Due finte natività di Gesù per una 'immacolata concezione'

 

Pròlogo

 

Appena salito sul trono pontificio, nel 1978, Papa Karol Wojtyla, beatificato come “Giovanni Paolo II il Grande”, attuò una moderna forma di “apostolato” d'avanguardia collocando nelle principali reti televisive conduttori selezionati fra credenti di provata fede, al fine, dimostratosi poi illusorio, di restaurare una credibilità verso la religione cristiana messa alle corde dal movimento di contestazione giovanile degli anni ’60 e ’70.

Fu propiziata una modalità di indottrinamento ad "alta tecnologia" che si avvalse di Madonne piangenti, imbrattate con “dolorose lacrime di sangue”; oppure quella della “Vergine Maria”, vista, in esclusiva, da sei visionari di Medjugorie; o dell’ambiguo “terzo segreto di Fatima”, altra Madonna che, secondo quanto da lui stesso affermato, avrebbe deviato il proiettile indirizzato al cuore di Karol il Grande dall’attentatore turco Ali Agca, ultimo sedicente “Messia”; senza contare la beatificazione di oltre 1300 nuovi Santi e, dulcis in fundo, la creazione dell’ultima divinità, incarnata in “Padre Pio”, da far adorare ai credenti dolciotti.

 

Se si esclude la “mazzata” scientifica presa dalla “Sacra Sindone”, dimostratasi un clamoroso falso dopo svariati esami al radiocarbonio, nella variegata setta cristiano-gesuita disseminata sulla Terra si diffuse un clima di rivalsa spirituale che vedeva una Chiesa Cattolica vincente, a livello mediatico propagandistico, sul piano del “Gesù storico” realmente vissuto come uomo e come Dio.

 

Purtuttavia, nella dottrina cristiana permaneva ancora un problema gravissimo, irrisolto, evidenziato sin dal lontano passato e documentato nelle enciclopedie di tutto il mondo, in conseguenza della nomina di Publio Sulpicio Quirinio a Governatore di Siria, insignito da Cesare Augusto, il 6 d.C., con l’incarico di effettuare il censimento in quella Provincia imperiale cui era stata appena annessa la Giudea. Ne conseguiva che la cronologia della nascita di Gesù, attestata nei vangeli di Luca e Matteo, risultava diversa, storicamente, di ben 12 anni, perché, secondo Matteo, il neonato Salvatore scampò alla “strage degli innocenti”, ordinata da Erode il Grande (un paio d’anni prima di morire il 4 a.C.) esattamente dodici anni prima che Quirinio divenisse Governatore di Siria e, come tale, citato nel vangelo di Luca assieme al richiamo storico del censimento per “testimoniare” un altro Avvento di Cristo senza "strage degli innocenti": la storia sconfessava la nascita del Divino Redentore.
 

Siamo giunti agli anni '90 del secolo scorso, il “terzo millennio cristiano” si sta avvicinando e con esso il “Grande Giubileo” da propagandare in tutte le Nazioni. I tempi ormai sono maturi e l’ultima “spina” rimasta nel “costato dolente della fede cristiana” deve essere rimossa, in ogni modo … anche al prezzo di prendere a spallate la Storia: il culto mariano, fondato sulle uniche due contrastanti deposizioni evangeliche della S.S. Vergine Maria, così esaltato e divulgato da Karol Wojtyla il Grande, doveva essere "comprovato".    

 

Scartato un iniziale tentativo degli studiosi genuflessi, in primis i cattolici di "scuola spagnola" - basato sulla forzatura grammaticalmente scorretta e risibile di interpretare il vocabolo greco del vangelo di Luca "prote", che significa "primo", modificandolo in "precedente" (riferito al censimento) - l’iniziativa viene intrapresa dal "principe" degli esegeti del Vaticano: l’attuale Cardinale Gianfranco Ravasi. In una intervista rilasciata a "Il Corriere della Sera" del 29.5.1996 rende ufficiale la “scoperta”, fatta dallo studioso "profondamente ispirato", Giulio Firpo (docente universitario di Storia Romana), concernente un censimento non potuto eseguire dal Governatore di Siria, Gaio Senzio Saturnino, incaricato da Augusto dal 9 al 6 a.C., ma "iniziato" (sic), in sua vece, da Quirinio nel 7 a.C.

La tesi, costruita con tanti condizionali “potrebbe” “forse” “sembra” “induce a credere” ecc., richiamata più volte dallo stesso Ravasi anche nella Rai TV di Stato, fu ripresa e sottoscritta, all’unisono come una litania (con l’intento di rafforzarne la credibilità), dal “Gotha” degli studiosi e docenti cristiani italiani ed esteri - ad iniziare dalla titolare della cattedra di storia dell’Università Cattolica, Marta Sordi - ipotesi che verrà poi diffusa da tutti i mezzi di comunicazione di massa, sino a finire addirittura sulla accondiscendente Wikipedia. Una grancassa mediatica finalizzata a far riconoscere acriticamente, al mondo intero, il fatto assurdo che Cesare Augusto abbia atteso 12 anni prima di riscuotere i tributi dei Siriani e dei Giudei. La riassumiamo in poche righe seguendo l'esposizione di Ravasi.

 

Gli storici spiritualisti ideatori e i loro numerosi epigoni, rifacendosi a quanto attestato agli inizi del III secolo d.C. dal Padre apologista Tertulliano in “Adversus Marcionem” (IV 19), si autoconvincono che il censimento sarebbe stato iniziato dal Governatore di Siria Senzio Saturnino ... ma, ecco la "scoperta", questi, in quell'epoca “probabilmente impegnato” (parole di Ravasi) nella guerra di successione al trono d’Armenia (la notizia di tale mandato è senza fonte e il tentativo di far coincidere un conflitto contro un popolo diverso da quello da censire è già una forzatura), non poté eseguire l’incarico e gli subentrò P.S. Quirinio, nel 7 a.C. (ma le fonti storiche dicono che non era ancora stato nominato Governatore di Siria), dopo aver sconfitto gli Omonadesi di Cilicia, anch’essa annessa alla Siria (una guerra i cui documenti non indicano la datazione - cfr Tacito Ann. III 48 e Strabone Geo. XII 6,5 - sebbene in linea con l'operazione del censimento del 6 d.C.).

 

Consapevoli che l’ipotesi formulata, oltre ad essere macchinosa, sostanzialmente non comprova nulla (stiamo per evidenziarne le contraddizioni), gli storici cristiani tentano di rafforzarla interpretando, attraverso la lente deformante della loro catechesi, alcune epigrafi, ormai datate, del Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL).
Fra esse, l’unica degna di essere presa in considerazione, perché contiene dati certi riguardanti il censimento di Quirinio, è la lapide di Venezia “Lapis Venetus”, la cui scoperta risale al 1674 e conservata presso il Museo Archeologico della città, catalogata CIL III 6687, nella quale si legge il memoriale dell'evento fatto incidere su pietra dal Prefetto Quinto Emilio:

“ …per comando di P. Sulpicio Quirinio, condussi un censimento dei 117.000 uomini, cittadini della città di Apamena (in Siria).

Questo reperto archeologico dimostra, semplicemente, la correttezza della cronaca del censimento in Siria e nei territori ad essa annessi (Giudea), riferita dallo storico ebreo Giuseppe Flavio, la cui opera fu sottoposta alla approvazione degli storici romani prima di essere depositata negli archivi imperiali, in cui si specifica che il Legato imperiale di Siria si recò in Giudea per soffocare la grave rivolta popolare contro l'imposizione del censimento tributario.
Un'altra epigrafe latina, trovata a Tivoli nel 1764, non cita alcun censimento tanto meno Quirinio o qualsivoglia riferimento utile per la datazione; nelle parti illeggibili gli storici credenti hanno interpolato, entro artefatte parentesi quadre, la propria dottrina facendo apparire "miracolosamente" il nome di P.S. Quirinio.
 
Tali ipotesi catechètiche, elevate al rango di "lezioni", avallate da una minoranza di studiosi in piena crisi mistica, in realtà sono falsificazioni della storia: nessuno deve permettersi di inserire arbitrariamente in resti archeologici nomi a vanvera col fine di giustificare gli errori commessi dagli scribi cristiani quando pretesero di comprovare la nascita verginale di una divinità. Studiosi che, al contempo, nascondono ai credenti le innumerevoli contraddizioni
contenute nelle due testimonianze evangeliche contravvenendo alla deontologia professionale. Molte informazioni sono riferite (e bisogna tenere conto di tali apporti cognitivi) nelle scritture dei primi Padri della Chiesa, i quali, sin dalla formulazione iniziale della dottrina, descrissero anch'essi l'Evento divino straordinario.     
 

Già da questi primi accenni si evidenzia il conflitto di interessi con la storia, da parte degli studiosi genuflessi, a causa del “peccato originale” in loro radicato: leggono le vicende del passato all’unico scopo di dimostrare la veridicità degli scritti neotestamentari e, dopo averle “plasmate”, se ne servono per fare “apostolato”.
Non si rendono conto che chiunque, formulando un’ipotesi dietro l’altra, può indirizzare lo studio con una deriva prefissata per giungere alla conclusione voluta e non capiscono che è la stessa “fede” a precludergli la capacità di effettuare analisi critiche comparate dei due vangeli che riferiscono la "Natività", con l'effetto di trascurare circostanze concrete fondamentali sino al punto di accentrare l'attenzione esclusivamente sull'asincronia della datazione per depistare, di fatto, le numerose discordanze contenute nei vangeli e nelle testimonianze patristiche.
E' doveroso utilizzare tutte le fonti dell’epoca, compresi gli scritti dei “Padri” del cristianesimo, i primi interessati a trattare, studiare e risolvere le gravi contraddizioni evangeliche; tenendo sempre conto, come stiamo per evidenziare, che è la storiografia, soprattutto, a fornire, in modo chiaro, logico e incontrovertibile, tutti i dati che sconfessano la forzosa teoria di un doppio censimento effettuato in Giudea dal Governatore di Siria, Legato di Cesare Augusto, Publio Sulpicio Quirinio. Secondo quanto sostenuto dai credenti, il Proconsole sarebbe stato l'unico Governatore della Roma imperiale a ricoprire due volte lo stesso incarico in quella Provincia; un onore talmente eccezionale che avrebbe dovuto essere evidenziato
da tutti gli storici dell'epoca ad iniziare da Tacito e Giuseppe Flavio, i quali entrambi riferiscono le gesta del famoso condottiero romano.   

 

Nel caso in questione, dopo aver esaminato le testimonianze dei “Padri”, la teoria del “doppio censimento di Quirinio” decade sin dall’inizio perché Tertulliano non poté mai scrivere che Senzio Saturnino effettuò un censimento quando governò la Siria. Innanzitutto perché una notizia di tale importanza avrebbe obbligato tutti i “Padri” del Cristianesimo a tenerne conto e riferirla, ad iniziare da Orìgene, suo contemporaneo, che ignora addirittura la stessa esistenza di Tertulliano*, al contrario, descrive la "Natività di Gesù" con una analisi specifica propria. Anche il Papa martire Ippolito di Roma, a lui coetaneo, non conosce Tertulliano. Nessun Vescovo, Papa, Padre, conosce Tertulliano, sino ad Eusebio di Cesarea, il primo a parlarne, poi verrà san Girolamo; ma entrambi nulla sanno del censimento di Saturnino. Dopo di loro, la sequela dei cronisti cristiani, succedutisi nei secoli, ad eccezione dei quattro riferiti nella nota, cita Tertulliano nei loro manoscritti, tanto meno sanno del censimento di Saturnino. Vedi Orosio, Sulpicio Severo, sant’Agostino, ecc. ecc., in particolare Dionigi il Piccolo (cui dobbiamo la datazione della nascita di Gesù) e, su su, nei secoli, fino a quando, a partire dal IX d.C., iniziarono ad essere scritte dagli amanuensi le prime opere di Tertulliano, accumulando, nel tempo, un’immane, quanto improbabile, “tradizione manoscritta”, a lui accreditata, per essere poi “collazionata” e scelta nel XVI secolo.
Lo scopo era di ricercare un “archètipo”, da attribuire al “Padre”, attraverso una “editio princeps
opera omnia” tra “famiglie” di codici contrastanti fra loro, a dimostrazione che non furono redatti da Tertulliano (l'autore originale autentico non avrebbe mai rilasciato testimonianze divergenti) … senza contare ulteriori opere "scomparse".

Come visto, il brano specifico su Senzio Saturnino lo ritroviamo in “Adversus Marcionem” (IV 19), anch’esso “collazionato” fra una “tradizione numerosa” di codici redatti fra il IX e il XV secolo talmente discordanti e "contaminati" da rendere impossibile congetturare l'archètipo. Lo scriba cristiano che inventò la “testimonianza” di Tertulliano lo fece per giustificare, ingenuamente come stiamo per provare, la contraddizione cronologica riscontrata nei vangeli di Luca e Matteo evidenziata dalla ricerca storica di Dionigi il Piccolo; ma non fu in grado di "presagire" che un altro amanuense, un paio di secoli dopo, avrebbe interpolato gli "Annales" di Tacito riportando un falso e spettacolare martirio di cristiani gesuiti, ascritto a Nerone, nel "Codex Laurentianus Mediceus MS 68 II" smentendo Tertulliano nel suo "Apologeticum XVI" (vedi XII studio) ... non avendolo letto. La vera "lezione" che gli storici ispirati non intendono imparare è quella di attenersi alla Storia senza manometterla.

A partire dal 2004, durante le festività natalizie, in tutte le reti televisive della RAI TV italiana di Stato, veniva trasmesso il programma "Inchiesta su Gesù" curato dal dott. Giovanni Minoli e condotto dal "vaticanista" Andrea Tornielli. Un goffo tentativo di "ricostruzione storica" dell'esistenza di Cristo, spacciato come "scientifico" e, verso la fine, si invitavano gli storici a provare il contrario.
In data 15 Novembre 2008, unitamente al biblista dott. Giancarlo Tranfo decidemmo di onorare la richiesta comunicando, tramite lettera a.r., la nostra disponibilità ad un confronto con i famosi ed esperti esegeti della Chiesa Cattolica ravvisati nel sacerdote Gianfranco Ravasi e lo studioso Vittorio Messori, notoriamente disposti ad intervenire con entusiasmo nei pubblici dibattiti televisivi in difesa della storicità di Gesù.
Documento reso pubblico, riportato sul presente sito (vedi XVII argom.), cui non è stato dato seguito ... eccetto di “ritirare”, tacitamente, il programma in oggetto nello stesso anno.

E’ una strategia, ma la Chiesa e gli storici spiritualisti, per risolvere le contraddizioni e le falsificazioni riportate nei “sacri testi”, sono ora costretti a farlo tramite canali TV e siti web privati destinati ai loro fedeli e, per "confortarli", li accontentano con “ipotesi” complicate e ridicole che in un dibattito pubblico verrebbero immediatamente smentite perché la Storia è chiarissima e non si presta a equivoci.
Una sfilza di congetture indispensabili ai vari partiti cristiani della Terra poiché i loro Capi, "Ministri di Dio", sanno bene che un "Credo" non potrà mai essere sconfessato da alcuna "ipotesi", ma, purtroppo per loro, ormai il tempo delle teorie di comodo è fatalmente scaduto: la Storia le espelle nella spazzatura.

Nel dicembre dello stesso anno, dal sito clericale di “Cristianesimo Primitivo”, un forum notoriamente affollato di saccenti esegeti spiritualisti, dopo averli lasciati di stucco con la presente analisi, vista la loro incapacità di replicare rivolsi un appello ai fedeli credenti affinché sollecitassero uno studioso famoso di Storia del Cristianesimo, magari titolare della cattedra di Storia dell’Università Cattolica, e fargli dichiarare, al fine di aprire un dibattito nel merito, che Publio Sulpicio Quirinio effettuò un censimento in Giudea prima della morte di Erode il Grande: silenzio assoluto! Gli esegeti clericali, con o senza la tonaca, si tengono alla larga di chiunque intenda confutare la "Natività" con dati di fatto.
Riproposi la sfida in altri forum, pur frequentati da credenti, ma neanche la notoria sicumera ostentata dai “ciellini” del partito di “Comunione e Liberazione” ha voluto cimentarsi con la realtà della Storia: il silenzio degli esegeti credenti, seguito al ripetuto richiamo storico, già da solo dimostra come le nascite di Gesù, narrate dagli evangelisti Luca e Matteo, non possono essere veritiere contraddicendo chi vuol far passare l’evento come un fatto realmente accaduto. La disponibilità al confronto storico è tutt'oggi aperta e rivolta anche agli studiosi cristiani, profondamente ispirati, dei Paesi di lingua anglofona.

Emilio Salsi


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* Testimonianze così contraddittorie sul Padre apologista Q. Settimio Fiorente Tertulliano rendono inaccettabile la sua effettiva esistenza. Esso viene citato da Eusebio di Cesarea, san Girolamo, san Vincenzo Lirinense, san Gelasio e Isidoro di Siviglia, tramite manoscritti ecclesiastici, non originali, ma elaborati da altri autori fra il tardo medioevo ed il rinascimento, senza che nessuno di loro abbia evidenziato la deposizione, oggi ritenuta basilare dai teorici mistici, sul censimento accreditato a Senzio Saturnino.
La mancanza di coordinamento, all'origine dei contrasti, derivò dall'enorme opera apologetica che, composta da diversi amanuensi e successivamente assemblata, avrebbe richiesto una impossibile lettura comparata fra tanti manoscritti diffusi nelle molteplici ecclesiae cristiane europee e bizantine, ormai divise in conseguenza di litigiosi scismi e anatemi reciproci, motivati da sottili esigenze dottrinali e, soprattutto, da ambizioni di "primato" (così viene definito il "potere" dagli ecclesiastici).

 
Non è credibile che tra la fine del II e l'inizio del III secolo un berbero cartaginese, pagano sino a matura età (40 anni), figlio di un centurione, una volta convertito al cristianesimo e imparato il greco e il latino, abbia avuto la possibilità - non solo economica ma anche in termini di tempo - di scrivere un'opera di oltre 30 trattati, vasta ed approfondita sullo scibile del mondo classico, storico, filosofico, giuridico e religioso - assumendo, al contempo, una posizione, pubblicamente documentata, di veemente contrapposizione ideologica verso funzionari imperiali che l'avrebbero "martirizzato" subito, anziché lasciarlo invecchiare in tutta tranquillità; stando a quanto riportato da san Girolamo in un documento non originale trascritto in epoca medievale: il "Codex MS 2Q Neoeboracensis". Un lavoro letterario addirittura superiore a quello, pur ampio, affrontato da Giuseppe Flavio il quale, nel corso di venticinque anni, usufruì di sostanziosi contributi concessi da due Imperatori Flavi ed un ricco mecenate, unitamente alla possibilità di accedere agli archivi imperiali; oppure la monumentale opera del Senatore romano, contemporaneo di Tertulliano, Cassio Dione (Storia Romana) al quale necessitarono ventidue anni per completarla, senza problemi organizzativi, economici e con la possibilità di consultare gli Atti del Senato e gli Archivi Imperiali di Alessandro Severo, Princeps dello Stato Romano e suo amico.

In ultima analisi un'opera incentrata sul cristianesimo del tutto sconosciuta, come il nome del suo presunto autore, a tutti i Vescovi, Papi e Padri cristiani succedutisi nel governo della Chiesa fino al Vescovo Eusebio di Cesarea: il suo inventore.
Ma la mancata conoscenza del rinomato Padre Tertulliano, da parte dell'altro grande Padre apologeta Origene (a lui contemporaneo), già da sola prova che il primo non è mai esitito dal momento che, appena due anni dopo la sua immaginaria morte (230 d.C.), Origene lasciò la scuola di teologia di Alessandria per fondare a Cesarea, nel 232 d.C., una nuova scuola, dotata di una ricca biblioteca fornita di testi sacri e scientifici, allo scopo di approfondire la ricerca filologica, storica e teologica sul cristianesimo ... senza aver mai saputo nulla della "Opera Omnia" tertullianea.

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Sin dagli albori del Cristianesimo la Chiesa si arrovella per rendere compatibili due “Natività” del Cristo, inventate di sana pianta da evangelisti fantasiosi; nascite, per di più, complicate dagli interventi dei Padri Apologisti che tentarono maldestramente di conciliarne le contraddizioni, ottenendo, invece, l’esatto contrario.

Tutto ciò premesso, verifichiamo adesso le reali cronache della storiografia e compariamole alle "verità" evangeliche al fine di sbugiardare i primi creatori della "Natività" di Cristo, nonché le astruse teorie odierne dei maldestri storici genuflessi obbligati a rattopparne gli svarioni.

                                                       

Le "immacolate concezioni"

Parte I

Con il presente studio intendiamo dimostrare che la “Natività” del Messia, assente nei vangeli originali, fu inventata nel corso del processo evolutivo della iniziale dottrina gnostica messianica degli ebrei Esseni, che ne era priva. Così come, sempre in epoca successiva, fu “innestato” nel trascendente Messia giudaico anche il sacrificio eucaristico teofagico pagano, la Hostia consacrata alla divinità, finalizzato alla risurrezione del fedele dopo la morte.
I culti orientali gentilizi riservati ai soli adepti, per questo chiamati "Culti dei Misteri", preesistenti al cristianesimo, contemplavano l’adorazione di Semidei “Sotères” Σωτήρες (Salvatori) generati da una Divinità dopo essersi accoppiata con una giovane vergine. Erano per metà uomini e metà Dei, pertanto con la caratteristica di morire, in quanto uomini, ma con il dono di risorgere, come Dei, dopo tre giorni trascorsi nel regno degli Inferi, l'Ade pagano: Deità che tutelavano il benessere dei propri fedeli, sia in vita che nell'aldilà oltre la morte.
La verginità della fanciulla era condizione necessaria in quanto “garanzia di purezza” durante l’accoppiamento col Dio: affinché non nascesse un “bastardo” era obbligatoria una … immacolata concezione.
Il nuovo Credo gesuita riprese da questi miti la “Natività”, "cristianizzandola" nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C., adottando il seguente dogma cattolico:

"Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli … Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo".

Fu un “involucro ideologico” con cui rivestire il Messia divino giudaico e, a tal fine, gli scribi cristiani aggiunsero la "Natività" in due vangeli canonici, ma … i Padri creatori fecero molta, troppa, confusione: la presunzione di farla apparire “storia”, di una “vera” nascita di uomo, sin dall’inizio, venne sconfessata a causa delle contraddizioni riportate nei “sacri testi”.
Il “padre putativo” di Gesù, san Giuseppe, la S.S. Vergine Maria, e la “sacra famiglia” tutta, divennero protagonisti di vicende assurde, fino al ridicolo … e all’offesa, da parte dei Pagani e degli stessi Ebrei …

In base alle descrizioni degli avvenimenti fatte dagli evangelisti Luca e Matteo, gli unici che ne parlano, le nascite di Gesù risultano totalmente diverse, tranne i nomi dei protagonisti teologici.
Se togliessimo questi nomi ci troveremmo di fronte a due eventi talmente estranei fra loro ed incompatibili al punto di far decadere la testimonianza dell’Avvento di Cristo Salvatore, o meglio, anziché attestare la “Rivelazione Divina”, ne dimostrano l’invenzione umana.
Fatto che risulta anche dalle scritture successive, giunte sino a noi, degli stessi Padri apologisti della Chiesa, i quali, nel tentativo di giustificare i contrasti insanabili contenuti nei due Vangeli, ottennero l’effetto contrario; come la testimonianza accreditata a Celso, il filosofo greco loro coevo, vissuto fra la fine del II e inizi III secolo d.C., che dichiarò nel suo “Discorso Veritiero” avverso i cristiani, citato da Origene ("Contra Celsum" I 62):
 
“E’ noto a tutti che ciò che avete scritto è il risultato di continui rimaneggiamenti fatti in seguito alle critiche che vi venivano apportate”.

Infatti Luca, facendo nascere Gesù il 6 d.C., anno in cui Publio Sulpicio Quirinio eseguì il censimento in Siria e Giudea, cioè, 10 anni dopo la morte di Erode il Grande ... condannò la Madonna a rimanere 12 anni incinta, per effetto della "Annunciazione" verginale comunicata dall'Angelo del Signore a san Giuseppe, avvenuta, secondo Matteo, il 6 a.C., ossia, 2 anni prima della morte dello stesso Re ... sempre che i due evangelisti di riferissero alla stessa donna, allo stesso parto e allo stesso “Figlio” di Dio.

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò di fare il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era Governatore della Siria Quirinio” (Lc 2,1).

Un primo censimento ordinato da Augusto in tutto l’Impero (tutta la terra) avrebbe avuto una tale risonanza da non poter essere ignorato da alcuno storico dell’epoca, ad iniziare dallo stesso Imperatore che, nelle sue "Res Gestae" (VIII 2,4), riferì di tre censimenti da lui eseguiti (negli anni 28 a.C.; 8 a.C; 14 d.C.) sugli abitanti che godevano della cittadinanza romana (cfr. Tacito Ann. I 11). 
I censimenti indetti da Cesare Augusto avevano due finalità: imposizione dei tributi per il sostentamento dello Stato e tenere aggiornato l'elenco di tutti i cittadini dell'Impero ai quali fu rilasciato il diploma di cittadinanza; presupposto fondamentale per la loro carriera politica, militare ed economica (come l'ampliamento del latifondo), quindi prerogativa di potere. Di conseguenza il diritto romano prevedeva la pena di morte, tramite decapitazione, per i sudditi che si spacciavano come cittadini romani.

Nessun censimento risulta essere stato eseguito dai Legati imperiali "in due tempi", come ipotizza (tentando di arrampicarsi sullo specchio della storia per salvare le contraddizioni evangeliche) Papa Benedetto XVI nel suo "Gesù di Nazaret" vol. 3 : una affermazione senza citazioni, quindi priva di riscontro ... e di logica. Il Papa è giunto al punto di ignorare (tacendole ai credenti) le specifiche deposizioni dei Padri della Chiesa sulla nascita di Cristo, nessuno dei quali si permise di ipotizzare un "censimento in due tempi" e, soprattutto, dopo aver glorificato (nell'Udienza Generale del 13 giugno 2007) il Vescovo Eusebio di Cesarea, lo storico per eccellenza della "tradizione cristiana", definendolo "l'esponente più qualificato della cultura del suo tempo". Come fra poco vedremo, Eusebio scrisse del censimento di Quirinio richiamandosi al vangelo di Luca e collocandolo, inequivocabilmente, nello stesso anno della rivolta di Giuda il Galileo avvenuta nel 6 d.C.: omettere informazioni basilari è un "peccato mortale" per qualsiasi esegeta...ancora peggio se questi è un "Papa".

Oltre ai due tipi di censimento appena descritti, il più grande statista della Roma imperiale, Cesare Augusto, non censì mai i cittadini dell'Impero per sapere a quale etnia appartenessero. La ipotesi del "censimento etnico" ordinato da Cesare Augusto è l'ultima sciocchezza escogitata dagli storici spiritualisti per tentare di sbrogliare la matassa delle contraddizioni evangeliche create dagli scribi quando descrissero la "Natività": una offesa all'intelligenza di chiunque si dedichi alla corretta lettura della storia senza pretendere di "evangelizzarla".
 
     

In base a manoscritti datati fra il IX e il XV secolo, il primo ad accorgersi della grave contraddizione fu Tertulliano, in nome del quale, l'amanuense redattore, non rilevando l’assurdità che il Vangelo riportò un "censimento di tutta la terra", per “eliminare” il problema cronologico della "Natività" di Cristo Nostro Signore, smentì addirittura Luca eliminandoQuirinio che sostituì con il Legato “Senzio Saturnino”, incaricato imperiale a Governatore di Siria durante gli ultimi anni di vita di Erode il Grande:

“Risulta sia stato fatto un censimento sotto Augusto, in Giudea, con Senzio Saturnino, nel quale è possibile sia stata ricercata la sua (di Cristo) origine” (Adversus Marcionem IV 19,10).

La titubante “testimonianza” falsamente accreditata a Tertulliano (ovviamente senza alcuna risultanza storica), facendo sparire Quirinio, smentì la "Natività" di Luca senza risolvere il problema ... al contrario: lo scriba cristiano dimostrò che i Vangeli, “dettati da Dio”, erano incoerenti con la storiografia. A complicare ulteriormente la data di nascita di Gesù ci si mise d'impegno il maggiore dei “Padri”, Origene, il quale, essendo del III secolo, non poteva conoscere Tertulliano (inventato da Eusebio nel IV secolo) nè la sua grandiosa opera (scritta molti secoli dopo), quindi affermò:

“Nei giorni del censimento, quando con ogni probabilità nacque Gesù, un certo Giuda Galileo conquistò al suo seguito un gran numero di Giudei…” (Contra Celsum I 57).

Per Orìgene: censimento, nascita di Gesù e rivolta di Giuda il Galileo furono contemporanei, come per san Luca, e sappiamo avvennero il 6 d.C.; e lo ribadisce, subito dopo, cercando, comunque, di “coordinare” Luca e Matteo, ma ...:

Erode il Tetrarca mandò degli uomini per uccidere tutti i bambini nati nello stesso tempo, ritenendo di eliminare anche Gesù per timore che gli potesse occupare il regno” (ibid I 58).

Orìgene, che non poteva sapere di "Tertulliano", dava per scontato la nascita di Gesù il 6 d.C., come appena riportato, e ne dedusse, smentendo la “Natività” di Matteo, che, a quella data, solo Erode Antipa, Tetrarca della Galilea, avrebbe potuto fare la Strage degli Innocenti poiché sapeva che Erode il Grande era morto il 4 a.C. e, essendo stato esiliato suo figlio (il 6 d.C.) Erode Archelao da Cesare Augusto, in Giudea, appena annessa alla Siria dall'Imperatore, non cera alcun Re a governare ma Coponio, un Prefetto romano. Peraltro, Erode il Grande e i suoi discendenti erano ben consapevoli che solo l’Imperatore decideva se potevano continuare a regnare o destituirli, ma, in quel caso, al Re non restava che obbedire perché ad Antiochia stanziava il Governatore di Siria, Legatus Augusti pro Praetore, al comando delle legioni di Roma, pronto a far rispettare i decreti imperiali.

Secondo Matteo la “Strage” riguardava direttamente il neonato “Gesù bambino”; lui era l’obiettivo di Erode e la conseguente “Fuga in Egitto”, propiziata dalla omertà dei “Magi” (ignorati la Luca) venuti ad adorare il “Re dei Re”, fu un evento drammatico per la “Sacra Famiglia” al punto che l’esilio in quella terra si protrasse fin dopo la morte del Re, dipinto come un criminale solo da quell'evangelista (non da Luca). Dramma che si concluderà nella celestiale “Nazaret”, unica città tranquilla della Galilea, ove la Madonna e San Giuseppe potranno accudire “Gesù bambino” ignari (come Matteo) del sangue che scorreva sulla loro terra, messa a ferro e a fuoco dalle legioni romane di Quintilio Varo, il Legato di Siria di Cesare Augusto, inviate per domare, con migliaia di crocifissi e decine di migliaia di morti in battaglia e schiavi, le ribellioni giudaiche fra cui quella capeggiata da Giuda il Galileo, Re “pro tempore” della Galilea.

La sempliciotta ignoranza, palesata dal finto ebreo "Matteo", sugli avvenimenti che sconvolsero la Galilea dopo la morte di Erode il Grande, dimostra la falsità del suo Vangelo con il rientro dalla “fuga in Egitto”; infatti “Nazaret”, dove ritornò la “Sacra Famiglia”, era vicinissima (5 Km) alla capitale Seffori, che fu rasa al suolo e i suoi abitanti uccisi o deportati come schiavi assieme a tutti i Galilei ribelli catturati.
San Luca, al contrario, ignora il pericolo che corre il “bambin Gesù”; per lui “Re Erode” non è un criminale: è un altro “Erode”, non "il Grande" … e la “Sacra Famiglia” può pensare al suo tranquillo “mènage” domestico quotidiano senza avere la necessità di sfuggire da alcuna minaccia.
Poiché gli evangelisti, Luca, Marco e Giovanni, non riportano l'angoscioso pericolo corso da “Gesù bambino”, con la “fuga in Egitto” per sfuggirlo, ciò significa che è un’invenzione … e il “Natale”, festeggiato da centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, è una subdola montatura ideata dai “Padri” del cristianesimo per sostituire sia la festa annuale pagana del Dio Sole, resa ufficiale in tutte le Province dall'Imperatore L. Domizio Aureliano a partire dal 25 dicembre del 274 d.C. (Dies Natalis Solis Invicti), sia quella del Dio Mitra, il “Salvatore” con maggior seguito popolare prima del nuovo “Salvatore” Gesù … nati entrambi, come il Dio Sole, nello stesso giorno dell’anno.

Accreditati di capacità profetiche e taumaturgiche miracolose (quasi quanto gli Apostoli), i “Magi” erano i sacerdoti del culto del Dio Mitra, originario nell’antica Persia, diffuso ed evolutosi nell’Impero Romano e anch’esso nato in una grotta (mitreo). Sia la grotta che il bue e l’asino non compaiono nei Vangeli canonici, e la “grotta”, in particolare, era un simbolo cultuale ricorrente in altre religioni orientali, preesistenti al cristianesimo; religioni che contemplavano la nascita di una divinità partorita in una grotta da una vergine, in fuga, cui le forze del male davano la caccia per impedire che il bene potesse sopravvivere ad esse per poi sconfiggerle.

L’evangelista Matteo (Mt 2,9), dal lontano Oriente, con tanta fantasia, fece recare i Magi a Betlemme dove risiedeva la "sacra famiglia" (mentre per Luca abitava a Nazaret). Questi furono guidati da una stella (anch'essa sconosciuta da Luca) che li precedette, lentamente, sino a posizionarsi (vista solo da loro ma non da Erode e i suoi militi, diventati tutti miopi) sulla casa dove era nato “Gesù bambino”, per sottomettersi al nuovo “Re dei Re” (era il titolo degli imperatori Parti) offrendo i doni simbolici del potere regale (oro), di quello spirituale (incenso) e della vita eterna (mirra). Ovviamente in casa (e nei vangeli) mancavano il bue e l’asino.

“Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Entrati nella casa…lo adorarono” (Mt 2,9/11).

Impossibilitata a rendere coerente la data di nascita di un “uomo”, per le contraddizioni esistenti fra il Vangelo di Luca e quello di Matteo, agli inizi del VI secolo la Chiesa incaricò un erudito monaco, Dionigi il Piccolo, di risolvere il problema attraverso l’adozione di un nuovo sistema di riferimento per la numerazione degli anni della storia. Anziché dalla fondazione di Roma, in vigore sino allora, tutte le vicende narrate dovevano relazionarsi all’anno della nascita di “Nostro Signore”: l’Anno Domini … corrispondente al 753° anno dalla fondazione dell’Urbe. Dionigi fece i calcoli esatti ma, di fronte alle contraddizioni di Luca e Matteo, posizionò “diplomaticamente” l’Avvento di Gesù proprio a metà fra le due nascite, col risultato che … smentì entrambi gli evangelisti. E non avrebbe potuto fare diversamente dal momento che Luca (Lc 3,1) attesta nel suo vangelo che "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio ... (29 d.C.)" inizia la predicazione di Giovanni Battista prima del "Ministero di Gesù". Lo stesso evangelista riferisce dopo "Quando Gesù incominciò il suo ministero aveva circa trent'anni" (Lc 3,23), confermato da Eusebio di Cesarea (HEc. I 10,1):

"Secondo l'evangelista (Luca), durante il quindicesimo anno del regno di Cesare Tiberio (29 d.C.) e il quarto del governo di Ponzio Pilato, mentre erano Tetrarchi del resto della Giudea, Erode, Lisania e Filippo, il nostro Salvatore e Signore Gesù, all'età di circa trent'anni, venne da Giovanni (Battista) per ricevere il battesimo e cominciò allora la predicazione del Vangelo" ...

pertanto Dionigi fu costretto dal dato storico preciso di Tiberio, riferito nel vangelo di Luca, a fissare la datazione all'Anno Domini 1 che conosciamo tutt'oggi.
Nonostante ciò Benedetto XVI deve smentirlo perchè sa benissimo, ma lo nasconde ai fedeli, che la notizia di Luca sconfessa la testimonianza di Matteo. Un riscontro reale talmente esatto al punto di provare, già da solo, che "Al tempo di Erode, re della Giudea ..." (Lc 1,5) questo "Erode" non era attribuito ad "Erode il Grande" in quanto già morto da oltre quattro anni, come approfondiremo più avanti.

Papa Giovanni I, che aveva affidato la ricerca a Dionigi il Piccolo, fu il primo a capirlo ma, come tutti i suoi successori, tacque l'anacronismo alle masse dei credenti e, a tal fine, non adottò il nuovo calendario; sebbene "l'Anno del Signore" (A.D.) si impose spontaneamente fra le comunità cristiane nei secoli a venire ... anche se gli esegeti clericali, già allora, sapevano che l’Anno Domini 1 aveva tagliato sia la “strage degli Innocenti” - attuata da Erode il Grande (secondo Matteo) 6 anni prima dell'Anno Domini 1 - sia “il censimento di Quirinio”, riportato da Luca 6 anni dopo. Questo fu il movente che indusse gli amanuensi a far "testimoniare" Tertulliano sul censimento di Senzio Saturnino ... prendendo una "dolorosa cantonata" contro lo spigolo della storia, come stiamo per documentare. Inoltre, i mistici inventori si prodigarono, nei secoli medievali a venire, per arricchire la favola stabilendo in “tre” il numero dei “Magi”, con tanto di nomi e doni: il tutto ignorato dai Vangeli.

Di fronte a queste incoerenze gli esegeti “ispirati mistici” odierni, stanno facendo “miracoli” per falsificare la storia tentando di accreditare a Quirinio un altro inesistente censimento, basato su impossibili ipotesi, potendo contare sul silenzio dei “media” e delle istituzioni scolastiche. Sanno che la storia, così come risulta nella realtà, smentisce la realtà di “Gesù” e ad essi non rimane altro che modificare la realtà della storia omettendone particolari importanti pur di “garantire” la loro dottrina. Ne consegue che, una volta fatta propria la “teoria” del “doppio censimento” di Quirinio, per esigenze di coerenza, devono insistere e mantenere la tesi anche se basata su vuoti sofismi. Il prof. Giulio Firpo, dall'alto della cattedra di storia di cristianesimo dell'Università di Chieti Pescara, si è permesso di "catechizzare" la Storia di Roma ben sapendo di avere le spalle coperte da un nutrito stuolo di esegeti spiritualisti o, quanto meno, ci hanno provato insieme ... senza riuscirci. Vediamo perché.

Cassio Dione (Storia Romana LV 27,6) colloca nel 6 d.C., sotto il consolato di Emilio Lepido e Lucio Arrunzio, l'esilio imposto da Augusto ad Archelao. Lo stesso anno, come logica conseguenza, l'Imperatore decreta la Giudea "Provincia annessa alla Siria" sotto la diretta amministrazione romana e ne ordina il censimento. Senza fare il nome di Archelao, Strabone (Geo. XVI 2,46) scrive che un figlio di Erode fu esiliato a Vienne (a sud di Lione) da Augusto. 
Per la documentazione degli avvenimenti e i loro moventi, per l’archeologia, per la semplice elementare logica, tutti gli storici (tranne la schiera mistica pervasa da profonda fede), riconoscono l’unico censimento effettuato da Quirinio il 6 d.C., quando, per la prima ed unica volta, fu inviato da Cesare Augusto a sovrintendere tale atto come suo Legato in Siria. Roma deliberò il provvedimento finalizzato all’esazione diretta dei tributi come misura amministrativa conseguente alla costituzione della nuova Provincia, annessa alla Siria, sui territori della ex Etnarchia di Erode Archelao, appena deposto dall’Imperatore Augusto ed esiliato in Gallia per inettitudine (Ant. XVII 344).

Le reggenze di due figli di Erode il Grande, Erode Archelao ed Erode Antipa, furono contrassegnate da numerose sommosse guidate da ribelli ebrei che si proclamarono “Re”, non riconoscendo agli erodiani il diritto a sedersi sul trono dei Giudei (Ant. XVII 271/285); solo il continuo intervento delle legioni romane di Siria, condotte dal figlio di Publio Qintilio Varo, riuscì ad eliminarli tutti, tranne Giuda il Galileo, ripristinando l’ordine; finché, dopo dieci anni, Augusto, vista la incapacità di Archelao a governare, prese in mano la situazione sottoponendo quel territorio alla diretta egemonia di Roma.

La regione soggetta ad Archelao fu annessa alla Siria e Quirinio, persona consolare, fu mandato da Cesare a compiere una stima delle proprietà in Siria e vendere il patrimonio di Archelao” (Ant. XVII 355). Quirinio vendette i beni di Archelao, e nello stesso tempo ebbero luogo le registrazioni delle proprietà che avvennero nel trentasettesimo anno dalla disfatta di Azio, inflitta da Cesare ad Antonio” (Ant. XVIII 26).

La battaglia di Azio avvenne il 31 a.C., quindi 37 meno 31 anni uguale 6. I territori dell’ex Etnarca, costituiti da Giudea, Idumea e Samaria, furono registrati come possedimento di Roma e affidati con “pieni poteri”, il 6 d.C., al Prefetto Coponio, di rango equestre, di stanza a Cesarea Marittima con guarnigioni militari dislocate anche a Gerusalemme e a Sebaste, capitale della Samaria (Ant. XIX 365).
Nell’ambito di quei territori, l’egemonia del Prefetto era subordinata solo al Legato di Siria, oltre l’Imperatore, e contemplava il “ius gladii”, il diritto di processare, sottoporre a supplizio (torturare) e condannare a morte chiunque si fosse ribellato all’autorità del funzionario romano.
Queste furono le vicende che, da quella data, indussero i Giudei a ribellarsi nuovamente a Roma, capeggiati dal potente Dottore della Legge, il fariseo zelota, Giuda detto “il Galileo”…

Il cristianesimo (messianismo) gesuita primitivo, derivato, come abbiamo sopra evidenziato, dall’innesto del rituale teofagico eucaristico pagano nel giudaismo messianico, fece propria la “dottrina della salvezza”, o “soteriologia”, grazie alla redenzione dal peccato e del destino umano oltre la morte.

Tale dottrina era contemplata da molte religioni dei Misteri del mondo classico pre cristiano e prevedeva anche “l’immacolata concezione” di Vergini umane, fecondate dalle variegate divinità pagane orientali, per generare un “Figlio Semidio”, chiamato in greco “Sotère”, in italiano “Salvatore”, in aramaico “Yeshùa”… allora, i Padri, creatori del nuovo connubio religioso, ebbero la pretesa di trasformare il mito in storia ma, anziché Storia ... fecero danni ... 
 


Le natività

 

Parte II

Il Ministero di Cristo iniziò in Galilea ove
buona parte dei tributi, riscossi da Erode Antipa, il Tetrarca doveva inviarli al Cesare già convertiti in talenti d'oro, come fece suo padre Erode il Grande. Lo scriba cristiano che introdusse l'esattore “Matteo il Pubblicano” fra gli Apostoli di “Cristo” lo fece al solo, unico, scopo di allontanare eventuali sospetti di zelotismo da “Gesù” e i suoi discepoli, poiché gli Zeloti lottavano contro il fisco imposto da Roma. Ma fu una precauzione eccessiva … pertanto ingenua. In quanto “Pubblicano esattore”, l’apostolo evangelista Matteo (sconosciuto dall'apostolo evangelista Giovanni) avrebbe dovuto essere uno specialista in materia di tasse e, come tale, era tenuto a sapere che l’Impero impose il tributo direttamente ai Giudei nel 6 d.C.

Ne conseguì una guerriglia, fomentata dalla “quarta filosofia” nazionalista di Giuda il Galileo, che si protrasse per anni, al punto che le stesse autorità romane ed ebraiche (Sinedrio) richiesero a Roma di alleggerire la tassazione nel 17 d.C., sotto Tiberio, perché, riferisce Tacito, "la popolazione era oppressa dai carichi fiscali” (Ann. II 42): una istanza respinta dal Senato. Intanto, secondo la Chiesa, a quella data Gesù Cristo era già adulto.


Come stiamo per documentare, lesattore Pubblicano, Apostolo evangelista "Matteo", testimone oculare della vita diGesù” … e sua Madre, secondo quanto riferito dallo scriba cristiano che se lo inventò, non sapeva (lo scriba) che il censimento, decretato da Augusto per tassare i Giudei, fu causa del viaggio di san Giuseppe e la Vergine Maria Gravida da Nazaret a Betlemme, come ideato dall'altro scriba con lo pseudonimo "Luca".

Ciò vuol dire che non vi fu alcun censimento quando Erode il Grande era ancora vivo, altrimenti sarebbe stato Matteo, il Pubblicano esattore delle tasse, non Luca, a riferire lo scopo e la necessità di quel viaggio.

 

“Gaius Sentius Saturninus” e “Publius Sulpicius Quirinius” furono nominati consoli, da giovani, rispettivamente: il primo, nel 19 a.C. ed il secondo, nel 12 a.C.. Entrambi vennero inviati dall’Imperatore a governare la Provincia di Siria, come suoi Luogotenenti, nel rispetto dell’anzianità di nomina e di carriera, per il cui fine, raggiungere il consolato, sotto Augusto, era presupposto indispensabile a ricoprire l’importante successivo incarico: il primo, Saturnino, nel 9 a.C. ed il secondo, Quirinio, nel 6 d.C.; quest’ultimo, con un titolo di eccellenza inerente al compito, pericoloso, (al comando di più legioni) di effettuare, per la prima volta, il censimento della Siria e dei territori palestinesi ad essa annessi: Giudea, Idumea e Samaria (Ant. XVIII 1,2).

Lo storico ebreo, in modo particolareggiato, riporta tutti gli avvenimenti antecedenti il 6 d.C., riguardanti la sua terra (lui e i suoi antenati erano di Gerusalemme) e, soprattutto, i potenti Legati di Siria (con autorità militare e giuridica superiore agli stessi Re palestinesi), che cita tutti e fra i quali non risulta che Publio Sulpicio Quirinio sia stato Legato di Siria prima del 6 d.C. e abbia avuto, in precedenza, un altro incarico simile e tanto meno di fare un censimento anteriore; come non risulta dagli scritti degli altri storici dell’Impero: non può risultare ciò che non accadde.
 
 

La capacità di Erode di curare le rendite della Palestina indusse Cesare Augusto, dopo avergli ingrandito il Regno tramite la concessione di nuove regioni, ad affidargli la gestione di territori che andavano ben oltre i confini del suo dominio (Bellum I 396/404).

La qualifica o massimo ufficio, nell’ambito della gerarchia amministrativa imperiale di Roma, fu riconosciuto, tra i monarchi giudaici, solo ad Erode il Grande quando venne nominato da Cesare Augusto
Procuratore di tutta la Siria sì che nessuno dei Procuratori poteva agire senza il suo assenso (Bellum I 399 e Ant. XV 360) "con lonere di riscuotere i tributi in tutte le regioni di quella Provincia" (Bellum I 428).

Pur essendo subordinato, giuridicamente e militarmente, al Legato di Siria dell’Imperatore, Erode il Grande non fu mai sottoposto, amministrativamente, allo stesso; e le entrate fiscali, in virtù dell’incarico, gli imposero di costruire, a nome di Cesare Augusto e dei suoi familiari, opere grandiose, compresi Templi pagani, anche nelle città fuori del suo Regno (Bellum I 422/425).
Finché Erode il Grande rimase in vita, essendo lui il Procuratore di tutta la Siria, né in Siria, né in Giudea si rese necessario svolgere alcun censimento da parte di Roma: era lui che, quale fiduciario di Augusto, si adoperava a riscuotere le tasse curando le rendite dell’Imperatore. Va notato che “La Guerra Giudaica fu sottoposta alla verifica e approvazione degli storici romani di Vespasiano e tale documento, depositato negli Archivi Imperiali, fu consultato anche da Svetonio mezzo secolo dopo (Vespasiano 4-5). Tale rilievo per rimarcare che, diversamente dagli esegeti mistici ispirati, stiamo seguendo la storia di Roma non il "catechismo di Gesù". 

 

Per l’Imperatore, nessuno, meglio di Erode, era in grado di amministrare e curare i suoi interessi, i suoi beni e le sue rendite in Siria e in Palestina e, nessun Governatore, senza un suo preciso mandato, lo avrebbe potuto fare. Le entrate erano valutate in talenti d’oro e, alla morte di Erode il Grande, la rendita di quei territori ammontava quasi a mille talenti d'oro lanno (circa 24 tonnellate: Ant. XVII 317/323).

Morto il Re, Cesare Augusto provvide subito ad inviare Tizio Sabino, in Giudea, come "nuovo Procuratore romano per la Siria, a rilevare l’ufficio, svolto dal monarca efficacemente, “per prendersi cura della proprietà di Erode” , cioè di tutto il Regno, ma sottoposto, militarmente e giuridicamente, al Legato di Siria, Quintilio Varo (Ant. XVII 221-222).

Sabino, il Procuratore della Siria, si recò in Giudea per sottoporre a sequestro conservativo le sostanze di Erode” (Bell. II 16), appunto perché Erode era stato Procuratore di tutta la Siria per conto di Roma. La nomina di Tizio Sabino a tale incarico dimostra la continuità della curadelle rendite delle proprietà e dei beni, costituiti dai territori sottomessi all’Impero di Cesare Augusto ad iniziare dalla riscossione dei tributi, già compito di Erode il Grande, in tutta la Siria compreso il regno di Palestina, fino al suo decesso avvenuto il 4 a.C.

 

Giuseppe riporta tutte le iniziative prese dal Legato Senzio Saturnino il quale, giuridicamente e militarmente, pur essendo più potente di Erode il Grande, tuttavia non poteva intromettersi nella sua amministrazione senza un mandato specifico di Cesare Augusto; come avverrà poi con Publio Sulpicio Quirinio, che lo farà il 6 d.C. con un incarico imperiale speciale, più importante del precedente Legato Saturnino. Del quale, comunque, leggiamo tutti gli interventi (Ant. XVI 277/283-344-368-369; XVII 7-25-57-89; Bell. I 538/554), senza registrare alcun censimento da lui eseguito; né altri avrebbe potuto effettuare l’atto amministrativo per la gravità e la pericolosità insite nella reazione del popolo giudeo avverso tale provvedimento senza passare inosservato allo storico ebreo.
Oltre i riferimenti di Giuseppe Flavio, le notizie concernenti Gaio Senzio Saturnino sono riportate anche dallo storico romano, di rango equestre, Velleio Patercolo, coevo di Saturnino e Pretore sotto Tiberio. Nel 30 d.C., Velleio Patercolo dichiarò che aveva conosciuto personalmente Senzio Saturnino in Germania (nel 4 d.C.) e nella sua "Storia Romana" (Liber II cap. 105) lo descrisse come uomo dalle molte virtù ... ma senza riferire di alcun censimento eseguito dal suo amico.   

Erode il Grande, oltre ad essere stato un fedele alleato, in quanto nemico giurato dei minacciosi Parti, si dimostrò una “gallina dalle uova d’oro” per l’Impero; infine, che in Giudea non avvenne il censimento di Quirinio, fintanto era vivo il Re, lo conferma il Vangelo di Matteo nel quale, come appena detto, l’evangelista, pur essendo un Pubblicano esattore di tributi, non si sogna di citarlo, ma avrebbe dovuto farlo se, come dice Luca, fu la causa del viaggio di Maria e San Giuseppe da Nazaret a Betlemme per farsi censire.

 

“Quirinio, senatore romano passato attraverso tutte le magistrature fino al consolato, persona estremamente distinta sotto ogni aspetto, inviato da Cesare, (il 6 d.C.) visitò la Giudea per fare una valutazione delle proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di Archelao (Giudea, Idumea e Samaria divennero possedimento di Roma) e nello stesso tempo ebbero luogo le registazioni delle proprietà che avvennero nel trentasettesimo anno dalla disfatta di Azio (31 a.C.), inflitta da Cesare ad Antonio” (Ant. XVIII 2 e 26).

 

Una descrizione del censimento così dettagliata, riportata molte volte dallo storico fariseo, dimostra lo sconvolgimento economico sociale e religioso, causato da tale atto nei costumi giudaici, in violazione della antica Legge che vietava la sottomissione all'invasore pagano del popolo di Israele, della Terra Santa e del suo Dio, Yahwhe.

Sotto Costantino, nel IV secolo, il Vescovo cristiano Eusebio di Cesarea così scrisse in "Historia Ecclesiastica":

 

“Al tempo del primo censimento, mentre Quirinio era Governatore della Siria, nacque a Betlemme il nostro Salvatore e Signore Gesù Cristo. Anche Flavio Giuseppe ricorda questo censimento, sotto Quirinio, quando parla della rivolta dei Galilei che accadde in quel medesimo tempo e della quale (rivolta) fa menzione anche Luca negli Atti degli Apostoli (HEc. I 5,2-3).

Nel suo libro celebrativo "Gesù di Nazaret", il Pontefice Benedetto XVI tace opportunamente ai credenti la testimonianza di Eusebio, il quale riporta a chiare lettere la contemporaneità fra la nascita di Gesù Cristo con il censimento di Quirinio citato da Flavio Giuseppe e la rivolta giudaica del 6 d.C. capeggiata da Giuda il Galileo; avvenimenti, precisa, tutti menzionati da Luca in “Atti degli Apostoli” e nel suo Vangelo.

La storia non riporta altri atti amministrativi imperiali, in Giudea, prima di questo; se i docenti spiritualisti asseriscono il contrario, che lo dimostrino, facendoci leggere quello che scrissero gli storici di allora, non sofismi personali, scritti oggi, e propinati a giovani studenti portati a credere ai loro insegnanti, ignare vittime di un indottrinamento religioso finalizzato a mascherare, rendendole artatamente coerenti, due “Nascite” evangeliche in contrasto fra loro, evidentemente inventate.

 

San Luca, per fare un dispetto agli esegeti spirituali, riporta due volte il censimento di Quirinio: la prima, nel suo Vangelo in occasione della “nascita di Gesù” (Lc 2,1-2), e la seconda nel discorso di Gamalièle (At 5,34/39), come già riferito nel I studio. Se l’evangelista intendeva citare due censimenti diversi, fatti da Publio Sulpicio Quirinio in date diverse, essendo uno riferito alla nascita veginale del “Figlio di Dio”, l’avrebbe specificato nelle sue opere e, per distinguerli, consapevole dell’equivoco che ne sarebbe scaturito, avrebbe chiarito in “Atti degli Apostoli” che, quello richiamato a Giuda il Galileo, del 6 d.C., era il “secondo” censimento.

Ma se Luca non lo ha fatto il motivo è lampante: il censimento fu veramente il primo effettuato da Roma nella Provincia di Giudea e Gesù Cristo, per lui, nacque il 6 d.C.; pur se, va capito, gli storici in piena estasi mistica, prima di riconoscere che la Madonna rimase incinta 12 anni, preferirebbero ... andare all’inferno. Eppure la soluzione l’avevano a portata di mano: partorire un Dio concepito da uno Spirito Santo, in fin dei conti, avrebbe richiesto un periodo di gestazione più lungo ad una “Vergine” e nessun “credente” avrebbe trovato da ridire.

Peraltro il censimento veniva fatto dai Romani nel distretto dove si produceva, cioé quello di residenza; era lì che gli esattori (i Pubblicani) avrebbero riscosso i tributi dai cittadini uomini (lo abbiamo letto nella epigrafe della Lapis Venetus); ma il luogo di lavoro del falegname san Giuseppe, capo “Sacra Famiglia”, era a Nazaretsita in Galilea (secondo Luca), non Betlemme, sita in Giudea. Poiché il censimento fu eseguito in Giudea, Idumea e Samaria ... non in Galilea, ne consegue che la motivazione di quel viaggio non è giustificata dalla storia.
Infatti Nazaret, se fosse esistita, essendo in Galilea, avrebbe dovuto pagare i tributi al Tetrarca della Galilea, Erode Antipa, il quale, essendo un vassallo sotto Protettorato di Roma, avrebbe provveduto poi a rendere la quota dovuta a Cesare Augusto.
Come sopra spiegato, anche la “fuga in Egitto” non ha alcun senso: i due viaggi della "Sacra Famiglia" risultano forzature ingenue che dimostrano la macchinazione dei racconti fatti da amanuensi cristiani manchevoli di cognizioni sulle reali vicende giudaiche ed incapaci di razionalismo storico. Tanto più, Maria non era obbligata a viaggiare poiché non produceva reddito.
Una volta in Egitto la Sacra Famiglia ...

"Avvertito in sogno da un angelo, (san Giuseppe) si ritirò nelle regioni della Galilea e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perchè si adempisse ciò che era stato detto dai Profeti: Sarà chiamato Nazareno"
(Mt 2,22-23).

Lo scriba cristiano che si spacciò per l'ebreo "Matteo evangelista Pubblicano", non solo era digiuno di storia giudaica ma non conosceva neppure l'Antico Testamento perchè il vaticinio accreditato ai "Profeti"
 
è inesistente nella mitologia ebraica. Un vero apostolo ex ebreo, infatti, nella sua narrazione non avrebbe potuto ignorare il vaticinio dell'avvento del Messia "dominatore davidico", profetato secoli prima da Michea:

"Betlemme Efrata, da te mi nascerà colui che deve essere il Dominatore in Israele... Egli starà ritto e pascerà con la Potenza del Signore, con la Maestà del nome del Signore, suo Dio …" (Mi 5,1-3).

Altro dato contrastante, ma sottaciuto agli ingenui “credenti”, è il nonno di Gesù (il padre di san Giuseppe), che per Luca è “Eli”, per Matteo è “Giacobbe” (Lc 3,23; Mt 1,16).

Tali contraddizioni, anagrafico cronologiche genetiche e geografiche sulle “Nascite”, riportate nei “documenti sacri”, dimostrano che sono invenzioni aggiunte, successivamente, a testi in origine diversi; ne consegue che “Gesù”, “san Giuseppe” e la “Madonna” non sono mai esistiti.

Infatti gli evangelisti “Giovanni detto anche Marcoe Giovanni non conoscono la natività di Gesù e il grave rischio da Lui corso in quel momento in conseguenza della "strage degli innocenti".

In effetti i vangeli primitivi si limitavano ad un concetto di “Messia Salvatore” più giudaico, che ancora non contemplava la nascita verginale nella grotta, adottata in epoca successiva (è Orìgene nel III sec. a citare la "grotta"), destinata a generare un “Sotère” (Salvatore) con relativo sacrificio teofagico ripreso dai riti pagani.

La frase di inizio del vangelo di Luca, richiamandosi ad un generico "Erode", trae in inganno anche gli studiosi laici poco attenti che lo individuano nell'unico "Re" "Erode il Grande":
“Al tempo di Erode, Re della Giudea…” (Lc 1,5). Ma leggendo il vangelo di Matteo risulta: “Avendo saputo che era Re della Giudea Archelao (Mt 2,22); il successivo passo (Mt 14,1-9) dello scriba inventore, concernente la decapitazione del Battista, ingenera altra confusione tra i molteplici e non meglio precisati "Erode" evangelici, addirittura chiamando "Re" anche Erode Antipa "In quel tempo il Tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù ... il Re (sempre il Tetrarca Erode in preda al rimorso per aver ordinato la decapitazione del Battista: sic!) ne fu contristato"

Come rilevato, sono gli stessi evangelisti ad affermare che Erode Archelao fu Re della Giudea. A questo punto è evidente che gli scribi di Dio, quando esaminarono i rotoli degli storici della Roma imperiale del primo secolo, fecero confusione con i nomi e le cariche rivestite dai discendenti di "Erode il Grande".     

Tuttavia, anche lo storico ebreo riferisce che Archelao, prevaricando i poteri di “Etnarca” concessigli da Cesare Augusto dopo la morte del padre “aveva spinto alcuni a cingerlo del diadema e si era assiso sul trono e agito con poteri di Re (Bell. II 27). L’ Episcopo Eusebio di Cesarea, dopo aver consultato gli Archivi Imperiali di Costantino, scrisse:

 

Erode fu scelto come Re dei Giudei da Antonio e da Augusto (Ottaviano) con un senatoconsulto. I suoi figli furono Erode e gli altri Tetrarchi (HEc. I 7,12);

"Gaio (Caligola) successore di Tiberio, condanna Erode Antipa all'esilio perpetuo e nomina Re dei Giudei Agrippa" (HEc. II 4);

"Agrippa, detto anche Erode poichè aveva perseguitato gli Apostoli" (HEc II 10).

La nomina di Erode a Re dei Giudei cui si riferisce Eusebio avvenne nel 40 a.C. L'ampiamento dei territori del suo Regno a tutta la Palestina fu decretato, successivamente, da Ottaviano Augusto come ricompensa alla sua capacità di gestione economica e tributaria ma, è significativo il fatto che il Vescovo cristiano, come Luca, cita “Erode” Archelao e lo distingue dai “Tetrarchi”, Antipa e Filippo, che Giuseppe Flavio chiama entrambi “Erode” (Ant. XVIII 109). Pertanto, quando nacquero, a questi tre figli maschi, potenziali eredi del regno di Palestina, fu dato come primo nome quello del padre in onore del "Grande Re".

Erode Archelao si proclamò Re della Giudea, diversamente da suo padre, Erode il Grande, che, all'epoca del racconto di Matteo, era Re di tutta la Palestina, della quale la Giudea era una parte. Solo suo nipote, Re Erode Agrippa I "il Grande", nel 41 d.C., potrà anch’egli regnare su tutta la Palestina sino alla morte, per concessione dell’Imperatore Claudio, e lo storico ebreo lo chiama Re “Agrippa” o “Agrippa il Grande”, mentre in “Atti degli Apostoli” è chiamato con il solito generico e impreciso “Re Erode” (“In quel tempo Re Erode ...” At. 12,1) e sua sorella: “Erodiade”. Pertanto, come le vicende narrate in “Atti degli Apostoli” di Luca ci permettono di capire che si trattava di Erode Agrippa I, anche le vicende narrate nel Vangelo dello stesso evangelista si riferiscono ad Erode Archelao, Re della Giudea; non ad Erode il Grande, Re della Palestina. L'abuso del nome proprio "Erode" da parte degli evangelisti ingenera la stessa confusione come se i cronisti romani della stessa epoca avessero chiamato semplicemente "Cesare" gli Imperatori che si susseguirono da "Cesare Augusto" a "Domiziano".  

Gli storici credenti fingono di ignorare che "Al tempo di Erode, Re della Giudea ..." (Lc 1,5) questo brano del racconto di Luca non si riferisce alla nascita di Gesù ma al periodo del concepimento di Giovanni Battista e, dopo sei mesi (Lc 1,26) l'evangelista descrive la "fecondazione" divina di Gesù. Sommati a nove mesi di gestazione diventano 15 trascorsi in totale a partire da "quel tempo"; dopo nasce il Salvatore, frattanto Cesare Augusto aveva esiliato Erode Archelao per incapacità ed elevato la Giudea a Provincia di Roma annessa alla Siria, governata da un Prefetto. Sempre Luca (3,1) attesta che: "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio (29 d.C.) ..." inizia la predicazione di Giovanni Battista, prima del "Ministero di Gesù"; e poco dopo , il 30 d.C., lo stesso evangelista aggiunge (Lc 3,23): "Quando Gesù iniziò il suo ministero aveva circa trent'anni". Ecco perché nessuno può permettersi di affermare che "Al tempo di Erode ..." Luca, con questa frase, intendeva riferirsi ad "Erode il Grande"; infatti, essendo Gesù nato trent'anni prima, vale a dire l'1 d.C., Erode il Grande era già morto da oltre quattro anni.

 

Infatti, la nascita di Gesù “concepita” da Luca, concernente la “Strage degli Innocenti” (riferita solo da Matteo), gli dà ragione: sicuramente si era letto il centinaio di pagine (rotoli manoscritti) che Giuseppe Flavio dedicò ad Erode il Grande, senza che gli risultasse questo fatto gravissimo inventato da "Matteo"; ecco spiegato perché l'Erode da lui citato "Al tempo di Erode Re della Giudea ..." (Lc 1,5), quest'ultimo non poteva essere il massacratore di bambini "Erode il Grande Re della Palestina". L'evangelista Luca aveva torto, invece, quando, dopo essersi fatto spacciare per “medico” tramite una lettera accreditata a san Paolo Saulo decise, diversamente da Matteo, di far fare alla Madonna, mentre era prossima a partorire, un tortuoso e impervio percorso di oltre 200 Km. sul dorso di un asino per recarsi da Nazaret a Betlemme a farsi censire ed "avverare" così la suddetta profezia messianica di Michea 5,1 "Da te, Betlemme di Efrata, uscirà colui che deve essere il Dominatore in Israele".

Stando alla testimonianza di Paolo, riferita nelle sue lettere, l'evangelista Luca era un medico, come leggiamo in:
Col 4,14: "Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema"; Fm 23-24: "Ti saluta Epafra ... con Marco, Aristarco, Dema e Luca, miei collaboratori"; 2 Tm 4,11: "Solo Luca è con me".
Ma il “caro medico” Luca, evidentemente, come i casti e pudici scribi impostori che inventarono le "Natività" e l'apostolo "Paolo di Tarso" (vedi II studio), in vita loro non avevano mai visto il ventre nudo di una donna prossima a partorire. Questo particolare dei due “lunghi viaggi” - da Nazaret a Betlemme e da lì fino in Egitto - che sottopongono la puerpera Maria, appena generato un figlio, ad altri 200 Km a dorso d'asino (come afferma lo scriba di Matteo) per un totale di oltre 400 Km. di sola andata, ne siamo certi, è una "sfumatura" ignorata tutt’oggi dalle mamme inginocchiate a pregare sotto la statua dei santi evangelisti o di quella di “Gesù bambino”.
Donne opportunamente tenute all’oscuro riguardo questi dettagli “apocrifi” (celati) per impedir loro di riflettere su tali assurdità.

 

Abbiamo dimostrato le false nascite di Matteo e Luca i quali datano l’Avvento di Gesù, l’uno il 6 a.C., due anni prima della morte di Erode il Grande, l’altro il 6 d.C., l'anno del censimento di Quirinio. Natività errate che vanificano i futuri dogmi "rivelati da Dio" ma voluti ed emanati dai Papi, Pio IX nel 1854 e Pio XII nel 1950, con l'intento di rafforzare il culto mariano attraverso la millenaria "costruzione" di una divinità, auspicata per convenienza dalle sottili eminenze grigie del Vaticano e basata, questo sì, sulla ingenuità di fedeli credenti.


Ma nel Vangelo di Giovanni si riporta un particolare sull’età del “Messia” che è doveroso riferire per sottolineare la “confusione” fatta dagli evangelisti nel creare l'involucro teologico della Divinità (Gv 8,57):

 

“Dissero allora i Giudei a Gesù: non hai ancora cinquanta anni e hai già visto Abramo?”  

 

A tutti i lettori credenti, ai ciellini spiritualisti del partito di "Comunione e Liberazione" in particolare, lasciamo loro il tempo di … meditare “assidui e concordi nella preghiera”; nel contempo, dopo Karol Wojtyla il Grande, a Benedetto XVI, Francesco I ed ai loro successori non resterà che seguitare a controllare i mezzi di comunicazione di massa per contenere il propagarsi della verità storica sull'origine del mito di "Gesù Cristo", pur nella consapevolezza che tale strategia, a lungo andare, non riuscirà ad arrestare la diffusione della conoscenza, fra gli uomini, che determinerà la fine della dottrina su cui è stato costruito il potere secolare della Chiesa e dei suoi capi.  


 

 
Emilio Salsi
 
 

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