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'inganno dei màrtiri cristiani di Nerone


Il "Codex Laurentianus Mediceus MS 68 II", conservato presso la Biblioteca Medicea Laurenziana in Firenze, è il manoscritto più antico che attesta il famoso brano su Cristo e i Cristiani, riportato nel XV Libro, cap. 44, degli Annales dello storico romano Cornelio Tacito. La sua datazione è stimata dai paleografi intorno all’XI secolo, cioè un millennio dopo la morte dello scrittore latino, e costituisce l'archètipo di altri codici copiati in epoche ancor più recenti.
Fu rinvenuto nel 1356 (tre secoli dopo la presunta data di stesura) dal famoso monaco letterato, Zanobi da Strada, nella veste di Vicario del Vescovo Angelo Acciaiuoli, all'interno della grande Abbazia dell'ordine benedettino di Montecassino, specializzata in grafia beneventana latina, fornita di scriptorium e arricchita con una biblioteca di codici miniati nonché opere sacre e classiche.

 

Da circa tre secoli la sua autenticità è oggetto di controversia fra i massimi esperti della materia e, superfluo a dirsi, viziata da posizioni ideologico fideiste di parte che rappresentano l’ostacolo principale a chiudere definitivamente la questione. La posta in gioco è alta: si tratta della testimonianza più importante sull’esistenza di Gesù e i suoi seguaci nel I secolo proveniente dalla principale fonte storica extracristiana; ancor più significativa di quelle di Giuseppe Flavio, Svetonio e Plinio il Giovane.

Tutt’oggi il dibattito è ancora incentrato sull’analisi paleografica del documento e, come appena rilevato, è sempre in fase di stallo. Per di più gli esperti sanno che "La paleografia è una scienza fondata su stime di massima, insicure a causa dell’arco di tempo trascorso così esteso; è un metodo che, troppo spesso, viene fatto passare come una certezza per confondere i non specialisti, pertanto è storicamente scorretto” (Robert Eisenman, uno dei più importanti paleografi del mondo).

Dato il grande interesse manifestato su questo delicato argomento storico, anche a livello internazionale, non si capisce cosa aspettano i dirigenti della Biblioteca Medicea Laurenziana, in particolare gli esperti del Settore Manoscritti, a sottoporre il Codex MS 68.2 alla verifica strumentale dello spettrometro di massa al fine di accertarne la datazione, finora stimata soltanto col metodo paleografico.
Tale necessità deriva dalla constatazione che tutti gli antichi Codici, datati (anch'essi paleograficamente) sia prima che dopo il "laurentianus 68.2" - manoscritti dagli amanuensi nel corso di molti secoli e riguardanti la Patrologia Latina e Greca - pur richiamando le gesta di Nerone ignorano la vicenda dell'eccidio dei seguaci di Gesù perpetrato dal Cesare a seguito del rovinoso incendio di Roma del 64 d.C.      
E' una contraddizione stridente considerato il dovere storico spettante a tutti i Padri della Chiesa, come a tutti gli storici cristiani, di riferire la cronaca dell'abominevole strage dei propri màrtiri fin subito dopo l'evento.

Ne consegue che i tre secoli di silenzio, intercorsi fra la trascrizione del più antico manoscritto e l'epoca del suo ritrovamento, rappresentano un vuoto sospetto cui si aggiunge la posizione della Chiesa, inspiegabilmente avversa alla diffusione della testimonianza tacitiana per ulteriori due secoli. Da ciò deriva la necessità di una analisi strumentale, la quale, nel caso determinasse una datazione sovrapponibile a quella della "scoperta" del manoscritto, si trasformerebbe in una prova utile ad individuare il committente. Infatti, solo cinque secoli dopo la stesura dell'antico codice, nel 1470 d.C., la Chiesa concesse ai tipografi, Johann & Wendelin, di stampare a Venezia gli Annales di Tacito, contenenti i Libri dall'XI al XVI, grazie alla fonte costituita dal "Codex Laurentianus MS 68.2".
   

Tutto ciò premesso, è nostro dovere informare i lettori, interessati alla Storia del Cristianesimo, che esistono altre metodologie scientifiche, basate su dati oggettivi inconfutabili, come archeologia, numismatica e testimonianze storiche, ad iniziare dai resoconti, incompatibili con la grave persecuzione neroniana, già riportati nei numerosi Codici della Patrologia ecclesiastica. In sostanza, un insieme di elementi accertati che ci consentono di pervenire ad una conclusione storiologica definitiva.
Sottoponiamo, quindi, ad analisi comparata tutte le informazioni concernenti la presunta cronaca tacitiana riguardante la testimonianza su Gesù e i suoi adepti all'inizio dell'era cristiana.

 

 

LeTestimonianze di Tacito e Giuseppe Flavio su Gesù

 

Parte I: sintesi

 

Con questo studio intendiamo mettere a confronto le informazioni, ad oggi pervenuteci tramite copie manoscritte non originali, di Cornelio Tacito e di Giuseppe Flavio - gli unici storici che citano “Cristo”, identificandolo col “Gesù” dei Vangeli - per verificare se, dagli scritti tramandatici, viene effettivamente comprovata l’esistenza del “Figlio di Dio” nel I secolo, oppure si tratta di menzogne interpolate da copisti, nei documenti redatti, allo scopo di dare una base storica alla dottrina cristiano-gesuita.

 

Alla fine del I secolo, nelle sue opere, giunte sino a noi tramite manoscritti medievali, il sacerdote fariseo Giuseppe Flavio (37-105 d.C.), nato a Gerusalemme e influente membro del Sinedrio, riferisce le differenze ideologiche e comportamentali degli adepti alle quattro correnti religiose ebraiche (da lui citate come "le quattro filosofie") esistenti in Giudea sino a quando rimase in vita: Farisei, Sadducei, Esseni e Zeloti.

Viceversa lo storico ebreo non descrive i principi della religione chiamataMessianismo” o, in lingua greca Cristianesimo” (Χριστιανισμός), nonostante ciò, nella sua narrazione, in due brani si richiama a “Gesù Cristo”: "Testimonium Flavianum" e “Giacomo fratello di Gesù Cristo”.
Pertanto, scopo della nostra indagine è approfondire il motivo di questa incoerenza e verificarla, così come abbiamo fatto con l'analisi su "Giacomo il Minore" fratello di Gesù. Infatti tale studio dimostra che "Giacomo il Minore", in realtà, era un altro individuo, anch'egli di nome Giacomo, ma privo di qualunque relazione con colui che la Chiesa, in epoca posteriore, farà diventare primo Vescovo di Gerusalemme e fratello di Gesù Cristo. Si trattava invece di un altro "Giacomo", fratello di un comune giudeo che casualmente si chiamava "Gesù" (non il figlio di Dio o "san Giuseppe"), a sua volta figlio di un uomo di nome "Damneo". La cronaca descritta da Giuseppe Flavio vede uno dei tanti "Gesù" di Gerusalemme, in questo caso nominato Sommo Sacerdote del Tempio, come specificato dallo storico ebreo.

Analisi confermata dai ritrovamenti archeologici che hanno dimostrato l'inesistenza di qualsiasi Vescovo cristiano in Gerusalemme nei primi due secoli, contraddicendo la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea.


Contraddizione rafforzata anche dalla testimonianza del famoso storico romano, Cornelio Tacito (155 - 220 d.C.), quando, nella sua opera “Historiae” in latino, destina 12 capitoli del Libro V (dal 2° al 13°) per spiegare i fondamenti della religione ebraica in Giudea, senza riferire niente sul Cristianesimo(Christianismus) o, quanto meno, accennare ai criteri essenziali della nuova dottrina (pur avendo Tacito ricevuto l’incarico ufficiale di sorvegliare i culti stranieri); mentre nell’altro suo lavoro, “Annales”, leggiamo il suo riferimento a “Cristo” e “Pilato” quando narra il martirio dei cristiani a Roma, ordinato da Nerone in conseguenza del famoso incendio del 64 d.C., ravvisando nella Giudea la terra dorigine del Cristianesimo.
 

Come stiamo per verificare, tanto Cornelio Tacito quanto Giuseppe Flavio avrebbero avuto forti motivazioni per indagare sui precetti e le finalità del movimento cristiano gesuita, se veramente fosse esistito nel I secolo.
Infatti, un altro significativo riscontro a questa grave lacuna ci è pervenuto dallo storico e filosofo ebreo, Filone Alessandrino (20 a.C. - 45 d.C.), influente membro della comunità giudaica di Alessandria, il quale, nel suo trattato "De Providentia" (II 107), riferisce che si recava frequentemente al Tempio di Gerusalemme per offrire sacrifici a Dio ma, in nessuna delle sue opere, Filone riporta l'avvento del Messia giudeo di nome "Gesù", a lui coevo; un Messia che, stando ai vangeli, fu osannato dal popolo di Gerusalemme come "Re dei Giudei" e "figlio di Davide". Né sa, Filone, dell'esistenza di una nuova dottrina religiosa, già dilagata nella Giudea, il cui capo spirituale era Giacomo, Vescovo di Gerusalemme e fratello del Messia prescelto da Yahweh. Tanto meno, l'erudito ebreo ha mai sentito parlare di spettacolari miracoli compiuti, dinanzi al Tempio giudaico, dagli apostoli di Cristo, prodigi tali da guarire folle di malati accorsi anche dalle città vicine a Gerusalemme, secondo quanto narrato in "Atti degli Apostoli" (At 5,12/16). Un insieme di notizie fondamentali, talmente enormi per il coinvolgimento diretto della religione ebraica, che lo stesso Filone si sarebbe sentito in obbligo di tramandarle ai posteri e, perchè no, convertirsi anche lui al Cristianesimo: la dottrina per la "salvezza della vita eterna".

 

Anche Gaio Svetonio Tranquillo parla di “cristiani” presenti nel primo secolo e di lui riferiamo a breve perché la sua testimonianza, già da sola, comprova che la semplice parola “Cristo”, a se stante, non distingue il “Cristo” giudaico dell’Attesa messianica ... dal “Cristo Gesù” dell’Avvento.

Lo stesso dicasi per Gaio Plinio Cecilio Secondo, detto "Plinio il Giovane", che, all’inizio del II secolo, come vedremo più avanti, in qualità di Governatore della Provincia imperiale di Bitinia, nell "Epistolarum X 96" inviato a Traiano (è in rete: basta cliccare), oltre a “Cristo” cita i “cristiani” ma, l’assenza del nome proprio del "Messia" significa che quei cristiani non si identificavano affatto con "Gesù", né avevano mai sentito parlare di "resurrezione" o di "vita eterna" oltre la morte.

Nelle testimonianze storiche, la mancanza del nome “Gesù”, Yeshùa in aramaico, che vuol dire “Salvatore”, è un particolare di importanza fondamentale. Infatti gli Ebrei chiamavano “Salvatore”, inteso come puro attributo divino, i Re ed i condottieri che, al pari di Giosuè, riuscivano a liberare la “terra promessa” dal dominio pagano. Le locuzioni “Cristo” e “Cristiani” sono generiche e si riferiscono a fedeli giudei, cioè Ebrei della diaspora, esuli, promotori di sommosse, vittime di repressioni o guerre giudaiche, sparsi nelle province dell’Impero in “Attesa” del Messia nazionale.

 

Il significato indeterminato di “cristiani” (vocabolo greco tradotto da quello originale ebraico "messianisti", a sua volta derivato da "Messia") sarà sfruttato successivamente dalla Chiesa e fatto passare come “credenti cristiani gesuiti” per i quali “l’Avvento” del Messia, chiamato “Gesù”, si era già concretizzato negli anni 31-33 del primo secolo. Pertanto qualunque riferimento a “Cristo” o ai “cristiani”, riportato dagli scrittori dell’epoca, secondo la Chiesa, deve riferirsi al suo unico Cristo Salvatore: Gesù.

La Chiesa ne ha sempre riconosciuto solo uno e “doveva” essere Lui: era la sua dottrina ed è ovvio che sia stato così. Non è logico, invece, che gli storici "spiritualisti" moderni avallino questa “fede” facendola passare per “storia”.

Detto in parole più semplici: “cristiani” erano coloro che aspettavano Cristo, e “cristiani” erano coloro convinti che il Messia fosse già venuto. Ciò che li distingueva era il nome “Gesù”, col quale i secondi battezzarono il Messia; mentre i primi non poterono battezzare nessuno perché, per loro, non era ancora giunto il Messia prescelto da Dio, atteso dagli Ebrei in veste di un invincibile condottiero davidico.

 

Come approfondiremo più avanti, le risultanze dell'indagine ci consentiranno di provare che i “cristiani” di Plinio il Giovane in realtà erano “messianisti” ebrei Esseni di Bitinia, tutt'altro che seguaci di un "Gesù Salvatore" e "Figlio di Dio, Redentore Universale". Ebrei, quindi, non ancora coinvolti dalla mutazione gnostica riguardante la figura biblica del Messia Salvatore” giudaico, che prese avvio nell’alto Egitto, ove si erano rifugiati gli Esseni nazionalisti perseguitati da Vespasiano sul finire della guerra giudaica. Come evidenziato nello studio riguardante l'esistenza di san Giovanni apostolo, in Bitinia non potevano esserci Cristiani gesuiti per la semplice ragione che Dio stesso aveva impedito agli apostoli di convertire gli abitanti di quella regione


“Attraversarono la Frigia e la Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato di predicare nella Provincia d'Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise ...” (At 16,6/7).

La motivazione di questo "divieto divino" è spiegata nella apposita analisi tramite la quale - dopo aver letto l'episodio riferito da Plinio il Giovane e viste le modalità con cui è stato riportato negli antichi codici manoscritti - accertiamo il mancato riconoscimento ecclesiastico del supplizio dei numerosi cristiani uccisi dal Governatore di Bitinia poiché per la Chiesa quei màrtiri erano "messianisti" giudei non seguaci di Gesù. Difatti, gli esegeti del Clero hanno sempre saputo che i cristiani di Bitinia non conoscevano
Gesù Cristo, il Figlio di Dio e Salvatore dell'intera umanità.
Ma l'aspetto altrettanto grave per la dottrina cristiano-gesuita consiste nel fatto che lo studio dimostra l'inesistenza dell'apostolo Giovanni: una risultanza tale da riflettersi, inevitabilmente, sulla presente ricerca in modo dirompente, come fra poco accerteremo.   


Infatti, nel 112 d.C., in Bitinia, i “messianisti” di allora non erano a conoscenza del “Cristo Gesù, Salvatore universale”, inventato successivamente. Si trattava di una setta ebraica di Esseni sempre in “attesa” del Messia davidico, non il Figlio di Dio, bensì un prescelto da Dio come avvenne con Re Davide. Unica speranza ad essi rimasta da contrapporre all’enorme potere militare romano che aveva distrutto, quarant’anni prima, la Città Santa e il Tempio.

Praticavano la liturgia essena del pasto comunitaro, riportata nella loro “Regola” (Rotolo di Qumran) con altre norme adottate dai futuri Cristiani gesuiti. Ma, se quei fedeli fossero stati gli stessi seguaci di un "Gesù Figlio di Dio", nuova figura di Messia simile ad una "Hostia" sacrificale pagana - offerta per essere mangiata "corpo e sangue" per entrare "in comunione con Lui" e risorgere dopo morti - cioè espressione di una fede diversa da quella ebraica, quei fedeli si sarebbero sentiti in obbligo di distinguersi e avrebbero chiamato il loro Cristo col nome completo “Gesù Cristo”, non soltanto “Cristo”, consapevoli che il solo termine Messia" si riferiva al "prescelto da Dio" dotato di poteri divini che i Giudei attendevano, come dimostrano i rotoli del Mar Morto.

 

Essendo stato un suo compito ufficiale specifico, per aver fatto parte di un collegio sacerdotale designato a sorvegliare i culti stranieri, Tacito, nelle sue “Historiae, dedica buona parte del Libro V a descrivere la religione e le vicende del popolo giudaico, tramite una retrospettiva storica, dal lontano passato sino al 70 d.C.
Nella lunga narrazione lo storico ignora l'esistenza della religione cristiana e colui che l'aveva creata, "Gesù Cristo", nonché il nome di "Ponzio Pilato", il funzionario romano che lo eliminò.
Nonostante lo storico, a partire da Pompeo Magno (63 a.C.), elenchi numerosi Governatori imperiali della Giudea di rango equestre, facendo anche il nome di alcuni Procuratori, non considera Pilato degno di essere menzionato sebbene autore di una impresa memorabile per aver ucciso il capo fondatore di una "rovinosa superstizione" che si era estesa fino ad invadere l'Urbe.

Viceversa, negli “Annales”, a seguito del devastante incendio di Roma, è scritto:

 

“... coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il popolo chiamava Cristiani. Il nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’imperatore Tiberio, tramite il procuratore Ponzio Pilato era stato sottoposto a supplizio; repressa per il momento, quella rovinosa superstizione dilagava di nuovo, non solo per la Giudea, luogo d’origine del male, ma anche per Roma (Libro XV 44).

 

Ma nelle sue HistoriaeTacito non fa il minimo accenno a Gesù Cristo, al cristianesimo dilagante in Giudea, al ProcuratorePonzio Pilato e agli Apostoli”.

E’ impossibile non rilevare che la grave lacuna nelle “Historiae” diventa una esplicita contraddizione degli “Annales” perché Tacito avrebbe dovuto essere iper sensibilizzato al problema del nuovo “cristianesimo gesuita” proprio per la gravità di quanto accaduto a Roma, nel 64 d.C., ad epilogo del devastante incendio che vide (secondo il testo dei suoi Annali trascritto dai copisti nell'XI secolo) come vittime sacrificali, crocefissi una ingente moltitudine di cristiani accusati da Nerone di avere incendiato l’Urbe.

 

In sintesi, nella terra di Cristo, la Giudea, luogo dorigine dove il male dilagava, lo storico non sente il dovere di riferire in "Historiae" sulle misure repressive, messe in atto da un “Procuratore” imperiale di Tiberio, tese a stroncare il grave flagello e culminate con l’uccisione del capo di un “culto straniero”. Tacito racconta della Giudea, dei suoi abitanti, del loro vetusto unico Credo ebraico, a partire dal primo remoto "legislatore" Mosè "loro guida venuta dal cielo", e non sente il bisogno di approfondire quali furono le motivazioni religiose, là originatesi, che trascinarono una ingente moltitudine di cittadini cristiani nel più drammatico martirio collettivo, da lui descritto negli “Annali”, spettacolare e unico nella storia di Roma...senza accennare al recente ultimo "legislatore" ebraico, Figlio di Dio, di nome Gesù, la cui dottrina, dopo soli tre decenni, ormai dilagava nell'Impero infettandolo come un nefando morbo. 

Niente! In "Historiae" lo storico riferisce solo di Giudei ed ebraismo, un credo che approfondisce per dodici capitoli, mentre sul Cristianesimo, Gesù Cristo e Apostoli: neanche una parola ... No! E' un vuoto troppo vistoso: Tacito non può aver scritto questo passaggio negliAnnali”! ...

 

Nel I secolo, dei tanti prodigi esibiti dal “Maestro” e dai “Dodici” non ne sentirono parlare: né Tacito, nelle sue “Historiae”; né gli Esseni nei loro rotoli manoscritti; né l'erudito ebreo Filone e lo storico Giuseppe residenti nel luogo dorigine dove il male dilagava e … nessun altro. Ma, soprattutto, non ne sentirono parlare, e tanto meno videro, i Giudei … troppo impegnati a combattere i pagani, invasori della loro terra.

Essi continuarono a sperare che un condottiero, il vero Unto Divino, li guidasse alla vittoria … sino al 132 d.C., quando, sempre in “Attesa” del loro “Salvatore”, lo ravvisarono in Simon bar Kokhba: fu su di lui che riposero le ultime speranze di riscatto.

L’Avvento del “Salvatore”, identificato dagli Ebrei in Simone bar Kosìba, Principe dei Giudei, chiamato col nome profetico messianico “Figlio della Stella” (Kokhba), dimostra che il messianismo gesuita, conseguente all’Avvento di Gesù” nella loro terra un secolo prima, è un’invenzione che viene spazzata via dalla Storia come carta straccia a conferma delle falsificazioni contenute nelle “Sacre Scritture”.

 

All’infuori della “vampata” di cristiani apparsa nel cap. 44 del XV libro degli Annali, nelle opere di Tacito, nulla risulta che si riferisca al cristianesimo di “Gesù”, ai suoi prodigiosi capi apostoli, alla sua ideologia ed ai decreti di Roma che, secondo i “Padri della Chiesa”, ordinavano la persecuzione dei suoi adepti. No! Non fu Tacito lo scriba dello spettacolare martirio ardente!

 
Un erudito “Padre”, l'apologeta cristiano Q. Settimio Fiorente Tertulliano, riferì questa importante testimonianza su Tacito in "Apologeticum", XVI:

Stupida e falsa è laccusa che i Cristiani adorino una testa dasino. E invero avete sognato che una testa d’asino è il nostro Dio. Codesto sospetto lo ha introdotto Cornelio Tacito. Costui, infatti, nel libro quinto delle sue Storie, prendendo a congetturare sul nome e la religione di quella gente, narra che i Giudei, liberati dall’Egitto, trovandosi nelle vaste località dell’Arabia prive d’acqua, tormentati dalla sete, su l’indizio di onagri che si recavano dopo il pasto a bere, poterono far uso di sorgenti; e per questo beneficio consacrarono la figura di tale bestia. Così si presunse che anche noi Cristiani, come parenti della religione giudaica, alla adorazione della medesima immagine venissimo iniziati. Vero è che Cornelio Tacito, pur essendo quel gran chiacchierone di menzogne …”. 

 

Abbiamo già verificato, nello studio su Giovanni apostolo e in quello su "La Natività", che Tertulliano, vissuto secondo la "tradizione ecclesiastica" dal 160 al 230 d.C., in realtà , non è mai esistito. L'amanuense medievale di "Apologeticum", senza rendersene conto, afferma che i Cristiani (gesuiti), erano equiparati ai Giudei dai Romani, e di questo incolpa lo storico Tacito il quale, in Historiae, si è già visto, parla solo di Giudei … ma, se lo scriba cristiano, che aveva letto Tacito, avesse trovato scritto in Annales:

 

“…coloro che, odiati per le loro nefande azioni, il popolo chiamava Cristiani. Il nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’Imperatore Tiberio, tramite il Procuratore Ponzio Pilato, era stato sottoposto a supplizio…”

 

come avrebbe potuto riportare le affermazioni in Apologeticum XVI, dal momento che lo storico latino, secondo quanto interpolato da amanuensi falsari, sapeva perfettamente che i Cristiani erano seguaci di Gesù Cristo e adoravano Lui, non una testa d'asino?

E’ dunque provato che il calligrafo di "Apologeticum", non sapeva dello spettacolare martirio perché non era ancora stato inventato dai futuri scribi di Dio, ad iniziare dal concepimento di "Padre Tertulliano", il quale, se fosse veramente esistito, non sarebbe mai incappato in simile contraddizione.

In base ai manoscritti rispettivamente datati, già richiamati nello studio sull'Apostolo Giovanni, evidenziamo che il primo codice "Codex Latinus Parisinus 1623" contenente "Apologeticum" risale al X secolo, cioé oltre un secolo prima che apparisse il "Codex Laurentianus Ms 68 II" tacitiano, conservato nella Biblioteca Medicea di Firenze. Queste semplici constatazioni già da sole bastano per dimostrare che Tacito non conosceva i Cristiani seguaci di Gesù ma solo Ebrei, così come lo sapeva benissimo anche lo scriba di "Apologeticum XVI" al punto di essere stato lui, per primo, ad accreditare al più famoso storico della Roma imperiale una falsa testimonianza su inesistenti gesuiti "adoratori di una testa d'asino" e su un impossibile "Cristo" inventato quasi secoli dopo la Sua presunta "Natività".

Come abbiamo appena letto, lo scriba tertullianeo accusa Tacito di essere “gran chiacchierone di menzogne” … ma, più avanti, saremo noi a dimostrare che il vero falsario fu proprio l'amanuense di Dio quando, allo stesso fine, scrisse di suo pugno, mille anni dopo, facendo "testimoniare" a un "Tertulliano" inventato la dichiarazione dell'Imperatore Tiberio sull'Avvento di "Gesù Cristo" e sul decreto del Senato romano che ne vietava il culto agli stessi Cristiani.  

 


Ma non basta


Se l'eminente storico patrizio avesse stilato manu propria il brano su Cristo, riportato nel cap. 44, non avrebbe mai affermato che Ponzio Pilato era un “Procuratore”, bensì un “Prefetto”.

Il 6 d.C., esiliato da Cesare Augusto l’Etnarca Erode Archelao, sul suo ex territorio fu costituita la Provincia romana di Giudea, Samaria e Idumea, annessa amministrativamente e giuridicamente alla Siria. Venne affidata a Coponio, un governatore di rango equestre con il titolo di “Praefectus”, al comando di più coorti ausiliarie formate da uomini reclutati nelle province e due o più ali di cavalleria, col compito prioritario di garantire l’esazione dei tributi dovuti a Roma e, nel contempo, mantenere l’ordine pubblico.

L’annessione comportava una subordinazione giurisdizionale al Legato di Siria, sia militare che amministrativa; quest'ultima fu attuata, prima, con l’intervento di “tassazione” eseguito da P. Sulpicio Quirinio tramite il censimento del 6 e, dopo, con quello di “detassazione”, effettuato dal Legatus Augusti pro Praetore, Lucio Vitellio, nel 36 d.C.

 

Col titolo di “Praefectus” i Governatori della Provincia si susseguirono in tale ufficio sino al 40 d.C., perché, l'anno successivo, il 41 d.C., Claudio decretò la riunificazione del regno di Palestina sotto Re Erode Agrippa I, nipote di Erode il Grande, con l'incarico di riscuotere i tributi in quella regione per conto dell'Imperatore.
Da evidenziare che i territori assegnati al nuovo Re giudeo corrispondevano quasi interamente a quelli concessi da Cesare Augusto al defunto Grande Monarca (Ant. XIX 351).
Così come Cesare Augusto fece con Erode il Grande, Claudio impose
gli stessi òneri amministrativi al suo nipote, Erode Agrippa I, ripristinando la tassazione originale ai Giudei, affrancata loro da Lucio Vitellio nel 36 d.C.

Era dall’epoca di Erode il Grande che la Palestina non veniva riconosciuta come Grande Regno unificato e, in conseguenza di ciò, Roma smise di inviare i Prefetti che, sino allora, avevano governato la Giudea dal 6 d.C.
Essendo Re di tutta la Palestina, Giuseppe Flavio chiama Erode Agrippa "il Grande" alla pari del nonno "Erode il Grande". 

Claudio, proponendosi di rendere più efficiente il sistema burocratico che gestiva l’aerarium, (la conquista della Britannia costava) lo centralizzò creando il fiscus che sottopose alla sua gestione come patrimonium (Dione Cassio, Storia Romana LIII 22) e, alla morte di Erode Agrippa, nel 44 d.C., ricostituì nuovamente la Provincia romana su tutto lex Regno, pertanto molto più estesa di quella governata dai Prefetti. Oltre la Tetrarchia del defunto Erode Filippo (un figlio di Erode il Grande), che fu assegnata ad Erode Agrippa da Gaio Caligola nel 37 d.C., erano incluse le regioni di Giudea, Samaria, Idumea, Galilea, Perea e il distretto di Cesarea Marittima. Quindi l'Imperatore mandò Cuspio Fado come Procuratore della Giudea e di tutto il regno (Ant. XIX 363) e da allora, sino al termine della prima guerra giudaica, l’ufficio e di conseguenza il titolo dei Governatori romani, in quel territorio, divenne “Procurator”, appunto per rimarcare la maggiore responsabilità inerente alla cura amministrativa autonoma delle proprietà in favore del Princeps di Roma. Morto Erode Agrippa il Grande, Claudio inviò un Procuratore adottando, anche in questo caso, lo stesso criterio di Cesare Augusto quando morì Erode il Grande: allora l'Imperatore "inviò in Giudea Sabino, Procuratore di Cesare per la Siria, per prendersi cura delle proprietà di Erode" (Ant. XVII 221). Da notare che Erode il Grande, sino alla sua morte, oltre del suo reame era anche "Procuratore di Tutta la Siria"; un aspetto importante che abbiamo evidenziato con lo studio sulla "Natività".

 

I nuovi Procuratori di Claudio, come prima i Prefetti, disponevano di una schiera (due ali) di cavalleria, composta da uomini di Cesarea e di Sebaste, e di cinque coorti” (Ant. XIX 365) e secondo Svetonio “alcune ali della cavalleria” (Cla. 28); ma, sotto il profilo giurisdizionale e militare, rimanevano subordinati al Governatore di Siria, luogotenente dell’Imperatore e comandante di almeno quattro legioni oltre ai corpi ausiliari.

 

Nel 1961, archeologi italiani, a Cesarea Marittima, in un anfiteatro di quella che fu la antica capitale imperiale romana della Provincia di Giudea, rinvennero una lapide (di cm.82 x 65) con scolpito nella pietra:

 

TIBERIEVM

PONTIVS PILATVS

PRAEFECTVS IVDAEAE

 

Inequivocabile!… Ma, allora, come è potuto succedere che Tacito - alto funzionario in carriera, dopo aver ricoperto importanti incarichi, compreso il consolato, sino a quello di Governatore d’Asia in qualità di Proconsole, e conosciuto, per esperienza diretta, i rapporti gerarchici connessi a tale responsabilità - nel libro XV degli Annali al cap. 44, abbia potuto scambiare un “Prefetto” per un “Procuratore”?  

Ci arriviamo subito. Lo stesso errore, guarda caso, lo commette san Luca nel suo vangelo, di cui riproduciamo sotto i passi interessati (Lc 3,1), ripresi nel “Novum Testamentum” Graece et Latine, H. Kaine, Paris: Ed. F. Didot, anno 1861 e, nel “Novum Testamentum” Graece et Latine, A. Merk, Roma: Pont. Ist. Biblico, anno 1933:


I traduttori latini del vangelo di Luca dal greco, sin dall’inizio (Vulgata di san Girolamo), riportarono la unica “qualifica precisa” di Pilato come “procuratore”, nonostante provenisse da due vocaboli greci di significato diverso trascritti in due Codici distinti.

Successivamente (nell'XI secolo, secondo la stima paleografica del manoscritto laurenziano M II), quando il copista falsario decise di introdurre nella storia dell’incendio di Roma la notizia del “sacrificio” di Gesù, lo abbinò, ovviamente, al nome del suo “sacrificatore”, cioè Ponzio Pilato, che sapeva essere procuratore dopo aver letto il passo del vangelo tradotto in latino.

L'amanuense era consapevole di manipolare lo scritto in latino dell’importante storico e questa “precisazione” richiedeva un riscontro che trovò nello stesso Tacito (Ann. XII 54 e 60) quando lo storico chiama (giustamente dal 44 d.C. in poi, ma non prima del 41, come stiamo per dimostrare) “Procuratori” di Galilea e Samaria, Ventidio Cumano e Antonio Felice.

 

Tutto doveva coincidere: la storia che Tacito aveva fatto conoscere agli uomini e la storia che Dio aveva fatto conoscere all’evangelista. La storia doveva confermare la parola di Dio: la Verità da Lui dettata all’evangelista e riportata nel Vangelo.

Verificata la corrispondenza fra san Luca e Tacito, “l’Abate Priore”, senza rendersene conto, ordinò agli abatini amanuensi, di riprendere la qualifica, specifica ma errata, del Vangelo di Luca trasferendola nella testimonianzadi Tacito.

Scusate … scappa da ridere, ma accadde proprio così: gli ingenui copisti falsari rimasero vittime della loro … “buona fede”.

Questo spiega perché, da mezzo secolo, cioè, da quando fu scoperta la famosa lastra di pietra con scolpito il nome e la qualifica di Ponzio Pilato, gli storici “ispirati” hanno iniziato a convocare congressi, scrivere libri, verbali e relazioni solo su questi quattro vocaboli: Ponzio Pilato Prefetto di Giudea … mentre il popolo dei lavoratori, impegnato a sbarcare il lunario, non si capacitava del perché tanto interesse.

Però loro, gli esegeti genuflessi, avevano già compreso il significato di quella scritta e tratto le conclusioni: ladimostrazione storica dellesistenza di Gesù, testimoniata da Tacito nel cap. 44 libro XV degli Annali, era saltata … non solo, era diventata una prova che, una volta scoperto limbroglio, gli si ritorceva contro dimostrando che il cap. 44 fu una interpolazione creata da scribi falsari cristiani per far risultare nella storia ciò che non era vero: a Roma, nel primo secolo, una ingente moltitudine di seguaci della setta di Gesù Cristo era un falso conclamato.

 

Una volta sconfessato dall’archeologia, l’attributo di “Procuratore”, riportato a suo tempo su milioni di Vangeli di Luca in tutto il mondo, diventava, di conseguenza, la conferma della falsificazione dello scritto di Tacito.

Allora gli ispirati storici baciapile corsero ai ripari studiando la strategia da seguire: prima di tutto, per evitare confronti diretti, eliminare, nelle successive edizioni dei Vangeli in lingua moderna, la qualifica diprocuratore”, sostituendola con il più generico “governatore” e, per ovviare al passato, sminuire, sempre e il più possibile, la differenza tra “Procuratore” e “Prefetto”… fino al punto da non poterli più distinguere.

 

Sapevano e sanno che, in questo caso, i vocaboli originali scritti in greco nei vangeli non hanno importanza.

Tacito scriveva in latino e la sua testimonianza venne trascritta in latino da scribi falsari che si susseguirono nei secoli. A loro risultava che Ponzio Pilato era “Procuratore” perché il vangelo latino di Luca lo definì tale: questo era quanto e ... basta.

Agli storici mistici odierni interessa che i “beati poveri di spirito” continuino ad inginocchiarsi davanti a statue, simulacri e feticci per conservare il potere secolare della Chiesa; pertanto, poiché “Prefetto” e “Procuratore” sono troppo facili da comprendere, derivando l’italiano dal latino, hanno riempito di chiacchiere complicate e senza costrutto relazioni e libri, tirando in ballo il greco, che “ci entra come i cavoli a merenda”, per concludere che Tacito, indifferentemente, avrebbe potuto scrivere sia “praefectus” che “procurator” e, se scrisse “procurator”… fu un caso.

Finsero e fingono di ignorare che Tacito visse nel I secolo e conosceva per esperienza diretta i compiti di entrambi i funzionari, lo stesso vale per Giuseppe Flavio, il quale, come lo storico latino, poteva consultare gli Archivi Imperiali. I due scrittori non potevano sbagliare sulla investitura di un funzionario che operava in una Provincia imperiale. Incarico preciso e definito, vigente nel I secolo; come stiamo per dimostrare.


Il più antico testo greco, il "Codex Palatinus MS 14" (su pergamena) della Biblioteca Vaticana, datato con stima paleografica al X secolo e contenente, originariamente, i libri dall'XI al XX di "Antichità Giudaiche" più "Bios" (Vita), è "mancante", guarda il caso, di tre libri: XVIII, XIX e XX, attinenti l'epoca di Gesù e i suoi successori.
Otto secoli dopo
la traduzione delle copie manoscritte dal greco delle opere di Giuseppe Flavio, pervenute in forma ufficiale tramite la "Editio Maior" del famoso filologo Benedikt Niese (1849-1910), oggi leggiamo che Pilato era “Procuratore”, ma … quali copie manoscritte dell’ebreo lessero i primi traduttori in latino dal greco quando, tre secoli prima del Niese, riportarono che, Coponio, Marco Ambivolo, Annio Rufo, Valerio Grato e Ponzio Pilato, dal 6 d.C. in poi, furono tuttiPraefectus?

Come esposto in: FLAVII IOSEPHII “ANTIQVITATVM IVDAICARVM” Libri XX, "DE BELLO IVDAICO" Libri VII, tradotti dal greco (come riportato sul frontespizio) da Sigismundo Gelenio per Hier. Frobenium et Nic. Episcopium, Basileae, MDXLVIII (Lib. XVIII cap. I e seg.), anno 1548, e come risulta in altri testi, anch'essi tradotti dal greco, risalenti allo stesso secolo, che abbiamo copiato con fotocamera digitale.

Dagli stessi documenti risulta che, successivamente alla morte di Erode Agrippa il Grande, Claudio smise di inviare Prefetti e incaricò Cuspio Fado come primo funzionario romano il quale viene indicato comeProcurator”, distinguendo nettamente i due incarichi a riprova che nel manoscritto greco, il curatore della traduzione, Sigismundo Gelenio, vi lesse due vocaboli diversi. Parimenti, alla morte di Erode il Grande, anche Sabino, inviato da Cesare Augusto, viene qualificato da Sigismundo Gelenio come "Procurator".
Trattandosi di due circostanze analoghe è ovvio che Roma si sia comportata ammministrativamente con le stesse modalità. 

Riportiamo una copia delle pagine 479 e 531 del testo citato con le qualifiche distinte di
 

"praefectus" et "procurator" (cliccare sopra per visualizzare il testo).


Questa è la prova che cinque secoli fa erano rimaste in circolazione copie di codici manoscritti di opere dello storico ebreo non ancora “epurate” in questo particolare e, nel contempo, è la dimostrazione che la documentazione, fattaci pervenire dal lontano passato dagli esegeti credenti, fuscelta eufficializzata” allo scopo di depistare la ricerca riportando appositamente, perchè risultasse come tale, “Procuratore” Ponzio Pilato, in “Antichità Giudaiche” e in “La Guerra Giudaica”, e coprire”, in tal modo, lerrore contenuto nel vangelo di Luca, e quello, conseguente, del passo falsificato di Tacito.

 

Il sistema di stampa di Gutemberg stava diffondendo, oltre la Bibbia, le opere di Giuseppe Flavio e Tacito, ma, l’errore “dettato da Dio” all’evangelista Luca, dopo essere stato riportato negli “Annales” dello storico latino, costrinse i copisti amanuensi a correggere i manoscritti di Giuseppe Flavio, che ancora riportavano il vero titolo di “Prefetto” da Coponio a Pilato ... e far sparire quelli già copiati correttamente.

Accortisi che lerrore riportato nei vangeli fu ripreso e riportato negliAnnali di Tacito, i falsari compresero che gli storici li avrebbero collegati e, scoperto l’inganno, denunciato la falsità del martirio di gesuiti fatto da Nerone … pertanto iPrefetti”, citati da Giuseppe Flavio nelle sue opere, dovevano diventare tuttiProcuratorcome quello di Tacito falsificato.

E’ da molti secoli addietro che le Eminenze Grigie dell'Alto Clero, decisero di “correggere” la storia per salvaguardare la “credibilità” degli scritti sacri, poiché questi, con gli sbagli contenuti, erano ormai enormemente diffusi e ricopiati dai religiosi che li diffusero in tutto il mondo. Al contrario, i manoscritti originali di Giuseppe Flavio, rarissimi ed accaparrati esclusivamente da loro, furono trascritti e poi distrutti.

Errori e manomissioni coperti dagli esegeti genuflessi odierni, nonostante gli sia caduta una grossa lapide in testa, schiacciandone … la logica.

 

Tramite le attestazioni, trasmesseci dai filologi precedenti sino al Niese compreso, si possono definire in modo preciso le funzioni e le responsabilità amministrative, giuridiche e gerarchico-militari dei Luogotenenti, dei Procuratori e dei Prefetti che governarono nella Provincia imperiale di Siria.

Durante l’epoca del Principato, a partire dall’incarico di “Procuratore di tutta la Siria” (Bellum I 399), conferito da Cesare Augusto ad Erode il Grande, la differenza fondamentale tra la funzione di “Procuratore” e quella di “Prefetto” consisteva nel fatto che, il primo - oltre a governare, difendere e mantenere l’ordine pubblico nel territorio assegnatogli (compito sin qui analogo al Prefetto) - come “curatore” aveva, in più, un “mandato” con il potere di censire, stimare, confiscare, accatastare e prendere decisioni prettamente amministrative, comprese quelle di stabilire le misure tributarie, finalizzate a migliorare le rendite dei territori assoggettati al dominio dell’Imperatore (cfr Tacito: Annales XIV 54 e XVI 17).

 

Sotto il profilo economico-militare, un territorio sottomesso all’Impero poteva essere governato, amministrato e “curato” da un Re indigeno (ovviamente insediato o ratificato dal Cesare), oppure da un pubblico ufficiale “Governatore”, incaricato dall’Imperatore o dal Senato, che poteva essere di rango equestre, consolare o pretorio, di conseguenza scelto in funzione della carica rapportata alla grandezza o importanza economica del territorio o singola città. A partire da un editto del 53 d.C., fra i Procuratori con il compito di curare i beni dell'Imperatore, Claudio (Tacito: Ann. XII 60) nominò addirittura un liberto come suo fiduciario.

“Le sentenze emesse tramite i suoi Procuratori dovevano avere la stessa efficacia di quelle pronunciate da Claudio.
Con questo decreto (Ann. XII 60) Claudio confermò Antonio Felice, fratello del liberto Pallante, “Procuratore” della Giudea. Fatto non condiviso da Tacito che contro di lui così si espresse:

Claudio affidò la Provincia di Giudea a cavalieri romani o a liberti. Uno di questi, Antonio Felice, esercitò poteri regali con animo da servo, fra violenze e arbitrii di ogni tipo (His. V 9).

Questo particolare sta a significare che i Romani e i cronisti dellepoca seguivano con interesse il potere politico di chi amministrava quella Provincia.

 

Quando la costituzione del governo di un territorio, sottomesso all’Impero, da monarchica veniva modificata in quella egemonica imposta direttamente da Roma, il Cesare, attraverso un funzionario da lui delegato, era interessato a verificare o rivedere le stime delle rendite precedenti. Quanto più l’estensione o l’importanza economica del territorio si ingrandiva, tanto più le rendite dovevano aumentare.

Solo un “Legatus Augusti”, con mandato specifico, e un “Procuratore” potevano “curare” amministrativamente tali interessi, assumere iniziative ed emettere norme a tal fine. Al contrario, un cavaliere “Prefetto” aveva il dovere di applicare le normative e il potere di farle rispettare; non di modificarle. Il compito di un Prefetto era esclusivamente militare e nella Provincia imperiale di Giudea l’incarico era ricoperto da cittadini romani di rango equestre al comando di più coorti, ognuna delle quali agli ordini di un Tribuno.

Nell’ambito del territorio della Provincia assegnatagli, il “Praefectus” agiva come un Comandante di Brigata, inserito nella gerarchia militare e subordinato solo al Luogotenente dell’Imperatore, Capo di Stato Maggiore, ed allo stesso Princeps.

Come abbiamo visto nei due passaggi sopra riportati, Sabino (Ant. XVII 221/223) fu il primo pro curatore romano che si prese cura del Regno alla morte di Erode il Grande” … e, Cuspio Fado (Ant. XIX 363) fu il primo pro curatore romano che si prese “cura” del Regno alla morte di Erode Agrippa il Grande.

 

Dopo la morte di Erode il Grande e dieci anni di guerre e rivoluzioni giudaiche, Cesare Augusto esiliò Archelao e dette un incarico di eccellenza al suo Legato di Siria, comandante di più legioni, Publio Sulpicio Quirinio, per effettuare nel 6 d.C. il censimento della Siria (Erode ne fu Procuratore) e dei territori ad essa annessi, pertanto …


“La regione soggetta ad Archelao fu annessa alla Siria e Quirinio, persona consolare, fu mandato da Cesare a compiere una stima delle proprietà in Siria e vendere il patrimonio di Archelao (Ant. XVII 355).

Quirinio visitò la Giudea, allora annessa alla Siria, per compiere una valutazione delle proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di Archelao e nello stesso tempo ebbero luogo le registrazioni delle proprietà
(Ant. XVIII 1-2, 26).

Contemporaneamente l’Imperatore inviò …

“Coponio, di ordine equestre, visitò la Giudea; fu inviato (da Cesare) con lui (assieme a Quirinio) per governare sui Giudei con piena autorità (ibid.).

Lo storico, descrivendo i compiti assegnati da Cesare Augusto, è chiaro: al contrario di Quirinio, Coponio non ebbe lincarico di curatoredei beni imperiali, così come, dopo di lui, quelli che lo sostituirono si limitarono a difendere e conservare quei “beni” essendo cavalieri “Prefetti”.

Lucio Vitellio, nel 36 d.C., Legato di Siria su mandato di Tiberio, con pieni poteri su tutto lOriente, poté tassare la tribù dei Cliti di Cappadocia, detassare i Giudei e…destituire Pilato. La descrizione dettagliata degli incarichi espletati dai due funzionari romani da parte di Giuseppe Flavio, ne prova l'esatta conoscenza al punto di evidenziare le diversità. A partire da Coponio, il 6 d.C., sino al 40 d.C., tutti i Governatori della Provincia di Giudea, compreso Ponzio Pilato, furono qualificati dallo storico ebreo come "Prefetti", in conformità alla spiegazione, data da lui stesso, riguardante l'ufficio da essi svolto.

 

Gli scribi cristiani sostituironoPrefettoconProcuratore”, come erroneamente riferito nel vangelo latino di Luca, senza capire che gli storici del I secolo, in base al volere dei Cesari, attribuirono compiti diversi ai due funzionari imperiali e, di conseguenza, ne descrissero le mansioni distinte.  

 

Ponzio Pilato fu un Prefetto, non un Procuratore, perciò Tacito non scrisse mai

 

“Cristiani, il cui nome derivava da Cristo, il quale, sotto l’Imperatore Tiberio, fu condannato a supplizio tramite il Procuratore Ponzio Pilato…” 

 

… ma, ancora non basta …

 

Parte II: sintesi

Dal IV secolo d.C. in poi, gli scribi dei “Padri” Apologisti si sentirono in obbligo a far “entrare” nella storia “Gesù”, pertanto, nei manoscritti tardo medievali di "Apologeticum", accreditati ad un ignoto Padre Tertulliano (sconosciuto da tutti i "Padri" fino al suo inventore Eusebio), leggiamo di una discussione in Senato, su proposta di Tiberio (che morì il 37 d.C.), mirante a legalizzare il messianismo gesuita:

“Essendo stati annunziati a Tiberio, al tempo in cui il Cristianesimo entrò nel mondo dalla Palestina, i fatti che colà la Verità aveva rivelato della Divinità stessa, votando egli per primo favorevolmente. Il Senato, poiché quei fatti non aveva approvati, li rigettò (op. cit. V 2).

Lo scopo, fatto proprio dagli storici spiritualisti odierni (indifferenti per tornaconto alla datazione dei codici), era duplice:

1°, far risultare che sin dalla Sua morte si era affermato il movimento dei seguaci di Gesù;

2°, mantenerlo fuori legge, con la bocciatura del Senato, per giustificarne le persecuzioni, inventate, da parte degli Imperatori del I secolo … al contrario delle altre religioni che non ebbero alcuna difficoltà ad essere riconosciute e legalizzate, compresa quella giudaica, la più fanatica nazionalista antiromana.

 
Secondo quanto risulta negli scritti contenuti nella vasta "Patrologia Ecclesiastica" - struttura portante della "tradizione" dei "Padri" della Chiesa - nessun "Apostolo successore di Cristo", Papa o Vescovo, risulta abbia mai richiesto allo Stato romano l'ufficializzazione del proprio Credo. Stando a questa non meglio definita "tradizione", risalente a scritture medievali, gli amanuensi celebrarono "Padri" impegnati esclusivamente a fare "apologia" di Gesù, màrtiri e proselitismo; mentre qualsiasi ipotesi di "legalizzazione" della religione cristiana venne scartata per due motivi:
1°, l'autenticazione di un atto emanato dalla pubblica autorità sarebbe stato riferito dai cronisti del I secolo ... fatto sconosciuto per il Cristianesimo. Al contrario del Giudaismo i cui decreti di approvazione risalgono a Giulio Cesare;    
2°, con la legalizzazione del Cristianesimo non ci sarebbero stati màrtiri ... ad iniziare dagli immaginari Apostoli, Papi, Vescovi,"Padri" e loro successori.
 
Infatti, non si capisce perché il “cristianesimo gesuita” non potesse essere professato nell’Impero se la sua dottrina, così come ideata dagli scribi che crearono san Paolo e le sue lettere, non conteneva insegnamenti contro le autorità o il potere costituito, semmai ne postulava il servilismo come un ordinamento dettato da Dio:

 

“E’ bene stare sottomessi e pagare i tributi perché quelli dediti a questo compito sono funzionari di Dio” (Rm 13);

Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore(Ef 6,5);

Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite perché non c’è autorità se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio (Rm 13,1/7).

 

La votazione del Senato riportata da Tertulliano, ridicola nel contenuto perché nessuno storico dell'epoca riferisce tale decreto avverso il “Cristianesimo”, e tanto meno “lAnnunciazione a Tiberio” (del solito …“Angelo del Signore”?), dimostra l’ipocrisia di cui erano capaci i “Padri”, sin dal IV secolo, allo scopo di dare una base di “verità” alla nuova dottrina che andava evolvendosi dalla primitiva esseno giudaica.
La totale mancanza di fonti documentate, utili a comprovare l'emissione di decreti normativi, specifici, secondo il diritto romano - in base al quale i funzionari imperali avrebbero potuto giudicare, perseguitare e sottoporre a supplizio i cristiani seguaci di "Gesù" - ha suggerito agli esegeti contemplativi odierni di riprendere q
uesto “passaggio storico” di Padre Tertulliano e sottoscriverlo, sfrontatamente, come un atto probabile di Tiberio” (alcuni da docenti universitari ad iniziare dalle "geniali" cattoliche, Ilaria Ramelli e Marta Sordi) con l’intento di “dimostrare” che il “cristianesimo gesuita” già esisteva negli anni 30, e convalidarne "giuridicamente" la persecuzione in virtù del voto negativo del Senato romano.
Si, i loro nomi rimarranno nella storia, smentiti sia dalla logica che dalla storia.

 

Infatti, ancor prima che “Gesù” venisse crocefisso, Tiberio, nel 29 d.C., come riferì Tacito, facendo valere lautorità vincolante del principe privò il Senato di ogni potere (Ann. V 5) e fino alla sua morte (37 d.C.), tale organo non votò più in sua presenza limitandosi ad emettere delibere accertandosi, preventivamente, di non contraddirlo.
Questo particolare storico fu recepito dagli stessi calligrafi cristiani autori dei primi codici manoscritti di Apologeticum
- contrastanti fra loro e comparsi, improvvisamente, a partire dal X sec. d.C. in poi - ai quali, in seguito, aggiunsero al brano riportato (op. cit. V 2) il seguente sproposito:


"L'Imperatore Tiberio rimase fermo nella sua opinione, stabilendo la pena di morte contro gli accusatori dei cristiani. Consultate i vostri Annali" (Apo. V 3).
 
E' una "perla" di testimonianza che, diversamente dagli storici credenti, non possiamo fingere di ignorare: i
l primo che avrebbe riportato sugli Annali il decreto, inventato da Tertulliano, se Tiberio lo avesse emanato, sarebbe stato Tacito, appunto perché rientrava nella sua funzione di “sorvegliante dei culti stranieri”; esattamente come riferì del vero decreto emesso dal Senato sotto lo stesso Imperatore, nel 19 d.C., riguardante l’espulsione degli Ebrei con l’obbligo del servizio militare (Ann. II 85).

Ma se Tacito avesse documentato la delibera imperiale a favore dei Cristiani, Tertulliano la avrebbe citata con precisione, senza inventarla. Controprova: ammettiamo per assurdo (ma solo per assurdo) che Tiberio avesse emesso un simile decreto … perché Plinio il Giovane sentì il bisogno di scrivere a Traiano per sapere come regolarsi con i “cristiani”, e perché l’Imperatore gli rispose (Epistularum X 97) senza fare cenno all'editto emesso da Tiberio in precedenza? Si trattava di una ordinanza in base alla quale Traiano avrebbe dovuto far giustiziare lo stesso Plinio il Giovane perchè questi, in contrasto all'editto tiberiano, non si limitò ad accusare i Cristiani ma addirittura li torturò e li mise a morte. E’ evidente che il problema “cristiani”, cioè “messianisti Giudei, non gesuiti”, si evidenziò sotto il profilo giuridico, la prima volta, con l'episodio descritto da Plinio il Giovane avvenuto nel 112 d.C.

Tanto più che lo stesso Tertulliano, agli inizi del III secolo d.C. (data, imposta senza costrutto, cui viene fatta risalire la redazione dell'archètipo di "Apologeticum" col brano rifererito su Tiberio), dimostra di non conoscere, contraddicendoli, gli "Atti degli Apostoli", in cui si afferma "ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati Cristiani" (At 11,26) sotto il principato di Claudio (41-54 d.C.) anziché sotto quello di Tiberio (14-37 d.C.). 

E' una manifesta "cantonata" non rilevata dagli esegeti credenti, incapaci di leggere criticamente i "testi sacri", bensì impegnati a costruire tesi insostenibili per indottrinare gli sprovveduti.
Poichè "discepoli" era un termine generico riferibile a seguaci di qualsiasi Maestro delle disparate discipline dello scibile umano in quell'epoca, a questo punto non possiamo fare a meno di chiederci che nome avessero gli affiliati alla dottrina di Gesù dopo la Sua dipartita e risurrezione. Ci viene in aiuto lo storico cristiano bizantino Iohannes Malalas (491-578), per l'appunto nativo di Antiochia, laddove nel Libro X della sua "Chronographia", dopo essersi posto lo stesso interrogativo, riporta:

"All'inizio del regno di Claudio cesare (41 d.C.), coloro che prima erano chiamati Nazareni e Galilei presero il nome di Cristiani".

Malalas riferì questa informazione, attinta da una fonte corretta originale, senza rendersi conto delle implicazioni derivate dalla citazione di due sette prettamente giudaiche i cui effetti li chiariremo fra poco; ben sapendo che "Nazareni" non erano gli abitanti di Nazareth, allora inesistente come provato con il VII studio, per giunta, stando ai Vangeli, i "Nazaretani" erano nemici di Gesù, al punto di volerlo gettare nel precipizio.        
  

"Messia" cioé "Unto", a se stante, era un titolo e basta e, nel caso esaminato da Plinio il Giovane, il nome di quel “Cristo” era essenziale per identificare il capo di una setta potenzialmente nemica di Roma, ad iniziare dal Vescovo*, loro sorvegliante in capo, successore degli apostoli e dello stesso Cristo … ma, come abbiamo visto, “Gesù” non venne fuori dalle risultanze dell’indagine che non fu affatto benevola con i “cristiani” dei quali molti furono torturati e uccisi (erano Esseni messianisti) ma, soprattutto, ignorava la relazione di Tacito ... inventata un millennio dopo.

* Qualsiasi culto, compresi quelli pagani, richiedeva la presenza di un "Ministro del Dio": il Sacerdote. E questo valeva anche per i Cristiani, tanto più che, in Bitinia, secondo quanto riferito da Plinio il Giovane, "Non soltanto le città, ma anche i borghi e le campagne sono pervase dal contagio di questa superstizione".
Il mancato interessamento da parte del Legato imperiale di Traiano sull'esistenza di un capo della numerosa comunità religiosa eversiva, in Bitinia, dimostra che non esisteva il Vescovo, perchè, in tal caso, sarebbe stato lui il primo ad essere martirizzato. Questo particolare esclude si trattasse di una "ecclesia" cristiana gesuita (la Chiesa per prima ne è consapevole e non ha mai fatto propri i "màrtiri" di Plinio il Giovane), tanto meno di una Sinagoga ebraica.
Se ne accorse anche lo scriba cristiano che trascrisse, secoli dopo, la "Historia Ecclesiastica" di Eusebio di Cesarea ove si riporta l'evento (HEc. III 33) nel bel mezzo di una successione di Vescovi "assisi sul Trono" che prosegue anche nel IV Libro, ma ... non risulta quello della affollata comunità di Bitinia.


Procediamo con l'indagine dell'episodio in cui si riferisce di "due ancelle dette Ministre": é un altro aspetto importante perché nelle comunità cristiane gesuite, secondo la dottrina (in questo caso equiparata a quella ebraica) riferita da Paolo di Tarso:


"Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare, stiano invece sottomesse, come dice anche la Legge (Mosaica). Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea" (1 Cor. XIV 34,35);

"la donna impari il silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, nè di dettar legge all’uomo, piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo…essa potrà vivere salvata (andare in paradiso) partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità nella santificazione, con modestia" (1 Tim 2,11).

 
Plinio scopre un altro aspetto, caratteristico di quella comunità e confessato sotto tortura dagli stessi fedeli, degno di essere preso in considerazione:
 
"Affermavano che tutta la loro colpa consisteva nell'essere soliti riunirsi prima dell'alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un Dio".
 
Così Giuseppe Flavio descrive gli Esseni (Bellum II 128; cap. 8,5):
 
"Verso la Divinità sono di una pietà particolare; prima che sorga il sole gli rivolgono certe tradizionali preghiere, come supplicandolo di sorgere".
 
Nei rotoli di Qumran gli Esseni si definiscono "Figli dell'Aurora" (Frammento 4Q298). Si tratta di riscontri a regole religiose che testimoniano diversità comportamentali e liturgiche insormontabili: nessun documento del cristianesimo riformato da san Paolo riporta un cerimoniale di culto, tale, da avvicinarsi a quello pagano.  
 

Tornando a Plinio Secondo, in base alle risultanze della sua inchiesta, é evidente che il Governatore non aveva le stesse cognizioni sui “cristiani” di Tacito, amico poco più anziano di lui. Meglio ancora, né Plinio né Traiano sentono il dovere di “ricordare” quanto avvenuto a Roma in conseguenza del tragico incendio del 64 d.C. e la altrettanto famosa persecuzione da parte di Nerone dei “cristiani descritti dal cronista romano come nemici affetti da una smodata superstizione.

Da rilevare che la testimonianza dello storico patrizio doveva essere offensiva verso igesuiti poiché era un sacerdote pagano, viceversa avrebbe palesato la sua falsità … e questo gli scribi falsari lo sapevano.

No!, Tacito, alto funzionario di Roma era conosciuto da entrambi ma, nei suoi “Annales”, non aveva riportato la persecuzione dei "cristiani gesuiti" perché Plinio il Giovane e Traiano la ignoravano.

 

Agli stessi Ebrei, fino al 70 d.C., non venne fatto obbligo di adorare i Cesari. Soltanto dopo la prima guerra giudaica, a partire da Vespasiano, come riporta Giuseppe Flavio, i Giudei furono obbligati a “onorare” gli Imperatori (Bellum VII 416/19) perché, secondo Tacito:

“Gli Ebrei non elevano statue, nemmeno templi e rifiutano queste adulazioni ai Re e onore ai Cesari” (His. V 5).

La guerra era finita, Gerusalemme e il Tempio distrutti, la Palestina giudaica in ginocchio ma gli Ebrei Zeloti dovevano essere giustiziati, ovunque si trovavano, anche ad Alessandria d'Egitto:

“Seicento sicari (zeloti) vennero catturati immediatamente e quelli che avevano cercato di fuggire all'interno dell'Egitto vennero arrestati e riportati indietro (ad Alessandria). Riguardo a costoro non vi fu alcuno che non restasse ammirato per la loro fermezza e per la forza d'animo, o cieco fanatismo che dir si voglia. Infatti, pur essendo stata escogitata contro di loro ogni forma di supplizio e di tortura, soltanto perché dicessero di riconoscere Cesare (Vespasiano) come loro Padrone, nessuno cedette ma tutti serbarono il proprio convincimento al di sopra di ogni costrizione, accogliendo i tormenti e il fuoco con il corpo che pareva insensibile e l'anima quasi esultante. Ma ad impressionare soprattutto i presenti furono i ragazzi, dei quali non uno si lasciò piegare a chiamare Cesare il suo Padrone*: a tal punto la forza d'animo prevalse sulla debolezza dei loro corpi!" (Bellum VII 416/19).


* Gli Ebrei traducevano "Padrone" e "Signore" con "Adonài", un termine usato solo dai Sommi Sacerdoti quando si rivolgevano al loro Dio "Yahweh".


Vespasiano non si considerava “Dio” ma, avendoli combattuti di persona, sapeva come fare per distinguere fra Ebrei e Zeloti integralisti, i quali ultimi, obbedendo alla propria fede nazionalista, non si sarebbero mai sottomessi al dominio di nessun “Padrone” o “Signore” se non al loro Dio Yahweh. La cronaca letta è una vicenda avvenuta in una singola città, inerente il màrtirio di centinaia di Ebrei integralisti i quali preferirono sopportare atroci supplizi anziché rinunciare ai propri ideali. Ma nessun Apostolo, Padre, Vescovo, o storico cristiano accennò alle migliaia di màrtiri appartenenti all'intera ecumene ebraica disseminata nelle Province orientali della Roma imperiale.
Una volta dimostrata la falsificazione di tutte le testimonianze extra cristiane riguardanti i finti màrtiri gesuiti, quell'epoca vide solo Ebrei nazionalisti torturati dai Romani: erano messianisti ("cristiani" dal greco) che speravano nell'avvento del Messia davidico che li avrebbe liberati dal giogo pagano. Il primo storico cristiano gesuita, Eusebio di Cesarea, dopo aver letto negli Archivi Imperiali i fatti descritti da Giuseppe Flavio, ritenne opportuno mascherare le vittime della repressione romana contro gli Zeloti, trasformandole in "discendenti di stirpe reale":  


“Vespasiano, dopo la caduta di Gerusalemme, ordinò di ricercare tutti i discendenti della tribù di Davide, perché tra i Giudei non rimanesse più nessuno di stirpe reale. Per questo motivo si abbatté sui Giudei un'altra gravissima persecuzione(HEc. III 12).


Fino al 70 d.C. nessun Imperatore, compreso Nerone, impose il proprio culto tranne Gaio Caligola, per due anni dal 39 al 41 d.C.: lui si era illuso di essere un Dio, ma la sua insanità mentale fu riferita da tutti gli scribi romani.

Poiché nessuno storico del I secolo accusa i cristiani gesuitidi rifiutarsi di venerare Cesare”, o il “Principe”, ne consegue che la mancata persecuzione dei seguaci di Gesù, da parte delDio Gaio Caligola convinto di dover essere adorato come tale, dimostra che quella setta non esisteva nellImpero.

Secondo lo stereòtipo del "cristiano" inculcatoci nella mente sin da bambini, inevitabilmente, durante il principato di Caligola, si sarebbe formata una lunga lista di màrtiri da venerare ... se fossero esistiti i cristiani gesuiti.

Chi pagò un grave scotto furono soltanto gli Ebrei alessandrini e poco mancò che il contrasto con la Giudea si trasformasse in conflitto aperto se Gaio Caligola non fosse stato eliminato da un complotto di Stato.
Consapevoli del "vuoto" storico di màrtiri gesuiti sotto il "Dio" Caligola, ad iniziare da "Atti degli Apostoli", nessun Apostolo, Evangelista, Padre, Vescovo o Apologeta cristiano, compreso Eusebio di Cesarea nel IV secolo, nonché tutti i "Dottori" e storici ecclesiastici successivi, nessuno di loro menziona il decreto di Gaio Caligola che imponeva a tutti i sudditi dell'Impero di adorarlo come un "Dio" ... ben sapendo che l'assenza di màrtiri seguaci di Gesù Cristo dimostrava che il Suo "Avvento" ancora non era stato inventato nel I secolo.


  

Ma ancora non basta

 

Capita, a volte, che il silenzio possa diventare una testimonianza.

Ci riferiamo al mutismo di tutti i Padri “apostolici” e “apologisti” della Chiesa Cristiana, dalle origini al IV secolo, quelli cioè coevi o più vicini al grande martirio neroniano: la spettacolare crocifissione di massa con la testimonianza di Gesù e Pilato, non viene riportata da alcuno scrittore dell’Impero Romano, all’infuori di Tacito, ma, contraddizione grave per la verifica critica, è ignorata anche dagli stessi Padri apostolici e apologisti cristiani, scrittori prolissi (i cui manoscritti risalgono al medioevo) pervasi da profondo misticismo e tanta fantasia nell’inventarsi màrtiri, i quali, se fossero veramente esistiti, avrebbero avuto, oltre che l’interesse ideologico fideista, anche il dovere storico di riferire un genocidio così crudele che colpì direttamente fedeli adepti al loro stesso Credo.

 

Nessuno di loro relaziona dell’eccezionale martirio, neanche l'immaginario Tertulliano (ignoto a tutti i Padri sino a Eusebio del IV secolo) il quale, tramite un manoscritto risalente al X secolo, ci riporta una persecuzione diversa di “cristiani”, non crocifissi ma, tramitespada” per ordine di Nerone, senza rapportarli allincendio di Roma, né a Gesù Cristo né a Ponzio Pilato, diversamente a quanto fatto testimoniare da Tacito col Codice laurenziano oltre un secolo dopo il precedente manoscritto. Soprattutto, lo scriba diApologeticumnon cita lo storico romano come testimone della vicenda, nonostante, lo abbiamo già accertato in “Apologeticum XVI”, avesse letto le sue opere.

Inoltre, fatto di rilevanza primaria che si ritorce contro gli esegeti mistici odierni (che fingono di ignoralo), Eusebio di Cesarea, lo storico Vescovo cristiano del IV secolo, nella sua “Historia Ecclesiastica” (l'editio princeps risale al 1544, collazionata tra famiglie di Codici datati fra l'XI e il XIII secolo) - improntata ad inventare Vescovi e martiri disseminati in tutto l’Impero Romano sin dalla morte di “Gesù” - pur riferendo il passo di Tertulliano (HEc. II 25,4), non riporta la cronaca di Tacito con le atrocità subite dai “cristiani gesuiti” e i dettagli su Gesù, Tiberio e Pilato. Cronaca che non avrebbe potuto sfuggirgli e tramandata ai posteri se Tacito l’avesse scritta, ma … nessuno poté scrivere nulla poiché, sino al 337 d.C. quando morì Eusebio, nessuno aveva ancora inventato nulla ... in coerenza col Credodi Nicea, del 325 d.C., che non prevedeva Ponzio Pilato comesacrificatore delSalvatore”.


Un altro storico cristiano, il monaco Giovanni Xifilino, rinomato letterato di Costantinopoli, nell'XI secolo fu incaricato dall’Imperatore bizantino, Michele VII Parapinace, a redigere l’epitome dell’imponente opera “Storia Romana” di Cassio Dione, il famoso storico romano e Senatore sotto l’Imperatore Alessandro Severo.
Durante la stesura dell’opera dionea, il credente Xifilino, in diverse occasioni, si sentì in “dovere” di inserire arbitrariamente informazioni su presunti “Cristiani”, a partire dal II secolo d.C., accusando Cassio Dione di non averlo fatto. Come nel caso degli Imperatori Adriano ed Antonino Pio, i quali “furono giusti e miti nei confronti dei Cristiani…al punto che Adriano scrisse lettere contro chi denunciava i Cristiani(Cassio Dione, Storia Romana LXIX 15,3). Vale a dire il tanto celebrato quanto falso “rescritto di Adriano” in favore dei Cristiani (è in rete e dato per certo dagli storici baciapile che non informano quanto segue) nel quale - fatto impossibile nella sua missiva al Proconsole Minucio Fondano - l’Imperatore sbaglia il nome del precedente Proconsole dAsia da lui stesso incaricato (Serennio Graniano invece cheQuinto Licinio Silvano Graniano”. Ma, oltre a ciò, Xifilino, “incollando” questa notizia commise l’errore ingiustificabile quando citò come “fonte” la “Storia Ecclesiastica” di Eusebio di Cesarea, il vero artefice della cantonata (HEc. IV 9,1-3). Un abbaglio che smentisce sia Xifilino che Eusebio, infatti Cassio Dione non poteva sapere di un autore vissuto oltre un secolo dopo di lui ma, al contempo e senza rendersi conto, l’ipocrita monaco prova che la mancata relazione sui Cristiani”, riguardo il "rescritto di Adriano" da parte dello storico romano, dimostra la sua falsità proprio perché, se quest'ultimo fosse stato vero, lavrebbe notificato Cassio Dione direttamente e senza sbagliare il nome del Proconsole della provincia d'Asia ... dal momento che il padre dello storico romano, il Console Cassio Aproniano, fu un testimone oculare diretto riguardo gli eventi accaduti sotto il principato di Adriano.

Questo aspetto sul modus operandi di Xifilino, da noi appositamente evidenziato, conferma la falsificazione degli Annali di Tacito circa il  martirio neroniano. Tanto è vero che, nella lunghissima epitome biografica attinente le gesta dell’Imperatore Nerone, il monaco bizantino riferisce le informazioni critiche di Cassio Dione identiche a quelle di tutti gli storici imperiali ma non dice nulla della strage di una ingente moltitudine di Cristiani, crocifissi ed arsi vivi dal sanguinario e megalomane Cesare. In questo caso il monaco non accusa Cassio Dione (come nella precedente circostanza documentata ed in altre similari) di aver omesso la cronaca del grave massacro di Cristiani.
Ma l’aspetto più significativo si evince dalla dimostrazione che sino allXI secolo, quando operò Xifilino, nessuno storico cristiano poteva sapere delleccidio neroniano di seguaci di Cristo perché ancora non era stato inventato dagli amanuensi di Montecassino.


Eppure, oltre le risultanze lette, il silenzio più grave e significativo sui màrtiri cristiani seguaci di Gesù è quello tenuto dallapostolo Giovanni, accreditato da tutta la “tradizione ecclesiastica di una lunga vita, fino a morire di vecchiaia sotto il regno di Traiano.
Nell’apposito argomento conferito a questo apostolo, tramite l’analisi e relativa datazione dei codici manoscritti a lui dedicati - redatti nel corso del Medio Evo (non ne esistono di antecedenti) e attribuiti sia a Tertulliano che ad altri finti “Padri” e “Vescovi” - abbiamo verificato che “il discepolo che Gesù amava” non è mai vissuto, esattamente come non sono esistiti i suoi “Padri testimoni”. Da qui deriva il silenzio totale dei Padri” cristiani, successori di Pietro, sui màrtiri gesuiti di Nerone: inesistenti “Padri” non possono aver testimoniato alcunché.
Una verifica in linea con le analisi pubblicate che hanno provato anche l'invenzione di san Paolo, Giacomo il Minore e Simone lo zelota, questi ultimi fatti passare per "Vescovi" di Gerusalemme.

Per quanto concerne il "discepolo prediletto del Signore", lo studio ha accertato che tutti i codici che lo riguardano riportano san Giovanni martirizzato da Nerone
, immerso in una giara colma di olio bollente a 300° C gradi, ma (immaginiamo la stizza del "Nero") il santo Apostolo uscì dal bagnetto tonificante illeso e più arzillo di quando vi era entrato.
Gli esegeti clericali cristiani, tutti, meno di tre secoli fa, decisero che non fu Nerone a torturare san Giovanni “in oleo” bensì Domiziano; di conseguenza, tutti gli amanuensi precedenti, che si susseguirono nel corso dei lunghi secoli medievali, si erano sbagliati quando stilarono i loro preziosissimi Codici.

Va da sè che le vite dei Santi sono state fatte e disfatte dalle penne di chi le inventava, mano a mano, scrivendo per arricchirle di particolari; e siamo certi che quasi tutti i lettori hanno già capito quale sia stato il movente che ha indotto gli esegeti spiritualisti odierni a cambiare la "realtà giovannea" ingannando il prossimo: una elementare esigenza di coerenza “storico dottrinale”. Comunque, per chi non ci fosse ancora arrivato, chiariamo subito.

Secondo la “tradizione ecclesiastica
, messa insieme in modo posticcio da scribi incapaci e scoordinati, san Giovanni, oltre il Vangelo e l’Apocalisse, scrisse anche tre lettere da rilasciare a futura memoria. Lo scopo? Semplice: “dimostrare” ai posteri che era esistito. Identica strategia adottata dagli amanuensi con le lettere di san Paolo. Purtroppo per loro, i calligrafi dimenticarono di riportare nelle "missive" la tremenda tortura subita dal Santo. O meglio, come abbiamo visto nello studio apposito, il supplizio nell’olio bollente fu inventato dal potente Arcivescovo Agobardo di Lione, nel IX secolo sotto Ludovico il Pio … senza che il Metropolita sapesse delle epistole giovannee. Infatti, in queste lettere, (sono in rete) il Santo “prediletto” non sa di essere stato sottoposto ad una tortura così micidiale da cui uscì illeso per grazia del suo “Salvatore Gesù” … né sotto il "Nero", né sotto Domiziano.

Nel caso di un Nerone “torturatore” di san Giovanni in oleo, la contraddizione diventa particolarmente stridente poiché significa che vi fu un rapporto diretto fra l’apostolo e l’imperatore avvenuto prima del giugno 68 d.C., data del suicidio del megalomane Cesare.
Il contatto personale fra san Giovanni e Nerone entro quella data esclude la possibilità che “il discepolo che Gesù amava” non sapesse dell’eccidio di gesuiti, voluto dall’imperatore nel 64 d.C., poiché, così risulta, scrisse Vangelo, Apocalisse e Lettere molto tempo dopo la fine di Nerone. Ma, soprattutto, le Eminenze Grigie della “storiologia catechizzata” sanno perfettamente che gli amanuensi medievali continuavano ad accusare Nerone del supplizio di Giovanni apostolo, senza aggiungere altro, perché non sapevano ancora dello spettacolare supplizio neroniano di gesuiti, riferito nel "Codex Laurentianus Ms 68 II" di Tacito, dal momento che questo manoscritto è "apparso" dopo i loro Codici.
 
L’innocente “candore” degli scribi medievali, che ignoravano il grande eccidio neroniano dei fedeli gesuiti, è percepito dagli esegeti genuflessi odierni come una lancia conficcata nel costato dolente della Storia, la quale deve essere ricondotta nel “canone della dottrina”, in tutti i modi … anche a rischio di cadere nel ridicolo. Pertanto - consapevoli del grave contrasto scaturito dalla “tradizione ecclesiastica
che ignora la testimonianza sull’eccidio gesuita neroniano da parte di “Apostoli”, “Padri”, “Vescovi” e "Papi" - gli studiosi ispirati, dopo un intenso ritiro spirituale, si sono convinti di aver trovato il rimedio asserendo (in coro ben orchestrato per dare maggior peso all'espediente congetturato) che Tacito, nel riferire il martirio dei cristiani, usò un linguaggio offensivo verso di loro … pertanto “Apostoli” “Vescovi” “Papi” o “Padri” che fossero, nessuno di loro intese citare Tacito come “testimone” per non richiamare le stesse frasi ingiuriose verso i màrtiri gesuiti.

Questa
formuletta elevata al rango di “tesi”, sottoscritta da famosi esperti di storia del cristianesimo in piena crisi mistica, non solo è ingannevole ma anche lesiva della dignità altrui perché basata sull'autoconvincimento che il mondo sia pieno di sprovveduti.
Infatti, ammesso per assurdo (solo per assurdo) che furono i cristiani gesuiti le vittime della carneficina avvenuta a Roma nel 64 d.C., questi, in quanto “testimoni diretti” non avrebbero avuto alcun bisogno di ricorrere alle citazioni di Tacito per sapere che loro stessi erano stati perseguitati: tutti gli scribi cristiani, ad iniziare dallapostolo Giovanni e dall'evangelista Luca (quest'ultimo morto nel 93 d.C. si sarebbe obbligato a scriverlo in "Atti degli Apostoli"), l’avrebbero riferito direttamente con parole proprie … punto e basta. Chi avrebbe impedito loro di redigere un bel resoconto, ad uso e ricordo perenne dell'ecumene cristiana, doverosamente utile per essere affisso sulla bacheca de "Gli Atti dei Màrtiri"? Peraltro, ancora Giovanni, non ha mai accennato personalmente dell'eccidio neroniano ai suoi discepoli successori, nonché Vescovi, come Ignazio di Antichia e Policarpo di Smirne, sempre intenti a scrivere "lettere" tutte recapitate, due secoli dopo, ad Eusebio di Cesarea. Padri tutti ignari dei loro "colleghi" màrtiri.
Ma se gli scribi che inventarono i “Padri” non lo hanno fatto, questo dimostra che Nerone non crocifisse alcun gesuitasino alla fine del Medio Evo.     

I docenti spiritualisti, ad iniziare dal dottore Andrea Nicolotti, "assegnatista di ricerca" all'Università di Torino, riferiscano l'insieme di queste risultanze ai loro “discepoli”, non le nascondano fingendo di ignorarle ... anche se, al prof. Andrea, ormai non resta che concludere la sua famosa ricerca universitaria sulla "demonologia" e "l'esorcismo nei primi tre secoli del cristianesimo" nell'intento di scoprire "pie pratiche" efficaci a scacciare la "malefica" verità della Storia, divenuta oggi lo strumento brandito da Satana contro la sacrosanta verità della Fede.

La mancata testimonianza di tutti iPadri è unulteriore dimostrazione che Nerone non crocefisse seguaci di Gesù, perché, innanzitutto, non esistevano né Padri, né Vescovi, né màrtiri gesuiti nel corso dei primi due secoli. Le “prove” della loro esistenza verranno costruite, successivamente, dai riformatori della nuova religione universale per confermare l’Avvento di “Gesù”, Figlio di Dio, capo e iniziatore della setta dei cristiani … gesuiti. "Prove" cristiane ed extra cristiane, una dopo l'altra, vengono neutralizzate da archeologia, filologia e razionalismo storico.

Ladeposizione” tacitiana in esame - lo abbiamo accertato con l'errore del "Procurator" evangelico chiamato a rimpiazzare un "Praefectus" romano - è stata creata, molti secoli successivi la prima traduzione in latino dei Vangeli, per mano di un “pio scriba” dopo che il Cristianesimo del Salvatore del Mondo era ormai pervenuto al potere e diventato religione di Stato.

 

 

Ma ancora non basta


Dopo una prima espulsione dei Giudei, voluta da Tiberio nel 19 d.C., questi ultimi nel 41 d.C. "erano talmente cresciuti di numero che Claudio non li espulse ma ingiunse loro di non riunirsi, pur permettendo di conservare i costumi tradizionali" (Cassio Dione: Storia Romana LX 6,6). Promulgando un apposito editto, Claudio vietò agli Ebrei alessandrini di accrescersi ed emigrare da Siria ed Egitto definendoli come "una piaga della terra" (Corpus Papyrorum Judaicarum = CPJ II 153). Nello stesso anno, come sopra riferito, l'Imperatore nominò Erode Agrippa I re di tutta la Palestina ma, dopo la morte di quest'ultimo nel 44, i moti di ribellione in Giudea ripresero vigore e si estesero sino a Roma, di conseguenza, come già Tiberio, anche Claudio ordinò nuovamente di cacciarli nel 49 d.C. con un decreto che Svetonio sintetizzò in sette parole:

 

“Iudaeos impulsore Chresto adsidue tumultuantes Roma expluit”: i Giudei, su istigazione diChresto”, si sollevavano continuamente, (Claudio) li espulse da Roma” (Cla. 25).

 

La relazione Chresto/Giudei non lascia dubbi che si trattasse di "Christo", il Messia Davidico atteso dagli ebrei Zeloti, rivoltosi contro la dominazione romana della Terra Promessa a loro da Yahwè. Gli integralisti, pronti a ribellarsi all'autorità, avrebbero riconosciuto come loro capo soltanto un ebreo di pura discendenza giudaica chiamato con un nome e patronimico di stretta osservanza della loro tradizione; pertanto non avrebbero mai seguito uno strano agitatore sovversivo avente per nome un "aggettivo" greco privo della garanzia originaria israelita.
  
Lo storico Presbitero Paulus Orosio, collaboratore di S. Agostino e allievo di san Girolamo, riportò questo passo di Svetonio nelle sue Historiae Adversus Paganos ultimate nel 418 d.C. (Op. cit. VII 6,15):
 
"Racconta Giuseppe Flavio che nel nono anno del regno di Claudio (49 d.C.) i Giudei furono espulsi dall'Urbe. Ma ancor più mi impressiona Svetonio che si esprime così: «Claudio, su istigazione di Christo, espulse da Roma i Giudei in continuo tumulto»
 
Lo storico affermò di esserne stato colpito perchè Svetonio attestò “impulsore Christo (non "Chresto") in una vicenda che vedeva coinvolti solo gli Ebrei, vittime di una repressione che ignorava la presenza dei Cristiani gesuiti. 
Paulus Orosio non poteva prevedere che le future "eminenze grigie" ecclesiastiche - una volta compreso il nesso compromettente che rivelava l'esistenza esclusiva di Giudei ignorando i cristiani gesuiti - avrebbero successivamente modificato "Christo" in "Chresto", un aggettivo greco che vuol dire "buono", ricorrendo allo stratagemma di trasformare l'attributo divino giudaico (Christo equivalente a Messia) in un nome proprio. L'espulsione dei Giudei fu un evento che, in base alle fonti non manomesse in possesso del Presbitero cronista, aveva riferito anche Giuseppe Flavio.

Stiamo progredendo nella ricerca e non possiamo fare a meno di rilevare la censura di una cronaca, che fu riportata direttamente nei testi dallo storico fariseo, a noi trasmessa mutila, di un episodio realmente avvenuto, con il preciso intento di colmare il grave "vuoto" storico dei seguaci di "Gesù". 

Un eminente sacerdote ebreo riferisce e commenta tutte le persecuzioni subite dai Giudei da parte dei Cesari ma “dimentica soltanto quella in cui si parla diCristo” (il Messia) … Perché? Era un caso grave che lo coinvolgeva direttamente (siamo nel 49 d.C., quando lui aveva 12 anni) anche sotto il profilo religioso, poichè i Giudei erano in attesa della venuta del Messia, e Giuseppe, possiamo dimostrarlo, riportò l’evento spiegando chi era il “Messia” che incitava i Giudei a rivoltarsi contro il dominio romano:

 

“Quello che maggiormente li incitò (i Giudei) nella sovversione fu un’ambigua profezia, ritrovata nelle Sacre Scritture, secondo cui, in quel tempo, uno proveniente dal loro paese sarebbe divenuto il Dominatore del Mondo … così alcuni Giudei interpretarono i presagi come a loro faceva piacere, altri non li considerarono”.

 

Questa testimonianza sul Messia "Dominatore" - ravvisato poi (nel 67 d.C., dopo la sua cattura) dallo storico ebreo in Vespasiano (Bellum VI 310/315) - entrava in contrasto con il Messia gesuita “Salvatore del Mondo evolutosi dalla riforma degli Esseni a seguito dell'olocausto giudaico, prima del quale avevano profetato l'avvento di un Messia cosiffatto nel frammento di Qumran (4Q246):


"Egli sarà chiamato il Figlio di Dio: essi lo chiameranno il Figlio dell'Altissimo. Il Suo regno sarà un dominio eterno ... il popolo di Dio si leverà e fermerà tutti con la spada".


E' facile capire perché gli Esseni sentirono la necessità di trasformare il "Dominatore" in un "Salvatore", dopo lo sterminio etnico subito dai Giudei da parte di Roma, in quanto il Messia atteso "in quel tempo" dagli Ebrei non riuscì a fare strage di "Kittim" romani. Inoltre, se fosse esistito un Gesù Cristo "Salvatore del Mondo" a guisa dei vangeli canonici o del "Testimonium Flavianum" - falsamente accreditato a Giuseppe Flavio da Eusebio di Cesarea tre secoli dopo - lo storico avrebbe dovuto riferirlo contrapponendolo, ideologicamente, al “Dominatore del Mondo”. Un particolare, questo, opportunamente valutato dall'impenitente falsario Vescovo Eusebio che provvide subito a "fagocitare" nella dottrina cristiana la profezia ebraica di Giuseppe sul "Dominatore del Mondo" riferendola a "Gesù Cristo" (HEc. III 8,11) ... ma tenedosi alla larga dal "Christo" di Svetonio.  

 

Ecco spiegato perché gli scribi cristiani, successivamentesi vedranno costretti ad eliminare questa testimonianza dellebreo a partire da Eusebio, il quale, nella sua "Historia Ecclesiastica", non riportò la persecuzione di Claudio nei confronti dei Giudei: sapeva che quell'evento, riferito da Svetonio e Giuseppe Flavio, informava su un "Cristo" ideologicamente pericoloso perchè in contrasto con quello della Chiesa.

Eusebio ignorò addirittura gli "Atti degli Apostoli", i quali narrano della persecuzione rapportandola indirettamente a san Paolo (per creare prove sulla sua esistenza) ma "sorvolano" su quel "Christo" evitando di mettere il dito nella piaga della dottrina. Con l'identico fine gli storici clericali odierni, non trovando altri appigli, ad iniziare dalla docente cattolica Marta Sordi, hanno scelto di far passare da scemo lo storico presbitero cristiano, Paulus Orosio, per aver riferito il brano sopra citato su Christo e i Giudei nella sua opera ... voluta da sant'Agostino.

E pensare che sino a qualche anno fa tutti gli esegeti cristiani, fra cui la stessa Sordi, con protervia, ostentavano il brano di Svetonio come prova inconfutabile dell'esisteza del loro Gesù Cristo "Agnus Dei" ... ma, le analisi degli storici atei, evidentemente, hanno colpito nel segno raggiungendo lo scopo di fare venir meno la loro sicumera.

 

“Christo” è il nome greco di “Christòs” traslitterato in latino in maniera errata (come già evidenziato l’accostamento “Christo e Giudei” non lascia dubbi che si trattasse di "Christòs", il Messia ebreo) e contraddice il “Christus” in latino corretto di Tacito … ma, era di Tacito?

Svetonio fu Segretario dell’Imperatore Adriano e addetto agli Archivi Imperiali; egli scrisse in latino “Vita dei Cesari” intorno al 120 d.C. Questo particolare induce pensare che i “latini” di Roma, a quella data, non conoscevano la dizione latina corretta di “Christus” … tanto meno “Iesus Christus”.

Poiché Tacito scrisse “Annales” alcuni anni prima di “Vita dei Cesari” redatti da Svetonio, la sua “precisione” della forma letteraria di “Christus”, dimostra che fu introdotta da unapia mano molti secoli dopo. Per inciso: il “Christo” di Svetonio (come giustamente riferisce Orosio) è sincero, mentre il “Christus” di Tacito no!

Infatti Svetonio, in qualità di Segretario degli Archivi Imperiali, lesse Tacito pertanto, se dagli “Annales” (come a noi risulta oggi nel XV libro) avesse saputo che “Christus” fu ucciso sotto Tiberio (morto nel 37), si sarebbe sentito in obbligo di chiarire chi potesse essere quel “Christo” che nel 49 d.C. fu istigatore delle sommosse giudaiche …

No! Quando Svetonio lesse gliAnnales non vi trovò lepisodio del cap. 44 del XV libro, così come ci è stato tramandato dai pii copisti, desiderosi di creare testimonianze su “Gesù” e i suoi màrtiri a partire dal I secolo.

Peraltro, stando al Codex Laurentianus MS 68 II, così come a noi pervenuto, ancor più stridente è il "silenzio" di Tacito sul decreto di Claudio del 49 d.C. avverso i Giudei. Come si spiega che lo storico latino, dopo averci informato del già riferito provvedimento di Tiberio avverso i Giudei, risalente al 19 d.C., abbia "dimenticato" l'analogo atto di Claudio dovutamente registrato negli Archivi Imperiali e negli Atti del Senato? La risposta è semplicissima: la cronaca tacitiana fu censurata dai copisti cristiani consapevoli della contraddizione implicita in un "Cristo" (Messia) ucciso sotto il principato di Tiberio, il quale morì il 37 d.C., ed un altro "Cristo" (Messia) che istigava i Giudei (non i cristiani gesuiti) a ribellarsi sotto Claudio nel 49 d.C. E' evidente che, ammettendo l'evento in ipotesi, Tacito si sarebbe sentito in obbligo di chiarire ... una assurdità senza alcun senso.

Chiunque intende manomettere la storia faccia molta attenzione e si accerti, prima di alterare qualsiasi vicenda reale, delle molteplici "ricadute" su tutti i fatti interconnessi e conseguenti. Svetonio non si limitò a leggere solo Tacito ma, spinto dalla seconda guerra giudaica avviatasi in Alessandria d'Egitto sotto Traiano, per conoscere le motivazioni che spingevano gli Ebrei a ribellarsi continuamente, lesse anche Giuseppe Flavio (cfr Vesp. 5) ma non vi trovò scritto il "Testimonium Flavianum" (sarà inventato da Eusebio di Cesarea nel IV secolo), che riferiva l'Avvento di Cristo e la Sua fine in croce, con tanto di "nome e cognome": Gesù Cristo.
Ne consegue che, nel I secolo, il "Christo impulsore" dei moti giudaici sotto Claudio, riferito da Svetonio, poteva essere soltanto il "Messia" ebraico dell'Attesa ancora senza nome ... non il Messia "Gesù" dell'Avvento.
Alle eminenze grigie ecclesiastiche non rimase che ordinare agli amanuensi di modificare il titolo divino "Christo" giudaico del brano svetoniano (inteso come "Messia") nel comune aggettivo greco "chresto" che vuol dire "buono".
 

Tacito, Plinio il Giovane, Svetonio e Traiano erano contemporanei e al vertice dello Stato imperiale romano, pertanto, non sono accettabili rapporti scoordinati su quel “Cristo”, che si ignoravano l’un l’altro, al punto di sottacere il grave episodio dell'eccidio neroniano.

Com’è possibile che Svetonio, quando scrisse “Vite dei Cesari”, non abbia connesso il Christo del 49, quello attestato da un costernato ma sincero Orosio, allincendio di Roma? E perché lo storico gesuita Orosio non sapeva del martirio di massa di Cristiani ordinato da Nerone? Svetonio, segretario degli Archivi Imperiali sotto Adriano, nel 120 d.C., non poteva trascurare, né la vicenda storica, né gli “Annales” già scritti da Tacito, che considerava suo maestro, pochi anni prima.

Per contro, com’è possibile che Tacito, al termine dell’incendio di Roma del 64, quando gli scribi falsari gli fecero testimoniare che “Christus” fu ucciso sotto Tiberio (l’Imperatore morì nel 37), non sapesse che lo stesso fu il promotore dei moti giudaici nel 49, causa del decreto d’espulsione? Perché Tacito non riferisce questo episodio, avvenuto realmente e conosciuto dai suoi genitori o amici più anziani?

Esiste solo una risposta a queste contraddizioni: la vera cronaca di Tacito sulla persecuzione dei Giudei nel 49 d.C. "impulsore Christo", sotto Claudio, doveva essere censurata dai copisti cristiani nel manoscritto laurenziano 68 II, come risulta. Essa entrava in contrasto con laltracronaca”, interpolata nel passaggio mirato su Cristo e Pilato, finta ma molto più importante ai fini della testimonianza cristiana: il martirio dei cristiani gesuiti perpetrato da Nerone riferiva che Cristo era stato giustiziato sotto Tiberio che morì nel 37 d.C.

Non è un caso se nessuno dei "Padri della Chiesa" riferì la testimonianza di Svetonio, ad eccezione di Orosio, il quale affermò, esterrefatto, che anche Giuseppe Flavio la riportava ... senza aggiungere altro perché vi lesse che i Giudei erano spronati nei moti insurrezionali convinti dalla profezia che sarebbe giunto il Messia "Dominatore del Mondo": un condottiero divino che li avrebbe guidati nella guerra di distruzione dei "Kittim" romani e liberato per sempre la terra d'Israele dal loro dominio.


 

Ma … ancora non basta

 

In quei fatidici giorni di Luglio del 64 d.C., mentre il fuoco, inesorabilmente, divorava la Capitale del Mondo, un giovane “testimone”, aitante e di belle speranze, si allontanava correndo dal “Palazzo” per sfuggire alle fiamme che avanzavano minacciose.

A volte si dice “guarda caso!”… Beh ... il caso successe veramente: il giovane in questione era il “Testimonium” per eccellenza:… Giuseppe Flavio!

Nella sua autobiografia, (Bio. 3,13-16) lo storico sacerdote fariseo, ebreo conservatore, racconta che alla fine del 63 d.C., allora ventiseienne, su mandato del Sinedrio di Gerusalemme, si recò a Roma a perorare, presso l’Imperatore in persona, la liberazione di altri sacerdoti là inviati, in stato di arresto, dal precedente Procuratore di Giudea, Antonio Felice, per giustificarsi da accuse risibili, e si trattenne nell’Urbe sino a circa la metà del 65 portando a termine la missione affidatagli dopo che riuscì a far liberare i sacerdoti e …ottenuto da Poppea non solo questo beneficio, ma anche grandi favori, me ne tornai in patria. Giunse a Gerusalemme tra fine 65 inizio 66 d.C. e … “vi trovai i primordi delle agitazioni rivoluzionarie”.

 

Sì, nel 64 e prima fase del 65 d.C., Giuseppe era a Roma e avrebbe dovuto vedere lincendio e il martirio di una ingente moltitudine di cristiani avvenuto fra cumuli di macerie riarse.

Solo che il “Testimonium” non ne parla. Niente. Né di incendio, né di martirio, né di rovine riarse. Lui riferisce soltanto quello che vi abbiamo detto in poche righe. Lo storico descrive, dettagliatamente, Nerone anche in “Antichità Giudaiche” e in “La Guerra Giudaica”… ma di questo episodio, gravissimo, non fa alcun cenno, pur essendo stato ospitato nella corte da Poppea.

Riflettiamo un momento: sappiamo che l’incendio è avvenuto, essendo troppi gli storici d’epoca che lo citano e i reperti archeologici lo confermano; quindi è scontato che l’ebreo lo abbia visto e ne sia rimasto sconvolto. Un fariseo filo romano ha avuto l’occasione di andare, personalmente, a visitare “la capitale del mondo”, di conoscere dal vero la potenza imperiale, i palazzi degli uomini che dominavano e governavano la terra, l’organizzazione militare, il foro, i monumenti, i templi, i giochi, il circo, i giardini, il Cesare, e … i resti inceneriti della metropoli distrutta dal fuoco ma … nella memoria di quel viaggio non risulta nulla di tutto ciò.

 

Non torna! No, proprio non torna! Proviamo a sentire cosa dicono “gli storici spiritualisti” nel loro “Congresso”… sì, ne parlano: il silenzio di Giuseppe, sui màrtiri cristiani e sull’incendio, per loro è “ininfluente”! Come, ininfluente?… No! Stanno mettendo le mani avanti, hanno paura di cadere … ora iniziamo a capire: dietro tutto c’è … l’Abate Priore Mistico.

Lui, il Grande Abate Prior, leggendo la “Autobiografia* dell’ebreo, quando arrivò a questo capitolo che parlava dellincendio senza citare il màrtirio dei cristiani, capì le gravi implicazioni che ciò avrebbe comportato: diversamente da tutti gli storici che non avevano parlato del martirio correlato all’incendio, Giuseppe era un Giudeo che veniva dalla terra dove stava dilagando il cristianesimo, la rovinosa superstizione e come tale veniva chiamato in causa direttamente.


* I manoscritti che ci hanno trasmesso "Autobiografia" (Bios) vennero copiati dagli amanuensi ad iniziare dall'XI secolo, vale a dire alla stessa datazione del Codex Laurentianus MS 68.2 degli "Annales" di Tacito la cui falsificazione comportò, gioco forza, la censura di alcuni brani del terzo capitolo di Bios afferenti la permanenza a Roma del sacerdote ebreo durante l'immane incendio del 64 d.C. Parimenti, le date delle trascrizioni più antiche di tutti i resoconti storici di Giuseppe Flavio e Cornelio Tacito insieme, risalgono all'XI secolo: la coincidenza dimostra che la decisione del Clero fu concordata dai più alti gradi gerarchici, previo gli accorgimenti intesi a salvaguardare le "verità" della "tradizione sacra". A tal fine venne trascritto il testo di "Antichità Giudaiche" contenente, per la prima volta, i Libri dal XVIII al XX: il Codex Ambrosianus F 128, ovviamente con inserito il falso "Testimonium Flavianum" e il "detto Cristo" aggiunto a "Gesù, fratello di Giacomo". I codici trascritti ex novo in epoche successive, beninteso in coerenza, riportano tutti le medesime falsificazioni.     

 

Se Giuseppe, veramente, avesse assistito allo spettacolare martirio dei “cristiani” - nome che lui, a conoscenza del greco, intendeva “messianisti”, seguaci di un Messiagià venuto, l’Eletto di Yahwhe, il cui “Avvento” fu annunciato dai Profeti … fondatore di una nuova religione, originatasi nella sua terra - come sacerdote giudeo, avrebbe scritto, scritto, e ancora scritto … molto più che il “Testimonium Flavianum”…

Il “Grande Martirio” doveva essere la “Grande Testimonianza” che lui, Abate Priore Mistico Depositario della Verità della Fede Cristiana, aveva fatto rendere a Tacito, lo storico più accreditato di tutto l’Impero! … Ma poi? Cosa ne avrebbero dedotto, un domani, gli storici dal resoconto autobiografico di un sacerdote giudeo, innocente testimone del solo incendio? … No, nessuna logica avrebbe potuto giustificare due testimonianze così contraddittorie fra loro: quella di Tacito sui “cristiani” seguaci di un “Messia” e il silenzio del giudeo Giuseppe sui màrtiri ardentidi Roma seguaci del Messia che lui e il suo popolo stavano aspettando.

 

E questo ancora era niente. Sempre lui, Abate Priore Massimo, sapeva che l’altro “Santo Episcopo, Eusebio di Cesarea, Venerabilissimo Padre della Fede Cristiana”, prima di lui aveva inserito in “Historia Ecclesiastica” il “Testimonium Flavianum” che parlava di “Gesù Cristo”… ma, dopo un martirio di “messianisti” così clamoroso e spettacolare, unaltra testimonianza su quel Messiagiudeo, additittura "Figlio" dello stesso Yahweh, ed i suoi seguaci crocifissi in Roma, era dobbligo, ma avrebbe dovuto essere … molto, troppo, più impegnativa.

Testimonianza? Perché testimonianza?! … Sotto la tortura, non testimonianza! Lui, come Giudeo, proveniente dalla terra dove si era generata la rovinosa superstizione, sarebbe già stato "cristianizzato" e come “infiltrato” nel Palazzo, lo avrebbero preso e, prima torturato e poi crocifisso, anche lui, insieme a tutti gli altri “cristiani” messianisti, compresi i sacerdoti che erano in prigione; nondimeno … in tal caso, le opere dell'ebreo non sarebbero giunte sino a noi

 

A questo punto, l’Abate Priore Mistico, con le mani tremanti, la fronte imperlata di sudore, decise che la cosa più saggia, per evitare brutte sorprese “storiche”, era … di togliere il capitolo dell’incendio di Roma da tutte le opere dellebreo e, di “conservarlo” nell’inceneritore, cioè di renderlo ininfluente … come dicono gli storici baciapile odierni, convinti che il mondo sia pieno di creduloni: “ininfluente”, è ovvio.

E, no! Altro che ininfluente. Se Giuseppe, come giudeo, poté scrivere le sue opere, vuol dire che non ci fu alcun martirio di cristiani, a Roma, nel 64 d.C., anche se, sappiamo, i “beati poveri di spirito” dovranno rileggersi questo capitolo una dozzina di volte per capirlo … forse.

 

ma, ancora non basta

 

Parte III: sintesi

 

Un’altro particolare accomuna gli scritti dei due storici e riguarda sia il “Testimonium Flavianum” che questo capitolo degli “Annales”: entrambi sono interpolazioni inserite cronologicamente in maniera errata.

Ora osserviamo nei particolari l’incendio di Roma avvenuto nel Luglio del 64 d.C. descritto nel XV libro. I capitoli interessati vanno dal 38° al 44°.

Il 38°, 39° e 40° descrivono l’enorme catastrofe e il dramma della popolazione in modo realistico, particolareggiato ed efficace, quasi fosse un evento vissuto da Tacito; quelli dal 41° al 43° parlano della ricostruzione di Roma e la edificazione della Casa Dorata” (Domus Aurea) di Nerone, ed infine, ma dopo, il capitolo del martirio e la testimonianza su Cristo e Pilato: il famoso 44° controverso.

La capitale dell’Impero, all’epoca, contava circa un milione di abitanti distribuiti in quattordici rioni (regiones urbis) di cui dieci finirono quasi interamente distrutti.

Lo storico, alla fine del 38° capitolo, riferisce che l’immane trappola di fuoco non fu accidentale, ma voluta, e coloro che appiccavano il fuoco con le torce gridavano che avevano ricevuto lordine". Alla fine del 39° leggiamo:

Si era sparsa la voce che, mentre la città era in preda alle fiamme, (Nerone) era salito sul palcoscenico del Palazzo a cantare la caduta di Troia, paragonando a quell’antica sciagura il disastro attuale”;

e nel 40° vengono ribadite le dicerie che accusano Nerone di avere voluto l’incendio per cercare la gloria di fondare una nuova città e darle il suo nome”; poi, nel 41°, valutazione dei danni; successivamente, nel 42° e 43°, edificazione dellaDomus Aurea e ricostruzione di Roma.

Siamo arrivati al 44° capitolo e rileggiamo:

 

“Ma nessun mezzo umano, né largizioni del principe o sacre cerimonie espiatorie riuscivano a sfatare la tremenda diceria per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Per far cessare queste voci, Nerone inventò dei colpevoli…”.

 

Si è già capito come andò. Il copista amanuense (era un artista e sappiamo come sono gli artisti) si fece uno spinello d’incenso di troppo e dimenticò la raccomandazione che l’Abate Priore Mistico gli aveva ripetuto cento volte:


Fai attenzione fratello … non ti distrarre e rispetta, tassativamente, la cronistoria; pertanto, questo capitolo inseriscilo subito dopo il 40° perché lì si citano le ultime dicerie; occhio! E’ un passo molto importante, e se lo metti in fondo, dopo la ricostruzione, si capirebbe che è passato troppo tempo e le “dicerie”, che devono rappresentare il movente del principe per martirizzare i Cristiani, non avrebbero più senso, e tieni presente che il “Nero” muore nel 68. Hai capito? Vai! Datti da fare … ah, un  momento, quando hai finito portami il manoscritto originale di Tacito che ci penso io a conservarlo … come tutti gli altri”.


L’abatino fece tutto quello che gli disse l’Abate Priore: gli riportò l’originale e questi lo “conservò” subito nell’inceneritore; solo che l’amanuense, avendo capito fischi per fiaschi, inserì il brano “dopo il 43°” anziché il 40°, così oggi leggiamo che il Nerosoffoca una diceriaormai sbollita da anni necessari a ricostruire Roma. L’interpolazione incollata dopo la ricostruzione “obbliga” il Principe a fare un supplizio “a freddo” … che non ha più senso, se non per la spettacolare testimonianza dottrinale.

 

Il vero significato di questo anacronismo saremo in grado di spiegarlo, dettagliatamente, più avanti, con ulteriori informazioni storiche, consapevoli, sin d’ora, che la ricostruzione non poté avvenire prima di due o tre anni.

Come vedremo, nel 66 d.C. si metteranno in moto avvenimenti di una valenza tale che, ad iniziare dalla guerra giudaica, sommati alle conseguenze economiche causate dall’incendio, porteranno alla caduta di Nerone. Vicende che non risultano riportate negli “Annales” di Tacito: svista di gravità estrema che si spiega solo con la censura praticata, molti secoli dopo, dai copisti attenti a non lasciare tracce che permettessero di individuare nessi o correlazioni storiche, pericolose per la credibilità della persecuzione dei cristiani a seguito dell’incendio ... al punto di "portare alla luce" il Codice tacitiano, proveniente dall'Abbazia di Montecassino, ricopiato ma "tagliato" nella cronistoria in maniera mirata. E' doveroso da parte nostra rimarcare questa importante considerazione perché un Padre, Dottore della Chiesa veramente esistito nel IV secolo, san Girolamo Sofronio, in una delle sue opere "Commentarium in Zachariam" (3,14) giunta sino a noi con questa testimonianza sfuggita ai futuri censori cristiani della storia, riferì:


"Cornelio Tacito stilò trenta rotoli manoscritti sulla vita dei Cesari, dalla morte di Augusto alla morte di Domiziano".


Una informazione, confermata da Tacito (cfr. Annales XI 11), di importanza tale che, al fine di acclarare l'epurazione delle opere tacitiane, ci impone di proseguire nell'indagine perché dalla lettura di tutti i lavori di Girolamo non risulta alcun riferimento ai màrtiri gesuiti crocefissi a Roma da Nerone a causa dell'incendio del 64. Basta scorrere la lunga lista dei primi eroi, fondatori del cristianesimo primitivo, le cui vite furono riportate dallo stesso Girolamo in "De viris illustribus", per accertarsi che, tranne "Giacomo il Maggiore", nessuno degli immaginari Apostoli ed evangelisti risulta essere stato "martirizzato" entro il 64 d.C.: sono tutti morti dopo tale data. Poiché il "Codex MS 2 Q Neoeboracensis", che ci ha tramandato il "De viris illustribus", è datato alla seconda metà del IX secolo, cioè antecedente al "Codex Laurentianus MS 68.2" degli Annales di Cornelio Tacito, datato all'XI secolo, ecco spiegata l'enorme contraddizione conseguente alla adulterazione del lavoro del famoso storico latino, il cui titolo originario era "Annalium ab excessu divi Augusti libri triginta". E possiamo scommettere che san Girolamo non si limitò a contare i trenta rotoli, al contrario, li lesse con molta attenzione appunto per verificare l'esistenza dei primitivi Cristiani ... gesuiti. Ma non vi trovò cronache che potessero accertare l'esistenza di seguaci del Redentore ebreo, Figlio di Dio. E dopo Girolamo, con identico scopo, chissà quanti altri custodi delle "verità" della Fede avranno letto i rotoli di Tacito, invano ... infine hanno scelto di distruggerli dopo averli copiati, previa censura di alcuni Libri e brani, compromettenti, al punto che avrebbero dimostrato l'esatto contrario. A proposito di inganni, ricordiamo agli esegeti odierni che si accingono a catechizzare la storia: fate molta attenzione e accertatevi, prima di alterare qualsiasi vicenda reale, delle molteplici "ricadute" su tutti i fatti interconnessi e conseguenti.


Come il goffo tentativo, intrapreso dallo stesso Girolamo, laddove in "De viris illustribus" Cap. I, per colmarne il vuoto storico "testimoniò" l'esistenza ed il martirio di san Pietro, così:

"Simone Pietro, figlio di Giovanni, nato a Betsaida in Galilea (falso: Betsaida era in Gaulanitide, non in Galilea. Vedi VIII studio), e Capo degli apostoli ... durante il secondo anno dell'Imperatore Claudio (42 d.C.), si portò a Roma per debellare Simone mago. Ivi Pietro occupò la cattedra episcopale (fu Vescovo di Roma) per venticinque anni, fino all'ultimo anno di Nerone, vale a dire fino al quattordicesimo anno del suo regno (68 d.C.). Sotto di lui fu crocefisso con il capo all'ingiù e i piedi rivolti verso l'alto".

In "De viris illustribus", ancora san Girolamo volle "testimoniare" anche il martirio di san Paolo al Cap. V:

"Nell'anno quattordicesimo di Nerone (68 d.C.), nel medesimo giorno del martirio di Pietro, Paolo fu decapitato a Roma per la sua fede in Cristo".

Dalle due biografie inventate si ricavano le seguenti contraddizioni:

- Paolo di Tarso scrisse una lettera rivolta "ai Romani" della Chiesa di Roma senza sapere che ne era "Vescovo", dal 42 al 68 d.C. il suo collega apostolo san Pietro, quindi si prova la falsità delle biografie dei due Capi cristiani, beatificati con tanto di reliquie;
- Se Nerone avesse ordinato il martirio dei Cristiani, accusati di aver incendiato Roma nel 64 d.C., i primi ad essere giustiziati, con tremende torture, sarebbero stati Pietro e Paolo, appunto in quanto i due erano Capi della "rovinosa setta malefica cristiana", come definita da Tacito. Fatto ovvio, che però non risulta essere avvenuto.

La Chiesa, per prima, è consapevole di questa assurdità, quindi prova a "cavarsela" lasciando indefinita la data di morte dei due principali apostoli, compresa fra il 64 ed il 67 d.C., evitando accuratamente di spiegare il movente di questa incertezza per non evidenziarne le incompatibilità ... ben conosciute dalle sottili menti Vaticane. Ecco il motivo che viene deliberatamente celato dagli esegeti del Clero.
Questi ultimi sanno benissimo che la testimonianza di Girolamo, come abbiamo visto, è stata trascritta il IX secolo dagli amanuensi nel "Codex
MS 2Q Neoeboracensis", vale a dire due secoli prima degli amanuensi che trascrissero il "Codex Laurentianus MS 68.2". Così facendo, gli scribi falsari di questo Codice, inventando la tortura di massa dei Cristiani addebitata a Nerone, senza rendersene conto hanno contraddetto la precisa datazione della morte degli apostoli Pietro e Paolo, riferita da Girolamo, costringendo la Chiesa odierna dover ricorrere al sotterfugio di allargare la forbice cronologica della loro ipotetica fine, ma senza poter eliminarne la grave contraddizione che, inevitabilmente, sconfessa anche le finte reliquie dei due "santi apostoli" ... mai esistiti né morti.        


Ma ancora non basta

 

Ci sono contraddizioni ideologiche, molto gravi, che dobbiamo definire. Proviamo a metterci nei panni di quel milione di Romani di allora … anzi, ammettiamo per un momento che, nella Roma di oggi, degli energumeni, agli ordini di un “potente” psicopatico, incomincino ad incendiare le case della gente (anche quelle dei credenti), e immaginiamo quali potrebbero essere le reazioni (anche quelle dei credenti) nel sentirsi dire stiamo eseguendo un ordine: innanzi tutto gli “esecutori di ordini” verrebbero immediatamente cotti alla brace (anche dai credenti) e, subito dopo, si scatenerebbe una guerra civile contro il “Palazzo” dello psicopatico.

Stabilito ciò, ci sorgono dubbi atroci e …

 
La prima domanda è: perché un milione di Romani permisero, senza reagire, come inebetiti, che degli uomini incendiassero le loro case provocando migliaia di morti nelle trappole di fuoco create, contemporaneamente, in molti siti per impedire le vie di fuga?…
 

La seconda domanda è: perché, alla fine del capitolo 44°, dopo aver organizzato lo “spettacolo” e “l’ingente moltitudine” di cristiani ardeva sulle croci per illuminare la scena, il “Nero”, vestito da auriga, se la spassava tranquillamente, non protetto dalle guardie pretoriane, in mezzo al popolo, senza che la plebe si vendicasse del male sofferto facendo arrostire lui, il Principe?

Eppure, “la diceria” popolare, che lo accusava come responsabile, appare ancora (sic!) esplicita nel capitolo 44°.

 
La terza domanda è: se una massa di gente è convinta che il “Cesare” ha bruciato le loro case e i propri cari, come è possibile farla ricredere inventandosi dei colpevoli? Un milione di Romani ha provato sulla propria pelle le conseguenze del fuoco e della devastazione, sa chi è il colpevole … e lui cosa fa? Prende una ingente moltitudine di loro, li incolpa, li crocefigge e tutto finisce con un bel baccanale “ardente”…

Chi ha scritto questo è un tarato mentale! Lo scriba falsario non ha riflettuto che fra le case bruciate vi erano anche quelle di una ingente moltitudine di cristiani e questo particolare, non solo li avrebbe assolti dall’accusa inventata contro di loro, ma avrebbe promosso la solidarietà popolare in loro favore; anzi sarebbero stati il popolo”, e Nerone, attaccando loro, avrebbe nuovamente attaccato il popolo di Roma dopo avergli già distrutto le case … No! Non torna!  Cosa aspettava quel popolo a reagire? … Qualora fosse vero quanto descritto nel cap. 44°.

 
La quarta domanda verte sul dilemma basilare di “chi” avrebbe dovuto eseguire un ordine simile, piuttosto su “chi” l’avrebbe dato. Gli storici mistici, da sempre, si arrovellano per risolvere questo problema. Hanno dovuto scartare i militari, perché non avrebbero mai eseguito l’ordine di attaccare e distruggere Roma, ordine a cui si sarebbero ribellati e, anche ammesso (per assurdo) fosse avvenuto, tutti gli storici lo avrebbero riportato. Inoltre, la conseguente guerra civile popolare contro il “Palazzo” sarebbe avvenuta comunque e, sia Tacito che gli altri scrittori lo avrebbero riferito: ma niente di tutto questo risulta dalla storia.

E allora, cosa studiare ? … Semplice: riprendere una “diceria” di Svetonio (Nero 38); un brano così confuso che è doveroso dichiararlo manomesso perché in esso risulta edificata la “Casa Dorata” (Domus Aurea) prima dellincendio. Lì si parla di “cubicularii”, cioè camerieri! … sì: i “servi di camera” e, secondo gli esegeti contemplativi ispirati, andò così …


Una mattina di Luglio del 64 (molto tardi), ad Anzio, il “Nero”, dopo una notte di bagordi, si sveglia e incomincia a studiare come passare il tempo. Sbadiglia, é profondamente annoiato, viziato, ha provato tutte le sensazioni possibili e non sa cos’altro inventarsi … Dopo essersi grattato la “capoccia” una ventina di volte, all’improvviso, gli si accende una torcia nel cervello … Sì, a quei tempi non c’erano le lampadine …e questo fu la sfortuna di Roma.

Lui, con le torce, poteva risolvere tutti i problemi: avrebbe distrutto la città che, essendo poco “ellenica”, gli faceva schifo. L’avrebbe ricostruita, a tempo di “record” e, dopo aver fatto ricadere la colpa sui cristiani, li avrebbe “accesi” crocefissi; ultimo ritrovato tecnologico per illuminare le nuove opere di urbanizzazione, “mox” (subito dopo) la fine dei riti propiziatori e di ringraziamento agli Dei previsti dall’inaugurazione.

Sì, la giornata prometteva bene, batté le mani e chiamò deciso: « cubicularii » e, ancor più imperioso:«cubicularii!». Subito entrarono i camerieri e si inginocchiarono dicendo: « comanda Divino Cesare ». E il Nero: « Prendete torce e stoppini e andate a incendiare Roma !»…!?! « Ma, Cesare … hai detto di mettere a fuoco l’Urbe ? » … « Sì, e sbrigatevi, che stanotte voglio vedere le lingue di fuoco alte fino in cielo » … « Ma, se i romani fanno obiezione, cosa diciamo? » … « Ditegli che siete stati autorizzati! » … e loro: « Ah … beh, se è così, eseguiamo ».

 
E così fecero … con un particolare che, quando poi avvenne il martirio, Tacito non notò: fra la “ingente moltitudine” di croci ve n’era una infissa capovolta: quella di Simone Pietro, Vescovo di Roma. Questi, infatti … evaso di prigione con l’aiuto di un angelo, dopo aver:
 

“miracolato un cane, facendolo parlare con voce umana in latino ciceroniano”; “risorgere un’aringa affumicata facendola sguazzare in una piscina natatoria”; “sconfitto il Mago Simone, detto l’Angelo di Satana, facendolo schiantare al suolo in una gara di levitazione”

 
(Atti di Pietro 9,2 e 13,1 - lettura evangelica che raccomandiamo ai beati credenti per rafforzare la propria Fede nel “magnificare la Gloria del Signore”) ... Pietro, infine, dopo aver incontrato per strada “Gesù”, nuovamente risorto e, come nulla fosse accaduto (troppe resurrezioni erano diventate noiose), gli disse: “Domine, quo vadis?” ... proseguendo, comunque, senza neanche salutarlo. Ultimata la missione assegnatagli da Cristo in questo mondo, su consiglio del suo amico Eusebio di Cesarea (HEc. III 1,2), in qualità di 1° “Papa”, chiese, ufficialmente, al “Nero”, di crocifiggerlo a testa all’ingiù, poiché la sua umiltà gli impediva di paragonarsi a Gesù. Cosa che quel tarato mentale del Principe approvò subito per verificare l’effetto scenografico di una croce capovolta accesa.

Ma non gli bastò: alcuni istanti prima di issare la croce fece chiamare Caravaggio e Michelangelo, fra i più grandi pittori di sempre, e ordinò loro di riprendere la scena di quell’esperimento fatidico per tramandarlo ai posteri.

Questa è la ricostruzione scientifica ufficiale dei fatti riportata nel verbale d’assemblea, sottoscritto alla unanimità nel Congresso degli storici spiritualisti in piena crisi mistica, che abbiamo trafugato segretamente.

Ah, c’è anche una nota con scritto “classificato” ma, con l’impegno di non dirla a nessuno, la passiamo ugualmente:

 
“evitare di parlare dell’accusa di Padre Tertulliano a Nerone (Apologetico 5,3): lui incolpa il “principe” di aver perseguitato i “cristiani” con la spada, senza parlare di crocifissioni ardenti imputabili all’incendio e senza riportare il particolare di Ponzio Pilato e di Gesù Cristo. Stiamo molto attenti a non entrare in questo dettaglio perché, oltre a sconfessare “l’ingente moltitudine di cristiani crocifissi”, dimostra che il cap. 44 nel libro XV degli Annalesdi Tacitonon era ancora stato interpolato quando, nel X secolo, gli amanuensi inventarono l'Apologetico.

 

La quinta domanda che poniamo agli esegeti mistici contemplativi è: di tutti gli scrittori che narrano l’incendio di Roma, perché solo Tacito lo collega allo spettacolare martirio?

Noi sappiamo che i tre storici, Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, si conoscevano. Plinio il Giovane era amico di Svetonio e questi, a sua volta, come Segretario degli Archivi Imperiali sotto Adriano, aveva letto gli Annali … allora, perché, dei tre, solo Tacito ha trasmesso ai posteri un evento così eccezionale come la grande crocefissione dei cristiani “ardenti”, incolpati di aver incendiato l’Urbe? Una vicenda di tale gravità era d’obbligo venisse riportata, oltre da loro tre, anche da tutti gli scrittori del I secolo e successivi, ad iniziare da Plinio il Vecchio (Nat. His. XVII 1,5), Svetonio (Nero 38) e Cassio Dione (Storia Romana LXII 16,18), i quali riferiscono dell'incendio incolpando Nerone ma ignorano l'olocausto di cristiani ardenti.

 
La fantasia dimostrata nell’inscenare il macabro spettacolo è derivata dall’esigenza maniacale di ricorrere al “martirio”: il messaggio di “testimonianza storica” doveva essere trasmesso col sangue arrostito; una “psicosi da esaltazione spirituale cruenta” che dimostra una mentalità incapace di pensare ad altro che il “sacrificio rituale di massa” per attestare la presenza di numerosi cristiani gesuiti, nel I secolo, addirittura nella capitale dell’Impero.

E perché, solo per voi, storici genuflessi (e siete rimasti in pochi), quel martirio è così necessario? Mentre, per un semplice credente, pur sapendo che quel martirio non avvenne, il suo credo non verrebbe intaccato … perché vi ostinate a sentire il bisogno che Nerone abbia messo sulla griglia “una ingente moltitudine di cristiani”?

Anziché rilassarvi, sapendo che non vi furono innocenti cristiani con i corpi straziati e dilaniati dalle fiamme, perché, la semplice ipotesi che ciò non avvenne la rigettate come se vi dispiacesse? Riempite le vostre relazioni di latinismi, ostentate un profondo sapere del “diritto” della Roma imperiale e dei suoi storici, che citate connettendoli agli “Atti”, ai “Vangeli”, alle “lettere”, ai “Padri apostolici” e ai “Padri apologisti”, in modo talmente confuso e dogmatico che non ci si capisce nulla.

 

Sciorinando le vostre dotte conoscenze, in questo modo, dimostrate di usarle come “scudo”; i fatti sono semplici, naturali, ma voi la buttate sul difficile e, dopo il vostro, fate in modo di “raggrovigliolare” il cervello della gente “dolciotta” che vi ascolta … pur di non rispondere alla semplice domanda che, da sempre, vi viene rivolta: perché, fra tanti storici, solo Tacito riferì di quel grande e spettacolare martirio? … Possibile che non siate sfiorati da un minimo dubbio? … Possibile che non sentiate il dovere, come studiosi, di valutare che il grande martirio di massa, con la testimonianza di “Gesù Cristo”, non fu riportato sui manoscritti originali di Tacito, così come il “Testimonium Flavianum” di Giuseppe?

Ciò che leggiamo oggi proviene da copie; gli originali non esistono più: si sono persi nella notte dei secoli entro i bui meandri dei monasteri, volutamente distrutti, e, questa mancanza contemporanea dei manoscritti originali di entrambi gli storici, da sola, dovrebbe obbligarvi, professionalmente, a considerare il movente ideologico religioso di parte, contenuto nei brani riportati, prima di sottoscriverli come “Storia”.

Oppure, ostentando le vostre certezze, intendete coprire, opportunamente, la semplice verità che il fedele comune neanche si immagina? … Si, voi sapete tutto e non volete che gli altri sappiano: tutte le testimonianze extracristiane del I secolo, riguardanti Gesù e sui seguaci, sono false. 

Fate come i preti di un tempo: quando qualcuno poneva loro una domanda imbarazzante … rispondevano in latino.



 

Parte IV: sintesi

 

Allora, Nerone perseguitò o non perseguitò i “cristiani”?

Svetonio dice di sì, senza collegare la persecuzione allincendio dellUrbe e, particolare decisivo, senza parlare di crocifissioni ardenti e tanto meno di Gesùe Pilato (ancora non erano stati interpolati negli Annali di Tacito).
Una volta accertata la mutilazione del manoscritto tacitiano, anche noi, lo abbiamo capito grazie a Orosio, Giuseppe Flavio e Svetonio: erano messianisti giudei sempre in tumulto in convinta “Attesa” del
Dominatore del Mondo” prescelto da Yahwhe, sicuri che li avrebbe salvati dal dominio romano.

I “cristiani gesuiti”, invece, erano così buoni che, in attesa di essere martirizzati, se ne stavano sereni e, con le mani giunte, guardavano fissi in cielo "assidui e concordi in preghiera" … ma questo al “Nero” non dava fastidio. Invece così Svetonio:

 
Furono inviati a supplizio i cristiani (messianisti non gesuiti), razza di uomini dediti a una nuova malefica superstizione(Nero 16,2).
 

Come già rilevato, neanche Svetonio, alla pari di Tacito, fu chiamato a deporre, come testimone di màrtiri gesuiti, da nessun Apostolo, “Padri apologisti” o "Vescovi", che sarebbero vissuti in quel periodo, appunto perché i cristiani erano messianistigiudei … e gli amanuensi che crearono la "tradizione" cristiana lo sapevano bene.

Giovanni apostolo non dice niente dell'eccidio di gesuiti nelle sue lettere; nemmeno Eusebio di Cesarea, nella sua “Storia Ecclesiastica”, rivendica Svetonio come testimone  dei suoi correligiosi “màrtiri cristiani”, pur essendo un fantasioso inventore di moltitudini di “beati”, tutti decisi a lasciarsi morire: arsi vivi, divorati dalle belve, flagellati, bastonati, inchiodati, lapidati … piuttosto che “ripudiare la fede nel Salvatore”.

Al contrario degli utopici “màrtiri” cristiani gesuiti, immaginati soltanto dalla futura letteratura ecclesiastica, i Giudei erano credenti poco sottomessi, molto irritabili e portati a fare sommosse … per di più, convinti di avere ragione.

In conseguenza della guerra santa contro l’occupazione romana, iniziatasi nel 66 mentre Nerone si trovava in Grecia, l’anno successivo, nel 67 d.C., il movimento messianista giudaico dette luogo a sommosse per protestare contro l’ordine dell’Imperatore di inviare le legioni romane, condotte da Vespasiano, a riprendersi quei territori della Palestina che gli Zeloti avevano liberato “salvato” nell’autunno del 66 d.C., sconfiggendo le armate del Legato di Siria, Cestio Gallo, a Beth Horon.

 

“Nerone, appena informato dei rovesci subiti in Giudea, fu colto da una segreta angoscia e mentre in pubblico affettava noncuranza e disdegno, stimando che per il prestigio dell’Impero gli conveniva mostrare disprezzo per i casi avversi, ostentava un animo superiore ad ogni calamità; ma la sua ansia interiore era tradita dalla preoccupazione. Egli valutava a chi affidare lOriente in sommossa per punire linsurrezione dei Giudei e impedire il dilagare della ribellione che aveva già contagiato i paesi circonvicini e trovò che il solo Vespasiano era all’altezza del compito…” (Bellum III 1-2).

 

“I Damasceni (di Damasco), venuti a sapere la disfatta subita dai Romani, si affrettarono a sterminare i Giudei residenti nella loro città… Alla notizia della strage, i Giudei si diedero a devastare i villaggi dei Siri e le città vicine, Filadelfia, l’Esebonitide, Cerasa, Pella e Scitopoli. Poi piombarono su Gadara, Ippo, la Gaulanitide, mettendole a ferro e a fuoco, quindi avanzarono contro Cadasa dei Tiri, Tolemaide, Gaba e Cesarea. Neppure Sebaste e Ascalona resistettero al loro assalto e dopo averle date alle fiamme distrussero anche Antedone e Gaza ...” (Bellum II 462 e segg.).

“Tutta la Siria divenne teatro di orribili sconvolgimenti; ogni città si divise in due accampamenti (Giudei contro Pagani: e i Cristiani?) e la salvezza degli uni consisteva nel prevenire gli altri. E passavano il giorno a scannarsi e a far strage degli avversari spinti dalla cupidigia, infatti si appropriavano a man salva delle sostanze della gente ammazzata e, come da un campo di battaglia, si portavano a casa le spoglie degli uccisi, e si copriva di gloria chi aveva fatto più bottino. Si potevano vedere le città piene di cadaveri insepolti, corpi di vecchi e di bambini gettati alla rinfusa, di donne senza il più piccolo indumento e l’intera provincia (di Siria) piena di orrori indescrivibili” (ibid.).

 
Ma i Giudei ne pagarono subito le conseguenze e la Storia, nella tarda primavera del 67 d.C.,  registra la stessa scena come quella riportata dallo scriba di Dio (a nome di Tacito) sulla persecuzione dei cristianiseguaci di Gesù:

 

“Al tempo in cui era stata dichiarata la guerra, e Vespasiano era da poco sbarcato in Siria, mentre dappertutto era salita al massimo la marea d’odio contro i Giudei…ad Antiochia i Giudei furono accusati di aver tramato di dare alle fiamme tutta la città in una sola notte sì che a stento fu impedito che il fuoco si appiccasse a tutta la città … il popolo non seppe contenere il furore e si scagliò contro la massa dei Giudei, convinti che per salvare la patria bisognava punirli e decretò che gli individui consegnati morissero tra le fiamme e subito quelli furono tutti bruciati nel teatro(Bellum VII 46/48).

 

Sì, proprio così, questo evento fornirà l’ispirazione della sceneggiatura del martirio “cristiano” di massa ai futuri “Abati Priori” copisti falsari … manca solo Nerone sul cocchio vestito da auriga.

E tutto ciò, come per i martiri riarsi “cristiani gesuiti”, avveniva in Antiochia nella indifferenza dell’evangelista “Giovanni” (sulla mezza età all’epoca dei fatti … se fosse esistito) e dei “Padri Apostolici”, anch’essi inesistenti testimoni per niente preoccupati del pericolo che correvano le folle antiochene cristianizzate da san Barnaba e san Saulo Paolo, in numero tale che "una folla considerevole fu condotta al Signore Gesù e ad Antiochia, per la prima volta, i discepoli furono chiamati Cristiani" (cfr. At 11,20/26).


La rivoluzione popolare del 66 d.C. fu promossa e capeggiata dai sacerdoti giudei (erano migliaia), farisei zeloti ed esseni zeloti, decisi, con una Guerra Santa, a liberare la terra del popolo di Israele dal dominio pagano. Come riferisce Tacito:

 

I Giudei assegnavano alla dignità sacerdotale il ruolo di sostenere la propria potenza.

 

Giuseppe, discendente dalla più elevata ed eccellente stirpe sacerdotale, ormai famoso per la sua impresa, essendo riuscito a liberare i sacerdoti giudei … con l’aria di fronda patriottica religiosa che tirava, dopo un primo momento d’incertezza, ritenne più igienico fingersi dei loro abbracciando la causa della “Salvezza” della Terra Santa.

Su mandato del Sinedrio, in virtù dei suoi titoli, fu insignito del comando delle forze ebraiche della Galilea, costituite da alcune decine di migliaia di uomini ma, niente affatto convinto di combattere contro le legioni romane, fu investito, anzi … se la squagliò prima di farsi stritolare dal rullo compressore dei legionari del futuro Imperatore.

 
“Giuseppe (lui) vedeva a quale triste fine stavano per andare incontro i Giudei e riconosceva che lunica salvezza per loro era cambiare politica. Personalmente egli si aspettava di essere perdonato dai Romani, tuttavia preferiva mille volte morire che tradire la Patria e disonorare il comando affidatogli (?) piuttosto che far fortuna presso coloro (i Romani) che era stato mandato a combattere” (Bellum III 136-137).
 

Lo storico la racconta così ma è fin troppo chiaro che gli interessò salvare la pelle e i futuri personali interessi. Si rifugiò nella fortezza di Jotapata, dove, dopo un assedio di quarantasette giorni si consegnò al nemico in modo vergognoso … e fu la sua fortuna di ambizioso ruffiano, anche se rimase prigioniero sino al 70 d.C.

Tutto ciò avvenne nel 67 d.C., lo stesso anno in cui, nelle città orientali dell’Impero, scoppiarono i tumulti degli ebrei “messianisti” che protestavano contro la missione di Vespasiano; tumulti che, con motivazioni storiche concrete, avvennero anche a Roma.

 

Da quanto sopra visto, nel cap. 44 del XV libro degli “Annali” di Tacito, la persecuzione dei “cristiani”, così come riportata, venne eseguita dopo la ricostruzione di Roma, ancora sotto Nerone. Ma la ricostruzione di una metropoli avrebbe richiesto anni, non un periodo breve, addirittura un paio di mesi, come quello “ipotizzato” dagli storici baciapile, che si citano l’un l’altro per farsi coraggio e sostenere una tesi assurda (sempre convinti che ci sia un mondo di grulli) finalizzata a giustificare la rabbiosa reazione di Nerone che avrebbe avuto un senso soltanto se fosse avvenuta subito dopo lincendio.

In realtà i messianisti giudei furono perseguitati nell’Impero per i loro moti contro l’intervento militare dei Romani decisi a risottomettere la “Terra Promessa” nella primavera del 67 d.C., non per aver incendiato Roma tre anni prima: il nesso fra l’incendio e la repressione di Nerone fu artatamente creato da falsari copisti, secoli dopo.

 
Traiano, Plinio il Giovane e Svetonio, pur avendo rapporti diretti fra loro e conosciuto personalmente Tacito, non collegano mai le risultanze delle loro indagini sui “cristiani” a quell’incendio, riscontro che sarebbe stato più che ovvio data la estrema gravità dell’avvenimento … né a “Gesù”, nome che non avevano mai sentito pronunciare dagli stessi cristiani; ma se non lo fecero è perché non vi fu alcuna relazione fra l’incendio dell’Urbe e la successiva repressione dei “cristiani giudei” attuata nel 67 d.C.

I Giudei messianisti, in quell’epoca tragica per loro, anelavano la venuta di un Messia, non un “Gesù Salvatore” per crocifiggerlo, mangiarselo e berne il sangue, bensì quello dei rotoli di Qumran, vero e proprio Dominatore del Mondo che, grazie alla sua “Rivelazione”, avrebbe distrutto col suo esercito di angeli vendicatori, in una vera e propria nemesi apocalittica, i Romani invasori pagani e la loro capitale: Roma, la “Babilonia del peccato”.

 

Le sommosse giudaiche, nell’Impero, furono represse da un Nerone adirato da quanto accaduto in Giudea, “luogo d’origine del male, la rovinosa superstizione che dilagava anche per Roma…” vale a dire il “messianismo nazionalista” dei “cristiani zeloti”.

Giuseppe Flavio saprà dei moti da prigioniero, ma quando descriverà la guerra, nella sua opera “dimenticherà” di trascrivere la persecuzione “di spada” ovvero ius gladii (come riferita anche da Tertulliano mille anni dopo) del 67 d.C., dei cristiani giudei perché … fu l’Abate Priore a fargli venire l’amnesia con “l’inceneritore”, in quanto sconfessava il cap. 44° del XV libro degli Annali di Tacito.

Mentre Nerone agli inizi del 64 d.C. era a Napoli, Poppea ospitò Giuseppe nel Palazzo romano per quasi due anni (da fine 63 a metà 65) e l'Imperatore, dopo avere accertato la fondatezza delle tesi difensive dell'ebreo, ne accolse le suppliche e adulazioni liberando i sacerdoti giudei verso la metà del 65, ovviamente dopo lincendio del 64: fatto questo che non sarebbe potuto avvenire una volta iniziata la guerra del 66 d.C.

Da tale data i Giudeiormai in guerra contro lImperoerano visti come nemici; al contrario, prima dell’inizio della rivolta giudaica gli Ebrei non erano considerati ostili da Nerone, anche se spesso agitati.

Erano Giudei, irriconoscenti e tutti mentalmente tarati dall’ebraismo messianista, la “rovinosa superstizione che si era dilagata dalla Giudea, loro terra d’origine”solo una cosa meritavano gli ingrati: il “ius gladii”. E così fu: il “Nero” strinse il pugno e, col braccio teso in avanti, puntò il pollice verso … correva l’anno 67 d.C.

 

Negli “Annales” di Tacito, a noi pervenuti, non risulta la descrizione della guerra fra i Romani e i Giudei, mentre, nelle sue “Historiae”, il racconto inizia … ma si interrompe al momento in cui Tito predispone le opere d’assedio a Gerusalemme.

Fra gli scrittori dell’epoca, Tacito risulta essere stato il più preciso nel riportare le vicende belliche e civili che coinvolsero l’Impero nel I secolo.

Quella vittoria e la conseguente celebrazione trionfale, cui molto probabilmente assistette di persona all'età di quindici anni, fu trasmessa ai posteri con l’erezione dell’Arco di Trionfo di Tito, esistente in Roma tutt’oggi, ove sono scolpiti nella pietra i simboli religiosi a testimonianza perenne della sottomissione dei Giudei che osarono ribellarsi all’Impero Romano a causa di “una rovinosa superstizione dilagante, non solo in Giudea, luogo d’origine del male, ma anche a Roma”.

Sotto quell’arco lo storico romano transitò molte volte prima di morire … e scrisse, ne siamo certi, tutti i particolari di quel conflitto.

E' impossibile che Tacito non abbia descritto una guerra tanto sanguinosa, vinta da Roma e degna di essere celebrata con un trionfo. Come in tanti altri episodi, molto meno gravi, riferì che un popolo si ribellò ai Romani motivato dal suo credo integralista: una rivoluzione nazional religiosa che si propagò oltre i confini palestinesi e coinvolse la Siria, l’Egitto ed altre regioni limitrofe. Ma Roma, forte del diritto di potenza imperiale, represse tutti coloro che, in coerenza alla propria fede, non si sottomisero al suo dominio.

 
Tacito scrisse che ebrei estremisti, integralisti religiosi, catturati durante e dopo la guerra, furono sottoposti ad atroci supplizi, dati in pasto alle fiere o obbligati a combattere contro i gladiatori nelle arene in spettacoli pubblici allestiti nelle città orientali dell’Impero.

A conferma di quanto riportato da Giuseppe Flavio, anche Tacito espose tutto ciò nei suoi “Annales”… ma i copisti amanuensi, in futuro, distrussero i manoscritti originali perché dimostravano che, nel I secolo, in realtà, furono suppliziati soltanto Giudei fanatici nazionalisti. Una storia che avrebbe palesato l’inesistenza dei cristiani gesuiti e sconfessato il loro martirio.

 

Come abbiamo visto, furono molti e importanti gli avvenimenti connessi fra loro, in quel periodo, alla base delle motivazioni storiche che inducono a pensare che Tacito, nei manoscritti originali, abbia riportato la persecuzione dei messianisti giudei ordinata da Nerone il 67 d.C.

Nel capitolo interpolato viene espresso un giudizio fortemente negativo contro i cristiani che ricalca l’offensivo disprezzo dello storico manifestato verso gli Ebrei e già riportato nel libro V delle “Historiae”.
Le frasi, dovutamente ingiuriose contro questi ultimi (fu sacerdote pagano di estrazione patrizia), rispecchiano fedelmente lo stile di Tacito e molto probabilmente sono le stesse; fatto che non rappresentò una difficoltà per i falsari; al contrario, divennero una guida per formare il senso compiuto della narrazione rendendola “autenticamente” credibile.

Dopo di che al copista bastò “accostare” il brano alla fine della descrizione dei riti purificatori e dei banchetti di ringraziamento agli Dei subito dopo la ricostruzione “et voilà” : il gioco è fatto! … ma fatto male e fuori tempo.

Per rifinirlo bastò aggiungere il brano degli esecutori, che “appiccavano apertamente il fuoco gridando che questo era l’ordine ricevuto”, alla fine del 38° cap., per incolpare direttamente Nerone, di stile letterario decisamente neutro, ma in stridente contrasto con l’apertura dello stesso capitolo ove lo storico afferma che la causa del disastro fu … “non si sa se accidentale o per dolo del principe”.
Il breve accenno agli esecutori che appiccavano il fuoco è una interpolazione estemporanea dilettantesca. Non è possibile che lo storico patrizio si sia limitato a riferire un particolare simile senza obbligarsi a completarlo del commento necessario a spiegare la estrema gravità di tale operato, indicando, a chiare lettere, che l'unico a poter dare quell'ordine fu un Nerone impazzito.  

 
Inoltre, il copista falsario ha calcato la mano, tradendosi nuovamente, sul giudizio esageratamente dispregiativo che ha fatto rendere a Tacito su una Roma, dove tutto ciò che c’è al mondo di atroce e di vergognoso da ogni parte confluisce e trova seguito …”.

Lo storico, pur denunciando nelle sue opere una certa decadenza, soprattutto politica, nonché il lassismo e la mancanza di disciplina nei costumi sociali dell’Urbe, ciò nonostante, mai usa un linguaggio così offensivo, come in questo caso, da sembrare un nemico di Roma.

Al contrario, il contenuto e lo scopo delle sue opere palesano la passione politica, morale e patriottica per le sorti di Roma, la sua potenza e la sua gloria.

 
Questo passaggio scritto sotto Traiano - all’epoca sarebbe stato pericoloso per il contenuto ingiurioso verso la capitale di un Impero al massimo del suo splendore - è falso e riflette una ideologia preconcetta, condizionata da un credo impregnato di puritanesimo ed odio apocalittico tipo “la Babilonia del peccato” come quello che ritroviamo nei continui attacchi contro “l’impudicizia” (lascivia), vera e propria malsana fobia mentale, riscontrabile negli “Atti degli Apostoli” e negli scritti dei Padri Apologisti del cristianesimo gesuita.

Nerone, motivato dal pretesto del disastro di Roma, colse l’occasione per rastrellare enormi ricchezze personali; perseguitò i Senatori e in preda a megalomania si fece costruire una fastosa “casa dorata” impadronendosi di circa un terzo dell'intera superfice della città, finendo, in tal modo, con l’alienarsi anche il favore del popolo, sino a quel momento con lui. Ma gli costerà caro: una volta isolato politicamente non gli rimarrà che il suicidio.
"Morì nel trentaduesimo anno d'età e la pubblica esultanza fu così grande che i plebei corsero per tutta la città con i berretti di feltro sulla testa" (Svet. Nero 57).

Ecco perché lediceriepopolari che lo incolpano di aver provocato lincendio, riferite dagli storici, sono autentiche: rispecchiano il pensiero della gente, in ogni tempo sino ad oggi, palesato nella convinzione di un tornaconto personale da parte di chi detiene il potere ed amministra i conti pubblici in conseguenza di catastrofi, guerre, alluvioni, terremoti e … incendi devastanti.

Conclusione

Lo studio riportato ha evidenziato numerose prove che dimostrano la falsificazione del manoscritto laurenziano M 68 II, laddove un abile calligrafo, diretto da un potente, ispirato e venerabile episcopo, ideò un evento facendolo sembrare una cronaca riferita dal principale storico della romanità: il più grande martirio di massa, mai avvenuto nella Roma imperiale, perpetrato da Nerone contro inesistenti cristiani ... gesuiti.
La conoscenza delle vicende reali, col tempo, lentamente ma inesorabolmente, si diffonderà nel mondo senza che le Chiese Cristiane, i "ministri di Dio" ed i loro accoliti esegeti possano impedirlo ... 

   

 
Emilio Salsi

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