Dopo Giacomo il Minore svaniscono i suoi finti successori: Simone, Giuda Giusto, ecc.



La fede superstiziosa e profonda, atavica eredità cristiana - instaurata da Teodosio I nel tardo Impero Cattolico Romano, quindi imposta ai popoli sottomessi come religione unica e, nei secoli futuri, diffusa dai clerici sino ai più remoti territori conosciuti - col tempo, gradatamente ma inevitabilmente, sino all'epoca moderna, è stata scalzata dai costumi patrii grazie ad uno spontaneo processo di instaurazione delle discipline scientifiche razionali, tale da coinvolgere la “carta costituzionale” fondamento della sua dottrina: le Sacre Scritture neotestamentarie.

Quando fu creato il mito dell'Avvento del “Salvatore Messia” ebraico (Yeshùa), si originarono variegate sette cristiane primitive ognuna delle quali basata su principi teologici, escatologici e regolamentari diversi, ideati e scritti su “testi sacri” dai rispettivi fondatori, i quali, ovviamente, si dichiaravano “eletti” e depositari della volontà di Dio. Predicavano i loro precetti come Sue rivelazioni promettendo la “Salvezza” e il benessere, anche nell'aldilà, ai propri adepti. Furono i primi “Padri”, portati a idealizzare “Cristi” diversi e, per la loro suprema, peculiare, conoscenza (“Gnosis” dal greco) del “Dio Salvatore”, furono detti “Gnostici”.
Gli antesignani di questi “Padri”, i veri “testimoni” iniziali dell'Avvento di un Messia giudeo, “Figlio di Dio”, risultano essere stati gli ebrei Esseni: furono loro ad averlo profetato come tale quando l'attendevano e si sentirono in obbligo a documentarne la discesa dal Cielo … dopo l'olocausto perpetrato dai Romani contro i Giudei.
(Rimandiamo ad una successiva analisi sugli Esseni, alla luce delle ultime verifiche effettuate dai paleografi israeliani sui rotoli di Qumran vicino al Mar Morto).

La secolare evoluzione teologica raffigurata in vangeli "gnostici", "apocrifi" o “pseudo” - così come descritta da alcuni Padri "canonici" e pervenutaci, in parte, grazie alla scoperta di codici rinvenuti o dissepolti casualmente da archeologi - fu seguita e “curata” dai “Padri” del Cristianesimo. Le risultanze teologali conclusive, le stesse che ritroviamo nella dottrina cristiana odierna, furono concepite da quei Padri che, durante il IV secolo, dopo numerosi Concili - caratterizzati da dispute fra correnti di pensiero antagoniste sempre più aspre e persecutorie - concordarono il canone definitivo e stabilirono la “forma” e la “sostanza” di Cristo, le Sue prerogative, i rapporti con gli uomini e i loro doveri verso la nuova Entità. Le sette cristiane non allineate furono dichiarate “eretiche” ed i loro rappresentanti eliminati o costretti a fuggire.

Per impedire la ricostruzione del percorso evolutivo della dottrina e l'escatologia in essa contenuta - che avrebbe dimostrato le molteplici varianti, create da uomini, anziché una sola credibile “rivelazione divina” * - i capi cristiani furono costretti a distruggere i documenti incompatibili con il “Credo Universale” risultato vincente e, di conseguenza, rimaneggiare gli stessi vangeli primitivi selezionati per renderli coerenti al “canone” stabilito.

* Il “Vangelo di Giuda” - ritrovato e decifrato dai paleografi recentemente, datato al 275 d.C. dopo essere stato, correttamente, sottoposto a verifica tramite la spettrometria di massa - ci rappresenta un “Salvatore Gesù” completamente diverso da quello che conosciamo: Nascita verginale, Resurrezione e sacrificio eucaristico teofagico sono assenti (i fondamenti del Cristianesimo), mentre il Dio Creatore è diverso. Una difformità, tanto grave quanto basilare, riscontrabile mediante la comparazione di questo vangelo con i due codici più antichi completi a noi pervenuti e datati, al IV secolo, con "stime" paleografiche senza riscontro strumentale spettrometrico, (un metodo di datazione volutamente ignorato per i manoscritti cristiani): il “Codice Vaticano” e il “Codice Sinaitico”.
 
Allora, una volta eliminati i testi discordanti e resa coerente la dottrina, nel corso dello stesso IV secolo, i Padri si premurarono di documentare la “rivelazione canonica”, arricchendo i vangeli e soprattutto gli "Atti degli Apostoli" di riferimenti storiografici, dopo aver acquisito il potere di accedere alle biblioteche imperiali. Le vicende e i personaggi storici, così come risultano documentati nei testi canonici, non appaiono negli altri vangeli.
Il primo cristiano, potente e per questo frequentatore della Corte di Costantino il Grande, che esercitò una notevole influenza sulla famiglia imperiale con la possibilità di accedere agli archivi statali, fu l'importante storico e venerabilissimo Vescovo Eusebio di Cesarea, ideatore della famosa "Historia Ecclesiastica".

Obbligato a far apparire lineare ed esclusivo, fin dall'inizio, un passato evolutivo in realtà multiforme della dottrina - i cui adepti erano avversari contemporanei - a lui va riconosciuto il “merito” di aver creato una “continuitas” ininterrotta di màrtiri e Concili teologici indetti da “Venerabilissimi e Santi Ministri assisi sul trono episcopale” (per usare le sue espressioni), già Capi delle Chiese del Salvatore subito dopo il Suo breve Avvento: i Vescovi e i “Papi”.
Fu sua premura:
 

"individuare le divine Scritture autentiche da quelle eretiche, assurde ed empie, composte da ciarlatani, strumento dell'attività diabolica, che, come Menandro successore di Simon Mago, ingannavano molti con l'arte del demonio promettendo un'immortalità immediata già in questa stessa vita senza più morire ... ciarlatani che si mascheravano dietro il nome di Cristiani"
(HEc. III 26, 1/4).

Questo Menandro, che successe a Simon Mago, non è mai esistito: come il suo "Maestro". La dimostrazione dell'invenzione di Simon Mago, uno fra i tanti protagonisti inventati in "Atti degli Apostoli", l'abbiamo riferita con l'analisi precedente su Paolo di Tarso, anche lui inventato. In questo caso, la prova che cancella dalla realtà il "satanico discepolo prediletto" è molto più semplice: se non è esistito il "Maestro" non può essere vissuto il discepolo.
Stiamo assistendo a descrizioni di personaggi di pura fantasia, oltremodo ridicoli, per questo sottaciuti ai fedeli durante le prediche ... sebbene per la Chiesa facciano ancora parte del "Canone" e della "Tradizione" sia "Atti degli Apostoli" di Luca che "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea.

Benedetto XVI, nell'Udienza Generale del 13 Giugno 2007, fa l'apologia di Eusebio Vescovo esaltandone i meriti e definendolo
"l'esponente più qualificato della cultura cristiana del suo tempo".

E' necessario sapere che la redazione dei manoscritti concernenti la tradizione cristiana che leggiamo in "Historia Ecclesiastica" - ovvero storia eusebiana non più originale ma notizie in parte inventate e sempre epurate delle contraddizioni più macroscopiche - comprende codici contrastanti fra loro, raggruppati in due famiglie, datati solo paleograficamente (metodo scorretto quando è preclusa una verifica strumentale indipendente dal condizionamento religioso) fra il X ed il XIII secolo d.C., mentre l'editio princeps risale al 1544. E' sin troppo evidente che la originale "testimonianza" eusebiana è stata sottoposta a opportune censure da parte degli antichi critici ecclesiastici.
Infatti non risulta che Eusebio sia nato a Cesarea di Palestina, una notizia “apparsa” all'improvviso in epoca rinascimentale, rimasta senza dati natali identificabili, come il suo singolo nome privo di cognome, a significare i rimaneggiamenti continui dell'intera opera sino a lasciare perplessi gli stessi curatori delle traduzioni.
Lo scopo è duplice e fin troppo evidente:
1° un Eusebio Vescovo “palestinese” sarebbe stata la prova che nella “Terra del Signore”, fin dalla Sua venuta, si costituì una numerosa comunità cristiana, ivi presente ininterrottamente, governata da vari Episcopi fra i quali il più importante era quello di Gerusalemme. Una carica spirituale allora inesistente che stiamo per verificare;
2° separare le contraddizioni teologiche e storiche “importate” nei manoscritti, distinguendole e accreditandole a due “Eusebi” diversi.

Il suo nome ευσεβής (eusebès) è un aggettivo greco che significa “religioso” e mal si concilia con l'idioma semitico di quella regione. Gli esegeti credenti odierni affermano che si chiamava così perchè fu Vescovo di Cesarea di Palestina pur non essendo nato in quella città: una spiegazione tardiva senza alcun riscontro testuale, niente affatto convincente. Data l'importanza della carica rivestita, e per questo ricordato dalla storia, è impossibile che non abbia mai detto ai suoi calligrafi o lasciato scritto direttamente da lui nelle sue opere, dove sia nato e chi furono i suoi genitori; al contrario, sarebbe stato obbligato a farlo per distinguersi da un altro Vescovo cristiano, suo omonimo, altrettanto potente e come lui accreditato a frequentare la corte imperiale di Costantino il Grande:
Eusebio di Nicomèdia.*

Di quest'ultimo si sa che nacque effettivamente in quella città e dallo storico Ammiano Marcellino (Res Gestae XXII 9,4) sappiamo che era parente di Costantino il Grande, pertanto è l'unico candidato a ricoprire nella realtà il ruolo di "Eusebio di Cesarea": le similitudini biografiche, religiose, politiche, storiche e geografiche sono impressionanti ... fino a sovrapporsi.

* Questa antica e importante città dell'Asia Minore assunse il ruolo di principale città dell'Impero, dopo Roma, quando divenne capitale della Tetrarchia Orientale e vi si insediò l'Imperatore Diocleziano. Sin dal 313 d.C. a Nicomèdia risiedeva anche la corte di Costantino il Grande il quale, dopo aver fondato, nel 330 d.C., Costantinopoli (da lui chiamata "Nuova Roma"), trasferendovi la capitale, continuò comunque a dimorare,
sino alla sua morte avvenuta nel 337 d.C., nel palazzo imperiale di Nicomèdia, città allora considerata "centro dell'Impero".

Poiché la città di Nicomèdia aveva già il proprio Vescovo "Eusebio", e non casualmente dal momento che, come abbiamo visto, questi era parente dell'Imperatore Costantino, non ha alcun senso logico che il capo spirituale di un'altra città, "Cesarea di Palestina", dimorasse così lontano dal Soglio episcopale sul quale fu insediato dal 313 d.C. in poi, sino al punto di non poter mai più seguire personalmente la comunità dei seguaci di Cristo a lui affidati.
Non essendo credibile la casualità di questa omonimia fittizia di due Vescovi "Eusebio" nella stessa corte, l'unica spiegazione utile a comprenderne lo scopo consiste nella necessità, da parte della Chiesa posteriore al Concilio di Nicea del 325, di nascondere una importante e compromettente variante ariana della dottrina cristiana, così come veniva praticata dall'autentico Vesvovo, Eusebio di Nicomèdia, prima della convocazione di ulteriori Concili destinati a stabilire l'Essenza della divinità di Cristo. Ai fini della dottrina ariana, p
articolarmente significative furono furono le conseguenze del dogma mariano, riguardante la perpetua verginità di Maria, madre di Gesù Cristo unigenito, decretato nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., il cui dettato entrava in contrasto con i vangeli - preesitenti ma fino allora senza "Natività" e relativa "Teotòkos" (Madre di Dio) - che documentavano l'esitenza di fratelli carnali di Gesù, quindi riconosciuti come tali dalla dottrina cristiana ariana, dichiarata eretica dopo quella data.

Eusebio di Nicomèdia, in quanto parente di Costantino il Grande, all'inizio del quarto secolo poté consultare direttamente i rotoli degli storici della Roma imperiale dei primi due secoli ed in essi conobbe i nomi dei famosi Governatori romani di quell'epoca che utilizzò come "testimoni" nonché persecutori di immaginari Cristiani, ad iniziare dalla "Sequela Christi" dei successori del Salvatore. Come abbiamo visto, l'imponente, quanto artificiosa, opera di Eusebio fu da lui intitolata "Historia Ecclesiastica".
Per inciso, ricordiamo che questo elaborato documento contiene l'impianto storiografico a fondamento della "tradizione cristiana" che attesta la struttura dei Padri della Chiesa, ad iniziare dai discepoli di Gesù, apostoli ed evangelizzatori, quindi corredata da una sfilza di màrtiri. Una lunga serie di Capi spirituali di molteplici Ecclesiae, descritti con dovizia di particolari, regolarmente registrati con tanto di dati anagrafici e doverosamente votati al martirio. Procedendo dai primi tre Vescovi di Gerusalemme "legati al Signore da vincoli di carne", tutte le Chiese successive dovevano conoscere la propria storia sin dall'inizio, i cui interpreti vennero spesso richiamati anche durante i Concili che si susseguirono nei secoli a venire. Un organico di Santi pressoché ininterrotto, documentato ad iniziare da Cristo sino al IV secolo. 
Dopo il Concilio di Costantinopoli del 381 d.C.,
il metodo adottato dalla Chiesa Cattolica vincente è stato quello di trascrivere ex novo le opere del Vescovo Eusebio di Nicomèdia separando i contenuti teologici originali, dissimili nella dottrina, accreditandoli a due persone diverse. Comunque, trattandosi di una lunga ricerca teologica distinta dalla presente, onde evitare di ingenerare confusione nelle citazioni, per convenzione, continueremo a chiamare il potente Vescovo, autore della "Historia Ecclesiastica", “Eusebio di Cesarea”.

Dopo queste dovute precisazioni proseguiamo con l'indagine concernente gli Apostoli ed i loro successori.

Con il precedente studio sull'apostolo “Giacomo il Minore”, detto anche “il Giusto”, abbiamo dimostrato che questo protagonista teologico non è mai esistito come uomo reale, tanto meno come Vescovo, scelto dagli altri apostoli a Capo della Chiesa di Cristo, in Gerusalemme, subito dopo la Sua morte, risurrezione dagli inferi e ascensione in cielo (HEc. II 1,2):

"L'apostolo Giacomo, soprannominato anche il Giusto, fu il primo ad occupare il trono episcopale della Chiesa di Gerusalemme".

Nella cronaca del 62 d.C., su riferita nell'analisi riguardante Giacomo il Minore, riportata in “Antichità Giudaiche”, se fosse veramente esistito un Vescovo cristiano "assiso sul Trono" - in quanto Ministro di Dio a capo della comunità in Gerusalemme dei seguaci di Cristo (Messia ebreo), fondatore e legislatore di una fede diversa da quella giudaica - il primo a testimoniare l'esistenza del Vescovo sarebbe stato l'ebreo Giuseppe Flavio che lo avrebbe citato come tale, sentendosi in obbligo di smentirlo, essendo lo storico, ormai venticinquenne adulto, un eminente scriba del Sinedrio, fariseo conservatore di quella città e un giudeo sempre in attesa dell'avvento del suo Messia divino.

Dall'analisi, infatti, il “Giacomo” (inizialmente senza patronimico), fratello di un certo Gesù, fatto passare questi per “Gesù Cristo” dagli scribi falsari cristiani, in realtà si dimostra essere fratello di “Gesù figlio di Damneo”, quindi anch'egli "Giacomo figlio di Damneo" ... non Gesù figlio di san Giuseppe (se fosse stato veramente fratello di Gesù Cristo) e ancor meno figlio di Cleofa, il marito di una Maria, ingenuamente mascherata da sorella di Maria Vergine (che dei genitori abbiano dato lo stesso nome a due figlie non ha alcun senso)* perché, trattandosi di un fratello di Gesù Cristo, avrebbe significato che la Madonna si era sposata anche con Cleofa.

* In conseguenza del Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., gli scribi cristiani, non potendo ammettere che siano esistiti altri figli della “Madre di Gesù Cristo unigenito”, sempre immacolata anche dopo il parto, furono costretti a clonare "Maria" sei volte nei vangeli e in "Atti". Cinque di queste "Marie"
(tranne la "Maddalena") sono parenti di "Maria" e madri di figli i cui nomi, di volta in volta, lo abbiamo visto nel primo studio, sono sempre gli stessi e di stretta osservanza giudaica: Giacomo, Simone, Giovanni, Giuda e Giuseppe. Di conseguenza, la Chiesa si è ritrovata immersa in un ginepraio di menzogne “storiche”, aggiunte successivamente nei vangeli primitivi, da cui non sa come venirne fuori, pertanto non gli resta che nasconderle ai fedeli evitando di approfondire per non mettere in crisi il “dogma” mariano.

L'inesistenza di “Vescovi” di Gerusalemme - ma lo stesso vale per le altre sedi episcopali, Papi, “Padri apostolici” e màrtiri cristiani gesuiti - è comprovata, anche, dalla invenzione del successore dell'apostolo Giacomo Vescovo, “fratello del Signore”: Simone, fratello di Gesù (Mc 6,3 e Mt 13,55) che la “tradizione” cita come “parente di Gesù” o “cugino”. Infatti, la Chiesa di Eusebio, per esigenze di continuità, ha dovuto immaginare un “Vescovo successore” a Giacomo apostolo, inventato a sua volta, sapendo che quel Soglio Episcopale”, nel I e sino ad oltre la metà del II secolo, non esisteva.

Simone bar Kochba, sedicente Messia, quando prese il potere dopo essersi ribellato nel 132 d.C. contro la dominazione romana e autoproclamato "Principe dei Giudei", da ebreo si sarebbe sentito in obbligo di eliminare tutti i Vescovi palestinesi, se fossero esisti, in quanto Capi di una religione sottomessa all'Impero e contraria alla sua, ad iniziare da quello di Gerusalemme.


Come abbiamo fatto con Giacomo, verifichiamo la storia di Simone, secondo Vescovo di Gerusalemme:

“Dopo il martirio di Giacomo (62 d.C.) e la caduta di Gerusalemme (70 d.C.) si riunirono i parenti del Signore, ivi convenuti, per decidere il successore di Giacomo. All'unanimità fu designato, Vescovo di Gerusalemme, Simone, cugino del Salvatore (HEc. III, 11).

Questo “Simone”, che nei vangeli risulta come “Simone Zelota”, secondo le astruse teorie delle svariate correnti religiose cristiane odierne, viene fatto passare, a volte, per “cugino” di Gesù, figlio di un non meglio specificato "Cleofa" (a sua volta ipotizzato come fratello di san Giuseppe) marito di “Maria”, sorella di Maria Vergine; altrimenti, come “fratellastro” di Gesù, figlio di san Giuseppe, avuto da un matrimonio contratto in precedenza dal vecchio falegname, non si sa con chi. Quindi, in entrambi i casi, un Simone più anziano dello stesso Cristo, il quale ultimo, nel vangelo di Giovanni (Gv 8,57), in barba agli altri evangelisti, viene accreditato di quasi cinquant'anni; anzianità di Gesù confermata anche dal Vescovo Ireneo di Lione alla fine del II secolo.
 

Inevitabilmente ci troviamo di fronte ad un uomo molto, troppo vecchio, trasformato in un martire che, stiamo per dimostrarlo, si è rivelato una “scheggia impazzita” conseguente al depistaggio dei veri fratelli zeloti originali, tutti con nomi di autentica tradizione giudaica, protagonisti di una vicenda messianica reale, successivamente trasformata in mito da Esseni zeloti residenti in Egitto e costretti a fuggire per sottrarsi alle persecuzioni ordinate da Vespasiano subito dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. (cfr. "La Guerra Giudaica" II, cap.8, 152/3; VII, cap. 10, 417/9).
Eusebio li chiama “discendenti di Davide” non “cristiani”:

“Vespasiano, dopo la caduta di Gerusalemme, ordinò di ricercare tutti i discendenti della tribù di Davide, perché tra i Giudei non rimanesse più nessuno di stirpe reale (sic!). Per questo motivo si abbatté sui Giudei un'altra gravissima persecuzione(HEc. III 12).

Sappiamo bene che "la tribù di Davide di stirpe reale" appartiene alla mitologia cristiano-giudaica la quale, ancorché sconosciuta, non avrebbe impressionato più di tanto i Romani che misero a ferro e a fuoco tutte le città giudaiche ribelli. In verità il Vescovo Eusebio, preso atto che nei vangeli risulta scritto Neppure i suoi fratelli credevano in Lui (Gv 7,5), rendendosi conto che non poteva essere ammissibile un Dio, autore di miracoli strabilianti, ma non riconosciuto dai suoi stessi famigliari, pensò bene di far ricredere i "fratelli del Signore" smentendo quanto testimoniato nei testi sacri ... annoverando i Suoi famigliari non fra i discepoli, ovviamente, ma addirittura insediandoli sul “Soglio Episcopale” di Gerusalemme. Pertanto, dopo Giacomo il Giusto, venne riesumato "Simone lo Zelota".

Ma come avrebbe potuto Eusebio, nel IV secolo, quando attestò questi eventi, sapere che quasi tre secoli prima Simone Zelota divenne Vescovo di Gerusalemme? Semplice: si inventò uno storico cristiano suo personale e lo chiamò “Egesippo”.
A tal fine lo dipinse come ebreo apostata convertito al cristianesimo, pertanto conoscitore della lingua semitica che gli consentì di leggere vangeli ebraici e siriaci originali da lui posseduti, testimoniandone al contempo l'esisteza. Eusebio, però, commise il primo errore chiamandolo con un incredibile nome greco (dei genitori ebrei non l'avrebbero mai fatto essendo in guerra contro i Greci), poi, per evitare contraddizioni storiche pericolose, lo collocò nel II secolo fra il 110 e il 180 d.C., appena dopo la morte del vero cronista ebreo Giuseppe Flavio, avvenuta nel 105 d.C.
Da quella data e sino alla sua dipartita lo inviò nelle Chiese di Cristo "per riferire senza errori la tradizione della predicazione apostolica dedicandosi alla stesura della tradizione ivi conservata" (HEc. IV 8,2; IV 22,3).

Eusebio conferì ad "Egesippo" una specializzazione "ad honorem" per la capacità dimostrata nel ricercare màrtiri e cariche ecclesiastiche, Vescovi, Padri e Papi compresi, distinguendolo così dalla ignoranza specifica in materia palesata dagli altri cronisti dell'epoca. Il Vescovo cristiano notificò ai posteri che Egesippo, oltre le lingue semitiche, fu anche un profondo conoscitore di greco e latino nonché delle varie dottrine eretiche gnostico gesuite cui abbiamo accennato sopra. Il tutto riferito in cinque libri "Hypomnemata" (Memorie) che nessuno, tranne Eusebio, ha mai visto né letto.
 
La vita di Egesippo è priva di qualsivoglia riscontro storico, infatti, grazie ad Eusebio, dopo averci "tramandato le prove" dell'esistenza di Padri, Vescovi, Papi, màrtiri e scribi cristiani, a lui contemporanei, nessuno di questi, a loro volta, ha riferito alcunché riguardo Egesippo ... tranne Eusebio: il suo creatore. 
Padri che, pur da lui conosciuti personalmente (come riferisce Eusebio), non sapevano dell'esistenza di un ebreo molto erudito, per di più convertito al cristianesimo e sempre in possesso di vangeli originali in aramaico e siriaco.
E' evidente che siamo di fronte ad un “montaggio” che non ha alcun senso né credibilità.
Infatti, dei numerosi Padri Apologisti, Vescovi, Papi e martiri, chiamati ad impersonare la lunga ed ininterrotta "Sequela Christi" - prelati famosi per le cariche rivestite in qualità di Capi di Chiese distribuite in molte città importanti delle province romane - nessuno di questi risulta realmente vissuto in mancanza di riscontri storici extracristiani e tantomeno reperti archeologici. Ed è quanto stiamo per dimostrare.


“Sotto Traiano si scatenò una persecuzione contro di noi. In essa trovò la morte Simone, figlio di Cleopa (Cleofa), che abbiamo indicato come secondo Vescovo di Gerusalemme (dopo Giacomo). Ne è testimone lo stesso Egesippo. Egli soggiunge che Simone, da loro accusato in quel tempo, fu sottoposto per più giorni, perché cristiano, ad ogni tipo di tortura con stupore di chi assisteva e infine subì una morte uguale a quella del Signore. Egli subì il martirio all'età di centoventi anni (sic!) sotto Traiano e il consolare Attico ... Simone, torturato per molti giorni, testimoniò la sua fede in modo tale che tutti, compreso il consolare, si stupirono come un uomo di centoventi anni potesse resistere tanto, poi fu condannato alla crocifissione” (HEc. III 32,1/6).

Lo sproposito di questa descrizione è talmente manifesto che non possiamo fare a meno di stupirci del conformismo acritico palesato da tutti i più importanti docenti spiritualisti di storia del cristianesimo, i quali, al contrario, si prodigano per renderla verosimile.
Lo scopo è evidente: fare una ricerca avanzata che riesca a smentire tale sciocchezza impone mettere in discussione non solo la vicenda in sé ma tutta la “tradizione storica” del cristianesimo gesuita riferita da Eusebio e fatta interpretare da Vescovi, Padri e màrtiri. Ogni notizia deve essere accertata tramite riscontri comparati storiografici, epigrafi, archeologia e filologia; pertanto procediamo in tal senso.  

Da “Cronache” dello stesso Eusebio, pervenuteci in latino tramite san Girolamo, a sua volta attestato da manoscritti medievali, il martirio avvenne il 108 d.C., “durante l'undicesimo anno del regno di Traiano”.
Solo uno scriba cristiano poteva concepire di far presenziare un ex Console romano "Consularis" (cfr Tacito Ann. XIV 43), con un titolo e rango tale - dopo aver seguito entro questa datazione un cursus attraverso varie Magistrature, nel nostro caso con imperium militare - da meritare essere insignito come Legatus Augusti pro Praetore Governatore di Siria col compito primario di intervenire (come avvenne) in una possibile guerra contro i Parti.
Egesippo, incredibilmente, inviò uno dei più potenti funzionari dell'Impero Romano, facendogli percorrere oltre 600 km da Antiochia a Gerusalemme, appositamente ad assistere, per molti giorni, un interminabile supplizio praticato ad un santo vegliardo, accusato assieme ad altri di essere “cristiano”, per poi farlo morire crocifiggendolo come Gesù: unico modo per convincerlo a cessare di vivere.
 

Dal modo come viene configurato, coinvolgendo più persone, l'argomento risulta talmente grave che, inevitabilmente, avrebbe interessato il diritto romano e per questo la vicenda narrata non avrebbe potuto rimanere sotto silenzio.
Ma questa “testimonianza” è sconosciuta da Plinio il Giovane, il quale, appena quattro anni dopo tale ipotetico evento, con l'approvazione di Traiano, nel 112 d.C. in Bitinia, affrontò il problema dei Cristiani, sotto il profilo giuridico, ufficializzandolo per la prima volta dopo aver svolto un'accurata indagine, verbalizzata e inviata all'Imperatore, senza che gli risultasse l'esistenza di Capi territoriali della Chiesa di Cristo, assisi sul trono episcopale.
L'analisi di questo secondo episodio è riportata nell'argomento sul falso martirio dei cristiani imputato a Nerone.

Lo scriba cristiano che ideò la scenografia del martirio del Vescovo Simone (accreditandola ad Egesippo) si limitò a dare una sbirciatina alla storia riferita nei rotoli dei cronisti imperiali del I secolo per individuare un personaggio reale da far diventare “testimone storico” allo scopo di rendere credibile la vicenda narrata: il "Consolare Attico", come risulta dal brano di Eusebio riportato sopra.
Ma l'artista amanuense medievale (l'epoca in cui furono redatti i primi manoscritti) avrebbe fatto meglio ad approfondire la conoscenza degli avvenimenti reali anziché preoccuparsi di decorare il suo codice con bellissime sacre immagini iconografiche. 
Trattandosi di un Console, il cognomen “Attico”, a se stante, è troppo riduttivo e incompleto per essere riferito da un autentico storico: se Egesippo fosse realmente esistito dal 110 al 180 d.C. (secondo le testimonianze ecclesiastiche), sarebbe stato contemporaneo di due Consoli con questo appellativo, padre e figlio, nominati, il primo il 133 d.C. sotto Adriano, di cui era amico personale, ed il secondo, ancor più famoso, nel 143 d.C. sotto Antonino Pio.
 
Un autentico cronista - essendo coetaneo (come appare Egesippo) del secondo “Attico”, il figlio, ben più famoso del padre - si sarebbe sentito in obbligo di distinguerli e citarli col nome completo dimostrando una conoscenza credibile dei personaggi come fecero i veri storici che li descrissero. Esattamente come risulta dalle epigrafi rinvenute che hanno consentito agli archeologi di fissare con precisione la datazione del consolato del primo “Attico” padre ... fatto passare come “martirizzatore” del Vescovo Simone. Mentre riguardo il figlio del Console, essendo rinomato per la sua cultura e ricco patrocinatore di monumenti importanti, storiografia e vestigia archeologiche ne hanno tramandato le gesta nei minimi particolari sin da quando era ancora in vita.
Il nome completo del padre era “Tiberio Claudio Attico Erode”, quello del figlio “Lucio Vibullio Ipparco (figlio di) Tiberio Claudio Attico Erode”, tipico dell'onomastica romana del II secolo che indusse la nobiltà dell'impero ad aggiungere al proprio anche i nomi degli avi originando lunghi poliònimi.     
Dovute queste precisazioni - tenuto conto della puerile scena sopra descritta già di per sé impossibile, a dimostrazione della narrazione inventata - non resta che stabilire l'anno in cui il primo “Attico” fu nominato Console.

Nel 1986, a Bad Wuimpfen nel Baden-Württemberg, in un antico quartiere militare sotto dominio romano, divenuto in seguito civitas capoluogo di nome "Alisinensium" nella Provincia imperiale della Germania Superiore, sono state rinvenute due piccole lamine di bronzo che, ricongiunte, si sono rivelate un "Diploma Militare Romano" appartenuto ad un veterano della II Cohors Hispanorum:

AE 1990, 0763 = (Diplomi Militari Romani) RMD-03,159.
[Imp(erator) Caesar divi Traiani Parthic(i) f(ilius) Traianus Hadrianus Aug(ustus) ... equitibus et peditibus duxiss(ent) dumtaxat] sing(uli) singul(as)/ P(ublius) Sufenas [Verus]/Ti(berius) Claudius Atticus [Herodes Co(n)s(ulibus)] /Coh(ortis) II Hi[s]p[anor(um) P(iae) F(idelis) cui prae(e)st] / L(ucius?) [ // ] Ti(beri) Iul[i [Urbani?] / Q(uinti) Lolli [Festi] / L(uci) Pulli [Anthi(?)

Il ritrovamento di questo Diploma rilasciato da Adriano (i cui attributi imperiali risultano deteriorati) è datato fra il 129 e il 133 d.C. da Margaret Roxan, specialista di fama mondiale. Tale reperto - che cita Tiberio Claudio Attico Erode insieme a Publio Sufenate Vero, entrambi Consoli - si aggiunge a un altro Diploma, che li vede sempre protagonisti come capi militari di quel limes dell'Impero, rinvenuto nel 1991 a Mautern in Austria, nell'antica Provincia romana del Noricum, rilasciato in età adrianea e datato successivamente al 129 d.C., anno in cui l'Imperatore acconsentì ad essere chiamato col titolo di eccellenza Pater Patriae proposto dal Senato l'anno prima e attestato dalle numerose monete ritrovate. Il Diploma:

CIL 16, 00174 = AE 1991, 1286.
[IMP(erator) Caesar divi Traiani Pa]rthici f(ilius) divi N[ervae n(epos)] / [Traianus Hadrian]us Aug(ustus) Pont(ifex) [Max(imus)] / [trib(unicia) pot(estate) Co(n)s(ul)] P(ater) P(atriae) [equitib(us) et peditib(us) qui milit(averunt) in] alis III et Coh(ortibus) V / [I Augusta Thracu]m et I Pann(oniorum) Tam[piana Victrix et I Commagenorum] / [et] I Tungr(orum) |(milliaria) vex(illatio)/[et N]oricor(um) [ ] cum est civitas iis [dat(a) aut siqui caelibes] / essent cum iis qu[as post(ea) dux(issent) dum]/taxat singul(i) singul[as P(ublius) Sufenas] Verus / Ti(berius) Claud[ius Herodes Atticus Co(n)s(ulibus)] / Coh(ortis) II Batavor(um) [(milliaria) cui prae(e)st] / L(ucius) Vitellius /ex/ Octavius Octa[vi f(ili)

Considerato che Publio Sufenate Vero fu uno dei Legati dell'antica Provincia romana di Licia e Pamfilia (nell'attuale Turchia) con un mandato iniziato il 129 fino a quasi tutto il 132 d.C., incarico confermato dal "dossier Opramoas"*; tenuto conto che solo al termine di questo ruolo fu designato Console ordinarius (fra i due), i fatti portano gli studiosi a concludere che l'anziano Atticus fu nominato Console suffectus dopo l'investitura a Console prior del legato P. Sufenate Vero, quindi meno di undici anni prima che il figlio diventasse Console ordinarius nel 143 sotto Antonino Pio. Mentre la nomina a Senatore di Erode Attico padre, concessa dal senato con gli "ornamenta praetoria", viene fatta risalire dalle evidenze storiche ai primi anni del regno di Adriano. A tal fine concorre anche la testimonianza di Filostrato in “Vitae Sophisti” (2,1,1) ove il retore attesta che Erode Attico figlio "apparteneva per parte di padre ad una famiglia che aveva esercitato il consolato due volte".

* Licio Opramoas fu un Sommo Sacerdote pagano del II secolo, ricco notabile e benefattore in favore dei deboli, che fece riprodurre sulle pareti del proprio monumento sepolcrale a Rhodiapolis (sud dell'Anatolia nell'attuale Turchia) 69 documenti, oggi fondamentali per ricostruire la serie dei Governatori e Sommi Sacerdoti "ἀρχιερεῖς" (Archiereis) della Provincia imperiale romana di "Lycia et Pamphylia" durante il periodo compreso fra il 103 ed il 152 d.C.

Tali risultanze, dopo aver dato seguito a numerose pubblicazioni, sono state trattate al Wolfson College di Oxford il 7 Novembre 1996. Mano a mano, nel mondo accademico, si consolidava la consapevolezza che Claudio Erode Attico padre, fu nominato Console suffectus successivamente al 132 d.C., sotto Adriano e non sotto Traiano.
Studiosi specializzati in epigrafi, archeologia, storia e filologia, come Margaret Roxan, Géza Alföldy, Werner Eck, Anthony R. Birley, E. Groag, Anthony Spawforth, Malcom Errington e via via, hanno pubblicato analisi pervenendo a questo risultato pur evitando di polemizzare apertamente con la testimonianza di Eusebio-Egesippo.
Una scelta, dettata più da una esigenza politica che scientifica, intesa a non urtare la suscettibiltà di eclesiastici e fedeli “lesi” nel proprio credo che mal avrebbero digerito un riscontro storico tale da far "saltare" la veridicità della sequenza dei "successori degli apostoli" del Salvatore ... fino a coinvolgere l'intera "struttura ecclesiastica" - documentata da Eusebio di Cesarea e ufficializzata da tutte le odierne Chiese.
Un impianto storiografico - ideato dal Vescovo prima del 325 d.C. a fondamento della "tradizione cristiana" - il quale, stando alla artificiosa documentazione manoscritta in epoca medievale, resse le sorti dell'intera ecuméne dalla morte del Redentore sino alla fine del II secolo d.C. Ma, purtroppo per i credenti chiesastici, gli accertamenti successivi (cfr ZPE 174 anno 2010: Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik - Reinhold Merkelbach und Ludwig Koenen) dimostrano che ai Consoli Publio Sufenate Vero (Consul prior) e Tiberio Claudio Erode Attico (Consul suffectus) fu conferito da Adriano l'onore di reggere il consolato, uno dopo l'altro, nel 133 d.C.


Prima dei ritrovamenti archeologici dei RDM (Diplomi Militari Romani), la ipotesi più caldeggiata - ostentata con magniloquenza da molti storici spiritualisti di fama - dava, assurdamente, la Giudea elevata da Traiano al rango di Provincia imperiale autonoma, non più annessa alla Siria, per giustificare la presenza di un Console incaricato dal Cesare al governo diretto di quel territorio, sino al punto di manipolare le precise risultanze storiche (oltre che logiche) laddove si attesta (cfr Cassio Dione "Storia Romana" LXVIII 14; confermata dall'iscrizione "AE 206, 1834") la presenza del Console "Aulo Cornelio Palma Frontoniano" incaricato da Traiano come Governatore di Siria dal 105 al 109 d.C.
Una manipolazione della storia "necessaria" al Console Attico affinché potesse “martirizzare” il coriaceo, duro a morire, centoventenne Simone, il “secondo Vescovo di Gerusalemmeche, secondo quanto hanno voluto farci credere gli eminenti esegeti cristiani, sostituìGiacomo il Minore”, Vescovo martire, quarantasei anni prima di lui.
Dopo aver accertato che non è mai esistito un secondo Vescovo”, a maggior ragione non è mai potuto esistitere un primo Vescovo di Gerusalemme … pertanto
il Giacomo, fratello di Gesù, riferito da Giuseppe Flavio, non poteva essere il fratello di Gesù Cristo eletto dagli apostoli "Vescovo di Gerusalemme" dopo la morte e resurrezione del Redentore, bensì un altro: Giacomo figlio di Damneo che, a sua volta era fratello di un Sommo Sacerdote anche lui di nome "Gesù". Come abbiamo già dimostrato nell'apposita analisi pubblicata nel precedente argomento.
 
Indifferente alle risultanze filologiche, storiche ed archeologiche che obbligano modificare ipotesi insostenibili, la docente di storia dell'università Cattolica, Marta Sordi, in “Fazioni e congiure nel mondo antico”, pubblicato nel 1999, in una nota a piè di pagina 95, evitando con opportuno calcolo che avrebbe dovuto riferire di un "Console", afferma con proterva autorevolezza:
 
Tiberiano, governatore della Palestina, da identificarsi (sic!) probabilmente (marcia indietro) con Tiberio Claudio Attico Erode ...”

Nessun insegnante di storia può permettersi di asservire la storia al catechismo perchè, una volta scoperto il malriuscito espediente, inevitabilmente, il nome dell'autore rimarrà nella ... storia.   

Nel 2003, in “Cassio Dione e l'impero romano da Nerva ad Antonino Pio. Alla luce dei nuovi documenti”, l'autore Guido Migliorati, docente dell'Università Cattolica, preso atto delle prove che hanno indotto accademici di molti paesi a rivedere una convinzione iniziale - generalizzata ma superficiale, in linea con credenze puerili indotte - non intenzionato ad abdicare alla propria dignità deontologica professionale, a pagina 262 così riferisce:

Tiberio Claudio Erode Attico al quale furono concessi gli ornamenta praetoria grazie ad un decreto del senato divenne console nel 132, dunque sotto Adriano e non sotto Traiano”.

Lo studioso non va oltre, evitando, come i colleghi di altri Stati, di approfondire l'analisi comparandola alla veridicità della pseudostoriografia eusebiana e trarne conseguenze oltremodo scomode in quanto dirompenti per la fede cristiana. Infatti il primo Vescovo gesuita a scomparire sarà proprio il successore di Simone: Giuda Giusto, figlio di Giacomo il Giusto fratello di Gesù. La fraudolenta "tradizione" cristiana oserà insediare nell'inesistente "soglio episcopale" di Gerusalemme addirittura un nipote di Cristo. Così san Girolamo in "Cronache":

"Simone, figlio di Cleofa, che era Vescovo di Gerusalemme, fu crocifisso durante la persecuzione di Traiano contro i Cristiani. Gli successe Giusto".

Secondo le "Costituzioni Apostoliche" (7,46): "... gli successe Giuda, figlio di Giacomo il Giusto".
Confermato da Epifanio di Salamina in "Panarion" (66,20,1) e, primo fra tutti, attestato da Eusebio di Cesarea nella famosa "Historia Ecclesiastica" (III 35). A Giuda Giusto, figlio del fratello di Gesù, Giacomo il Giusto, l'impenitente falsario Eusebio (HEc. IV 5,3-34) fa succedere una sfilza di ulteriori dodici immaginari Vescovi di Gerusalemme con l'accortezza, facile a capirsi come già sopra riferito, di concluderla prima dell'avvento di Simone bar Kochba, Principe dei Giudei, l'ultimo Messia ebraico che osò sfidare la potenza di Roma.
Evidenziamo ancora una volta che, Giacomo, Simone e Giuda Giusto, i primi tre Vescovi di Gerusalemme, inventati dalla posticcia "tradizione" cristiana, erano "legati al Signore da vincoli di carne".   

“Eusebio di Cesarea”, un Vescovo cristiano potente e privilegiato - ma fanatico altrettanto quanto la fede che gli accecava la ragione - dal trono episcopale su cui era assiso, si permise di inventare, scrivere e ufficializzare una falsa "Storia Ecclesiastica", ancora oggi riconosciuta come fondamento del Cristianesimo primitivo, destinata ai credenti “beati poveri di spirito”, che definiamo “ingenua” solo per usare un garbato eufemismo … molto, molto riduttivo.
E siamo solo all'inizio.



Emilio Salsi


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