in qualità di
Legatus Augusti pro Praetore, in un torno di tempo durante il quale Erode il Grande avrebbe potuto fare la “strage degli innocenti” per eliminare il neonato "Gesù bambino". In realtà la ricerca storica dimostra che Saturnino non ha mai avuto il mandato da Cesare Augusto per eseguire alcun censimento durante il quale, secondo il vangelo di Luca, nacque il Salvatore dell'umanità.

Sulla base di quanto riportato dagli amanuensi medievali, dal X secolo in poi, che compilarono i Codici di "Apologeticum" (cap. XVI 1) a nome di Tertulliano, abbiamo ricavato, fra le tante, una prova della falsificazione del martirio dei Cristiani di Nerone (confronta apposito argomento), comparando, oltre ai testi, le datazioni dei codici. Dalla loro lettura risulta che la “testimonianza” scritta, artatamente accreditata a Tacito, è posteriore di oltre un secolo rispetto a quella dello scriba “tertullianeo”, il quale, richiamandosi alle opere dello storico latino, lo accusa di aver sparso la voce che i Cristiani, alla pari dei Giudei, adoravano gli onagri ... senza poter immaginare che un secolo dopo di lui un altro scriba avrebbe riportato sul Codex Laurentianus MS 68 2, risalente all'XI secolo, gli "Annales" di Tacito in cui risulta che i Cristiani adoravano Gesù Cristo, non gli asini.

Gli amanuensi di Dio, furono altresì inetti quando fecero "testimoniare" a Tertulliano in "Apologeticum" (V 2-3) un inesistente decreto dell'Imperatore Tiberio che imponeva "la pena di morte contro gli accusatori dei Cristiani". Una sciocchezza tale da cadere in contraddizione addirittura con "Atti degli Apostoli" (At 11,26) ove si riferisce che i Cristiani si chiamarono con questo nome, la prima volta, ad Antiochia sotto il principato di Claudio (durato dal 41 al 54 d.C.), dopo che Tiberio era già morto nel 37 d.C. 
Abbiamo approfondito anche questa analisi nell'argomento sul martirio neroniano dei Cristiani. 

L'imponente òpera, accumulatasi nei secoli, e la conseguente indagine sulla vita di Tertulliano, un “Padre apologista” apparentemente vissuto fra il II e III secolo ma sconosciuto da tutti i Padria lui coevi e a quelli successivi ... fino allo storico Eusebio del IV secolo, il primo ad inventarlo, ci porta a concludere che "Quinto Settimio Fiorente Tertullianonon è mai esistito. L'impresa letteraria a lui accreditata fu redatta da scribi cristiani avvicendatisi in epoche storiche molto posteriori la sua immaginaria esistenza.
Una sequela dei cronisti cristiani come Orosio, Sulpicio Severo, sant’Agostino, ecc., in particolare Dionigi il Piccolo (cui dobbiamo la datazione della nascita di Gesù) e, su su, nei secoli, nessuno di questi conosce Tertulliano. Fino a quando, a partire dall'inizio del IX d.C., iniziarono ad essere scritte dagli amanuensi le prime opere di Tertulliano, accumulando, nel tempo, un’immane, quanto improbabile, “tradizione manoscritta”, a lui accreditata, per essere poi collazionata e scelta, la prima volta, nel XVI secolo allo scopo di esibire “archètipi”, comunque difformi, impossibili da congetturare. Una corposa serie di "Trattati", per lo più teologici, attribuiti al “Padre” attraverso varie “editio princeps opera omnia” ricavate da “famiglie” di codici contrastanti fra loro, al punto di indurre i chiesastici, curatori delle traduzioni, ad elaborare arbitrariamente macchinose "lezioni" per sanare i contrasti fra le testimonianze riferite nei manoscritti. Semplice dimostrazione che queste opere non furono redatte da alcun "Tertulliano" perché il vero autore originale non avrebbe mai rilasciarto testimonianze divergenti … senza contare ulteriori trattati dati per "persi" nel corso dei secoli, in realtà volutamente eliminati in quanto inconciliabili fra loro. 

Non sussistono concrete testimonianze storiche sul Padre apologista Q. Settimio Fiorente Tertulliano a sostegno della sua effettiva esistenza. Viene richiamato da san Girolamo, san Vincenzo Lirinense, san Gelasio e Isidoro di Siviglia, tramite manoscritti ecclesiastici, non autentici, ma elaborati da altri autori fra il tardo medioevo ed il rinascimento (dal X secolo in su). Da sottolineare che "Tertulliano" è testimoniato in "De viris illustribus" (LIII) da Girolamo, ma è doveroso informare che il Codice di questo documento (fine IX sec.) è posteriore al "Codex Agobardinus Parisinus Lat. 1622": il più antico manoscritto (entro la prima metà del IX sec.) in cui si certifica l'esistenza del prete apologista "Tertulliano".    
Data la molteplicità e l'importanza dei manoscritti attribuiti a Tertulliano, avrebbe dovuto conoscerlo, innanzitutto, il Padre apologista Origene e il Papa Ippolito di Roma, a lui contemporanei secondo la "tradizione"; e dopo di loro la sfilza di Vescovi, Padri, storici cristiani compresi, che lo ignorano tutti, in conformità alla datazione dei rispettivi codici.

Da rimarcare che Origene Adamanzio (185-254), uno dei maggiori "Padri Apologisti", dopo aver diretto la scuola di teologia di Alessandria, nel 232 d.C. fondò a Cesarea una sua scuola, con tanto di discepoli, fornita di una ricca biblioteca dotata di oltre 30.000 manoscritti, finalizzata a ricercare e raccogliere studi biblici, storici, filologici e critici sui protagonisti della dottrina cristiana. Poichè il "Pilastro Apologeta" Origene non conosce l'imponente ricerca cristiana, attestata in numerose opere dall'altro "Pilastro Apologeta" Tertulliano (155-230), né mai lo cita, significa che all'epoca di Origene non esisteva Tertulliano e il frutto del suo ingegno. Non è credibile che tra la fine del II e l'inizio del III secolo un intellettuale conoscitore del greco e del latino, figlio di un centurione, fervente pagano per buona parte della sua vita (sino a 40 anni, come attestato da san Girolamo in "De viris illustribus" e da lui stesso in "Apologeticum"), una volta fatto prete abbia avuto la possibilità - non solo economica ma anche temporale, con un'organizzazione di esperti calligrafi - di scrivere un'opera omnia di 40 trattati (senza contare quelli andati perduti) ... tutti sfuggiti al "bibliotecario" Origene. 

Un impegno metodico - eccessivamente vasto ed approfondito sullo scibile del mondo classico, storico, filosofico, giuridico e religioso - assunto mantenendo, al contempo, una posizione, pubblicamente documentata, di veemente contrapposizione ideologica nei confronti di funzionari imperiali che l'avrebbero "martirizzato" subito, anziché lasciarlo invecchiare in tutta tranquillità, secondo quanto riferito da san Girolamo. Un lavoro letterario addirittura superiore a quello, pur ampio, affrontato da Giuseppe Flavio il quale, nel corso di venticinque anni, usufruì di sostanziosi contributi concessi da due Imperatori Flavi ed un ricco mecenate, unitamente alla possibilità di accedere agli archivi imperiali; oppure la monumentale opera del Senatore romano, contemporaneo di Tertulliano, Cassio Dione (Storia Romana) al quale necessitarono ventidue anni per completarla, senza problemi organizzativi, economici e con la possibilità di consultare gli Atti del Senato e gli archivi imperiali di Alessandro Severo suo amico.
Un còmpito talmente impegnativo al punto che, per poter stendere le sue opere, allo stesso Orìgene necessitarono aiuti economici e scrivani fornitigli da un generoso protettore, non meglio identificabile, "il pio Ambrogio" ... dopo averlo convertito.

La mancanza di coordinamento, causa dei molti contrasti già evidenziati nelle ricerche precedenti, derivò dall'immane lavoro che, composto da amanuensi diversi e successivamente assemblato, avrebbe richiesto una minuziosa lettura comparata dei lavori attribuiti a Tertulliano ormai divenuta impossibile fra tanti manoscritti dispersi nelle molteplici ecclesiae cristiane europee ed orientali. Infatti queste si erano ormai divise in conseguenza di litigiosi scismi e anatemi reciproci, motivati da sottili esigenze dottrinali e, soprattutto, da ambizioni di "Primato" (così viene definito il "potere" dagli ecclesiastici).

In merito alla verifica dell'esistenza di Tertulliano è doveroso porre in risalto un'ennesima falsificazione della sua testimonianza in contrasto con le altre deposizioni dei “Padri” fondatori, incompatibili fra loro: quella relativa alla vita dell'apostolo Giovanni.


Vita, opere e miracoli di san Giovanni

L'apostolo Giovanni, prima venne identificato dalla “Tradizione” nell'anonimo discepolo che Gesù amava, poi fu chiamato come testimone oculare della vita di Cristo, narrata in un canonico "Vangelo secondo Giovanni" a lui attribuito. Il Santo, infine, fu scelto da Dio come depositario della “Rivelazione” (Apocalisse) del Redentore e del Suo ritorno (Parusia) ... non più come “Salvatore” ma nelle vesti di un terrificante “Giustiziere” che avrebbe provocato la fine del mondo, tramite una catastrofe cosmica, dando inizio ad un eterno "Regno dei Cieli" destinato a quella parte di umanità giudicata meritevole. San Girolamo (Hieronymus) riconobbe san Giovanni come Apostolo, evangelista e Profeta.

Tuttavia, nonostante l'evidente montatura di una esistenza del “discepolo prediletto” interamente dedicata alla “vocazione”, la “Tradizione ecclesiastica” di Apostoli, Padri, Vescovi e Papi, compreso Eusebio di Cesarea ed il suo storico Egesippo, lo ha lasciato morire di vecchiaia: unico indenne tra le “colonne portanti della Chiesa”, i grandi Profeti evangelizzatori e miriadi di “màrtiri” cristiani gesuiti.

Una vita da santo ma priva di sofferenze che doveva essere “corretta” per non contravvenire l'intera filosofia patristica, concepita nel IV secolo, basata sulla immaginaria lotta contro l'idolatria pagana e quella eretica cristiana, costata un fiume di sangue versato da inesistenti primitivi cristiani gesuiti perseguitati dalle maligne forze delle tenebre impersonate da Imperatori e alti funzionari romani.

Il più antico codice manoscritto che si propose di colmare il grave “vuoto” di san Giovanni nel martirologio patristico cristiano risale al IX secolo, in piena epoca carolingia e, superfluo a dirsi, in esso viene chiamato in causa Tertulliano come “primo testimone dei fatti”.

Si tratta di una ridotta “opera omnia” tertullianea, fra cui De praescriptione haereticorum, apparsa all'improvviso e "acquistata" (come lasciarsela sfuggire?) dal potente Arcivescovo Agobardo di Lione (Agobardus Lugdunensis), in carica dall'816 all'840 d.C., grande statista nei rapporti fra la Corte imperiale degli eredi di Carlo Magno e la Chiesa di Roma retta da Papa Gregorio IV.
Agobardo donò il manoscritto alla Cattedrale di Saint Etienne, guarda caso, senza riferire la provenienza ma, di fatto, lo ufficializzò. Il documento è contraddistinto “Codex Agobardinus: Paris, Bibliothèque Nationale, MS Latina 1622”. In esso è descritto il miracolo “testimoniato” da Tertulliano in "De praescriptione haereticorum" (XXXVI 2,3):

... Giovanni ebbe a sopportare la relegazione in un'isola (?), dopo (quando?) che miracolosamente nulla ebbe a soffrire, sebbene fosse stato immerso (da chi?) in un bagno di olio bollente!”.

Non è una cronaca, tutt'al più un ridicolo accenno assente di qualsiasi dato storico o elemento probante, non riferito appositamente per evitare riscontri antitetici … ma non le nostre considerazioni:

- oggi sappiamo che l'olio d'oliva bolle a più di trecento gradi e se vi si immerge un uomo questi diventa una super “crocchetta” in pochi secondi;
- solo un “miracolo” può far uscire indenne un uomo dopo simile balneazione; 
- chiunque avesse assistito a tale evento si sarebbe convertito subito (anche noi atei odierni) a partire da chi lo avrebbe ordinato; 
- lo scriba cristiano che si inventò questa forma di supplizio capitale non aveva la minima conoscenza della vera tradizione sulle pene di morte praticate nel mondo antico ed in quello greco romano in particolare: non risulta simile tortura nelle rispettive letterature … e secondo il più elementare buon senso; 
- chi av
rebbe sprecato più di un quintale di olio d'oliva per eliminare un uomo? E quale grande recipiente, poggiato su di un robusto trìpode di ferro, avrebbe potuto resistere la temperatura elevata di un fuoco acceso al di sotto per il tempo necessario a farlo giungere in ebollizione?;
- trattandosi di un apostolo, l'eccezionale “miracolo” investiva direttamente la tradizione cristiana, pertanto, tutti i Capi delle Chiese di Cristo avrebbero dovuto esserne informati, subito, senza aspettare che la notizia venisse “ufficializzata” quasi otto secoli dopo da unTertulliano carolingiopoiché ilTertulliano eusebianodel IV secolo non ne sapeva nulla;                                                                             
- il primo a sentire il dovere di riferire questo strabiliante miracolo avrebbe dovuto essere lo stesso Giovanni, il quale, sempre secondo la “tradizione apostolica”, da vecchio scrisse, oltre il Vangelo e l'Apocalisse, anche le trelettere” personali a futura memoria e in esse avrebbe sicuramente reso grazie al proprio “Salvatore” ... ma a noi giunte prive di tale cronaca soprannaturale; 
- l'intera documentazione della “tradizione” cristiana, compresi Eusebio di Cesarea e san Girolamo, nonché tutti gli storici ecclesiastici, Episcopi, Padri e Papi, succeduti fino a loro, ignorano questo supplizio miracoloso, pur riferendo la vita di Giovanni.

In definitiva, assistiamo alla messa in scena scritta da un amanuense medievale, diretto dalle mani autorevoli del Metropolita Agobardo, al fine di rafforzare una fede con la “dimostrazione”, destinata ai credenti, della potenza divina del Cristo Salvatore grazie allo strabiliante prodigio del suo apostolo prediletto: Giovanni. Il tutto  testimoniato da un Padre apologista inventato secoli dopo: “Tertulliano”.

Ma non siamo i primi a renderci conto della somma di contraddizioni insite in questa finta deposizione, “telefonata” dopo quasi un millennio, da un Tertulliano mai esistito: le “eminenze grigie” della Chiesa ci hanno anticipato di secoli tentando di porvi rimedio. Furono obbligate a farlo per evitare di cestinare il codice ufficializzato dall'autorevole Arcivescovo, ormai già trascritto e diffuso, pur contenente solo tredici opere del Padre* col risultato di tagliare una fetta importante della patrologia cristiana.

* Mancano in particolare “Apologeticum” e “Adversus Marcionem”, due opere già trattate da noi che fino allora non erano state inventate. Si fa notare che il “Codex Agobardinus” è datato con precisione storica, mentre i successivi si basano su stime paleografiche approssimative, senza riscontro strumentale dello spettrometro di massa.

Essendo il più antico, oltre al valore intrinseco del manoscritto, il documento costituiva la “base” su cui impiantare un archètipo di supplizio giovanneo” (in assenza di una fonte autentica) da accreditare a un presunto Tertulliano in vita. Un protòtipo, da selezionare tra famiglie di codici redatti in epoche posteriori, sarebbe servito a congetturare il supplizio di Giovanni. Codici collazionati e scelti, fra numerosi, per nascondere i rispettivi contrasti creati dalla fantasia di pii amanuensi dettata da un eccesso di fede”.

Proviamo a verificare cosa studiarono per superare il problema e, soprattutto, se ci sono riusciti.

Tramite “Documenta Catholica Omnia”, Excerpta ex Migne Patrologia Latina - una raccolta di testi manoscritti fra il basso medioevo ed il rinascimento, tradotti e pubblicati circa due secoli fa - in Adversus Iovinianum accreditato a Hieronymus (san Girolamo), lo scriba redattore “rivela”, pur se Tertulliano era morto da oltre un millennio, cosa “riferì” il Padre apologista del 200 d.C. riguardo san Giovanni:

Giovanni Apostolo evangelista, da Profeta vide certamente l'Apocalisse nell'isola di Pathmos ove fu relegato dall Imperatore Domiziano dopo il martirio subito per il Signore. Inoltre Tertulliano riporta che fu immerso da Nerone* in una giara colma di olio bollente da cui uscì purificato (sic!) e più vigoroso di come era entrato” (op.cit. Lib. I 26).

* Tutti i manoscritti e le edizioni vetus latinae riportano “da Nerone”, tuttavia i “curatori” cristiani degli ultimi tre secoli falsificano la traduzione con “a Roma fu immerso ...”. Cancellano “Nerone” pur sapendo che i devoti amanuensi del trascorso millennio intendevano assembrare il supplizio di Giovanni con il martirio di Pietro e Paolo, perpetrati da quell'Imperatore.

Il motivo per cui non deve apparire Nerone, colpevole del supplizio di san Giovanni, dipende dal fatto che le eminenze grigie cristiane sapevano e sanno che, se Giovanni era vissuto durante tutto il I secolo, lui per primo avrebbe dovuto riferire dell'esecranda strage di cristiani voluta dall'Imperatore ... ma, l'amanuense che scrisse le tre lettere, attribuite all'apostolo per dimostrare che era esistito, ignorava questa spettacolare vicenda così come non conosceva il supplizio del "discepolo prediletto" del Signore. No! Oggi é meglio tenere san Giovanni “lontano” da Nerone: tenuto conto della gravità dell'evento, la mancata testimonianza di Giovanni, in merito alla strage neroniana, sarebbe balzata spontaneamente agli occhi anche ai “non addetti ai lavori”. 
Chiunque può capire che il martirio neroniano di cristiani gesuiti è un falso se l'apostolo Giovanni non lo ha riportato nelle sue lettere scritte alla fine del I secolo, specie dopo essere stato immerso da Nerone in un tonificante bagnetto d'olio a oltre 300 gradi centigradi.

Ma soprattutto, dal Rinascimento in poi, le “eminenze grigie” sapevano e sanno che, poiché gli amanuensi continuavano ad accusare Nerone soltanto del supplizio giovanneo … senza aggiungere gli altri crimini molto più gravi commessi dal Cesare contro i cristiani, ciò dimostra che i redattori dei Codici non sapevano allora dello spettacolare supplizio di massa di fedeli gesuiti riferito nel manoscritto laurenziano 68 II … che incolpa lo stesso Imperatore. Quindi, stando alle varianti dei Codici, il manoscritto degli Annales di Tacito è stato "corretto" intorno alla fine del Medio Evo, pertanto dobbiamo chiederci cosa si aspetta ad accertare con lo spettrometro di massa la datazione del documento finora stimata con il solo metodo paleografico.

Intanto prendiamo atto che gli amanuensi del tardo medioevo decisero di arricchire la scarna cronaca tertullianea carolingia con un san Giovanni “martirizzato” da Nerone (perlomeno l'imperatore ci provò). Inoltre, quella “balneazione divina tonificante” gli giovò alla salute, tanto da farlo vivere sino in età avanzata, dopodichè Domiziano lo relegò nell'isola di Pathmos (nel Dodecaneso) ove ebbe la profetica “Rivelazione” del “Candido Signore con voce di tromba” sulla fine del mondo. Ne consegue che san Giovanni risulta essere stato oltremodo famoso dal momento che due Imperatori si interessarono personalmente del “Discepolo che Gesù amava” ... una notorietà non condivisa da nessun altro “Padre”, “Vescovo” o “Papa”, a lui presenti e futuri, i quali, nessuno di loro sapeva del miracoloso “martirio giovanneo”.

Una realtà che doveva essere smentita: la Chiesa di Cristo non poteva ammettere un san Giovanni, apostolo prediletto di Gesù, profeta ed evangelista, morto impunemente di semplice vecchiaia. Noi abbiamo riferito solo un esempio ma, senza alcun autentico documento originale, dall'epoca carolingia in su, amanuensi contemplativi di tutte le Nazioni convertite al cristianesimo sciolsero la loro fantasia e, tramite “testimonianze incrociate” fra Padri, “telefonate” secoli dopo, finalmente individuarono le gesta del Santo.

Gli attribuirono guarigioni miracolose, gli fecero resuscitare i morti: un potere concessogli per grazia divina pari a quello di san Paolo, per di più "comprovato" in artistici dipinti realizzati nelle Chiese di Dio; il “martirio purficatore” avvenuto ad Efeso non più a Roma; la “giara” divenne “caldaia” (si era capito che avrebbe funzionato meglio), inoltre, sempre più “realisticamente”, ma “apocrifo”:

L'olio bollente si mutò in rugiada celeste e Giovanni uscì dalla caldaia più fresco e più vigoroso di quando vi era entrato

e, tra una “Legenda Aurea” e l'altra, si giunse quasi alla fine del medioevo quando apparve l'ultima “rivelazione divina”: Giovanni evangelista bevve, indenne, un calice avvelenato offertogli da un sacerdote pagano del Tempio di Efeso. Altra variante: la “coppa con la vipera” (simbolo demoniaco). Quella "coppa" (sic!) è rimasta esposta nella basilica di San Giovanni in Laterano a Roma alcuni secoli, poi “celata dietro le quinte” perché giudicata “apocrifa”.

In definitiva, una serie di miti giovannei “comprovati” da Padri Venerabilissimi e Santi Episcopi, tutti successivi ad Eusebio di Cesarea. Perchè?

E' facile capirne la ragione: i codici eusebiani della “Historia Ecclesiastica”, garanti la "tradizione cristiana primitiva" inventata nel IV secolo, seppur corretti dopo la sua morte*, erano ormai copiati e diffusi in tutte le diocesi e i monasteri della cristianità, ma, causa i numerosi scismi che travagliarono la storia della Chiesa, recuperarli per modificare la vita dell'apostolo Giovanni sarebbe stato impossibile: meglio inventarsi qualcosa di nuovo accreditandolo ai Padri subentrati ad Eusebio.

* Dopo il Concilio di Nicea del 325 d.C., cui partecipò Eusebio, seguirono numerosi altri per stabilire la “sostanza” di Dio, sino a quello di Efeso nel 431. I manoscritti originali del “Padre” non ci sono pervenuti perchè furono eliminati. Essi avrebbero evidenziato la differenza creatasi nella dottrina cristiana derivata dalla “introduzione”, successiva, della “Santissima Trinità” e l'assurdo rapporto fra la “Madre di Dio” e la “Madre del Figlio di Dio” “consustanziale e coeterno al Padre dall'inizio dei secoli”.

 
L'eccesso di testimonianze tardive, contrastanti fra loro, sul “martirio giovanneo” e le “gesta” dell'apostolo prediletto, impose alla Chiesa di sfrondarle rendendo “apocrifi” molti Acta Iohannis o Virtutes Iohannis purtroppo ... senza poter eliminare il contrasto fra la deposizione del primo “Tertulliano eusebiano”, ignaro del martirio in oleo, ed il successivo “Tertulliano medievale” viceversa consapevole.

Gli esegeti ispirati non sono riusciti a trovare una spiegazione plausibile nonostante l'assoluta necessità per i fedeli di adorare un “san Giovanni miracolato” predicato dai pulpiti. Per di più il problema è aggravato dalla totale mancanza di prove su “chi” avrebbe dovuto eseguire il supplizio, e “quando”.

Sanno bene gli storici clericali che è in gioco la credibilità dell'esistenza dell'Apostolo Giovanni e di Padre Tertulliano: una questione aperta per loro, anche se pressochè sconosciuta dai credenti, impossibile da risolvere, come per la “Natività”.

Viceversa, per chi non crede, o chiunque interessato al Cristo storico intenda documentarsi - una volta preso atto delle sciocchezze narrate nei manoscritti e scoperto le contraddizioni derivate dalla pretesa degli scribi di farle apparire vere storicamente - non gli resta che una conclusione: bollare come falsi protagonisti sia l'Apostolo Giovanni che Padre Tertulliano. Di conseguenza, anche gli altri "testimoni di Giovanni" riferiti da Eusebio, come Clemente Alessandrino, Ireneo di Lione, il Vescovo Policrate di Efeso e Papa Vittore, sono stati inventati da Eusebio, l'Episcopo della Corte di Costantino il Grande e, solo molto tempo dopo la sua morte, gli amanuensi medievali li fecero risultare nella "patrologia" con richiami testuali, incrociati appositamente, per far apparire che vissero realmente.
Ecco spiegato perchè Tacito, il grande storico e Governatore della Provincia d'Asia, non ha evidenziato alcuna esistenza di Cristiani gesuiti ad Efeso, diversamente da Plinio il Giovane in Bitinia. Non vi fu alcun Apostolo, nè successoreche si recò nella Provincia d'Asia ad evangelizzare i Gentili paganiQuindi, non essendo esistiti gli Apostoli, non possono essere esistiti i loro successori Vescovi. Esattamente come abbiamo dimostrato con gli studi precedenti su san Paolo, Giacomo il Minore, primo Vescovo di Gerusalemme, ed il suo successore Simone, parente di Gesù, secondo Vescovo di Gerusalemme.



Sant'Ignazio, primo pseudo discepolo di san Giovanni, e Onesimo: due spropositi storici  

Ma non basta. Un altro Padre della Chiesa di Cristo, sant'Ignazio Vescovo di Antiochia, nel 107 d.C. - solo cinque anni prima dell'arrivo del Proconsole Tacito ad Efeso, nel 112 d.C., ed esattamente tre anni dopo la morte di san Giovanni (104 d.C.) - scrisse una lunghissima lettera al numeroso popolo cristiano di Efeso.
Come abbiamo evidenziato all'inizio di questo studio, in base alle testimonianze storiche di tutti i Padri, compreso san Girolamo, alla fine del I secolo non risultano Vescovi della importante città di Efeso. La strana circostanza, divergente dalla "tradizione", ci ha insospettiti e portato a scoprirne il movente sino a coinvolgere, oltre l'assenza della Madonna "Madre di Dio" in questa città, anche quella dell'apostolo Giovanni, successore di Cristo e, fra tutti, il più degno a salire sul soglio episcopale di Efeso, il quale, secondo la "Lettera agli Efesini" di Paolo non vi risiedeva.
Ci volle circa un millennio, dalla fondazione della numerosa ecclesia efesina da parte di Paolo, perché la Chiesa si accorgesse della significativa mancanza del Capo spirituale di quella metropoli, sfuggita alle creative penne degli amanuensi con le gravi ripercussioni sulla realtà storica, allora cercò di porvi rimedio ricorrendo a "Ignazio di Antiochia", già citato da Eusebio di Cesarea (HEc. III 36) e descritto nell'immancabile lettera, come un "assatanato" dalla brama di martirio:

"Che nessuna delle cose visibili o invisibili mi impedisca di raggiungere Gesù Cristo: rogo, croce, assalti di belve, ossa sfracellate, membra squarciate, tutto il corpo stritolato, tormenti del demonio mi colgano, purché io possa raggiungere Gesù Cristo" (HEc. III 36,9).

Dunque un uomo speciale nato nel 35 d.C. e vissuto - secondo la visionaria "tradizione" imbastita nel IX secolo dagli scribi del "De viris illustribus" (XVI) di Girolamo - fino al 107 d.C.: data ultima dell'immancabile supplizio e beatificazione. Ecco il suo esplicativo martirologio, tutt'oggi ufficiale: 

"Memoria di sant’Ignazio, vescovo e martire, che, discepolo di san Giovanni Apostolo, resse per secondo dopo san Pietro la Chiesa di Antiochia. Condannato alle fiere sotto l'imperatore Traiano, fu portato a Roma e qui coronato da un glorioso martirio: durante il viaggio, mentre sperimentava la ferocia delle guardie, simile a quella dei leopardi, scrisse sette lettere a Chiese diverse, nelle quali esortava i fratelli a servire Dio in comunione con i vescovi e a non impedire che egli fosse immolato come vittima per Cristo".

E' del tutto evidente che lo scrivano "biografo" di Ignazio, essendo afflitto da demenza contemplativa mistica, non sapeva che i Romani, per impedire ogni possibilità di fuga ai malcapitati rei, incatenavano i prigionieri destinati ad essere divorati dalle fiere per poi trasportarli su carri in grosse gabbie di ferro. Mai, i miliziani romani, paragonati a feroci leopardi, avrebbero attrezzato la maxi stia "monolocale con sevizi", ad uso personale di Ignazio, arredata di, scriptorium, scanno, calamaio, rotoli di papiro, leggio e càlami d'oca, affinché il martire potesse scrivere sette lettere, lunghe quanto i vangeli, preoccupandosi, per giunta, di chiamare un "postino" onde recapitarle ai destinatari. "Le lettere di sant'Ignazio ci sono pervenute come una preziosa testimonianza della vita delle Chiese primitive", così commentano estasiati gli storici illuminati odierni, felicitandosi che il servizio postale dell'antica Roma sia sempre efficiente.
Mentre la totale mancanza di reperti archeologici - a riprova dell'inesistenza di Chiese nei primi due secoli - indusse gli antichi amanuensi a far risultare, banalmente al mondo intero, nelle Province dell'Impero Romano una inverosimile presenza di numerosi gesuiti seguaci del Redentore. Ciononostante, gli esegeti ecclesiastici odierni preferiscono chiudere gli occhi, convinti di ottenebrare la ragione di tutti.

In realtà, fu un calligrafo cristiano ad attestare le sciocche gesta di Ignazio nel "Codex Laurentianus Mediceus 57.7", datato paleograficamente all'XI secolo, e, grazie ad una miracolosa telefonata spazio-temporale di mille anni dopo, fra le sette, si fece dettare dallo spirito del màrtire la "Lettera agli Efesini" a "integrazione" della "Lettera agli Efesini" di san Paolo. Lo spirito di Ignazio, finalmente - dopo che Eusebio era passato a miglior vita da circa settecento anni, e prima di lui la sfilza dei Padri e cronisti storici cristiani compreso san Girolamo, tutti ignari del fatto - riferì allo scriba che ad Efeso esisteva un Vescovo di nome Onesimo:

"In nome di Dio ho ricevuto la vostra comunità nella persona di Onesimo, imitatore di Cristo e rianimato nel Suo sangue, vostro Vescovo nella carne".

Secondo il Codice appena citato, il Vescovo Onesimo di Efeso, nel 107 d.C., si recò a visitare il collega Vescovo, Ignazio di Antiochia, e da lui fu ospitato nella vettura maxi stia "monolocale con servizi" che, per l'occasione, i "feroci leopardi" soldati romani avevano allestita con il triclinio. 
Scorrendo la lettera apprendiamo che il santo màrtire Ignazio, nel 107 d.C. (come fece Paolo prima di lui), si rivolge, salutandoli, ai Cristiani della Chiesa di Efeso (poco prima della venuta di Tacito come Proconsole) chiamando per nome i Presbiteri e spronandoli "nel glorificare Gesù Cristo" ... ma, anch'egli non cita né commemora san Giovanni, suo maestro da poco deceduto e a lui coevo sino al 104 d.C., epoca di Traiano: neanche un minimo accenno all'apostolo "che Gesù amava".
Pure in questo caso, come la lettera paolina "Agli Efesini", il mancato richiamo di Ignazio al suo maestro Giovanni, venuto ad Efeso con Maria Vergine, mina la credibilità del "prediletto del Signore" e della Madre di Dio al punto di smentire il riferito martirologio ufficiale della Chiesa: un "Ignazio" (da "ignis", fuoco) che, assieme al suo Maestro Giovanni apostolo, viene spazzato via dalla storia, reliquie comprese, alla stregua dei suoi prossimi "colleghi" discepoli e successori di san Giovanni.

Il particolare che deve essere evidenziato riguarda il contrasto fra i codici redatti dagli amanuensi i quali hanno architettato la vita del "discepolo che Gesù amava". Infatti, lo scriba del "manoscritto 57.7", non rilevando la presenza dell'apostolo Giovanni ad Efeso, si permise di "consacrare" come Vescovo e capo spirituale dei cristiani di Efeso un pinco pallino qualsiasi di nome "Onesimo" escludendo una "colonna portante" della Chiesa di Cristo qual era Giovanni. L'amanuense di Dio, preoccupato di "colmare" la cronotassi dei Vescovi di Efeso, commise la dabbenaggine di far risultare "Onesimo" capo dei cristiani di quella città sin dal 107 d.C. e oltre, finendo col provare la presenza di una affollata cristianità concomitante con il Proconsole Cornelio Tacito, governatore della Provincia d'Asia nel 112 e 113 d.C. Una testimonianza resa da uno scriba nell'XI secolo inconsapevole che un'altro amanuense di Dio, poco dopo di lui, avrebbe fatto risultare Cornelio Tacito come il cronista della strage neroniana di cristiani facendogli esternare l'odio contro i màrtiri di Cristo. Un accanimento tale che, per coerenza, essendo Tacito un sacerdote pagano, avrebbe inevitabilmente trovato sfogo anche avverso la massa di cristiani gesuiti di Efeso.  

Abbiamo riportato questa "cronaca" per dimostrare che non è affatto semplice ingannare la Storia; né inventandola prima, né modificandola poi. Infatti, negli stessi anni in cui venne stilato il "Codex Laurentianus Mediceus 57.7", un'altro amanuense, inconsapevole di questo codice, si apprestava a trascrivere gli "Annales" di Tacito nel "Codex Laurentianus Mediceus MS 68.2" attribuendo al patrizio romano la falsa testimonianza su Gesù e un impossibile "Procuratore" Pilato; commise inoltre la sciocchezza di fare esternare al più grande storico di Roma, nonché sacerdote pagano, il suo odio verso presunti Cristiani massacrati dopo l'incendio di Roma del 64 d.C.
Cristiani i quali - a dispetto dei miracoli del super apostolo Paolo e del "discepolo prediletto del Signore", Giovanni, già capo della Chiesa di Efeso - erano assenti in quella capitale nel 112 d.C. quando, come Proconsole delegato da Traiano, Cornelio Tacito governò in Efeso la Provincia d'Asia mentre vi risiedeva insieme al Vescovo Omesimo ... esattamente cinque anni dopo che sant'Ignazio aveva "glorificato" gli Efesini gesuiti.
In coerenza con il livore manifestato dallo storico romano avverso i màrtiri neroniani (stando alla descrizione dello scriba del manoscritto "Laurenziano Mediceo 68.2"), Tacito, in quanto Governatore e sacerdote pagano stanziato ad Efeso, ad iniziare da Onesimo, avrebbe fatto una strage di Cristiani maggiore di quella attuata dal suo amico, Gaio Plinio Cecilio Secondo, in Bitinia, nello stesso anno.

Al fine di evitare le negative conseguenze storiche appena descritte sull'esistenza del Vescovo di Efeso, Onesimo, la Chiesa fece cadere il suo martirio il 109 sotto Traiano. Ma anche un ritardato mentale capisce che più in basso di questa datazione le sottili menti vaticane non potevano scendere in quanto vincolate dalla "Lettera agli Efesini", scritta da Ignazio di Antiochia il 107 d.C., ove leggiamo che Ignazio, nella maxi stia, riceve personalmente Onesimo, salutandolo come Capo della comunità cristiana della capitale romana della Provincia d'Asia.
Una volta trascritti gli Annali di Tacito, la Chiesa si rese conto della contraddizione che si era creata e, al colmo della paranoia da "sindrome tacitiana" creò due vescovi di Efeso, uno in fila all'altro, di nome "Onesimo"; il primo martirizzato sotto Domiziano con tanto di martirologio:

Martirologio Romano: "Commemorazione del beato Onesimo, che san Paolo Apostolo accolse quale schiavo fuggiasco e generò in catene come figlio nella fede di Cristo, come egli stesso scrisse al suo padrone Filémone"
(da Cathopedia - Biografia di sant'Onesimo); mentre il secondo "Onesimo" viene a mala pena accennato al termine della biografia, quasi a prenderne le distanze:

"La tradizione cristiana parla anche di un martire Sant'Onesimo, vescovo di Efeso, lapidato a Roma nel 109 durante la persecuzione di Traiano".

Un vescovo, addirittura martire e santo, la cui presenza era talmente imbarazzante per essere stato collocato a capo della Chiesa efesina nell'epoca in cui operava Tacito; al punto che le sottili menti vaticane hanno scelto di tagliare la successiva cronotassi episcopale di quella provincia.
Per eliminare ogni eventuale dubbio, concernente l'invenzione di questi Vescovi, martirizzati e beatificati con tanto di reliquie, si fa notare che san Girolamo non conosce nessuno dei due "Onesimo"; ciò dimostra che questi furono inventati dopo il "Codex MS 2Q Neoeboracensis", risalente al IX secolo, contenente il "De viris illustribus" di Girolamo. Infatti, come abbiamo sopra riferito, la "Lettera agli Efesini", accreditata ad Ignazio di Antiochia, è stata escogitata, due secoli dopo, dagli amanuensi dell'XI secolo e da loro manoscritta nel
"Codex Laurentianus Mediceus 57.7". Ma il colmo dell'assurdo si evidenzia con l'ignoranza, da parte di san Girolamo, che "il beato Onesimo", citato nella "Lettera a Filemone" di un mai esitito "Paolo di Tarso", era addirittura divenuto "Vescovo".
E' facile inventare màrtiri e santi, il problema si presenta quando si devono ricercare i "martirizzatori", nella documentazione storica reale, facendo attenzione a non incappare negli svarioni col rischio di non potersi più "liberare" dei finti beati e delle loro false reliquie ... come nel caso di sant'Ignazio di Antiochia:

"Ignazio, vescovo di Antiochia, santo, martire, i suoi resti sono, unitamente a quelli di S. Clemente I, nell’urna posta sotto l’altare maggiore di S. Clemente Papa al Laterano" (Reliquie Insigni e "Corpi Santi" a Roma). 

Con questa ulteriore prova abbiamo accertato le modalità con cui "la tradizione apostolica" è stata creata artatamente dagli scribi di Dio i quali non si sono fatti alcuno scrupolo nello stilare "lettere" a nome di Santi e Apostoli, inventati da loro stessi, per comprovarne l'esistenza ... finendo, inevitabilmente, col contraddirsi.
In ultima analisi, il grande personaggio "obbligato" ad entrare (erroneamente) nella storia era "san Giovanni".


Giovanni apostolo
, Policarpo di Smirne e Ireneo di Lione: una sacra triade inventata

Al fine di evidenziare il metodo adottato dagli amanuensi per "dimostrare" l'esistenza dei protagonisti cristiani foggiati da loro nel corso dei secoli, proviamo a seguire la fantasiosa ideazione del più famoso discepolo di san Giovanni: san Policarpo martire, già discepolo di Ignazio, consacrato Vescovo di Smirne nell'antica Provincia romana d'Asia (dopo che Tacito era passato a miglior vita) nientemeno che dal suo Primo Maestro apostolo Giovanni, "il Super discepolo prediletto di Gesù".
Policarpo, dal greco polys (molto) e karpos (frutto), da quanto desunto dai suoi scritti, nacque, non si sa da chi, nel 69 d.C. e, molti secoli dopo la sua morte, nel tardo medio evo, scrisse una lettera che gli permise di "testimoniare" l'esistenza di sant'Ignazio di Antiochia; il quale, a sua volta, fu "maestro" di Ireneo di Lione (Vescovo delle Chiese delle Gallie); quest'ultimo indicato come "fonte" di Policarpo per averlo menzionato (nel tardo medio evo) in "Adversus Haereses" (III 3,4) assieme a Papa Vittore.
Policarpo è citato anche da san Girolamo in "De viris illustribus" e da Eusebio di Cesarea (HEc. IV 15,1-43). Lo storico cristiano Eusebio, nel IV secolo, fu il primo inventore di san Policarpo e, a suo dire, possedeva una lettera "autentica" (mai vista da nessuno) della Diocesi di cui era capo il santo.

Il più antico testo di "De viris illustribus" è il "Codex MS 2 Q Neoeboracensis" (Eboracum: nome romano di York in Britannia), datato al IX secolo (oggi custodito nel Seminario Teologico di New York), nel quale uno scriba vi ha attestato che san Girolamo, nel 392 d.C. (mezzo secolo dopo Eusebio), riferì la vita di Policarpo descrivendone il martirio avvenuto oltre due secoli prima:

"Policarpo discepolo dell'apostolo Giovanni e da lui ordinato vescovo di Smirne a capo di tutti i cristiani d'Asia
... Successivamente, durante il regno di Marcus Antoninus e Lucius Aurelius Commodus, nella quarta persecuzione dopo Nerone, per ordine del Proconsole, in Smirne è stato bruciato mentre tutte le persone gridavano contro di lui nell'Anfiteatro" (op. cit. XVII).

Dunque un santo martirizzato alla vegliarda età di oltre 101 anni a Smirne, durante il principato di Marco Aurelio (Marcus Aurelius Antoninus Augustus diresse l'Impero dal 169 al 180 d.C.) e contemporaneamente, sotto l'imperatore Commodo (Lucius Aurelius Antoninus Commodus) in carica dal 180 al 192 d.C.

Tre secoli dopo la redazione di questo antico manoscritto, altri amanuensi medievali hanno trascritto ex novo i codici (da noi già riferiti nel III e IV studio) della "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea ove lo storico vescovo "testimonia" la vita di Policarpo adducendo come "fonte" Ireneo di Lione ("Adversus Haereses" III 3,4). Nel testo si riferisce di una "lettera della Chiesa di Smirne", spedita da quei fedeli subito dopo il supplizio del santo, ricevuta un secolo e mezzo dopo da Eusebio ma, dopo averla letta, l'epistola andò "persa" ... secondo gli storici "illuminati": un pio alibi che smentiremo fra poco. Nella lettera è contenuta la narrazione, riportata in "Historia Ecclesiastica", lunga e minuziosa dello spettacolare martirio del vegliardo Policarpo, protetto da Dio, quindi invulnerabile alle fiamme del rogo che avrebbero dovuto arrostirlo: un potente "accidente divino" che costrinse il suo aguzzino a sopprimerlo con una "umile" pugnalata pagana per spedirlo, finalmente, in paradiso (è tutt'oggi beatificato come martire). Riferiamo il brano che narra l'avvenimento successo a Smirne nell'anfiteatro traboccante di folla:

"Gli addetti appiccarono il fuoco e, mentre divampava una grande fiamma, assistemmo ad un miracolo. Il fuoco, infatti, prese forma di volta, come una vela di nave gonfiata dal vento, e circondò il corpo del martire, che vi era in mezzo non come carne che bruciava, ma come oro e argento arroventato in una fornace. E noi sentimmo un odore acuto come il profumo d'incenso o di altri aromi preziosi. Quei malvagi, infine, vedendo che il fuoco non riusciva a consumare il suo corpo, ordinarono ad un confector (l’esecutore) di andare a conficcarvi una spada. Fatto questo, ne uscì una tale quantità di sangue che il fuoco si spense (sic) e tutta la folla stupì di una così grande differenza tra i non credenti e gli eletti" (HEc. IV 15,36-39).

Non si capisce perché il popolo di Smirne non si sia convertito in massa alla fede cristiana, come gli "eletti", dopo aver visto nell'anfiteatro gremito il vegliardo Vescovo arroventarsi come oro e argento nella fornace, rimanendo
illeso fino alla stoccata decisiva, per poi spegnere l'enorme vampata con il proprio sangue. Ma la presunzione degli scribi di Dio - nel macchinare penosi "riscontri incrociati" tramite lettere scritte secoli dopo a nome dei Santi inventati da loro - si è dimostrata del tutto incapace a basarli su dati storici concreti ... al punto di contraddirsi.
Infatti, la datazione del miracoloso martirio, diversamente dalla testimonianza di san Girolamo (citata sopra), in questo caso viene fatta risalire dagli amanuensi che trascrissero la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea sotto Lucio Vero, co-imperatore assieme al fratellastro Marco Aurelio (dal 161 al 169 d.C., anno in cui morì Vero). Inoltre la vicenda descritta, di cui riportiamo solo gli stralci con dati significativi, è inserita in una sceneggiatura più ricca di particolari ma completamente diversa da quella del codice più antico, risalente al nono secolo d.C., rispetto ai codici della "Historia Ecclesiastica" di Eusebio, datati dal tredicesimo in poi, in cui abbiamo appena letto che il santo, invulnerabile al rogo, viene ucciso con una spada. Tuttavia, una volta morto, gli amanuensi fanno intervenire un centurione che, stranamente senza problemi, brucia il cadavere consentendo ad altri Cristiani di raccoglierne le ossa. 
E' doveroso sapere che dal XII secolo iniziarono a funzionare i sacri tribunali delle inquisizioni per legittimare supplizi e roghi cui erano destinati gli eretici; pertanto, il beato Policarpo, non essendo eretico, non poteva essere consumato dalle fiamme dell'inferno. Ecco spiegato perché anche gli altri "colleghi" màrtiri, eliminati prima di lui nel corso della stessa persecuzione, non necessitarono di pira ardente:

"Si dice infatti che gli spettatori presenti nel circo rimasero colpiti a vederli lacerati dai flagelli sino alle vene e alle arterie più profonde, al punto che si arrivò a vederne persino le parti più nascoste; stesi su triboli e punte aguzze; e infine, dopo aver subìto ogni specie di supplizio e tortura, venivano dati in pasto alle belve" (HEc. IV 15).

Una descrizione ideata da psicopatici spiritualisti, e non è un caso se lo spettacolare supplizio di Policarpo è "testimoniato" anche dalla "lettera di Policrate di Efeso" ("atto dovuto", essendo Vescovo nella capitale della Provincia d'Asia), vista solo da Eusebio (manco a dirlo), il cui "testo" possiamo leggere nella sua Historia Ecclesiastica … con tanta fede.
Simili contraddizioni hanno reso impossibile anche agli storici credenti accettare la realtà di un Policarpo, già beatificato con tanto di reliquie e, soprattutto, poiché questi fu "maestro" di sant'Ireneo di Lione, il primo grande teologo della Chiesa universale, perse di credibiltà anche quest'ultimo e addirittura lo stesso san Giovanni, loro primo grande Maestro iniziatore: una triade sacra vincolata da rapporti personali diretti. Fu per questo motivo che il Pontefice Pio XII, negli anni cinquanta del secolo scorso, spronò gli studiosi mistici a risolvere il "caso Policarpo".
Trascorsero alcuni anni prima che qualche zelante credente "illuminato" riuscisse a proporre una tesi in grado di giustificare l'esistenza di Policarpo, quando, finalmente, mezzo secolo fa, nell'Anno Domini 1961, la dottoressa Marta Sordi - allora aspirante alla cattedra dell'Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano - pubblicò "La data del martirio di Policarpo e di Pionio" in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia» 15, 1961, pp. 277 e ss : un autentico "viatico" spirituale che sarebbe valso alla docente contemplativa l'insediamento nell'agognato Ateneo nel 1969.
Verifichiamo adesso se l'ispirata studiosa riuscì nell'intento di catechizzare la storia.

Da quanto abbiamo letto sopra, stando alla testimonianza di Ireneo (riferita da Eusebio) come a quella di Girolamo, non è dato conoscere il nome del Proconsole d'Asia (Smirne era di quella Provincia) che ordinò il supplizio di molti cristiani. Qualsiasi Legato imperiale, in ottemperanza all'autorità insita nella massima carica della magistratura rivestita, deteneva il ius gladii conferito dal Cesare; un potere che avrebbe potuto esercitare solo dopo aver aperto un processo, presieduto da lui, contro gli imputati di gravi reati, ad eccezione di quei cittadini che godevano della cittadinanza romana. Questi ultimi, diversamente dagli altri, dovevano essere inviati a Roma in catene sulla prima trireme per essere sottoposti ad un tribunale pubblico, diretto da più giudici, laddove gli imputati avevano diritto ad un avvocato difensore. Eppure, queste semplici nozioni di Diritto della Roma imperiale furono totalmente ignorate dagli scribi di Dio quando inventarono il supplizio di san Policarpo.
 
Per superare l'anacronismo (almeno quello) e le discrepanze delle testimonianze concernenti i "màrtiri di Smirne", al fine di evitare le ricadute negative sulla esistenza di Policarpo ed Ireneo (in quanto successori di san Giovanni minavano la credibilità dell'esistenza del loro Maestro), Marta Sordi, dopo aver enumerato ipotesi su ipotesi, e manipolato la storia come un malleabile "pongo", fra un "probabilmente", "molto probabilmente" ed un "non c'è dubbio", tenta di rientrare nella logica del diritto romano facendo attenzione a ridurre l'incredibile età dell'ultracentenario Policarpo. Preso visione della sequenza di coloro che hanno rivestito le cariche consolari, la Sordi "scopre"* che il diabolico funzionario romano, colpevole del martiro dei Cristiani, fu il Proconsole Stazio Quadrato, ordinato Governatore della Provincia d'Asia nel 156 d.C. dall'Imperatore Antonino Pio, e fissa il martirio di Policarpo fra il 156 ed il 160 d.C.

* I
n base al Diploma Militare Romano "AE 1995, 1824" L. Stazio Quadrato fu nominato Console ordinario nel 142 d.C.; per addivenire successivamente Proconsole d'Asia nel 156 d.C., stante l'iscrizione rinvenuta a Magnesia, presso Efeso: "CIG 3410" = "IGR IV 1339". 

Nel 2001, Anna Carfora, altra illuminata studiosa appassionata di màrtiri, presenta una nuova versione dei fatti e deposita nel "Tribunale della Storia" il copyright di una propria analisi sul martirio di Policarpo e dei suoi "fratelli cristiani" nel saggio dal titolo contemplativo "Morte e presente nelle meditazioni di Marco Aurelio e negli Atti dei Martiri", La Città del Sole, Napoli 2001 (pp. 68 e ss). La pia studiosa, preso atto che il martirio narrato nella "Historia Ecclesiastica" eusebiana è molto più "pittoresco", ne rialza la datazione dal 156 al 167 d.C., sotto il principato concomitante di Marco Aurelio e Lucio Vero, anno in cui, per la seconda volta, secondo la Carfora, il Proconsole romano Stazio Quadrato sarebbe stato (una niente affatto credibile casualità) incaricato come Governatore della Provincia d'Asia.
Anna Carfora smentisce lo studio di Marta Sordi, tuttavia entrambe, spinte da un "eccesso di fede", non si sono rese conto di aver sconfessato le più antiche deposizioni; non solo, stravolgendole di sana pianta, dimostrano, esse per prime, che sono falsi ideologici sino a giungere al punto di alterare arbitrariamente, senza esserne legittimate, le testimonianze errate, tramandate da una documentazione antica, per renderle verosimili … con il malcelato intento di assecondare Santa Madre Chiesa. Infatti, le epigrafi su riferite, riguardanti il proconsolato di Stazio Quadrato, smentiscono le deposizioni (divergenti fra loro) dei Padri, Eusebio di Cesarea e san Girolamo Sofronio, a dimostrazione che non è mai esitito san Policarpo di Smirne ... né il suo dissennato martirio.

Ma la Chiesa cosa dice? Pur compiacendosi dell'operato delle ferventi seguaci ... tace e aspetta. Non potendo fare altro per cancellare il peccato originale contenuto nelle iniziali, seppur contrastanti fra loro, narrazioni degli antichi Padri, lascia fare gli "storici illuminati" sperando che gli tolgano le castagne dal fuoco. Lo stesso vale per i media, i quali, indecisi a chi dar retta, "canonizzano" entrambe le versioni, condannando l'ignaro spettro di Stazio Quadrato a martirizzare due volte il mai esistito san Policarpo assieme a dodici cristiani della sua confraternita: la prima sotto Antonino Pio e la seconda sotto Lucio Vero. Dopodiché, oggi finalmente, affogano nel Flegetonte il fantasma pluriomicida recidivo del Proconsole aggiungendolo agli altri dannati nel primo girone dell'Inferno con l'approvazione postuma di Dante Alighieri.
Però … non finisce con un "così sia" per la Chiesa. Le sottili menti vaticane sanno che le due studiose hanno smentito, inconsapevolmente, le testimonianze dei Padri apostolici dimostrando che furono inventate, perciò non le approva … al contrario, lascia tutto com'era secoli addietro sperando che le masse delle fedeli pecorelle non si smarriscano nel seguire la blasfema Storia a discapito addirittura di san Giovanni, "il discepolo che Gesù amava".
Infatti, ecco l'attuale martirologio, ufficializzato dalle Chiese cristiane, di san Policarpo, discepolo prediletto del "super discepolo prediletto del Signore":

"Martirologio Romano: Memoria di san Policarpo, vescovo e martire, che è venerato come discepolo del beato apostolo Giovanni e ultimo testimone dell’epoca apostolica; sotto gli imperatori Marco Antonino e Lucio Aurelio Commodo, a Smirne in Asia, nell’odierna Turchia, nell’Anfiteatro al cospetto del Proconsole e di tutto il popolo, quasi nonagenario, fu dato al rogo, mentre rendeva grazie a Dio Padre per averlo ritenuto degno di essere annoverato tra i martiri e di prendere parte al calice di Cristo".

L'assurdità del martirio, avvenuto sotto Marco Aurelio e suo figlio Commodo, resta comunque. Con buona pace di Marta Sordi, Anna Carfora e tutti i media che condizionano le masse tenendole nell'ignoranza oscurantista medievale, ad iniziare dalla condiscendente Wikipedia la quale si premura di ricordare (bontà sua) a tutti i credenti dolciotti che fu lui, il beato Policarpo, ad inviare san Benigno (ottimo nome), sant'Andochio, sant'Andeolo e san Tirso ad "evangelizzare" le Gallie: i miracoli della "Divina Provvidenza" non pongono limiti alle sciocchezze ... come quella di far scrivere ad un mai esistito Ignazio di Antiochia (vedi sopra) una "Lettera a Policarpo", suo spettrale collega Vescovo, per indottrinare i credenti tramite molteplici "epistole autoreferenziali reciproche fra santi" inventate, secoli dopo gli eventi descritti, dagli amanuensi di Dio. Altra "piccola" puntualizzazione che i lettori avranno già notato: il riduttivo "quasi n
onagenario", citato nel martirologio al posto dell'ultra centenario, ci induce a suggerire alle astute eminenze vaticane di studiare, oltre al catechismo, anche l'aritmetica.
A conclusione, un macabro "dulcis in fundo". In linea con la "tradizione" dei martiri inventati, gli antichi ecclesiastici hanno riesumato miseri resti anonimi, spacciati ancora oggi come reliquie del santo, e distribuiti in varie Chiese per farli adorare ai beati poveri di spirito.
 
Dalle risultanze della disamina appena resa, ad iniziare dalle epigrafi sul Proconsole Stazio Quadrato, non vi è alcun dubbio che il personaggio di san Policarpo è frutto di pura fantasia, di conseguenza non ha potuto scrivere nessuna "lettera ai Filippesi" né citare "sant'Ignazio di Antiochia", il quale, lo abbiamo già dimostrato prima in questo studio tramite la comparazione dei codici medievali, anche lui non è mai esistito. Così come, per diretta conseguenza, decade anche l'esistenza di un altro Vescovo e Padre della Chiesa: Papia di Gerapoli. Costui, infatti, secondo le testimonianze di Ireneo di Lione e di Eusebio di Cesarea, era amico di un mai vissuto Policarpo di Smirne. Queste considerazioni ci obbligano a seguire ulteriormente la beatificata "carriera" di Policarpo per verificare eventuali relazioni intercorse fra il suo ectoplasma e quello di altri santi. Non è un caso, quindi, se la "tradizione cristiana", scaturita dalle sacre penne degli amanuensi in stato di trance, non poté (come oggi) fare a meno di collegarlo ad Ireneo di Lione: altro fantomatico personaggio descritto come il primo grande teologo* del "canone" cristiano.

* L'archètipo della corposa opera teologica accreditata ad Ireneo di Lione è ricavato dai manoscritti: Claromontanus, sec.IX; Marcianus 125, anno 1057; Arundelianus, sec. XII; Vaticanus latinus 187, anno 1429; Vossianus, anno 1494; Erasmo, editio princeps, anno 1526; Ottobianus latinus n. 1154, anno 1530.

Ireneo Εἰρηναῖος, un nome celestiale greco col superlativo significato di "serafico" (pacifico), anch'egli nato a Smirne e pure lui da genitori lasciati volutamente anonimi (come quelli di Policarpo) per evitare pericolosi riscontri storici. In quella città, ovviamente, non poteva che divenire "discepolo prediletto" di Policarpo di Smirne, il quale fu, a sua volta, "discepolo prediletto" del "discepolo prediletto per eccellenza": san Giovanni apostolo. Dopo maestri di quel calibro, il loro discepolo successore, Ireneo, ebbe la strada spianata in un cursus honorum che lo designò Vescovo di Lione (Lugdunum, capitale della Gallia Lugdunense) dal 177 al 202 d.C. Rimase insediato nel trono episcopale della Chiesa di Lione per venticinque anni ma, la totale assenza di concrete prove archeologiche risalenti al II secolo, concernenti le spettrali Chiese primitive e le rispettive comunità cristiane, ci autorizza a pensare che quei (pseudo) fedeli avevano ricevuto l'ordine di non lasciare vestigia, né la seppur minima traccia utile a comprovare ai posteri la loro realtà … ad eccezione dei cadaveri martirizzati.
La salma di Ireneo venne trafugata dai "soliti ignoti", dopo l'obbligatorio supplizio finale, ma alla maxi reliquia sarà concesso "apparire" solo dopo molti secoli nella futura Cattredrale di san Giovanni in Lione. Purtroppo, nel 1562 d.C., la tomba con la salma di sant Ireneo verrà distrutta dai cristiani protestanti, seguaci di Giovanni Calvino, contrari alla idolatria delle false reliquie nelle Chiese.
Cristiani protestanti francesi che pagarono un prezzo salato quando, ad iniziare dalla notte del 23 agosto 1572, vennero massacrati a migliaia dai cristiani cattolici, indifferenti al precetto di Gesù "Gloria a Dio e pace in terra agli uomini che egli ama". La strage passò alla storia come "Massacro di san Bartolomeo" e dette la stura ad una guerra di religione fra le più sanguinarie mai avvenute.       

Poiché le molteplici raffigurazioni del Cristo, rappresentate nei vangeli primitivi gnostici e apocrifi, a causa della loro diversità dimostravano l'invenzione umana del "Salvatore" evolutasi nei secoli, "sant'Ireneo" divenne indispensabile agli alti prelati per testimoniare che la dottrina cattolica finale, vincente sulle altre, esisteva sin dall'inizio in coerenza con una esegesi ortodossa antieretica. Questo fu il movente che indusse gli amanuensi di Cristo ad inventare "sant'Ireneo" facendolo diventare il primo cardine del cattolicesimo e, ovviamente, dopo la sua artificiosa morte, scrivere opere a suo nome nei secoli futuri.
Durante la sequela di Concili, iniziati a Nicea nel 325, sino a quello di Efeso del 431 d.C. (indetti per definire la "sostanza" di Gesù, "Figlio di Dio", tutt'uno con il "Padre" e lo "Spirito Santo" sino a coinvolgere la "Madre di Dio"), l
a Chiesa doveva dimostrare che la SS Trinità esisteva prima che i Vescovi la inventassero nel IV secolo, pertanto ricorse a "sant'Ireneo martire". Una volta concepito, gli scrivani del Redentore fecero dichiarare ad Ireneo di Lione (
nei Codici redatti, a partire dal "Claromontanus", dal IX secolo in poi) in "Adversus Haereses III 1,1" che san Giovanni dimorò ad Efeso con la Beatissima Super Vergine in adempimento alla volontà del "Concilio di Efeso" del 431 d.C. Per i credenti, Ireneo costituisce la "prova" che i vangeli a noi pervenuti erano quelli veri, già "canonizzati" da lui prima della successiva dottrina cattolica, vincente sulle precedenti "eretiche". Vangeli, in realtà, scritti dopo il 381 d.C., come proviamo nel successivo VI studio quando analizziamo il "Testimonium Flavianum" di Giuseppe Flavio.
 
Gli esiti scoperti finora ci impongono di procedere nella verifica dell'esistenza di san Giovanni e dei suoi successori diretti. A tal fine ci aiuta, come sempre, Eusebio di Cesarea.
Questi - determinato a riferire nei codici di "Historia Ecclesiastica" (dal XIII secolo in poi, sic) "riscontri incrociati" per comprovare la vita dei santi Padri inventati da lui - con un abile giochetto di prestigio tira fuori dal cilindro miracoloso un piccolo omaggio floreale da infilare nel copioso cesto di menzogne della sua "Historia": il signor "Florino". Un fantomatico destinatario di una lettera indirizzatagli da Ireneo di Lione due secoli prima di Eusebio; lettera mai vista da nessuno all'infuori di Eusebio. Un "vuoto testuale" talmente grave che gli esegeti genuflessi, nel tentativo di colmarlo, ne riportano il contenuto separato, chiamandolo arbitrariamente "frammento", convinti che il mondo sia pieno di sprovveduti pronti a credere che esista veramente questa epistola. Ecco l'intero "frammento" col quale Eusebio evidenzia le "sante" relazioni, intercorse fra tre spettrali ectoplasmi, in "Historia Ecclesiastica" (V 20):

"Nella lettera a Florino, Ireneo ricorda le sue relazioni con Policarpo dicendo: «Io ti conobbi quando ero ancora ragazzo, nell'Asia inferiore presso la corte di Policarpo: occupavi un posto splendido per avere una buona reputazione presso di lui … posso dire il luogo dove il santo Policarpo si sedeva per parlare, il suo aspetto fisico e le sue relazioni con Giovanni (apostolo) e con gli altri che avevano visto il Signore, i suoi miracoli ed il suo insegnamento; come Policarpo, dopo aver saputo tutto ciò dai testimoni oculari della vita del Verbo (Gesù), lo riferì nelle scritture» … Questo dice Ireneo".

Così parlò "Serafico"! A tale misera "prova conclusiva" si attengono gli storici contemplativi di oggi, come quelli del passato, pur consapevoli delle enormi contraddizioni, ciononostante, fanno di tutto per difendere, fallendo inesorabilmente, la vita di un san Policarpo mai esistito. Gli storici mistici sanno bene che, se non è mai esistito il discepolo dell'apostolo Giovanni, non può essere esistito il suo mirabolante Maestro; così come sanno bene che, se non è esistito Policarpo "maestro" di Ireneo, non può essere esistito il suo "discepolo prediletto".

Naturalmente, certe evidenze non sono, né saranno mai, palesate dagli esegeti "spirituali": loro scelgono altri percorsi "dimostrativi" arrampicandosi sullo specchio della Storia con le mirabolanti "ventose" del Credo. Vediamo come.


Il martir
io di san Giovanni

Il grave “vuoto” storico, concernente le deposizioni su Giovanni da parte dei suoi “testimoni”, ad iniziare da Tertulliano, é stato fatto proprio, allo scopo di “colmarlo”, dalla dottoressa Ilaria Ramelli, laureata in Letteratura Classica e Filosofia nonché esperta filologa.

Ascesa agli onori della esegesi cattolica in virtù dei suoi studi sulla Bibbia ed il Cristo storico, é considerata dai fan credenti un genio che brilla di luce propria, tanto da richiamare la famosa profezia messianica veterotestamentaria “Una stella spunta da Giacobbe ...”.

Nel duemila, anno del Grande Giubileo internazionale tenutosi a Roma sotto il papato del “Beato Karol Wojtyla il Grande”, stimolata dall'occasione, la grande studiosa Ilaria Ramelli - avvalendosi di una acuta analisi ispirata da una profonda “rivelazione divina” manifestata ad hoc per il grande evento - ha risolto il “caso” del martirio di san Giovanni ... e lo ha pubblicato.

Dopo quasi duemila anni, finalmente, la studiosa ha scoperto e divulgato, alla intera umanità cristiana che l'attendeva, la identità del vero “testimone” del martirio del “discepolo che Gesù amava”: Giovenale e la IV satira!
Sì, avete capito bene.

Decimus Iunius Iuvenalis fu un poeta e rétore latino vissuto dal 55 al 135 d.C. Scrisse cinque libri e nel primo riporta la celebre IV satira (è in rete) nella quale descrive l'Imperatore Domiziano, ad Albalonga, ove allora dimorava, nell'atto di convocare un Consiglio di Senatori impauriti per decidere come cucinare un enorme pesce rombo.
La preda, portata dal suo pescatore da Ancona in regalo all'Imperatore (era inverno), fu deciso che doveva essere fritta intera, per non rovinare la ghiottoneria, in una enorme padella profonda col coperchio che, ovviamente, "doveva essere reperita". Terminato il “consulto” con questo impegno la seduta fu sciolta e i dignitari, tremebondi, furono congedati bruscamente per ordine del “sommo Duce simile agli Dei”. Dopodiché Giovenale conclude con il suo epitaffio a Domiziano:

Oh, se avesse speso solo in queste sciocchezze la sua vita efferata! No, senza che nessuno lo punisse o mai si vendicasse, svuotò Roma di anime insigni, di uomini famosi. Solo quando cominciò ad averne terrore il popolo, cadde: questo gli fu fatale, mentre ancora grondava del sangue dei Lami”.

Tutto qui … per noi; gente comune che si limita a leggere e magari sorridere sul contenuto della satira indirizzata “post mortem” all'ultimo imperatore dei Flavii, Pontefice Massimo, inetto come condottiero, dispotico e facile nel decretare pene capitali.

Ma, il genio della filologia che “brilla di luce propria”, da questo semplice testo è stato capace di cavar fuori una analisi “miracolosa” attraverso la quale la dottoressa ha scoperto che il pesce non era un rombo masan Giovanni.
Lo studio é stato pubblicato e diffuso sul web, basta digitarne il titolo:

La Satira IV di Giovenale ed il supplizio

di san Giovanni a Roma sotto Domiziano

Ilaria Ramelli

 Milano. Università Cattolica del S. Cuore

la cui descrizione inizia con queste parole:

Si è probabilmente sottovalutato il valore specifico del curioso episodio del pesce che, incontestabilmente, costituisce il fulcro della satira... "è ben noto il valore cristoforo del pesce, in virtù dell'acrostico che risulta dal suo nome greco" e finisce: “Dunque, la tradizione raccolta da Tertulliano, Girolamo ed Ambrogio (?), oltre che dagli apocrifi, sulla presenza a Roma di Giovanni al tempo di Domiziano e sul suo supplizio acquisterebbe autorevolezza e peso storico (sic!).


In merito all'analisi svolta ci permettiamo di suggerire alla insigne studiosa un dettaglio che, siamo certi, Le sarà sfuggito mentre era rapita dall'estasi mistica: quando gli inservienti provvidero a cucinare san Giovanni non ebbero bisogno di alcuno stoppino per accendere il fuoco sotto il padellone in cui friggere l'apostolo ma si limitarono a sollevare il Santo, ben disteso orizzontale, e lo avvicinarono con la testa agli sterpi per incendiarli con la lingua di fuoco dello Spirito Santo posata sul suo capo (Atti degli Apostoli 2,3).

Da semplici cittadini, che paghiamo le tasse, non possiamo fare a meno di stupirci per come sia possibile che “studi” simili circolino nei nostri Atenei, avvalorati, per giunta, da giudizi fideistici di altri storici spiritualisti, grati l'un l'altro per il contributo intellettuale apportato.

La filologa non è sola. Oggi agli ingenui amanuensi di secolare memoria é subentrata una pletora di esegeti filo clericali che spacciano un Credo per Storia facendo di tutto per renderlo verosimile, anche negli aspetti più insensati.

Persone dotte, con o senza la tonaca, ignorano, volutamente, la datazione dei documenti manoscritti, essenziale per capire il “montaggio” evolutivo delle esistenze dei "Santi" mitizzati; tengono celate le contraddizioni riscontrate per impedire che altri evidenzino l'aspetto ridicolo e si allontanino dalla Fede. Loro unico scopo è fare “apostolato” sottoponendo i giovani ad un continuo lavaggio del cervello, senza alcuna alternativa critica, senza prove o dimostrazioni razionali, ma basato unicamente su un convincimento, ammantato di autorevolezza, spalleggiato dai mass media: persone colte che usano la conoscenza per impedire che altri sappiano.


Nel caso specifico abbiamo riscontrato gravi omissioni sui dati base necessari alla verifica critica degli eventi narrati, controbilanciate, al contempo, da altre informazioni totalmente inventate: un insieme finalizzato a rendere veritiera la tesi precostituita.
Come sulla pretesa storicità della "tradizione" richiamata con gli "Inni di Ambrogio" dei quali non esistono documenti manoscritti che attribuiscano la paternità, a tale Vescovo, morto nel 397 d.C., dell'inno "Amore Christi Nobilis" dedicato a Giovanni, tanto meno la sua datazione, da collocarsi, inevitabilmente, in un'epoca successiva alla invenzione del supplizio da parte del Vescovo Agobardo di Lione nel nono secolo.
Uno “studio” ridondante di richiami bibliografici i cui autori, di provata fede, nessuno, sino alla pubblicazione della insigne "ricercatrice", ha osato coniugare Giovenale, pesce rombo, san Giovanni, Tertulliano, Padri e quant'altro.

Ormai diventata famosa e ben quotata anche a livello internazionale - grazie alla sua scoperta che ha risolto il problematico "caso san Giovanni", l'apostolo celato sotto le squame di un enorme pesce rombo - Ilaria Ramelli è stata intervistata e propagandata da quotidiani e riviste a grande tiratura e supportata dal solito coro di esperti filoclericali, ben orchestrati e tutti specializzati nel catechizzare la storia ... fra cui spicca la grande docente, da anni pluridecorata con importanti riconoscimenti accademici esteri, ispirata mistica anch'essa e maestra in "rivelazioni storiche divine": Marta Sordi, professoressa dell'Università Cattolica. Una notorietà dovuta ai suoi studi, giunta sino a noi, che ci ha indotto a citarla, e lo faremo ancora, ogni qualvolta la troveremo nei suoi scritti a rimestare con le mani nella marmellata della Storia.

Ilaria Ramelli e Marta Sordi hanno condiviso la "deposizione" di Giovenale "evangelista" e del pesce rombo "apostolo Giovanni" per far ricadere sotto Domiziano il supplizio "in oleo" dell'apostolo prediletto di Gesù col subdolo fine di scagionare Nerone indicato come il vero autore in tutti i codici manoscritti nei secoli.
Nell'anno del Grande Giubileo 2000, le due storiche della Chiesa erano consapevoli entrambe che l'apostolo Giovanni, morto nel 104 d.C., dopo il contatto diretto con l'Imperatore che fece strage di Cristiani (stando al Codex Laurentianus MS 68 II posteriore agli altri manoscritti), sarebbe stato obbligato a riferire l'esecranda vicenda del martiri gesuiti, sia ai suoi discepoli che nelle tre lettere rilasciate a futura memoria. La Ramelli e tutti gli esegeti genuflessi, pur di "salvaguardare" il falso eccidio di Cristiani perpetrato da Nerone e narrato in quest'ultimo codice, non hanno esitato ad incolpare Domiziano del supplizio di Giovanni ben sapendo che l'accostamento fra Nerone imperatore e Giovanni apostolo farebbe subito balzare agli occhi di tutti il silenzio di quest'ultimo sulla ingens multitudo di màrtiri crocefissi, ardenti come fiaccole vive, nella Roma imperiale del 64 d.C.        

Esiste un altro documento: il “Codex Bodleianus Baroccianus MS 182”, datato paleograficamente all'XI secolo, conservato nella Biblioteca Bodleiana di Oxford. In esso i copisti cristiani tardomedievali riportarono la "Chronographia" di Iohannes Malalas, uno storico cristiano originario di Antiochia vissuto nel VI secolo. Il codice, una delle fonti della vasta "Patrologia Greca", riporta l'opera di Malalas e in “Chronica X” (340 D) leggiamo:

Sotto il regno di Domiziano avvenne una persecuzione di Cristiani: egli fece venire san Giovanni il Teologo a Roma e lo interrogò. Meravigliandosi della sapienza dell'Apostolo stava per farlo tornare di nascosto ad Efeso dicendogli: «Vai e sta in pace donde venisti». Ma fu rimproverato e lo confinò a Pathmos”.

Dal confronto con gli altri codici richiamati, come sopra letto, nel VI secolo non poteva risultare alcun supplizio in oleo di Giovanni ordinato da Domiziano (ancorché ridicolo) in conformità alla "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea e di tutti i Padri e gli storici cui egli si riferì ... dopo averli inventati. Un'ulteriore prova la forniscono le "Historiae adversus Paganos", un'opera ordinata da sant'Agostino allo storico Presbitero Paolo Orosio, nella quale al Libro VII (10,5) si afferma che "Domiziano relegò nell'isola di Pathmo il beatissimo apostolo Iohannes" ... senza aver subito alcuna tortura da parte dell'Imperatore.
Ne consegue il netto contrasto con il supplizio neroniano sotto riportato, descritto in “Adversus Iovinianum” (I 26), accreditato da san Girolamo a Tertulliano, ma risalente al tardo medioevo; opera nella quale Girolamo disconosce, nell'altro suo lavoro "De viris illustribus" (XVII), la propria testimonianza circa il supplizio patito sotto Nerone dall'apostolo Giovanni. Siamo in presenza di contrasti insanabili che evidenziano la incompetenza circa le molteplici deposizioni antitetiche rilasciate dagli amanuensi sugli eroi fondatori del Cristianesimo primitivo. E' come se la mano destra non sapesse cosa stava scrivendo la mano sinistra … di Dio. Riguardo all'esistenza dell'apostolo Giovanni, durante il principato di Domiziano, ecco cosa riferisce Girolamo in "De viris illustribus":

"Nell'anno quattordicesimo di Domiziano (95 d.C.), durante la seconda persecuzione dopo quella di Nerone, Giovanni fu relegato nell'isola di Patmos ed ivi compose l'Apocalisse. Dopo l'uccisione di Domiziano (96 d.C.), Giovanni tornò ad Efeso dove fondò e diresse le varie Chiese d'Asia, e vi restò sino al principato di Traiano. Stremato dalla vecchiaia morì a sessantotto anni di distanza dalla morte del Signore (nel 104 d.C.) e fu sepolto nella stessa Efeso" (op. cit. XVII).

Viceversa, ecco l'altra "testimonianza" su san Giovanni fatta dallo stesso Girolamo in "Adversus Iovinianum":

Giovanni Apostolo evangelista, da Profeta vide certamente l'Apocalisse nell'isola di Pathmos ove fu relegato dall'Imperatore Domiziano dopo il martirio subìto per il Signore. Inoltre Tertulliano riporta che fu immerso da Nerone in una giara colma di olio bollente da cui uscì purificato e più vigoroso di come era entrato” (op.cit. Lib. I 26).

Preso atto di questi assurdi contrasti, non dobbiamo sforzarci troppo per capire che siamo di fronte ad un'incessante manipolazione mentale, ultra millenaria, praticata su intere masse umane, le quali, dopo essere state illuse con l'utopica promessa della salvezza dopo la morte e il diritto alla "vita eterna", sono state soggiogate al potere e agli interessi di caste privilegiate parassitarie. 
 
 
Dopo che Eusebio di Cesarea riferì la notizia di Ireneo di Lione, attestata in "Adversus Haereses" (III 3,4 e V 30,3), riguardante l'ultracentenario Giovanni il quale rimase ad Efeso sino all'epoca di Traiano, senza che gli risultasse aver patito alcun supplizio da parte di Domiziano, Ilaria Ramelli su quale mano di Dio si è collocata? ... Con buona pace dell'enorme pesce rombo cucinato in padella da Domiziano:

"E tutti i presbiteri che in Asia vennero in contatto con Giovanni, discepolo del Signore, testimoniano la sua tradizione. Rimase infatti tra loro fino all'epoca di Traia
no" (HEc. III 23,3).
 
A nessun "presbitero" della provincia d'Asia, come ad alcun discepolo diretto, l'apostolo Giovanni riferì del suo prodigioso martirio, , soprattutto, dell'eccidio di Cristiani da parte di Nerone. Le contraddizioni riscontrate nelle numerose “testimonianze” scritte dagli amanuensi dimostrano che queste furono inventate, di conseguenza le vicende narrate non sono avvenute. Invero, più semplicemente, non é accaduto quello che gli storici spiritualisti non intendono neanche ipotizzare: l'apostolo san Giovanni non è mai esistito ... come non sono esistiti gli altri apostoli né i loro vescovi successori. Anche questi ultimi furono rappresentati da "Padri", inventati in epoche posteriori, e spacciati come "testimoni" di apostoli e màrtiri.

In disprezzo alle risultanze delle autentiche vicende, pii "studiosi" manipolano di proposito la Storia al fine di correggere, oggi, le contraddizioni in cui incapparono gli amanuensi quando inventarono la "tradizione" ecclesiastica. Sono consapevoli di inquinare arbitrariamente le corrette informazioni delle fonti originali a noi tramandate dai cronisti della Roma imperiale; ciononostante, pur di conseguire il plauso e la tangibile riconoscenza del Clero, che li ripaga con rilevanti carriere professionali, si prestano a sottoscrivere documenti finalizzati a condizionare la formazione dei giovani, i quali, inconsapevolmente, finiscono col convincersi che quanto viene loro propinato sia la verità. Gli zelanti "analisti spirituali" mentono sapendo di mentire. In mancanza di una legge che contempli il reato di falsificazione della Storia, non resta che chiederci con quale coscienza queste persone possano guardarsi allo specchio.

I pennivendoli del Sacro non si accontentano di adulterare la Storia ma lo fanno anche con i "testi sacri" laddove riscontrano incompatibilità fra gli stessi, pertanto ignorano o fingono di non sapere che i vangeli descrivono due "Giovanni" diversi, come riferiamo dettagliatamente nel IX argomento. Il primo, adulto zelota "boanerghès", figlio dell'ira di Yahweh, un giudeo ribelle contro il dominio di Roma e nemico degli apostati Samaritani, quindi conforme alle risultanze storiche; il secondo, al contrario, un giovinetto, sconosciuto agli altri evangelisti, che appare all'improvviso, nel solo vangelo di Giovanni, durante "l'ultima cena" e individuato genericamente come "il discepolo che Gesù amava". Unica presenza "apostolica", addirittura sotto il Messia crocefisso, contraddetta dagli altri vangeli e tutti i documenti neotestamentari nonché dalla prassi romana in linea con la logica:

"Allora tutti i discepoli, abbandonandolo (Gesù), fuggirono" (Mt 26,56).

Con i prossimi studi svolti negli argomenti specifici saremo in grado di provare che nel corso della secolare evoluzione mitologica del "Messia Gesù", i cosiddetti "apostoli" furono creati come "involucri teologali" continuatori del messaggio salvifico del "Redentore" per impedire ogni tentativo di identificazione con i cinque figli di Giuda il Galileo. I primi quattro furono uccisi fra il 36 e il 48 d.C., mentre il più giovane fu eliminato dalle caste sacerdotali ebraiche nel 66 d.C., dopo che questi aveva sconfitto la guarnigione romana che presidiava Gerusalemme e, al contempo, come Cristo, si era proclamato Re dei Giudei.

Facendo risultare che Simone Pietro, Giacomo (spacciato come "Minore" o "Giusto") e Giovanni Profeta Apostolo, erano sempre vivi, ciò avrebbe provato che non poteva trattarsi dei capi Zeloti aderenti alla giudaica “quarta filosofia, una novità sinora sconosciuta”, la setta fondata da Giuda il Galileo, catturati e crocefissi dai funzionari romani per essersi ribellati al dominio imperiale.

San Giovanni, “il discepolo che Gesù amava”, é stato inventato dagli ideologi cristiani e fatto risultare, lui solo, fra tutti i discepoli, sotto la croce, per “dimostrare” che non poteva essere il Re dei Giudei giustiziato dai Romani sulla croce. Una presenza impossibile a qualunque persona perché in contrasto con la procedura per l'esecuzione della pena capitale pubblica dello Stato romano.

La vigilanza intorno alle persone crocefisse era praticata, per motivi di ordine pubblico, da un cordone di miliziani armati che impediva a chiunque avvicinarsi al condannato a morte, ad iniziare dai parenti e amici. In base alla prassi romana, alla vittima predestinata veniva appeso al collo un cartello con il nome e la motivazione della pena capitale.

 
I N R I : IOHANNES NAZIREVS REX IVDAEORVM

Tramite le analisi, riferite nei successivi argomenti appositamente dedicati, dimostriamo che quello fu l'unico, autentico, supplizio di Giovanni il Nazireo (consacrato a Dio), capo degli Zeloti, che osò autoproclamarsi Re dei Giudei, nel 35 d.C., dopo aver liberato Gerusalemme la Santa dalla dominazione pagana mentre Roma era impegnata nella guerra contro la Parthia di Artabano III.

Sino alla Pasqua del 36 d.C., quando venne giustiziato dal Legato di Siria Lucio Vitellio, Giovanni fu riconosciuto dal popolo giudaico Meshiah Yeshùa, Messia Salvatore. Non fu Ponzio Pilato a giustiziare un effimero Re dei Giudei che osò sfidare la potenza di Roma, bensì il plenipotenziario di Tiberio su tutto l'Oriente in guerra.

Per la prima volta nel 381 d.C., il Concilio di Costantinopoli designò il Prefetto romano Ponzio Pilato come l'esecutore di Gesù Cristo, modificando, di conseguenza, il precedente Credo niceno del 325 che non lo contemplava. Come dimostriamo nel VI e VIII studio, dal 381 d.C. in poi furono trascritti ex novo i vangeli, in origine diversi, e riportati nei rispettivi codici al fine di impedire agli storici di collocare gli eventi nel tempo esatto e poter ricostruire i particolari della sollevazione nazionalista ebraica degli Zeloti capeggiati dal figlio primogenito di Giuda il Galileo. Ma la ancestrale Legge non prevedeva un Messia divino perdente. Il vero Messia prescelto da Yahweh avrebbe annientato i kittim invasori della Terra Santa salvando gli Israeliti dalla dominazione pagana. L'ebreo Giovanni, una volta sconfitto e giustiziato, sarà disconosciuto e dimenticato dai Giudei … non dagli Esseni.

Dopo la avvenuta distruzione di Gerusalemme e del Tempio con l'olocausto ebraico del 70 d.C. ad opera di Tito, e ancora dopo la strage di Ebrei ordinata dall'Imperatore Adriano nel corso della guerra giudaica del 132-135 d.C., gli Esseni terapeuti di Alessandria, grazie ad una nuova “gnosi” divina ripresa dal “logos” ideato dal filosofo ebreo Filone Alessandrino, provarono a concepire una nuova figura di “Messia”: non più il "Figlio di Dio" “Dominatore del Mondo” come da loro scritto nei frammenti dei roltoli di Qumran, bensì un sofferente “Figlio di Dio” “Salvatore del Mondo”, capace di resuscitare i morti.

Fu solo l'inizio di una dottrina la cui evoluzione è durata secoli … conclusasi nel cristianesimo paolino, filo imperiale, caratterizzato dal sacrificio eucaristico teofagico pagano: la "Hostia Consacrata", indispensabile per la “Salvezza della vita eterna”.


Emilio Salsi


 
 

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